Diritto e Fisco | Editoriale

Si può staccare l’acqua per morosità?

24 maggio 2018


Si può staccare l’acqua per morosità?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 maggio 2018



In caso di mancato pagamento della bolletta dell’acqua o delle spese di condominio si può procedere alla sospensione della fornitura dell’acqua potabile, ma solo dopo aver rispettato una procedura e aver inviato la diffida.

Ci sono due ipotesi in cui si può staccare la fornitura di acqua potabile: quando non si paga la bolletta al fornitore (in caso di utenza individuale) o quando non si paga il condominio (in caso di impianto comune). La seconda ipotesi, in precedenza avversata da alcuni tribunali in ragione del fatto che l’acqua sarebbe un bene essenziale e, pertanto, anche in caso di morosità non potrebbe mai essere interrotta, sta invece prendendo sempre più piede. Non sono pochi gli amministratori di condominio che procedono a chiudere i tubi di collegamento con l’appartamento di chi non è in regola coi pagamenti, in alcuni casi facendosi prima autorizzare dal tribunale presentando un ricorso d’urgenza. A confermarlo è una recente ordinanza del tribunale di Bologna. Ma procediamo con ordine e vediamo se e quando si può staccare l’acqua per morosità.

Staccare l’acqua per morosità con la società fornitrice

Quando il proprietario di casa ha un contratto diretto con la società dell’acqua potabile, il condominio non ha potere di intervento neanche in caso di morosità. Il rapporto si instaura solo tra utente e fornitore e solo quest’ultimo può decidere se e quando – in caso di mancato pagamento delle bollette – sospendere il servizio. 

Per stabilire i tempi e termini per la sospensione dell’acqua potabile bisogna andare a leggere il regolamento della società, firmato e approvato dall’utente all’atto della stipula del contratto. Questo può variare sensibilmente da Comune a Comune. In generale, tuttavia, il mancato pagamento della bolletta per oltre 30 giorni comporta l’invio di una diffida con lettera raccomandata a/r nella quale viene assegnato un termine massimo per adempiere e sanare il debito. Di solito, questo termine è di altri 30 giorni. Alla scadenza, se l’interessato non ha provveduto al pagamento, la società fornitrice può sospendere l’acqua. Se la sospensione dovesse perdurare per altri 30 giorni, la società può recedere definitivamente dal contratto. In quest’ultimo caso non sarebbe più sufficiente pagare per riottenere l’acqua, ma bisognerebbe stipulare un nuovo contratto recandosi presso gli uffici competenti. Nel frattempo vengono intraprese le vie legali per il recupero del credito consistenti nella richiesta di un decreto ingiuntivo con il quale, oltre agli importi non pagati, vengono richiesti anche gli interessi (mediamente nella misura del 5%).

Il corrispettivo per la fornitura dell’acqua

Ricordiamo che, al contrario di quanto avviene per altre utenze come il telefono, l’utente non può conoscere in anticipo il corrispettivo della fornitura poiché dipende dall’effettivo consumo di acqua contabilizzato tramite un contatore ed emissione di bollette o fatture.

Il corrispettivo comprende: una quota fissa; il corrispettivo per il prelievo di acqua, calcolato sulla base del volume d’acqua prelevato, con addebito del minimo impegnato in caso di usi non domestici (tipologia di fornitura “altri usi”), e delle tariffe in vigore per tipologia di utenza e scaglione tariffario; il corrispettivo per i servizi di fognatura e depurazione è calcolato sulla base del volume d’acqua prelevata e delle tariffe in vigore. L’entità della quota fissa e delle tariffe del servizio acquedotto, fognatura e depurazione sono determinate secondo la normativa.

L’utente può superare la presunzione di veridicità della bolletta, con prova libera anche testimoniale, che il consumo reale è inferiore a quello indicato dal contatore e quindi nella fattura.

Si può staccare l’acqua al moroso del condominio?

Se in un condominio il contatore è unico, a pagare la società dell’acqua è l’amministratore che ripartisce i consumi tra i vari condomini sulla base dei contatori individuali di cui devono essere muniti i vari appartamenti (al pari di quanto oggi avviene anche per il riscaldamento).

Nel caso in cui un condomino non paghi le quote mensili condominiali, l’amministratore – recita il codice civile – può provvedere a impedirgli l’utilizzo dei servizi comuni “suscettibili di godimento separato”, cioè la cui sospensione non determina un pregiudizio per gli altri proprietari: si pensi alla possibilità di usare il cortile condominiale delimitato da una sbarra o un cancello elettrico (imponendogli la riconsegna del telecomando), i campi da tennis o la piscina condominiale, in alcuni casi persino l’ascensore (l’apparecchio viene munito di schede consegnate solo a chi è in regola con i pagamenti). È necessario che la morosità persisti da almeno sei mesi dalla chiusura dell’esercizio in cui la mora è emersa oppure dal giorno dell’approvazione in sede assembleare del rendiconto-consuntivo relativo all’esercizio appena chiuso.

Ci si è chiesto se il potere di sospensione dei servizi comuni possa riguardare anche quelli essenziali come l’acqua e il riscaldamento. La giurisprudenza è divisa tra chi ritiene ciò illegittimo (almeno senza previa autorizzazione del giudice) e chi invece lo consente. Per superare l’ostacolo ed evitare di subire azioni di responsabilità, gli amministratori tendono ora a farsi prima autorizzare dal tribunale presentando un ricorso d’urgenza. Il procedimento è volto a ottenere un’ordinanza con cui viene consentito di interrompere il servizio come appunto l’acqua potabile.

Il tribunale di Bologna è tra quei giudici secondo cui si può staccare l’acqua per morosità condominiale. A meno che non venga dimostrato uno stato di indigenza, nella cui ipotesi una recente legge ha stabilito il diritto a ottenere 50 litri di acqua gratis al giorno. Leggi anche Si può staccare l’acqua?

Il Tribunale di Bologna aderisce all’interpretazione che non ritiene «intangibili» i servizi di acqua e gas a fronte di una perdurante morosità del condomino. Ciò perché è insufficiente il riferimento all’articolo art. 32 della Costituzione («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo (…)») operato dai sostenitori della tesi contraria, dato che nel nostro ordinamento non sussiste un obbligo per i condòmini in regola con i pagamenti di assumersi personalmente, a fini solidaristici, l’obbligazione dei condòmini morosi. Ciò perché, in nome del diritto alla salute, si sacrificherebbero i diritti dei condòmini in regola con i pagamenti che, di fatto, resterebbero gravati di un obbligo di «solidarietà coattiva».

note

[1] Trib. Bologna, ord. del 3.04.2018.

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