Diritto e Fisco | Editoriale

Invalidità e inabilità, si può lavorare?

12 giugno 2018 | Autore:


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Assegno e pensione d’invalidità, pensione per inabilità assoluta, a proficuo lavoro o alle mansioni: quando è possibile svolgere un’attività lavorativa?

Sei stato riconosciuto invalido o inabile e temi di non poter più lavorare? Forse non sai che, nella generalità dei casi, si può lavorare con la pensione d’inabilità e invalidità. Ad essere incompatibile con lo svolgimento di una nuova attività lavorativa, infatti, è soltanto la pensione per assoluta e permanente inabilità a qualsiasi attività lavorativa. In pratica, ti è vietato un nuovo lavoro soltanto se sei titolare di una pensione di inabilità riconosciuta ai sensi della legge Dini [1]. Negli altri casi, invece, puoi lavorare anche se sei invalido o inabile, ma devi sapere che puoi cumulare il reddito da lavoro con la pensione in modo limitato: in pratica, la tua pensione d’invalidità o inabilità viene tagliata in proporzione ai nuovi guadagni. Ma procediamo per ordine e vediamo in quali casi si può lavorare con la pensione d’invalidità e inabilità.

Pensione d’inabilità e lavoro

Se ti è stata riconosciuta la pensione per assoluta e permanente inabilità a qualsiasi attività lavorativa, devi sapere che questa prestazione è erogata proprio per l’assoluta impossibilità di lavorare. Il suo riconoscimento non è dunque compatibile con nessun tipo di attività, che si tratti di lavoro autonomo, parasubordinato o dipendente, saltuario o meno. Inoltre, la concessione della pensione comporta l’obbligo della cancellazione da elenchi, albi o ordini relativi a mestieri arti o professioni.

Se, però, la pensione è stata riconosciuta a seguito di inabilità alle mansioni e a proficuo lavoro, questo divieto non opera, ma vi sono dei limiti di cumulo tra il reddito da lavoro e il reddito derivante dalla pensione.

Inabilità alle mansioni e a proficuo lavoro

Le pensioni per inabilità alle mansioni e l’inabilità a proficuo lavoro [2] sono riconosciute ai dipendenti pubblici, in presenza dei requisiti contributivi (15 o 20 anni di anzianità di servizio, a seconda della gestione previdenziale e della specifica inabilità riconosciuta), quando è constatata una riduzione della capacità lavorativa: la riduzione è più limitata nel caso di inabilità alle sole specifiche mansioni ricoperte, e più ampia in caso di inabilità a qualsiasi proficuo lavoro. In entrambe le condizioni, ad ogni modo, la riduzione della capacità lavorativa non è estesa in modo assoluto, come nel caso dell’inabilità a qualsiasi attività lavorativa.

L’inabilità a proficuo lavoro e l’inabilità alle mansioni, quindi, non coincidono con l’inabilità a qualsiasi attività lavorativa: per quanto riguarda, nello specifico, l’inabilità a proficuo lavoro, che consiste in una riduzione della capacità lavorativa più ampia rispetto all’inabilità alle mansioni, questa è intesa come impossibilità di continuare a svolgere un’attività lavorativa continua e remunerativa [3], ma non impedisce di lavorare, perché è solo l’inabilità a qualsiasi attività lavorativa ad avere una valenza assoluta.

Di conseguenza, essendo solo l’inabilità permanente ed assoluta a qualsiasi attività lavorativa ad essere incompatibile con qualsiasi attività lavorativa, le altre due tipologie d’inabilità permettono di rioccuparsi, nonostante il diritto alla pensione.

Riduzione della pensione d’inabilità per reddito da lavoro

Bisogna però considerare che le pensioni per inabilità alle mansioni e a proficuo lavoro sono cumulabili limitatamente con i redditi da lavoro, nella generalità dei casi, a meno che l’interessato non raggiunga 40 anni di contributi.

In particolare, se l’assegno è superiore al trattamento minimo (507,41 euro al mese per il 2018) il rateo di assegno eccedente il trattamento minimo può subire una riduzione qualora l’interessato svolga un’attività lavorativa.

La riduzione varia a seconda della provenienza del reddito:

  • se il reddito è da lavoro dipendente, il taglio della pensione è pari al 50% della quota eccedente il trattamento minimo, fermo restando che la decurtazione non può superare il reddito stesso;
  • se il reddito è da lavoro autonomo, la riduzione è pari al 30% della quota eccedente il trattamento minimo, e comunque non può essere superiore al 30% del reddito prodotto [4].

In ogni caso la riduzione non si applica [5]:

  • se il reddito conseguito è inferiore al trattamento minimo Inps;
  • se il pensionato è impiegato in contratti a termine la cui durata non superi le 50 giornate nell’anno solare;
  • se il reddito deriva da attività svolte nell’ambito di programmi di reinserimento degli anziani in attività socialmente utili, promosse da enti locali ed altre istituzioni pubbliche e private;
  • se il lavoratore è occupato in qualità di operaio agricolo;
  • se il pensionato è occupato in qualità di addetto ai servizi domestici e familiari;
  • se il reddito conseguito è un’indennità percepite per l’esercizio della funzione di giudice di pace;
  • se il reddito conseguito è un’indennità o un gettone di presenza percepiti dagli amministratori locali;
  • se il reddito conseguito è un’indennità comunque connessa a cariche pubbliche elettive;
  • se il reddito conseguito è un’indennità percepita dai giudici onorari aggregati per l’esercizio delle loro funzioni;
  • se il reddito conseguito è un’indennità percepita dai giudici tributari.

Come si applicano le trattenute sulla pensione d’inabilità?

Nel caso in cui la riduzione sia applicata, la trattenuta viene effettuata [6] direttamente sulla retribuzione, a cura del datore di lavoro, oppure sugli arretrati di pensione, dall’ente previdenziale, in caso di tardiva liquidazione della prestazione, per i lavoratori subordinati.

Per i lavoratori autonomi la trattenuta è invece effettuata sulla pensione, dall’ente previdenziale.

Con l’assegno d’invalidità si può lavorare?

Chi ha diritto all’assegno ordinario d’invalidità può lavorare. Questa prestazione è riconosciuta, lo ricordiamo, a chi possiede un’invalidità superiore ai 2/3 e possiede almeno 5 anni di contributi, di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio.

L’assegno d’invalidità si riduce per chi lavora?

L’assegno ordinario d’invalidità, pur permettendo di continuare a svolgere attività lavorativa, è cumulabile con i redditi da lavoro limitatamente. Per i titolari di assegno di invalidità, difatti, la legge prevede una riduzione dell’assegno se il titolare continua a lavorare e supera un determinato limite di reddito. In particolare:

  • se il reddito supera 4 volte il trattamento minimo annuo l’assegno d’invalidità si riduce del 25%: in pratica, se il reddito supera 26.385,84 euro annui (che corrispondono al trattamento mensile, 507,42 euro, moltiplicato per 13 mensilità e per 4), l’assegno d’invalidità è ridotto di ¼;
  • se il reddito supera 5 volte il trattamento minimo annuo l’assegno d’invalidità si riduce del 50%: in pratica, se il reddito supera 32.982,30 euro annui (che corrispondono al trattamento mensile, 507,42 euro, moltiplicato per 13 mensilità e per 5), l’assegno d’invalidità viene dimezzato.

Il trattamento derivante dal cumulo dei redditi con l’assegno di invalidità ridotto, in ogni caso, non può essere comunque inferiore a quello che spetterebbe qualora il reddito risultasse pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente a quella nella quale il reddito posseduto si colloca.

Seconda riduzione dell’assegno d’invalidità

Tuttavia, se l’assegno già ridotto resta lo stesso superiore al trattamento minimo, cioè supera 507,41 euro mensili,  può subire un secondo taglio, in questo caso una trattenuta. L’applicabilità di questa riduzione dipende dall’anzianità contributiva dell’interessato:

  • con almeno 40 anni di contributi non deve essere applicata alcuna trattenuta aggiuntiva;
  • con meno di 40 anni di contributi scatta la seconda trattenuta, che varia a seconda che il reddito provenga da lavoro dipendente o autonomo:
  • relativamente al lavoro dipendente, la trattenuta è pari al 50% della quota di assegno che eccede il trattamento minimo, entro comunque l’importo dei redditi da lavoro percepiti;
  • relativamente al lavoro autonomo, invece, la trattenuta è pari al 30% della quota eccedente il trattamento minimo, ma non può essere superiore al 30% del reddito prodotto.

Questa seconda riduzione non può essere applicata se:

  • l’ulteriore reddito conseguito è inferiore al trattamento minimo;
  • il lavoratore è impiegato in contratti a termine di durata inferiore a 50 giornate nell’anno solare;
  • il reddito conseguito deriva da attività socialmente utili svolte nell’ambito di programmi di reinserimento degli anziani promossi da enti locali ed altre istituzioni pubbliche e private, o da altre peculiari attività (operai agricoli, collaboratori familiari, giudici di pace e tributari, amministratori locali, cariche pubbliche elettive…).

Al compimento dell’età pensionabile, cioè quando l’assegno viene trasformato d’ufficio in pensione di vecchiaia, queste riduzioni non scattano più, in quanto la prestazione di vecchiaia è compatibile pienamente con lo svolgimento di attività lavorativa. In caso di trasformazione dell’assegno in pensione di vecchiaia la pensione è dunque cumulabile con i redditi da lavoro.

Con la pensione d’invalidità si può lavorare?

Chi percepisce la pensione d’invalidità civile, che nel 2018 ammonta a 282,54 euro, deve possedere lo stato di disoccupazione.

Lo stato di disoccupazione si mantiene se si trova un nuovo lavoro con reddito inferiore a:

  • 8mila euro annui, per attività di lavoro dipendente o parasubordinato;
  • 4800 euro annui, per attività di lavoro autonomo.

Tuttavia, in ogni caso non si può possedere un reddito annuo superiore a 4853,29 euro, 16.664,36 euro per gli invalidi civili totali.

note

[1] L. 335/1995.

[2] Art.13 L. 274/1991; Art.27 L. 177/1976; Art. 42, DPR 1092/1973.

[3] Art. 129 DPR 3/1957.

[4] Art.72, Co.1, L.388/2000.

[5] Art. 10 D.lgs. 503/1992; Circ. Inps 197/2003.

[6] Mess. Inps 3817/2016.

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