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Ricorso contro Agenzia Entrate: quanto tempo per avere i soldi?

27 maggio 2018


Ricorso contro Agenzia Entrate: quanto tempo per avere i soldi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 maggio 2018



Vincere una causa contro il fisco: tempi per il rimborso delle imposte e delle spese di lite vantate dal contribuente nei contribuente.

Fare una causa contro il fisco per piccole cifre non sempre conviene: in parte perché i costi del contributo unificato sono elevati e a questi bisogna sempre aggiungere l’onorario del professionista; in parte perché, molto spesso, anche se vai davanti al giudice, devi sempre pagare una parte dell’imposta richiesta (diversamente viene iscritta a ruolo e rischi la cartella esattoriale). Se poi, a tutto questo, aggiungi che, in caso di vittoria, i tempi di rimborso dell’imposta precedentemente versata e delle spese processuali sono biblici è chiaro che l’interesse del cittadino a una giustizia certa non sempre viene rispettato. Ora però, almeno sotto quest’ultimo versante, ci sono grosse novità. Se ti stai chiedendo «cosa succede se vinco il ricorso contro l’Agenzia delle Entrate? Quanto tempo per avere i soldi?», sappi che è la stessa Agenzia ad aver chiarito quali sono i tempi di rimborso delle imposte pagate e da rimborsare. Vediamo cosa è stato detto in questa occasione.

Quanto tempo ha l’Agenzia delle Entrate per pagare i rimborsi?

Come abbiamo anticipato in apertura, nel momento in cui vinci un ricorso contro l’Agenzia delle Entrate si pone il problema del rimborso di tre tipologie di somme:

  1. le spese processuali cui è stata condannata l’Agenzia;
  2. le imposte per le quali il giudice ha affermato il diritto al rimborso in favore del contribuente (ad esempio rimborso Irap versata in assenza di presupposti); 
  3. le somme versate in via provvisoria dal contribuente nonostante la pendenza del ricorso (poi deciso a favore del contribuente).

Nel momento in cui esce la sentenza e questa dà ragione al cittadino, quanto tempo ha l’Agenzia delle Entrate per pagare questi importi? In passato abbiamo assistito a situazioni paradossali, in cui gli eredi riscuotevano i soldi dovuti ai loro genitori per ricorsi presentati decine di anni addietro. Ora però sembra che tutto ciò sia solo un brutto ricordo. Stando a quanto detto dall’Agenzia delle Entrate, infatti, a seguito della riforma del processo tributario [1] le sentenze emesse dalle commissioni tributarie sono immediatamente esecutive per tutte le parti in causa: vuol dire che devono essere rispettate non appena vengono pubblicate. E ciò vale sia per il fisco che per il contribuente. Pertanto all’amministrazione finanziaria non possono essere concessi termini più lunghi per adempiere. Risultato: l’Agenzia delle Entrate ha 90 giorni di tempo per effettuare il rimborso degli importi da pagare al contribuente in caso di vittoria, da parte di questi, del ricorso.

In sintesi, con la sentenza favorevole al contribuente anche se non definitiva (perché non sono decorsi i termini per l’appello o è stata presentata impugnazione), il rimborso delle somme spettanti deve avvenire entro 90 giorni dalla notifica della decisione all’agenzia delle Entrate; in caso poi di condanna alle spese di lite a favore del contribuente, l’esecuzione della sentenza deve avvenire nel suo complesso da parte dell’Ufficio. 

Più nel dettaglio, bisogna considerare due diverse norme che regolano tali situazioni. 

Nel caso di sentenza favorevole al contribuente all’esito dell’impugnazione di un atto soggetto a riscossione (ad esempio attraverso iscrizione a ruolo o affidamento in carico all’agente della riscossione), la legge [2] prevede che «il tributo corrisposto in eccedenza rispetto a quanto statuito dalla sentenza della commissione tributaria provinciale, con i relativi interessi previsti dalle leggi fiscali, deve essere rimborsato d’ufficio entro 90 giorni dalla notificazione della sentenza». 

Nell’ipotesi invece di sentenza di condanna dell’ufficio al rimborso di versamenti effettuati spontaneamente dal contribuente o al pagamento delle spese di lite, la legge [3] stabilisce che, oltre a disporre l’immediata esecutività delle sentenze di condanna al pagamento di somme in favore del contribuente, prevede che «il pagamento di somme di importo superiore a 10mila euro, diverse dalle spese di lite, possa essere subordinato dal giudice, anche tenuto conto delle condizioni di solvibilità dell’istante, alla prestazione di idonea garanzia». Per l’esecuzione delle predette sentenze, la normativa assegna all’Agenzia delle Entrate il termine di 90 giorni dalla notificazione della sentenza; qualora sia dovuta la garanzia, tale termine decorre dalla presentazione di quest’ultima.

È del resto la stessa Agenzia a chiarire, in una propria circolare, che «L’Ufficio potrà comunque procedere all’erogazione tempestiva del rimborso, anche prima della prestazione della garanzia, ove abbia già deciso di prestare acquiescenza alla sentenza, al fine di evitare di sostenerne i costi» [4].

L’Agenzia delle Entrate chiarisce in ultimo che l’esecuzione della sentenza – e quindi la restituzione al contribuente degli importi indicati nella sentenza che gli dà ragione – va effettuata nel suo complesso, compresa anche l’eventuale condanna alle spese di giudizio (le cosiddette spese processuali). 

Come ottenere dal fisco il rimborso delle somme a causa vinta?

Per ottenere questi rimborsi, che ben difficilmente gli uffici effettueranno di iniziativa in pendenza di sentenza non definitiva, è sempre obbligatoria la notifica della sentenza. Da questo momento l’Agenzia delle Entrate ha 60 giorni di tempo per impugnare la sentenza (se non notifichi invece la sentenza ha sei mesi di tempo).

Anche se il fisco intende presentare impugnazione contro la sentenza che gli dà torto, il termine per il rimborso delle somme (entro 90 giorni) avverrà successivamente alla notifica dell’appello ovvero del ricorso per cassazione. 

In caso di appello o di ricorso per Cassazione sulla decisione che ha riconosciuto al contribuente il diritto al rimborso, quest’ultimo resta libero di non chiedere l’immediata esecuzione della decisione dei giudici (qualora non intenda anticipare gli oneri della garanzia o anche solo per non dover rischiare di restituire le somme ottenute con gli interessi) e di preferire l’attesa di una sentenza definitiva che gli consentirà di avere quanto gli spetta, con gli interessi di legge nel frattempo maturati, senza fornire alcuna garanzia.

Che fare se l’Agenzia delle Entrate non paga le spese e non versa i rimborsi?

Mettiamoci infine nell’ipotesi – tutt’altro che rara purtroppo – in cui il contribuente, pur avendo vinto il ricorso contro il fisco, non ottenga i rimborsi nei 90 giorni previsti dalla legge. Cosa potrà fare? È stata la stessa Agenzia delle Entrate a chiarirlo in una circolare del 2015 [5]: bisogna presentare il ricorso per il cosiddetto giudizio di ottemperanza. Di cosa si tratta?  Tramite il giudizio di ottemperanza il contribuente può adire il giudice tributario quando l’ente impositore non ha dato seguito al comando contenuto nella sentenza. L’ottemperanza è l’unico mezzo di tutela del contribuente a fronte della sentenza rimasta ineseguita, non essendo possibile l’espropriazione forzata. Mediante l’azione di ottemperanza il contribuente, in breve, si rivolge al giudice tributario perché adotti il provvedimento esecutivo della sentenza in luogo dell’Amministrazione, tant’è che il giudizio può comportare la nomina di un commissario ad acta.

Facciamo un esempio. 

Un contribuente ottiene un giudicato di annullamento parziale di un avviso di accertamento, e da ciò consegue l’obbligo, per l’ente, di ricalcolare le somme iscritte a ruolo in precedenza, oggetto di cartelle di pagamento già notificate. Se l’ente impositore non ricalcola le somme (dunque non emette uno sgravio parziale prodromico ad una eventuale cartella di pagamento), è possibile agire in ottemperanza chiedendo l’attuazione del giudicato. Ove, al contrario, l’ente emetta una cartella di pagamento o un avviso di liquidazione degli importi errato, occorre ricorrere nei sessanta giorni contro tale atto sollevando la violazione del giudicato.

note

[1] Dlgs 156/2015, che ha, tra l’altro, modificato la disciplina contenuta negli articoli 68, 69 e 70 del Dlgs 546/1992.

[2] Art. 68, comma 2, del Dlgs 546/92.

[3] Art. 69 del Dlgs 546/1992.

[4] Agenzia Entrate, circolare 38/E/2015.

[5] Agenzia Entrate, circolare 38/E/2015: «Con la riforma degli articoli 68, 69 e 70, è stato previsto un rimedio processuale unico all’eventuale inadempienza dell’Ufficio nell’esecuzione delle sentenze, siano esse definitive o provvisorie. Il contribuente, infatti, in caso di inerzia dell’Ufficio, ai sensi dell’articolo 68, comma 2 e dell’articolo 69, comma 5, può ricorrere unicamente al rimedio dell’ottemperanza a norma del successivo articolo 70».


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