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Lo sai che? Offese sui social all’azienda: licenziamento legittimo?

Lo sai che? Pubblicato il 9 giugno 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 giugno 2018

In caso di licenziamento di una dipendente che pubblica su Facebook frasi scurrili nei confronti dell’azienda per cui lavora, è necessario valutare l’entità dell’offesa

A chi non verrebbe voglia almeno una volta a sfogarsi contro il proprio datore di lavoro che ti rende la vita impossibile sul posto di lavoro. Ma poi ti calmi e pensi che una parola fuori luogo ti potrebbe costare una contestazione verbale, nei migliori dei casi, o una contestazione disciplinare. Purtroppo arrivi a casa nervoso e apri Facebook, e pensi di poter scaricare i tuoi pensieri criticando pesantemente l’azienda per cui lavori su un social network: «tanto lo fanno tutti» penserai. Sbagliato! Questo tuo atteggiamento imprudente ti potrebbe costare molo caro, addirittura il licenziamento. È legittimo il licenziamento in caso di offese sui social all’azienda? Entro quali limiti si può esprimere un dipendente criticando l’azienda? A quali conseguenze va incontro il dipendente che muove pesanti offese al datore di lavoro postandole pubblicamente? Sul tema si è espressa di recente la Corte di Cassazione [1] che ha affrontato il caso di una dipendente che aveva incautamente usato parole e frasi scurrili e lesive nei confronti dell’azienda postandole su Facebook. Vediamo cosa dice la giurisprudenza in merito.

Offese sui social all’azienda: il caso

I giudici della Corte Suprema si sono espressi in merito ad un licenziamento per giusta causa intimato a una dipendente di un’impresa di commercio, che aveva pubblicamente postato alcuni commenti sul noto social network Facebook esprimendo il suo disprezzo per il posto in cui lavorava.

«Mi sono rotta i c… di questo posto di m… e per la proprietà». È uno dei commenti incriminati espressi dalla dipendente sul social network che hanno poi pesato nel giudizio della Suprema Corte. Alla fine della frase la dipendente aveva addirittura aggiunto anche il nome dell’azienda.

A un simile comportamento della dipendente, l’azienda che si era accorta della frase incriminata ha deciso di licenziare «in tronco» la lavoratrice, in quanto a detta della società viene assolutamente meno il vincolo fiduciario tra le parti che, verosimilmente, dopo le esternazioni di quest’ultima era stato irreparabilmente leso.

La lavoratrice, però, non ci sta e ritiene che il provvedimento adottato dall’azienda risulta essere di gran lunga sproporzionato all’atto commesso; pertanto, decide di impugnare il licenziamento con due ordini di motivi:

  • che il messaggio di cui trattasi era visualizzabile e accessibile soltanto ad una schiera di persone ammesse al suo profilo, e quindi solo alla lista di amici su Facebook;
  • che il linguaggio usato era in linea con quello utilizzato solitamente nel predetto social network.

Offese sui social all’azienda: cosa si rischia?

A questo punto le domande che gli utenti di Facebook, ma anche di altri social network, si pongono sono molteplici: è considerato proporzionato il licenziamento per giusta causa in caso di un semplice sfogo su Facebook? Un momento di follia può rovinare il rapporto di lavoro che va avanti da anni? I termini scurrili utilizzati solitamente su Facebook possono essere un’attenuante per chi usa espressioni volgari contro il proprio datore di lavoro? Fino a che punto finisce il diritto di critica e dove inizia la diffamazione? E ancora, la circostanza secondo la quale il profilo personale di Facebook sia chiuso a persone esterne e visualizzabile soltanto dalla lista amici, può rafforzare la posizione del lavoratore e di conseguenza considerare irrilevanti le parole usate da quest’ultimo?

Ebbene, nel caso di specie gli ermellini hanno dato ragione all’azienda e respinto la tesi della lavoratrice, specificando che il gravame della decisione risiede proprio nell’utilizzo di frasi scurrili sui social. Il commento in questione è stato giudicato diffamatorio e diffuso per mezzo di un canale, come quello che è Facebook, potenzialmente illimitato.

Non è da considerarsi, dunque, sproporzionato il provvedimento del licenziamento anche se l’uso della bacheca voleva restringere la diffusione ai soli interlocutori ammessi al profilo e che le espressioni veicolate sul social network sono di uso corrente nel linguaggio dei social.

Non vi è alcun dubbio, la posizione della Suprema Corte è netta e chiara: la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione, per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, posto che il rapporto interpersonale, proprio per il mezzo utilizzato, assume un profilo allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione”.

E se il post su Facebook non è diffamatorio?

Abbiamo quindi visto che se il post su Facebook è diffamatorio scatta senza dubbio il licenziamento. Ma se le esternazioni del dipendente non ha realmente contenuto diffamatorio e, quindi, non offendeva l’onore e la reputazione del datore di lavoro, cosa accade?

In quest’ultimo caso, la Cassazione [2] si è pronunciata in senso positivo per il lavoratore. Nel senso che è stata ordinata la reintegra sul posto di lavoro di una lavoratrice che secondo l’azienda aveva pubblicato presunte frasi diffamatorie nei suoi confronti.

Pertanto, è possibile concludere che se il post non è considerato diffamatorio e non lede l’immagine dell’azienda, allora il licenziamento è illegittimo. Ciò in relazione al fatto che esiste un diritto di critica che può essere liberamente espresso se quest’ultimo non comprometta la fama e il buon nome dell’azienda.

note

[1] Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, sentenza del 27 aprile 2018, n. 10280.

[2] Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, sentenza del 31 maggio 2017, n. 13799/2017.


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