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Pensione di reversibilità: chi ne ha diritto

25 maggio 2018


Pensione di reversibilità: chi ne ha diritto

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 maggio 2018



È di recente la notizia che le pensioni di reversibilità sarebbero state ritoccate a danno dei beneficiari. Scoperta la fake news, come funziona questo tipo di indennità?

Per gran parte delle famiglie italiane a portare i soldi a casa è un solo coniuge, generalmente il marito. Vuoi per la crisi economica o per retaggi culturali arcaici, la moglie è colei che si occuperà della casa, dei figli e di tutte le incombenze domestiche. Sullo stipendio del solo marito faranno fede tutti i membri della famiglia, così come quelle spese quotidiane o improvvise che possono capitare nella vita di tutti i giorni. Ma se l’unico coniuge lavoratore dovesse morire, quale sarebbe la condizione economica di vedova e figli? La legge a proposito garantisce una indennità proporzionale agli anni di contributi versati dal lavoratore defunto: questa indennità, conosciuta con il termine pensione di reversibilità, spetta al coniuge superstite ed ai figli ancora studenti. Può essere erogata mese dopo mese o una sola volta, a seconda dei requisiti maturati. Stesso discorso vale se a morire è il coniuge pensionato, ma come funziona la pensione di reversibilità e chi ne ha diritto?

Che cos’è la pensione di reversibilità

Per pensione di reversibilità si intende una prestazione a carico di un istituto previdenziale (l’INPS), erogata a specifici soggetti che presentano determinati requisiti. Il nesso esistente fra diritto alla pensione ed erogazione si basa sul fatto che il lavoratore, o il pensionato deceduto, hanno già versato un certo ammontare di contributi a garanzia del proprio futuro. In caso di morte, questi contributi non saranno perduti nei meandri della burocrazia, ma verranno percepiti dal coniuge superstite che può usufruirne a patto che rispetti alcune prerogative. In altri termini una persona che lavora tutta la vita accantona un capitale (custodito dall’INPS) che gli garantirà di vivere dignitosamente durante la pensione, percependo più o meno una somma simile a quella avuta come stipendio. Se già da lavoratore egli manteneva moglie e figli, con la morte è necessario che questi soggetti (o parte di essi) abbiano la garanzia di vivere dignitosamente facendo affidamento proprio sui contributi accantonati dal defunto. Se costui era pensionato, la vedova potrà beneficiare del sussidio erogato al marito durante la vita.

In termini tecnici si parla di pensione ai superstiti di reversibilità e pensione ai superstiti indiretta, poiché si tratta di un’indennità che spetta ai membri ancora in vita di una famiglia. Ma a seconda del momento in cui avviene l’evento morte, la prestazione assumerà il nome di indiretta o di reversibilità. Le differenze fra l’una e l’altra sono notevoli poiché, in base agli anni di contributi versati, l’INPS calcolerà l’ammontare dell’assegno.
Specificamente:

  • per pensione ai superstiti di reversibilità ci si riferisce a quando il soggetto che ha versato i contributi è già pensionato, e quindi titolare di una pensione di vecchiaia diretta;
  • per pensione ai superstiti indiretta il richiamo è a tutti quei casi in cui a morire è un lavoratore non ancora andato in pensione ma che, nel frattempo, ha maturato alcuni anni di contributi.

A percepire la pensione di reversibilità o la pensione indiretta sono esclusivamente coloro che hanno un rapporto di parentela con il defunto; esistono tuttavia alcune norme introdotte negli ultimi anni che includono fra i beneficiari della prestazione anche le coppie unite civilmente, a prescindere se esse siano eterosessuali o omosessuali.

Come funziona la pensione di reversibilità

Abbiamo detto che la prestazione erogata dall’INPS si basa prevalentemente sugli anni di contributi versati dal lavoratore o dal pensionato, a cui si aggiungono altri fattori (come il reddito del coniuge superstite) che stabiliscono l’ammontare dell’indennità percepita mese dopo mese.
Per quanto riguarda la pensione di reversibilità vera e propria, la condizione che deve sussistere al momento della richiesta da parte dei familiari che ne hanno diritto è quella che il coniuge defunto sia a sua volta titolare di pensione diretta. Sono ricompresi in questa ipotesi anche coloro la cui pensione è in corso di liquidazione.

La pensione ai superstiti indiretta, al contrario, viene erogata nel momento in cui il lavoratore defunto abbia maturato uno dei seguenti requisiti:

  • almeno 15 anni di assicurazione e di contribuzione (che si possono calcolare anche in 780 contributi settimanali, qualora il lavoratore fosse libero professionista);
  • 5 anni di contribuzione e di assicurazione (o 260 contributi settimanali) di cui almeno tre anni facciano riferimento ai cinque anni di lavoro che precedono l’evento della morte. Questi tre anni, per i lavoratori autonomi, corrispondono a 156 contributi settimanali.

Detto ciò, non importa che il defunto sia necessariamente lavoratore dipendente o autonomo, assunto a tempo pieno ed indeterminato oppure occasionalmente. Il requisito della contribuzione prescinde dal rapporto di lavoro del defunto, perché basta avere accantonato parte del capitale utile per la pensione diretta che già si ha diritto a percepire questo tipo di prestazione.

Per ottenere l’erogazione della pensione, la domanda va inoltrata direttamente all’INPS, ma il diritto alla sua percezione viene riconosciuto già a partire dal mese successivo alla data di morte del lavoratore o del pensionato. Ragion per cui, qualora la domanda fosse inoltrata in ritardo, nel primo assegno percepito dovrebbero figurare gli arretrati non percepiti dal familiare superstite. La domanda si presenta online, accedendo ad un’apposita area presente sul sito dell’INPS (l’area è quella dedicata ai servizi online), ma bisognerà identificarsi richiedendo un apposito pin rilasciato dallo stesso istituto. Il servizio dedicato alla prestazione è diviso in tre aree: la prima riguarda i pensionati, la seconda i dipendenti pubblici, la terza i dipendenti privati e tutte le altre categorie di lavoratori. Cliccando nell’area di interesse si potrà procedere con l’identificazione tramite pin per inoltrare la richiesta. La procedura per richiedere il codice identificativo è semplice e guidata dalla stessa INPS, ma è possibile utilizzare inoltre le credenziali SPID o quelle della Carta Nazionale dei Servizi (la c.d. CNS).
In alternativa alle procedure autonome, si può sempre fare affidamento al servizio Contact center al numero 803 164, oppure rivolgersi ad un patronato abilitato con tutta la documentazione riguardante il rapporto di lavoro della persona deceduta e lo stato di famiglia.

A chi spetta la pensione di reversibilità

Principio cardine è l’essere parente del lavoratore o del pensionato defunto, ove per parente si intendono i legami di ascendenza e di discendenza, ma anche il rapporto di coniugio con il proprio partner. Quindi, in linea di massima la pensione indiretta o di reversibilità spetta:

  • in primis al coniuge superstite;
  • ai figli minorenni o maggiorenni ma ancora studenti;
  • eventualmente ai genitori del de cuius, ai nipoti dello stesso ed a fratelli o sorelle inabili e non sposati.

Pur trattandosi di un diritto, quello di “ereditare” i contributi versati dal defunto, non sempre l’assegno viene erogato al 100% ed esistono alcune eccezioni in cui, nonostante si è parenti, non si può in alcun modo percepire la prestazione. Analizziamo insieme ciascuna ipotesi:

  • al coniuge senza figli spetta il 60% della pensione di reversibilità o di quella indiretta, a prescindere dall’età. Alla stessa persona spetta la pensione anche in caso di separazione e di divorzio se ha diritto ad un assegno di mantenimento. In presenza di più coniugi (cioè se il defunto si è risposato più volte), l’assegno viene suddiviso fra i vari partner a seconda della durata del matrimonio. L’assegno non spetta in caso di separazione e di divorzio con addebito;
  • il coniuge con un solo figlio ha diritto all’80% della pensione di reversibilità o di quella indiretta,
  • il coniuge con due o più figli può ottenere il 100% della pensione di reversibilità o di quella indiretta.

Ulteriori limiti sussistono se il coniuge superstite abbia dei redditi il cui ammontare annuo definisce la percentuale di prestazione erogata da parte dell’INPS. Si parte dal 100% della pensione per redditi inferiori a circa 19 mila euro annui, per giungere ad una percentuale pari al 50% se il coniuge superstite ha un reddito al di sopra dei 31 mila euro.

I figli possono ottenere la pensione di reversibilità se manca il coniuge superstite (ad esempio nei casi di famiglia monogenitoriale). In questo caso le percentuali per la percezione della pensione sono le seguenti:

  • 70% in presenza di un solo figlio;
  • 80% nel caso di due figli;
  • 100% se il genitore ha lasciato tre o più figli.

I figli, per avere diritto alla pensione di reversibilità devono soddisfare ulteriori requisiti, l’assenza dei quali non garantisce la percezione dell’indennità. In particolare devono essere minori di anni diciotto o trovarsi in un’età compresa fra i 18 ed i 26 anni, ma devono essere studenti universitari o svolgere un lavoro il cui reddito percepito non supera le 8.482 euro. Inutile ribadire che, attualmente, la legge non pone alcuna distinzione fra figli legittimi, naturali, illegittimi ed adottivi. A bastare è il solo riconoscimento da parte del genitore.

Genitori, nipoti, fratelli e sorelle possono ottenere la pensione di reversibilità solo nel momento in cui manchino il coniuge superstite ed i figli, ma in questo caso le soglie soglie sono molto stringenti.

Pensione di reversibilità indiretta: cosa succede se non si maturano i contributi

Come spesso accade un lavoratore può perdere la vita in un’età considerata giovane, magari a pochi anni dall’assunzione e dai relativi contributi versati. Se da un lato la legge chiede, come soglia contributiva, quello dei quindici anni, dall’altro prevede una indennità una tantum erogata a favore dei parenti superstiti che non hanno diritto alla pensione di reversibilità. Attenzione, l’assenza del diritto è strettamente legata alla mancata maturazione dei contributi.
L’indennità è riservata ai familiari di colui che, in futuro, avrebbe dovuto percepire una pensione calcolata con il sistema contributivo e la sua erogazione avviene nell’assegno sociale mensile, definito dalla legge in vigore nel periodo in cui il lavoratore è deceduto.
La definizione della pensione una tantum si basa sul numero di annualità contributive versate dal defunto, oppure in proporzione alle settimane coperte da assicurazione qualora il periodo contributivo sia inferiore ad un anno.

Per stabilire chi ne ha diritto, si seguono le regole generali per la pensione di reversibilità e di quella indiretta, per cui in base alla presenza o meno di figli ed al reddito dichiarato, l’ammontare della prestazione varia in percentuale. La richiesta della pensione una tantum deve essere inoltrata online, previa identificazione o facendo affidamento ad un patronato convenzionato. Il diritto alla pensione matura il mese successivo al giorno della morte del lavoratore.

Quali sono i documenti da presentare

L’INPS, per il calcolo della pensione di reversibilità, ha bisogno di alcuni documenti che attestino situazioni di famiglia e redditi. Gran parte di questi possono essere prodotti mediante autocertificazione [1]: basta scrivere una dichiarazione redatta sotto la propria responsabilità rimandando il compito di verificare l’esattezza della stessa direttamente all’istituto previdenziale.
Con l’autocertificazione è possibile produrre:

  • certificato di morte;
  • certificato di matrimonio;
  • stato di famiglia alla data del decesso;

negli altri casi le documentazioni potrebbero essere degli estratti giudiziari o la dichiarazione dei redditi. Nello specifico è necessario procurarsi:

  • modello unico o modello 730;
  • certificazione di frequenza scolastica per i figli superstiti, rilasciata direttamente dalla scuola o dall’università.

In caso di separazione è necessario accertare che la sentenza non abbia riconosciuto l’addebito al coniuge superstite, così come il partner divorziato deve avere diritto all’assegno di mantenimento.
Inoltre, l’INPS richiederà gli estremi del conto corrente bancario o postale su cui si procederà con l’accredito della prestazione.

Cosa sapere sulla pensione di reversibilità

Il diritto alla pensione di reversibilità si perde nel momento in cui il coniuge superstite contrae nuovo matrimonio. Ciò in quanto la prestazione previdenziale spetta proprio quando due persone regolarizzano, a livello giuridico, la propria relazione o attraverso il matrimonio (civile o religioso), oppure mediante l’unione civile (quella disciplinata dalla recente legge Cirinnà [2]). Il nesso pensione – matrimonio (o unione) è imprescindibile per accedere all’indennità e l’assenza o la modifica di questo requisito inficia sul diritto di percepire la pensione.

In effetti non hanno diritto alla pensione i partner superstiti delle cosiddette coppie di fatto, che si differenziano dalle unioni civili per la semplice questione di non aver regolarizzato giuridicamente il proprio rapporto. Al di là delle considerazioni etiche o morali, regolarizzare il rapporto significa accedere a numerosi benefici che la legge riserva proprio a coloro che vogliono contrarre matrimonio o unirsi civilmente. A patto però che si rispettino specifici doveri l’assenza dei quali rende addebitabile l’eventuale separazione.

La consuetudine vuole che ad essere beneficiari della pensione di reversibilità o di quella indiretta siano principalmente le donne. Si parla di una percentuale che sfiora quasi il 90% considerando tutti coloro che hanno accesso alla prestazione previdenziale. Però la legge non pone alcuna distinzione a riguardo essendo possibile richiedere la pensione anche nel momento in cui il defunto sia una donna lavoratrice o pensionata, e superstite un uomo.

Qualche anno fa era in vigore la norma “anti-badanti”, una legge che scoraggiava quei matrimoni convenzionali sanciti spesso fra pensionati e assistenti familiari. L’articolo in questione poneva dei limiti rigorosi nell’erogazione della pensione di reversibilità qualora la differenza d’età fra i due coniugi superasse i venti anni. Una recente sentenza della Consulta [3] ha stabilito l’incostituzionalità di questo provvedimento, considerando l’età del beneficiario un requisito non discriminatorio per avere accesso alla pensione. A seguito della pronuncia, l’INPS ha provveduto ad erogare i rimborsi nei confronti di chi era stato tagliato fuori dal provvedimento in maniera ingiustificata. Attualmente non esistono requisiti che riguardano l’età del beneficiario, nel solo caso in cui dovesse trattarsi di coniuge superstite, mentre rimangono ferme le soglie di età nei confronti dei figli.

note

[1] Art. 15 del D. L. n. 183 del 12.11.2011

[2] L. n. 76 del 05.06.2016

[3] Corte Cost. sent. n. 174 del 15.06.2016


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