Diritto e Fisco | Editoriale

Impresa familiare e azienda coniugale

24 maggio 2018


Impresa familiare e azienda coniugale

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 maggio 2018



Ti sei mai chiesto che cosa si intenda quando si parla di impresa familiare e di azienda coniugale? Magari lavori con la tua dolce metà o con i tuoi familiari e non sai quale disciplina normativa ti riguardi?

Non tutti sanno che impresa familiare e azienda coniugale non sono la stessa cosa, anche se per certi versi possono apparire simili. Per questo motivo, qui di seguito potrai trovare tutte le informazioni legali che possono servirti, dalla costituzione di questi due istituti giuridici, alla disciplina fiscale che vi si applica, o semplicemente ai ruoli che spetteranno a coloro che vi prendono parte.

Che cosa si intende per impresa familiare?

Se ci pensi, il nome parla già da sé: l’impresa familiare è un tipo di impresa in cui collaborano il titolare e i suoi familiari, come ad esempio il coniuge, i parenti (entro il terzo grado) e gli affini (entro il secondo). I familiari non percepiscono un vero e proprio stipendio, ma viene loro riconosciuta una quota degli utili in ragione dell’attività lavorativa che prestano [1]. L’impresa familiare non è soggetta a vincoli per quanto riguarda la dimensione, e può quindi essere piccola, media o grande [2]. Al contrario, per quanto riguarda l’attività esercitata, essa può essere commerciale, industriale o agricola, ma non bancaria o assicurativa. Ma quali sono le condizioni necessarie perché si possa parlare di impresa familiare? Innanzitutto, ma questo è abbastanza chiaro, deve esserci un’impresa. I partecipanti devono essere legati tra loro da parentela: possono essere appunto coniugi, familiari ma anche conviventi. Essi devono prestare lavoro presso l’impresa in maniera continuativa e non saltuaria, e la produttività dell’impresa stessa deve dipendere in parte anche dal loro lavoro.

Come si costituisce un’impresa familiare?

Alla base dell’impresa familiare deve esserci un contratto stipulato dall’imprenditore (titolare) e dai suoi familiari. In assenza di contratto è necessaria una manifestazione di volontà sia espressa che tacita, come quella per fatti concludenti. Se infatti il nucleo familiare esercita in modo continuativo un’attività lavorativa economica presso l’impresa, i suoi componenti saranno considerati soci ai sensi della legge, anche in assenza di specifico contratto. Nel caso in cui qualcuno volesse provare che l’impresa in esame non è familiare, dovrebbe dimostrare la mancanza di uno dei requisiti necessari, come ad esempio l’assenza di prestazioni lavorative continuate [3].

Cosa intende la legge quando parla di familiari?

Possono far parte dell’impresa familiare i seguenti soggetti [4]:

  • il coniuge;
  • i parenti entro il terzo grado. Rientrano tra questi i figli, i nipoti e i pronipoti (in linea diretta), oppure i genitori e i nonni, o ancora i fratelli, le sorelle e i loro figli, gli zii;
  • gli affini entro il secondo grado. Sono tali generi, nuore, i coniugi dei nipoti, il coniuge del genitore, i cognati. Ne fanno parte anche i parenti del coniuge, come i suoceri, i cognati e i figli (nati da persone terze).

La Costituzione tutela anche le famiglie di fatto [5], riconoscendo come familiare anche il solo convivente, in virtù di principi come la solidarietà e l’affettività. Possono partecipare all’impresa familiare anche i minorenni, purché nel voto siano rappresentati da coloro che esercitano la potestà, quindi dai genitori. Il fatto che l’impresa sia di stampo familiare non implica che persone estranee non possano collaborarvi sulla base di un contratto di lavoro subordinato.

Cosa si intende per attività lavorativa continuata?

Il familiare deve svolgere nell’impresa un’attività lavorativa continuativa. Ciò non significa però che debba essere a tempo pieno [6]. Il lavoro può essere di qualsiasi tipo, sia manuale che intellettuale, ma non può consistere nella gestione dell’impresa, che spetta solo al titolare, perché altrimenti si avrebbe una società. Perché possa essere qualificata come partecipazione all’impresa, però, il lavoro deve essere pertinente all’attività imprenditoriale, tale da influire sull’andamento della stessa.
È molto importante sottolineare che quando la legge parla di prestazione continuativa non implica che la persona debba essere sempre presente fisicamente [7]. È richiesto però che questa attività influisca sull’andamento dell’impresa: deve essere indispensabile per il raggiungimento del suo risultato economico. Per farla breve: se lavori nell’impresa di tuo marito, di tua moglie, di tua sorella ecc., il tuo lavoro deve avvantaggiare l’impresa e il tuo familiare-imprenditore, e deve accrescere i suoi guadagni. Proprio per questo motivo, una eventuale collaborazione per quanto riguarda le mansioni casalinghe, come ad esempio quelle di pulizia, non possono essere rilevanti ai fini della qualificazione dell’impresa come familiare.

Quali sono le tipologie di impresa familiare?

La legge riconosce diverse tipologie di impresa familiare:

  • impresa coniugale: gestita da coniugi, può essere di uno o di tutti e due e vi possono collaborare i parenti dell’uno e dell’altro;
  • impresa individuale di un coniuge: cui partecipa anche l’altro, che però non deve partecipare alla sua gestione;
  • impresa sociale: più membri della famiglia gestiscono l’impresa in comune. La normativa si applica quindi a quei familiari che vi collaborano ma non partecipano alla gestione.

La disciplina dell’impresa familiare ha natura residuale: ciò significa che si applica solo in assenza di un rapporto giuridico che appresti al soggetto una tutela maggiore. Questo perché la tutela prevista è minima rispetto ad altre forme di rapporti di lavoro.

Quali sono gli utili percepiti dal familiare che presta la sua attività lavorativa nell’impresa?

La prestazione lavorativa del familiare si presume gratuita se non viene dimostrato il contrario [8]. I familiari collaboratori hanno diritto [1] a partecipare agli utili dell’impresa, ai beni acquistati con questi e agli incrementi dell’impresa in ragione alla quantità e qualità del lavoro prestato. In assenza di un patto di distribuzione, gli utili sono reimpiegati nell’azienda. Il diritto di partecipazione dei familiari agli utili non può essere trasferito ad altre persone senza il consenso di tutti i partecipanti, e può essere fatto solo a favore degli altri familiari che ai sensi della legge potrebbero far parte dell’impresa familiare. Altrimenti il diritto può essere liquidato in denaro [9] nel momento in cui il familiare cessa di lavorare nell’azienda per qualsiasi motivo, oppure in caso di alienazione della stessa, quindi nel caso in cui l’azienda venga venduta.

In che modo il familiare partecipa alle decisione dell’impresa?

In generale, il potere di gestione ordinaria dell’impresa spetta soltanto al legittimo titolare [10]. Tutti i familiari che partecipano all’impresa adottano le decisioni relative all’impiego degli utili a maggioranza, che si calcola per teste e non per quote. Non sono necessarie particolari formalità per la convocazione dei familiari né per prendere le decisioni. Nel caso in cui uno dei familiari sia in disaccordo con gli altri, potrebbe anche richiedere la liquidazione della propria quota e recedere quindi dall’impresa.
Il familiare ha inoltre diritto al mantenimento [1] indipendentemente dalla qualità o quantità del lavoro prestato.

In che modo si può sciogliere l’impresa familiare?

Dal momento che l’impresa appartiene formalmente solo al titolare, questi potrà recedere in qualsiasi momento dall’impresa manifestando semplicemente la propria volontà. In questo caso dovrà ovviamente rispettare il diritto degli altri familiari alla liquidazione della loro quota. Se il recesso del titolare avviene senza motivazione, gli altri familiari avranno diritto al risarcimento del danno [11]. In caso di morte del titolare, invece, l’intera impresa familiare passerà nell’asse ereditario, e seguirà quindi le regole previste per la successione.

Anche uno dei familiari che partecipano all’impresa ha diritto di recedere in qualsiasi momento, semplicemente manifestando la propria volontà o per comportamento concludente (per tale si intende un comportamento di fatto non equivocabile, che manifesta anche tacitamente la volontà di chi lo tiene).

Quale disciplina fiscale si applica all’impresa familiare?

Per la formazione dell’impresa familiare non sono richieste dalla legge particolari formalità, ma perché questa sia riconosciuta fiscalmente come tale la normativa tributaria richiede un atto costitutivo scritto [12] (atto pubblico o scrittura privata autenticata). In mancanza di questo atto, l’intero reddito dell’impresa sarà riconosciuto al solo titolare.
L’atto costitutivo deve contenere le generalità del titolare dell’impresa, dei familiari che vi collaborano e dei rapporti di parentela o affinità che intercorrono tra loro. L’atto deve essere sottoscritto dal titolare e da tutti i familiari collaboratori. Normalmente, l’atto costitutivo ha durata annuale, ma laddove i componenti dell’impresa lo vogliono, espressamente devono attestare che resti lo stesso anche per gli anni successivi, fino ad una eventuale revoca.

Che cosa si intende per azienda coniugale?

L’azienda coniugale è quella che viene gestita in maniera congiunta dai coniugi in regime di comunione legale dei beni: non importa se l’azienda sia stata costituita prima o durante il matrimonio [13]. Nell’azienda coniugale gli utili e gli incrementi patrimoniali dell’azienda ricadono direttamente nella comunione legale, indipendentemente dall’attività lavorativa effettiva di ciascuno dei coniugi all’attività. L’azienda coniugale si differenzia dall’impresa familiare per il fatto che la prima viene gestita da entrambi i coniugi, e non da un unico titolare come accade per la seconda.

Come viene amministrata l’azienda coniugale?

Per l’amministrazione dell’azienda coniugale [14] si ritengono generalmente applicabili le disposizioni sull’amministrazione della comunione legale. Ciò significa, in poche parole, che per gli atti di straordinaria amministrazione è necessario il consenso di entrambi i coniugi. In caso di dissenso nella coppia, uno dei due coniugi potrebbe presentarsi in tribunale e chiedere al giudice l’autorizzazione per compiere l’atto in questione senza l’appoggio dell’altro. Nel caso in cui i due coniugi contraggano dei debiti per conto dell’azienda, ne risponderanno [15] con tutti i beni della comunione (anche estranei quindi all’azienda) e anche con i propri beni personali. Ciò significa che nel caso in cui un creditore personale di uno soltanto dei coniugi voglia riscuotere il suo credito, potrà rivalersi anche sui beni dell’altro.

Cosa succede nel caso in cui la comunione legale venga sciolta?

Nel caso in cui i coniugi vogliano sciogliere la comunione legale [16], possono decidere di comune accordo di escludere l’azienda costituita dopo il matrimonio e gestita da entrambi, che potrà essere successivamente regolata da una convenzione matrimoniale. Si tratta di un atto per il quale è necessaria la presenza di entrambi i coniugi, che devono essere legalmente capaci, quindi perfettamente in grado di prendere decisioni. La convenzione deve avere la forma di un atto pubblico, quindi sarà necessario rivolgersi ad un notaio. Sarà inoltre indispensabile la presenza di testimoni, cui le parti non possono rinunciare nemmeno volendo e nemmeno con il consenso del notaio [17]. La convenzione stipulata che non rispetta tutte le regole sarà considerata nulla, e quindi priva di valore giuridico. Il notaio, entro e non oltre i trenta giorni dalla data della sottoscrizione dell’atto, deve richiedere che la convenzione sia inserita a margine dell’atto di matrimonio [18].

Quale disciplina fiscale si applica all’azienda coniugale?

L’azienda coniugale è un istituto diverso dall’impresa familiare. Si possono distinguere tre categorie:

  • azienda costituita prima del matrimonio da uno solo dei coniugi, anche se entrambi la gestiscono;
  • azienda costituita dopo il matrimonio e gestita da un solo coniuge, mentre l’altro si limita ad una collaborazione generica o subordinata, senza assunzione di alcuna responsabilità verso i terzi, nemmeno di fatto;
  • azienda costituita dopo il matrimonio e gestita da entrambi i coniugi, ovvero in comunione legale dei beni (azienda coniugale vera e propria).

Nel primo caso solo uno dei coniugi è riconosciuto come titolare dell’impresa, e sarà quindi soltanto lui a percepirne il reddito. L’altro coniuge non imprenditore avrà diritto ad una quota di partecipazione secondo quanto gli spetta. In questo caso, come nell’impresa familiare, gli effetti di una eventuale cessione dell’azienda potranno essere imposti soltanto al coniuge che ne è titolare.

Nel secondo caso, l’azienda entra a far parte della comunione legale nel momento dello scioglimento della stessa.

Nell’ultimo caso invece, l’azienda si caratterizza per il fatto di essere gestita da entrambi i coniugi. Il reddito dell’azienda spetterà quindi ad entrambi, ciascuno dei quali dovrà inoltre dichiarare la propria quota. La cogestione può essere dimostrata con qualsiasi mezzo o documento, come cambiali, assegni, contratti o anche la cointestazione della licenza commerciale.

Cosa accade nel caso in cui l’azienda coniugale cessi di esistere?

Nel caso in cui l’azienda venga venduta, i proventi della vendita spetteranno ad entrambi i coniugi in base alle rispettive quote di partecipazione.

note

[1] Art. 230 bis c.c.;
[2] Trib. Vercelli 12 febbraio 1998;
[3] Cass. 12 febbraio 1997 n. 1304;
[4] Art. 230 bis 3 c.c.;
[5] Cass. 15 marzo 2006 n. 5632; che supera la impostazione contraria affermata da Cass. 2 maggio 1994 n. 4204;
[6] Circ. INPS 26 maggio 2009 n. 76;
[7] Cass. 23 settembre 2002 n. 13849;
[8] Cass. 2 agosto 2010 n. 17992, Cass. 17 agosto 2000 n. 10923;
[9] Art. 230 bis c. 4 c.c.;
[10] Cass. 4 ottobre 1995 n. 10412;
[11] Cass. 20 giugno 2003 n. 9897;
[12] Art. 5 c. 4 lett. a) DPR917/86; Circ. Min. 17 maggio 2000 n. 98/E;
[13] Art. 177 c. 1 lett. d e c. 2 c.c.;
[14] Artt. 181 e 182 c.c.;
[15] Art. 186 c.c.;
[16] Art. 191 c. 2 c.c.;
[17] Artt. 48 e 58 c. 1 n. 4 L. 89/13;
[18] Art. 34 bis disp.att. c.c.


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1 Commento

  1. In un’azienda coniugale gestita da entrambi i coniugi, il fatto che entrambi devono dichiarare il proprio reddito pro-quota significa forse che l’azienda avrà un’unica partita Iva come una società di fatto, iscritta al Registro delle Imprese, e i coniugi avranno un quadro RH come i soci delle società di persone? oppure rimane una ditta individuale a nome di uno dei due e solo l’altro coniuge dichiara la propria quota in RH come nelle imprese familiari?

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