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Lo sai che? Cosa sono i danni morali

Lo sai che? Pubblicato il 27 maggio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 27 maggio 2018

Come fare ad avere il risarcimento dei danni morali, come provare le lesioni e quando la richiesta può essere presentata in causa. Le condizioni per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale.

Se hai intenzione di fare causa a qualcuno e di chiedergli un risarcimento sarai armato delle più bellicose pretese. Così, dovendo quantificare i danni subiti, non ti limiterai certo alle spese sostenute o ai guadagni persi a causa dell’illecito, ma sicuramente vorrai anche i danni morali. Hai sempre sentito questo termine in bocca agli avvocati, così ti trovi a ripeterlo senza forse sapere neanche a cosa si riferisce. Cosa sono i danni morali? Come fare a dimostrare di avere subito un pregiudizio di questo tipo e, soprattutto, come quantificarlo in assenza di documenti che ne determinino l’esatto ammontare? Per quanto possa apparirti scontato, chiedere il risarcimento per la sofferenza causata da un vicino rumoroso che non ti ha fatto dormire la notte, per un arto ingessato a causa di un incidente stradale, per una terapia medica che ha peggiorato la tua salute, per un contrattempo che ti ha impedito di presentarti a un importante appuntamento di lavoro, non è così facile come sembra. Sul concetto di «danno morale» si sono infatti espresse centinaia di sentenze della Cassazione, tutte volte a spiegare i confini di questa particolare figura. In assenza, infatti, di una esplicita definizione di legge, sono i giudici a illustrare il sentiero che deve percorrere chi intende fare una causa di risarcimento.

Se dunque anche tu ti stai chiedendo cosa sono i danni morali, sei capitato sulla pagina giusta: in questo articolo cercheremo di spiegarti di cosa si tratta e come far valere i tuoi diritti.

Cos’è il danno?

Partiamo da una massima di comune saggezza: chi rompe paga. Ma cosa paga? Certamente l’oggetto che ha rotto; quindi è tenuto, nei confronti del proprietario, ad acquistarne uno nuovo. Hai sempre accettato questa regola come un elemento essenziale del vivere civile. Eppure, così interpretata, la regola è sbagliata. Infatti se l’oggetto rotto era anche vecchio, il proprietario si avvantaggerebbe da tale situazione, finendo per lucrare sulla differenza di valore tra quello nuovo (ottenuto in cambio) e quello vecchio ormai rotto. Così è più giusto dire che «chi rompe» non paga il valore di un oggetto nuovo, ma il valore che aveva quello rotto al momento del danno. In altri termini, chi compie un illecito che pregiudica i diritti di un altro soggetto è tenuto a versargli il risarcimento del danno e, in particolare, solo quello effettivamente subìto [1].

A ciò si aggiunge che, molto spesso, non è neanche possibile riportare le cose per come erano prima: quando il danno è ormai irrimediabile (pensa a un pregiudizio alla salute non più curabile), l’unica via percorribile è chiedere un ristoro economico, ossia una somma di denaro.

Finora abbia parlato del danno patrimoniale, quello cioè al portafoglio: la perdita subìta, in termini di soldi, per il danno altrui. Ma oltre al danno patrimoniale esiste anche il danno non patrimoniale, che è quello per la sofferenza fisica e interiore causata dall’illecito. Ad esempio, se una persona ti distrugge un caro oggetto di famiglia, passato di mano di generazione in generazione e probabilmente neanche più utilizzabile, avrai un danno patrimoniale molto basso (l’oggetto aveva uno scarso valore commerciale), ma un danno non patrimoniale elevato (la memoria e l’affetto collegati all’oggetto). Se una persona ti fa uno sfregio sulla faccia, probabilmente non avrai alcun danno dal punto di vista economico se non le medicine acquistate per la guarigione, ma da un punto di vista non patrimoniale il danno sarà estremamente consistente e consiste nel pregiudizio all’estetica e nella vergogna che potresti provare nel mostrarti in pubblico (sia anche per poco tempo) col volto sfigurato.

Il danno non patrimoniale, quindi, al contrario di quello patrimoniale, non è immediatamente quantificabile in termini economici, per cui si ricorre a criteri presuntivi e alla cosiddetta “equità”, un criterio che consente al giudice di determinare il danno di volta in volta sulla base di quanto gli appare giusto nel caso concreto.

Cos’è il danno morale

Quanto abbiamo detto ci porta sulla strada giusta per capire cosa sono i danni morali. Il danno morale rientra nel danno non patrimoniale e consiste in quella sofferenza interiore e psicologica che il danneggiato è costretto a subire in conseguenza del fatto illecito altrui: esso consiste nel cosiddetto patema d’animo, nella sofferenza interiore, il perturbamento psichico o il pregiudizio arrecato alla dignità o integrità morale quale massima espressione della personalità di ogni individuo.

Il danno non patrimoniale – è stato chiarito dalla Cassazione – non si identifica con il solo danno morale ma rappresenta una categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi di ingiusta lesione di un valore garantito dalla Costituzione inerente la persona, dalla quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica. Vi rientrano, oltre al danno morale, sia il danno biologico che il danno esistenziale.

Quando il danno morale può essere risarcito?

Non si deve però ritenere che ogni turbamento psicologico debba essere risarcito. Lo stress per la paura di arrivare tardi a un incontro non è equiparabile a quello subìto da un malato per una diagnosi errata (si pensi al medico che riferisca la presenza di un male incurabile mentre invece non è vero). Secondo la Cassazione, quindi, i semplici disagi o gli inconvenienti della vita quotidiana non possono essere oggetto di risarcimento del danno morale. Ad esempio non può essere risarcito il danno per un taglio di capelli sbagliato o per un tacco di scarpa rotto in un tombino che abbia costretto una donna a zoppicare fino a casa; non può essere risarcito il danno di chi riceve un atto di citazione infondato o una cartella di pagamento illegittima che viene poi annullata dal giudice. Si tratta di pregiudizi della normale quotidianità e il “vivere” porta sempre con sé un margine di rischio. Questo rischio, seppur derivante da un altrui illecito, non può essere oggetto di risarcimento.

Leggi Fare causa per danni morali.

La Cassazione ha più volte detto che i danni morali possono essere risarciti solo in due casi:

  • quando si è violato un diritto costituzionale (quindi uno dei diritti fondamentali della persona come l’onore e la reputazione, la famiglia, la salute, l’identità personale, ecc.);
  • quando il fatto illecito consiste in un reato.

Differenza tra danno morale e danno biologico

Avrai anche sentito parlare di danno biologico. Qual è la differenza col danno morale? Il danno biologico è il danno alla salute, quella limitazione che puoi subire, ad esempio, a un arto dopo aver fatto un incidente o essere caduto da una scala mentre lavoravi. Può essere un danno definitivo o limitato a un periodo di tempo, quello necessario per la guarigione. Va ovviamente risarcito e la quantificazione viene fatta con apposite tabelle, le cosiddette tabelle del danno biologico. In esse viene dato un valore ad ogni punto di invalidità, rapportato anche all’età del danneggiato; sulla scorta di questo valore viene definito quindi il risarcimento.

Invece il danno morale coincide con una sofferenza di natura passeggera, quale turbamento subito sia al momento dell’incidente che in occasione delle cure e della convalescenza dalla malattia ma che poi è destinato a passare. Tale pregiudizio va riconosciuto indipendentemente dall’ipotesi in cui il soggetto leso abbia anche subito un danno biologico di natura fisica o psichica. Il danno morale, quindi, riguardando la lesione della integralità morale della persona umana, è autonomo rispetto al danno biologico. Ne consegue che si può chiedere il risarcimento per il danno morale anche se non spetta alcun risarcimento per il danno biologico e, come già abbiamo visto, per il danno patrimoniale.

Come avere il risarcimento del danno morale?

Se il danno morale è collegato a un danno fisico e, quindi, in presenza di un danno biologico, le cose si semplificano. Infatti quando il danno biologico è superiore a 3 punti percentuali, il danno morale viene di solito risarcito in automatico, come un tutt’uno con il danno biologico.

Invece, quando non c’è un danno fisico è necessario dare una prova concreta e certa dei danni morali. Come? Ogni prova è valida ma deve essere rigorosa. In più, come abbiamo anticipato poc’anzi, si deve trattare di una lesione seria e non di un semplice disagio.   

note

[1] Cass. Civ., S.U., sent. n. 26972/2011 e n. 26975/2011.

Il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici. Ne consegue che è inammissibile, perché costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale.

Corte di Cassazione Sezioni Unite Civile, Sentenza del 11 novembre 2008, n. 26972

La perdita di una persona cara implica necessariamente una sofferenza morale, la quale non costituisce un danno autonomo, ma rappresenta un aspetto – del quale tenere conto, unitamente a tutte le altre conseguenze, nella liquidazione unitaria ed omnicomprensiva – del danno non patrimoniale. Ne consegue che è inammissibile, costituendo una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione, al prossimo congiunto di persona deceduta in conseguenza di un fatto illecito costituente reato, del risarcimento a titolo di danno da perdita del rapporto parentale, del danno morale (inteso quale sofferenza soggettiva, ma che in realtà non costituisce che un aspetto del più generale danno non patrimoniale).

Corte di Cassazione Sezioni Unite Civile, Sentenza del 11 novembre 2008, n. 26972

Il danno biologico, il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, che può causare, nella vittima e nei suoi familiari, un danno medicalmente accertato, un dolore interiore e un’alterazione della vita quotidiana, sicché il giudice di merito deve valutare tutti gli aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni, ma anche “vuoti” risarcitori, e,, in particolare, per il danno da lesione del rapporto parentale, deve accertare, con onere della prova a carico dei familiari della persona deceduta, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinato nei superstiti uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse.

Cass. civ., sez. III, 22 agosto 2013, n. 19402

In caso di morte della vittima a poche ore di distanza dal verificarsi di un sinistro il risarcimento del danno catastrofale – ossia deldanno conseguente alla sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita – può essere riconosciuto agli eredi, a titolo di danno morale, solo a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte. Pertanto, in assenza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte. D’altra parte, in considerazione della natura non sanzionatoria, ma solo riparatoria o consolatoria del risarcimento del danno civile, ai congiunti spetta in questo caso il solo risarcimento conseguente alla lesione della possibilità di godere del rapporto parentale con la persona defunta.

Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 28 gennaio 2013, n. 1871

In merito all’azione risarcitoria esperita in seguito al sinistro stradale, non può accogliersi la richiesta di liquidazione del danno morale ed esistenziale, non potendo ritenersi che il danno c.d. esistenziale costituisca un’autonoma voce di danno. Infatti, la più recente giurisprudenza ha ricondotto plurime voci di danno nell’ambito di un sistema bipolare costituito dal danno patrimoniale, ai sensi dell’art. 2043 c.c. e dal danno non patrimoniale, ai sensi dell’art. 2059 c.c. Il danno esistenziale non costituisce un’autonoma e generica categoria di danno, riferendosi a quei pregiudizi che alterino le abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendo il danneggiato a scelte di vita diverse in relazione all’espressione ed alla realizzazione della sua personalità. Nel procedere alla liquidazione del danno non patrimoniale il giudice quindi, deve considerare non solo il danno biologico in sé ma anche la sofferenza che presumibilmente da esso ne derivi, oltre che della particolare situazione soggettiva emergente dagli atti di causa.

Tribunale Milano, Sezione 10 civile, Sentenza 20 novembre 2012, n. 12815

La parte danneggiata da un comportamento illecito che oggettivamente presenti gli estremi del reato ha diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali, ai sensi dell’art. 2059 cod. civ., i quali debbono essere liquidati in unica somma, da determinarsi tenendo conto di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (sofferenze fisiche e psichiche; danno alla salute, alla vita di relazione, ai rapporti affettivi e familiari, ecc.).

Corte di Cassazione Sezione 3 Civile, Ordinanza del 17 settembre 2010, n. 19816 

Il danno biologico patito dalla ricorrente deve essere calcolato sulla base dei parametri liquidatori dell’art. 139 D.Lgs. n. 209/2005, mentre per il danno morale, occorre procedere equitativamente al cd. appesantimento del punto biologico (cfr. Cass. Sez Un. n. 26972/2008), così da ottenere un’unica somma da liquidarsi a titolo di complessivo danno non patrimoniale.

Tribunale di Piacenza 2 dicembre 2008, n. 842

Nella liquidazione del danno non patrimoniale alla persona, anche dopo le pronunce della Corte di Cassazione a Sezioni Unite del 11.11.2008 va risarcito, accanto al danno biologico, anche il “danno da sofferenza”, ovvero il pregiudizio (che, per mera comodità espositiva, si può continuare a chiamare morale), consistente nel patimento interiore, temporaneo o no, causato dall’illecito. Tale pregiudizio, a soli fini orientativi, può essere articolato in tre tipologie di fattispecie corrispondenti a differenti modi di manifestarsi del danno e ad altrettanti differenti criteri di liquidazione.

Tribunale Torino, sez. IV, 27 novembre 2008, Estensore Dott. Ciccarelli

Il danno biologico patito dall’attore deve essere calcolato sulla base dei parametri liquidatori delle tabelle adottate dal tribunale giudicante; anche il danno morale deve rientrare nell’area del danno biologico (cfr. Cass. Sez Un. n. 26972/2008), del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente.

Tribunale di Monza, sezione II, 25 novembre 2008

In ipotesi di illecito penalmente rilevante, ovvero astrattamente configurabile come reato, il danneggiato ha in ogni caso diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, in quanto scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall’ordinamento. Tale pregiudizio, inteso quale sofferenza morale soggettiva causata dall’altrui fatto ingiusto penalmente rilevante, può essere di carattere permanente o temporaneo e le circostanze a tal fine rilevanti sono valutabili in sede di liquidazione ai fini della personalizzazione del danno. Nel caso concreto, avente ad oggetto il risarcimento del danno non patrimoniale subito dal titolare della sede farmaceutica per i ripetuti furti di denaro effettuati ai danni della stessa dalla commessa, la circostanza che il titolare aveva assunto la stessa offrendole la massima fiducia, che l’accertamento degli ammanchi richiedeva una lunga fase di complessi accertamenti contabili e di consulenze legali, che l’evento arrecava pubblicità negativa derivante dalla costante diffusione di notizie sulla vicenda, consentono di ritenere conforme ad equità la quantificazione del risarcimento del danno morale nella misura di circa un mezzo di quanto indebitamente sottratto dal patrimonio del danneggiato.

Corte d’Appello Roma, Sezione 3 civile, Sentenza 8 gennaio 2013, n. 47

Il risarcimento del danno non patrimoniale sotto il profilo del pregiudizio morale può essere accordato ad un coniuge per la morte dell’altro anche se vi sia tra le parti uno stato di separazione personale, purché si accerti che l’altrui fatto illecito (nella specie il sinistro stradale causa del decesso) abbia provocato nel coniuge superstite quel dolore e quelle sofferenze morali che solitamente si accompagnano alla morte di una persona più o meno cara, per cui è necessario dimostrare che, nonostante la separazione, sussiste ancora un vincolo affettivo particolarmente intenso, con la conseguenza che l’evento morte ha determinato un pregiudizio in capo al superstite.

Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 17 gennaio 2013, n. 1025

Non sussiste un diritto fondamentale al “tempo libero”, poiché l’impiego del tempo a fini lavorativi o a fini diversi è rimesso all’esclusiva autodeterminazione della persona. Ne consegue che la lesione di tale diritto “immaginario” non è risarcibile quale danno non patrimoniale. (Nella specie, in applicazione del principio, la Corte ha respinto il ricorso proposto da un avvocato avverso la decisione di merito che ne aveva rigettato la domanda contro il Ministero della giustizia per il risarcimento della “perdita del tempo libero” imputata a disservizi degli uffici giudiziari).

Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 4 dicembre 2012, n. 21725

Ai fini della liquidazione del danno morale, si deve tener conto delle condizioni soggettive della persona danneggiata e della gravità del fatto, senza che possa escludersi l’ammissibilità della sua quantificazione in proporzione al danno biologico riconosciuto.

Corte di Cassazione Sezione 3 Civile Sentenza del 19 gennaio 2010, n. 702

Una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 del c.c. induce a ricomprendere nella categoria dei danni non patrimoniali anche i danni che derivano dalla violazione e lesione di posizioni soggettive protette, di rango costituzionale o ordinario, sulla base di precisi riferimenti normativi. Tale inclusione prescinde dall’accertamento di un fatto reato e conduce ad una distinzione ontologica tra danno morale da reato, al quale appartiene la configurazione tradizionale del danno sanzione (mentre deve ritenersi superata la sua riconducibilità ad una “pecunia doloris”, anche alla luce dell’art. II-61 della Costituzione europea che tutela l’integrità morale dell’individuo sotto il valore universale della dignità) ed il danno non patrimoniale in relazione a lesione di diritti inviolabili o fondamentali e di interessi giuridici protetti perché inerenti a beni della vita od a beni essenziali per la comunità (come accade per l’habitat, l’inquinamento, l’ambiente di lavoro, etc.) con una eterogeneità di situazioni che rendono difficile una classificazione categoriale generale. La tutela del danno non patrimoniale è dunque risarcitoria a titolo pieno, come accade per il danno patrimoniale.

Nell’ipotesi di lesione di un valore inerente alla persona costituzionalmente garantito da cui sia scaturito un pregiudizio di natura non patrimoniale, quale il danno da compromissione del rapporto parentale subito dai congiunti della vittima rimasta uccisa o gravemente lesa a seguito di fatto illecito, il danno non patrimoniale, seppur ontologicamente diverso dal danno morale soggettivo contingente, andrà anch’esso risarcito ai sensi dell’art. 2059 c.c., ma in tal caso tale norma, alla luce di un’interpretazione costituzionalmente orientata, andrà svincolata dal limite della riserva di legge correlata all’art. 185 c.p.

Corte di Cassazione Sezione 3 Civile Sentenza del 31 maggio 2003, n. 8827

Nell’ambito del danno non patrimoniale ai sensi dell’articolo 2059 del C.c. sono individuabili la categoria del danno morale, o danno soggettivo puro, riconducibile alla sofferenza morale soggettiva, quella del danno biologico, riconducibile alla lesione dell’integrità psico-fisica e cioè alla compromissione della salute, e quella del danno esistenziale, riconducibile alla sfera realizzatrice dell’individuo e attinente al “fare” del soggetto offeso. è risarcibile il danno derivante dalla condotta che abbia impedito a un soggetto di poter realizzare liberamente una propria, legittima, opzione di vita (nella specie, la cassa di previdenza aveva negato all’iscritto il diritto alla pensione sulla base di una interpretazione di legge ritenuta errata dal giudice amministrativo, con la conseguenza che il soggetto aveva dovuto continuare a lavorare per otto anni invece di godere della pensione).

Corte di Cassazione Sezione Lavoro Civile Sentenza del 10 febbraio 2010, n. 3023

Con riferimento ad un’ipotesi di uccisione di stretto congiunto in conseguenza di sinistro stradale, deve essere riconosciuto il danno esistenziale come autonoma voce di danno da collocarsi unitamente al danno morale “soggettivo” ed al danno biologico all’interno della categoria generale del danno non patrimoniale di cui all’art. 2059  c.c., quale danno alla salute in senso lato che si sostanzia in una modificazione (peggiorativa) della personalità dell’individuo, che si obiettivizza socialmente nella negativa incidenza sul relativo modo di rapportarsi con gli altri, sia all’interno del nucleo familiare, che all’esterno del medesimo, nell’ambito dei comuni rapporti della vita di relazione, in conseguenza della subìta alterazione, della privazione (oltre che di quello materiale anche) del rapporto personale con lo stretto congiunto nel suo essenziale aspetto affettivo o di assistenza morale (cura, amore), cui ciascun componente del nucleo familiare ha diritto nei confronti dell’altro.

Corte di Cassazione, Sezione 3 Civile, Sentenza del 12 giugno 2006, n. 13546

In tema di danno esistenziale, lo stress psicologico da timore è solo una conseguenza della lesione di un possibile interesse protetto, il quale va tuttavia previamente individuato perché possa anche solo venire in considerazione il danno in ipotesi derivato dalla lesione dello stesso; peraltro, né la serenità né la sicurezza costituiscono, in se stesse considerate, diritti fondamentali di rango costituzionale inerenti la persona, la cui lesione consente il ricorso alla tutela risarcitoria del danno non patrimoniale (in applicazione di tale principio, la Corte ha accolto il ricorso del Comune di Reggio Calabria presentato contro la decisione della Corte d’appello, che lo aveva condannato a risarcire il danno esistenziale ad una famiglia che viveva in un appartamento adiacente a un lampione e per questo facilmente raggiungibile dai ladri).

Corte di Cassazione, Sezione III civile, 12 febbraio 2008, n. 3284

Il danno esistenziale si fonda sulla natura non meramente emotiva e interiore (propria del cosiddetto danno morale), ma oggettivamente accertabile del pregiudizio attraverso la prova di scelte di vita diverse da quelle che sì sarebbero adottate se non si fosse verificato l’evento dannoso, e va quindi dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedottisi possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ex art. 115 c.p.c., a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento preventivo e nella valutazione delle prove.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civile, Sentenza del 24 marzo 2006, n. 6572

Il risarcimento del danno professionale, biologico ed esistenziale derivante dal demansionamento e dalla dequalificazione del lavoratore postula l’allegazione dell’esistenza del pregiudizio e delle sue caratteristiche, nonché la prova dell’esistenza del danno e del nesso di causalità con l’inadempimento, prova che, quanto al danno esistenziale può essere fornita anche ricorrendo a presunzioni.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civile, Sentenza del 24 marzo 2006, n. 6572

La prova del danno esistenziale da uccisione dello stretto congiunto, che deve essere accertato e liquidato anche quando venga genericamente chiesto il risarcimento del danno non patrimoniale in assenza di specifiche limitazioni della domanda a solo alcune delle altre voci (danno morale, danno biologico) che tale categoria compongono, è a carico del danneggiato e può essere data anche a mezzo di presunzioni.

Corte di Cassazione, Sezione 3 Civile, Sentenza del 12 giugno 2006, n. 13546

Sebbene il riconoscimento del danno non patrimoniale si configuri come danno conseguente alla lesione di valori inerenti alla persona, e non solo come “danno morale soggettivo”, non vi è dubbio che tale danno, definito come “esistenziale”, non può considerarsi esistente “in re ipsa” e, cioè, coincidente con la lesione dell’interesse tutelato, occorrendo invece la prova specifica di dette conseguenze, che ben possono avere diversa ampiezza e consistenza, e, che, essendo strettamente legate alle situazioni contingenti, oggettive e soggettive, di volta in volta diverse, non possono essere oggetto di alcuna presunzione. Pur tuttavia, deve escludersi che il danno esistenziale coincida semplicemente con la lesione del bene salute e che, quindi, sia conseguenza necessaria della lesione fisica subita dal danneggiato, se pure grave, prescindendo “in toto” dalla prova di un danno (diverso ed ulteriore rispetto alla vera e propria malattia, per un verso, ed alla sofferenza contingente, per altro verso).

Tribunale di Bari, Sezione III, 19 ottobre 2007, n. 2363

In relazione alla questione cruciale del limite, al quale l’ art. 2059 c.c. assoggetta il risarcimento del danno non patrimoniale mediante la riserva di legge (originariamente esplicata dal solo art. 185 c.p.), deve escludersi, allorquando vengano in considerazione valori personali di rilievo costituzionale, che il risarcimento del danno non patrimoniale, che ne consegua, sia soggetto al limite derivante dalla riserva di legge correlata all’art. 185 c.p.: ciò che rileva, ai fini dell’ammissione a risarcimento, in riferimento all’art. 2059 c.c., è l’ingiusta lesione di un interesse alla persona, dal quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica. In particolare, una lettura della norma costituzionalmente orientata impone di ritenere inoperante il detto limite, se la lesione ha riguardato valori della persona costituzionalmente garantiti.

Corte di Cassazione Sezione 3 Civile, Sentenza del 31 maggio 2003, n. 8828

Può dirsi oramai superata la tradizionale affermazione secondo la quale il danno non patrimoniale riguardato dall’art. 2059 c.c. si identificherebbe con il cosiddetto danno morale soggettivo, dovendosi adottare un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., tesa a ricomprendere nell’astratta previsione della norma ogni danno di natura non patrimoniale derivante da lesione di valori inerenti alla persona: e dunque sia il danno morale soggettivo, inteso come transeunte turbamento dello stato d’animo della vittima; sia il danno biologico in senso stretto, inteso come lesione dell’interesse, costituzionalmente garantito, all’integrità psichica e fisica della persona, conseguente ad un accertamento medico (art. 32 Cost.); sia infine il danno (spesso definito in dottrina ed in giurisprudenza come esistenziale) derivante dalla lesione di (altri) interessi di rango costituzionale inerenti alla persona.

Corte Costituzionale, Sezione 3 Civile, Sentenza del 11 luglio 2003, n. 233

Danno non patrimoniale e danno morale sono nozioni distinte: il primo comprende ogni conseguenza pregiudizievole di un illecito che, non prestandosi ad una valutazione monetaria di mercato, non possa essere oggetto di risarcimento sebbene di riparazione, mentre il secondo consiste nella cosiddetta “pecunia doloris”; poiché il danno non patrimoniale comprende gli effetti lesivi che prescindono dalla personalità giuridica del danneggiato, il medesimo è riferibile anche a enti e persone giuridiche (nella specie, in applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva riconosciuto in favore di una società di capitali il risarcimento del danno non patrimoniale con riguardo a reato di diffamazione.

Corte di Cassazione Sezione 3 Civile Sentenza del 3 marzo 2000, n. 2367

Il risarcimento del danno morale, in favore del soggetto danneggiato per lesione del valore della persona umana costituzionalmente garantito, prescinde dall’accertamento di un reato in suo danno. Ciò comporta che, a seguito di tale lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., il risarcimento del danno morale subiettivo conseguente alla lesione del bene salute, tutelato dall’art. 32 Cost., non è limitato ai soli casi in cui sussista un’ipotesi di reato.

Corte di Cassazione, Sezione 3 Civile, Sentenza del 20 ottobre 2005, n. 20323

Nel vigente ordinamento il danno non patrimoniale di cui all’articolo 2059 del C.c. non può più essere identificato soltanto con il danno morale soggettivo, costituito dalla sofferenza contingente e dal turbamento dell’animo transeunte, determinati da fatto illecito integrante reato. A seguito di una lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 ultimo comma, del C.c. le norme costituzionali, che attengono a valori inviolabili della persona umana, non solo hanno efficacia precettiva nei confronti dello Stato, ma sono anche immediatamente efficaci nei rapporti privatistici. Pertanto, nell’ambito del danno non patrimoniale, di cui all’articolo 2059 del C.c., rientra, oltre al tradizionale danno morale subiettivo nei casi previsti dalla legge, anche ogni ipotesi in cui si verifichi un’ingiusta lesione di valori della persona costituzionalmente garantiti, dalla quale lesione conseguano pregiudizi non suscettivi di valutazione economica, senza soggezione al limite derivante dalla riserva di legge correlata principalmente all’articolo 185 del C.p. Non essendo possibile porre limiti alla risarcibilità di valori della persona umana, nella misura e nei casi in cui sono considerati inviolabili dalla Costituzione, anche a detti valori va riconosciuta la tutela minima, e cioè quella risarcitoria.

Corte di Cassazione, Sezione 2 Civile, Sentenza del 24 aprile 2007, n. 9861

Il danno non patrimoniale ex articolo 2059 del C.c. è, diversamente dal danno patrimoniale ex articolo 2043 del c.c., danno scaturente dall’evento dannoso di carattere tipico, che si compendia nella triplice accezione del danno morale soggettivo, quale mero dolore o patema d’animo interiore; del danno biologico, consistente nella lesione all’integrità psicofisica accertabile in sede medico-legale; del cosiddetto danno esistenziale, quale pregiudizio che determina una modifica peggiorativa della personalità da cui consegue uno sconvolgimento delle abitudini di vita, con alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della comune vita di relazione, sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare, conseguente all’ingiusta violazione di valori essenziali costituzionalmente tutelati della persona.

Corte di Cassazione, Sezione 2 Civile, Sentenza del 24 aprile 2007, n. 9861

Poiché anche nei confronti della persona giuridica (e in genere dell’ente collettivo) è configurabile la risarcibilità del danno non patrimoniale, laddove il fatto lesivo incida su una situazione giuridica della persona giuridica o dell’ente che sia equivalente ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla Costituzione – e, fra tali diritti, rientra l’immagine della persona giuridica o dell’ente – allorquando si verifichi la lesione di tale immagine è risarcibile, oltre al danno patrimoniale, se verificatosi, e se dimostrato, il danno non patrimoniale costituito dalla diminuzione della considerazione dell’ente nel che si esprime la sua immagine, sia sotto il profilo della incidenza negativa che tale diminuzione comporta nell’agire delle persone fisiche che ricoprano gli organi della persona giuridica e, quindi, nell’agire dell’ente, sia sotto il profilo della diminuzione della considerazione da parte dei consociati in genere, o di settori o categorie di essi, con le quali l’ente di norma interagisca. Il suddetto danno non patrimoniale va liquidato in via equitativa, tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto.

Corte di Cassazione, Sezione 3 Civile, Sentenza del 4 giugno 2007, n. 12929

Il sistema tradizionale di liquidazione del danno alla persona prevedeva il sostanziale inquadramento del danno in tre distinte categorie: danno alla salute, danno morale e danno patrimoniale. Secondo il nuovo orientamento giurisprudenziale, invece, l’ art. 2059 c.c. ricomprende nell’astratta previsione della norma ogni danno di natura non patrimoniale derivante dalla lesione dei valori inerenti alla persona. Perciò, il danno alla persona va visto sotto l’aspetto della compromissione della integrità psico-fisica del danneggiato (danno biologico), del “pretium doloris” conseguito (danno morale) e dell’eventuale pregiudizio patrimoniale accertabile e valutabile secondo lo schema normativo offerto dagli art. 1223 e 2056 c.c.

Tribunale di Trani, 14 marzo 2008, n. 76

In tema di risarcimento dei danni da responsabilità civile, la domanda di risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, proposta dal danneggiato nei confronti del soggetto responsabile, comprende necessariamente anche la richiesta volta al risarcimento del danno biologico anche se non dovesse contenere alcuna precisazione in tal senso, in quanto la domanda, per la sua onnicomprensività, esprime la volontà di riferirsi ad ogni possibile voce di danno.

Corte di Cassazione, Sezione III civile, 25 febbraio 2008, n. 4718

La mancanza di “danno” (conseguenza dannosa) biologico non esclude, in astratto, la configurabilità di un danno morale soggettivo (da sofferenza interiore) e di un possibiledanno “dinamico-relazionale”, sia pur circoscritto nel tempo.

Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 3 ottobre 2013, n. 22585

Il danno biologico, il danno morale e il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, in quanto un determinato evento può causare, nella persona della vittima come in quelle dei familiari, un danno alla salute medicalmente accertabile, un dolore interiore e un’alterazione della vita quotidiana. Ciò non significa che il giudice di merito sia tenuto, in via automatica, alla liquidazione separata di tutte queste singole poste didanno, ma si traduce nell’obbligo di tenere presente i diversi aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni ma anche vuoti risarcitori; quanto al danno da lesione del rapporto parentale, il giudice dovrà accertare, con onere della prova a carico dei familiari, se a seguito del fatto lesivo si sia determinato nei superstiti uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse.

Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 22 agosto 2013, n. 19402

Il danno morale, pur costituendo un pregiudizio non patrimoniale al pari del danno biologico, non è ricompreso in quest’ultimo e va liquidato a parte, con criterio equitativo che tenga debito conto di tutte le circostanze del caso concreto. È, pertanto, errata la liquidazione di tale pregiudizio in misura pari ad una frazione dell’importo liquidato a titolo di danno biologico, perché tale criterio non rende evidente e controllabile l’iter logico attraverso cui il giudice di merito sia pervenuto alla relativa quantificazione, né permette di stabilire se e come abbia tenuto conto della gravità del fatto, delle condizioni soggettive della persona, dell’entità della relativa sofferenza e del turbamento del suo stato d’animo.

Cass. civ., sez. III, 16 febbraio 2012, n. 2228

In caso di morte che segua le lesioni dopo breve tempo, la sofferenza psichica patita dalla vittima delle lesioni fisiche integra un danno che deve essere qualificato, e risarcito “iure haereditatis” (con liquidazione ancorata alla gravità dell’offesa ed alla serietà del pregiudizio), come danno morale e non come danno biologico, giacché una tale sofferenza, di massima intensità anche se di durata contenuta, non è suscettibile, in ragione del limitato intervallo temporale di tempo tra lesione e morte, di degenerare in patologia.

Corte di Cassazione Sezione 3 Civile Sentenza del 12 febbraio 2010, n. 3357

Nell’ambito del danno non patrimoniale ai sensi dell’articolo 2059 del C.c. sono individuabili la categoria del danno morale, o danno soggettivo puro, riconducibile alla sofferenza morale soggettiva, quella del danno biologico, riconducibile alla lesione dell’integrità psico-fisica e cioè alla compromissione della salute, e quella del danno esistenziale, riconducibile alla sfera realizzatrice dell’individuo e attinente al “fare” del soggetto offeso. è risarcibile il danno derivante dalla condotta che abbia impedito a un soggetto di poter realizzare liberamente una propria, legittima, opzione di vita (nella specie, la cassa di previdenza aveva negato all’iscritto il diritto alla pensione sulla base di una interpretazione di legge ritenuta errata dal giudice amministrativo, con la conseguenza che il soggetto aveva dovuto continuare a lavorare per otto anni invece di godere della pensione).

Corte di Cassazione Sezione Lavoro Civile Sentenza del 10 febbraio 2010, n. 3023

Il “danno biologico” consiste nella menomazione dell’integrità psico-fisica dell’offeso, che trasforma in patologica la stessa fisiologica integrità e costituisce l’evento interno al fatto illecito, legato da un lato all’altra componente interna del fatto, il comportamento, da un nesso di causalità e dall’altro, alla (eventuale) componente esterna, danno morale subiettivo (o danno patrimoniale) da altro, diverso, ulteriore rapporto di causalità materiale. Esso è danno specifico, cioè un tipo di danno che si identifica con un tipo di evento, mentre il danno morale subiettivo è, invece, un genere di danno-conseguenza, che può derivare da una serie numerosa di tipi di eventi; così come genere di danno-conseguenza, condizione obiettiva di risarcibilità al pari di quello morale, è il danno patrimoniale, che, a sua volta, può derivare da diversi eventi tipici. Diversamente dalle conseguenze morali subiettive o patrimoniali che presuppongono avvenuto l’intero fatto illecito, cioè il comportamento più l’evento, e possono anche mancare in tutto o in parte, il “danno biologico”, in quanto evento interno al fatto lesivo della salute, deve necessariamente esistere ed essere provato.

Corte Costituzionale, Sentenza del 14 luglio 1986, n. 184

L’ art. 2043 c.c. è una sorta di “norma in bianco” in quanto, mentre vi è espressamente e chiaramente indicata l’obbligazione risarcitoria, che consegue al fatto doloso o colposo, non sono individuati i beni giuridici la cui lesione è vietata, essendo l’illiceità oggettiva del fatto, che condiziona il sorgere della detta obbligazione, indicata unicamente attraverso l'”ingiustizia” del danno prodotto dall’illecito. Esso quindi contiene una norma giuridica secondaria, la cui applicazione presuppone l’esistenza di una norma giuridica primaria, perché non fa che statuire le conseguenze dell’iniuria, dell’atto contra ius, cioè della violazione di una norma di diritto obiettivo, integrativa del precetto non espresso. Pertanto, il riconoscimento del diritto alla salute, come fondamentale diritto alla persona umana, comporta il riconoscimento che l’ art. 32, primo comma, Cost. integra l’ art. 2043 cit., completandone il precetto primario.

Corte Costituzionale, Sentenza del 14 luglio 1986, n. 184

Una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 del c.c. induce a ricomprendere nella categoria dei danni non patrimoniali anche i danni che derivano dalla violazione e lesione di posizioni soggettive protette, di rango costituzionale o ordinario, sulla base di precisi riferimenti normativi. Tale inclusione prescinde dall’accertamento di un fatto reato e conduce ad una distinzione ontologica tra danno morale da reato, al quale appartiene la configurazione tradizionale del danno sanzione (mentre deve ritenersi superata la sua riconducibilità ad una “pecunia doloris”, anche alla luce dell’art. II-61 della Costituzione europea che tutela l’integrità morale dell’individuo sotto il valore universale della dignità) ed il danno non patrimoniale in relazione a lesione di diritti inviolabili o fondamentali e di interessi giuridici protetti perché inerenti a beni della vita od a beni essenziali per la comunità (come accade per l’habitat, l’inquinamento, l’ambiente di lavoro, etc.) con una eterogeneità di situazioni che rendono difficile una classificazione categoriale generale. La tutela del danno non patrimoniale è dunque risarcitoria a titolo pieno, come accade per il danno patrimoniale.

Corte di Cassazione Sezione 3 Civile, Sentenza del 31 maggio 2003, n. 8827

Il soggetto che chiede “iure proprio” il risarcimento del danno subito in conseguenza della uccisione di un congiunto per la definitiva perdita del rapporto parentale lamenta l’incisione di un interesse giuridico diverso sia dal bene salute, del quale è titolare (la cui tutela “ex” art. 32 Cost., ove risulti intaccata l’integrità psicofisica, si esprime mediante il risarcimento del danno biologico), sia dall’interesse all’integrità morale (la cui tutela, ricollegabile all’art. 2 Cost., ove sia determinata una ingiusta sofferenza contingente, si esprime mediante il risarcimento del danno morale soggettivo), e ciò in quanto l’interesse fatto valere è quello alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzatrici della persona umana nell’ambito di quella peculiare formazione sociale costituita dalla famiglia, la cui tutela è ricollegabile agli artt. 2, 29 e 30 Cost. Trattasi di interesse protetto, di rilievo costituzionale, non avente natura economica, la cui lesione non apre la via ad un risarcimento ai sensi dell’art. 2043 cod. civ., nel cui ambito rientrano i danni patrimoniali, ma ad una riparazione ai sensi dell’art. 2059 cod. civ. – senza il limite ivi previsto in correlazione all’art. 185 cod. pen. in ragione della natura del valore inciso -, vertendosi in materia di danno che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato.

Corte di Cassazione, Sezione 3 Civile, Sentenza del 31 maggio 2003, n. 8828

Il danno biologico, che costituisce un danno non patrimoniale risarcibile a norma dell’art. 2059 c.c., è liquidabile esclusivamente mediante il ricorso a criteri equitativi a norma del combinato disposto degli artt. 1226 e 2056 c.c., ben potendo quindi il giudice ricorrere al criterio del valore del punto di invalidità, calcolato sulla media dei precedenti giudiziari, purché il ricorso a tale criterio sia sorretto da congrua motivazione in ordine all’adeguamento del valore medio del punto alla peculiarità del caso.

Corte di Cassazione, Sezione 3 Civile, Sentenza del 4 novembre 2003, n. 16525

Il danno psichico, nell’accezione di danno biologico, lamentato dallo stretto familiare della vittima, deceduta a seguito di incidente stradale, consiste nella lesione della salute in forma di patologia fisio-psichica e, pur differenziandosi dal danno morale soggettivo per il carattere permanente del trauma, trova fondamento non nell’art. 2043 c.c., bensì nell’art. 2059 c.c., traendo origine dal medesimo turbamento dell’equilibrio psichico che integra il danno morale soggettivo; tuttavia, non potendosi trascurare la differenza tra i due danni, ove sia fornita la prova che il decesso abbia inciso sulla salute dei congiunti, deve essere accordato il risarcimento de danno biologico, il cui ammontare va commisurato alle conseguenze del trauma permanente, fisico o psichico, in termini di perdita di qualità personali.

Corte d’Appello Roma Sezione 3 Civile, Sentenza del 19 febbraio 2008, n. 492

Il danno morale soggettivo è sicuramente connesso nella normalità dei casi a un danno biologico, nel senso che si registra sovente in conseguenza degli stessi episodi; le due nozioni non coincidono tuttavia necessariamente, perché vi sono ipotesi di lesioni dell’integrità fisica senza danno morale risarcibile; vi sono altresì ipotesi in cui si registra un danno morale soggettivo senza lesione della validità psico-fisica: ad esempio nel caso di reato di percosse o anche di lesioni semplicemente tentate.

Corte d’Appello Torino, Sentenza del 19 gennaio 2007

Nella fattispecie la Suprema Corte ha censurato la decisione di merito che aveva liquidato il danno morale, derivante da sinistro stradale, nella misura della metà di quanto liquidato a titolo di risarcimento del danno biologico, in base al principio per cui il danno morale, inerendo all’integrità danno morale della persona ed alla dignità dell’uomo, costituisce una categoria autonoma di danno.

Corte di Cassazione, Sezione 3 Civile, Sentenza del 15 marzo 2007, n. 5987

Nel caso di accertamento di un danno biologico di rilevante entità e di duratura permanenza, il danno morale non può essere liquidato in modo automatico e “pro quota” come una lesione minore: esso ha una propria fisionomia, oltre che precisi referenti costituzionali, e dunque merita un ristoro tendenzialmente satisfattivo e non semplicemente simbolico; nessuna norma costituzionale, infatti, consente al giudice di stabilire che l’integrità morale valga la metà di quella fisica.

Corte di Cassazione, Sezione III civile, 04 marzo 2008, n. 5795

L’esistenza del danno parentale, qualunque sia il profilo dedotto (come danno diretto di ordine psichico, o come patema d’animo proprio del danno morale, o come autonomo danno esistenziale, ma ancorato a posizioni soggettive costituzionalmente protette) deve essere provato come danno conseguenza. (Nella specie: con riguardo a un illecito sanitario da cui era derivata la morte di una giovanissima paziente ricoverata e non debitamente curata).

Corte di Cassazione, Sezione 3 Civile, Sentenza del 8 ottobre 2007, n. 20987

La parte danneggiata da un comportamento illecito che oggettivamente presenti gli estremi del reato ha diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali, ai sensi dell’articolo 2059 cod. civ., i quali debbono essere liquidati in unica somma, da determinarsi tenendo conto di tutti gli aspetti che il danno non patrimoniale assume nel caso concreto (sofferenze fisiche e psichiche; danno alla salute, alla vita di relazione, ai rapporti affettivi e familiari, ecc.).

Corte di Cassazione Sezione 3 Civile, Ordinanza del 17 settembre 2010, n. 19816

Nel bipolarismo risarcitorio (danni patrimoniali e danni non patrimoniali) previsto dalla legge, al di là della questione puramente nominalistica, non é possibile creare nuove categorie di danni, ma solo adottare, per chiarezza del percorso liquidatorio, voci o profili di danno, con contenuto descrittivo -ed in questo senso ed a questo fine può essere utilizzata anche la locuzione danno esistenziale, accanto a quella di danno morale e danno biologico-, tenendo conto che, da una parte, deve essere liquidato tutto il danno, non lasciando privi di risarcimento profili di detto danno, ma che, dall’altra, deve essere evitata la duplicazione dello stesso che urta contro la natura e la funzione puramente risarcitoria della responsabilità aquiliana.

Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 30.10.2007, n. 22884

In tema di responsabilità aquiliana, il danno non patrimoniale deve essere risarcito non solo nei casi di lesione di situazioni soggettive costituzionalmente protette, ma anche nei casi di situazioni legislativamente protette come figure tipiche di danno non patrimoniale, rientranti nell’ambito di una lettura costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 del codice civile. Non appare riconducibile tuttavia né all’una né all’altra categoria di danni non patrimoniali risarcibili la perdita, a seguito di un fatto illecito (incidente stradale), di un cavallo indicato dalla parte come animale di affezione, in quanto essa non è qualificabile come fattispecie di danno esistenziale consequenziale alla lesione di un interesse della persona umana alla conservazione di una sfera di integrità affettiva costituzionalmente tutelata, né tanto meno può essere sufficiente a tal fine la deduzione di un danno in re ipsa, con il generico riferimento alla perdita della qualità della vita.

Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 27.06.2007, n. 14846

La struttura dell’articolo 2059 del codice civile limita il risarcimento del danno non patrimoniale ai soli casi previsti dalla legge. Ne consegue che ai fini dell’articolo 2059 del codice civile non può farsi riferimento a una generica categoria di danno esistenziale (dagli incerti e non definiti confini), poiché attraverso questa via si finisce per portare anche il danno non patrimoniale nella atipicità, sia pure attraverso l’individuazione della apparente tipica figura categoriale del danno esistenziale. Non è sufficiente, quindi, come per il danno patrimoniale, che sussista una lesione di una posizione giuridica considerata meritevole di tutela da parte dell’ordinamento, sia pure fini diversi da quelli risarcitori, ma è necessario, ai fini della risarcibilità ex articolo 2059 del codice civile, che tale lesione attenga a valori della persona umana che la Costituzione dichiari inviolabili, che, come tali, oggetto almeno della tutela minima, che è quella risarcitoria.

Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 09.11.2006, n. 23918

Ai fini dell’art. 2059 c.c. non può farsi riferimento ad una generica categoria di “danno esistenziale” (dagli incerti e non definiti confini), poiché attraverso questa via si finisce per portare anche il danno non patrimoniale nell’atipicità, sia pure attraverso l’individuazione dell’apparente tipica figura categoriale del “danno esistenziale”, in cui tuttavia confluiscono fattispecie non necessariamente previste dalla norma ai fini specifici della risarcibilità di tale tipo di danno, mentre tale situazione non è voluta dal legislatore ordinario né è necessitata dall’interpretazione costituzionale dell’art. 2059 c.c., che rimane soddisfatta dalla tutela risarcitoria di specifici valori della persona, ritenuti inviolabili dalla norma costituzionale. Pertanto il risarcimento del danno non patrimoniale, fuori dalla ipotesi di cui all’art. 185 c.p. e delle altre minori ipotesi legislativamente previste, attiene solo all’ipotesi specifiche di valori costituzionalmente garantiti (la salute, la famiglia, la reputazione, la libertà di pensiero, ecc), ma in questo caso non vi è un generico danno non patrimoniale “esistenziale”, ma un danno da lesione di quello specifico valore di cui al referente costituzionale. Non è sufficiente, quindi, come per il danno patrimoniale, che sussista una lesione di una posizione giuridica considerata meritevole di tutela da parte dell’ordinamento, sia pure a fini diversi da quelli risarcitori, ma è necessario, ai fini della risarcibilità ex art. 2059 c.c., che tale lesione attenga a valori della persona umana che la Costituzione dichiari inviolabili, e, come tali, oggetto almeno della tutela minima, che è quella risarcitoria.

Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 15.07.2005, n. 15022

Riportata la responsabilità aquiliana nell’ambito della bipolarità prevista dal codice vigente tra danno patrimoniale (Art. 2043 del C.c.) e danno non patrimoniale (Art. 2059 del C.c.), e ritenuto che, ferma la tipicità prevista da quest’ultima norma, il danno non patrimoniale debba essere risarcito non solo nei casi previsti dalla legge ordinaria, ma anche nei casi di lesione di valori della persona umana costituzionalmente protetti, ai quali va riconosciuta la tutela minima, che è quella risarcitoria, va escluso che sia oggetto di tutela una generica categoria di danno esistenziale nella quale far confluire fattispecie non previste dalla norma e non necessitate dall’interpretazione costituzionale dell’articolo 2059 del codice civile.

Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 15.07.2005, n. 15022

L’atipicità dell’illecito aquiliano è limitata al risarcimento del danno patrimoniale, mentre per il danno non patrimoniale non esiste un’astratta categoria di ‘danno esistenziale è risarcibile, poiché la risarcibilità è limitata ex art. 2059 c.c. ai soli casi previsti dalla legge, per essi intendendosi sia i casi da questa espressamente previsti sia quelli di lesione di specifici valori della persona umana garantiti dalla costituzione.

Corte di Cassazione Sezione 3 civile, Sentenza 15.07.2005, n. 15022

Non è risarcibile, quale componente del danno non patrimoniale distinta dal danno morale, il danno da lesione della serenità familiare subito dai prossimi congiunti di chi abbia subito lesioni a causa di un incidente, in quanto la tutela dell’interesse all’intangibilità della sfera degli affetti, al mantenimento della reciproca solidarietà in ambito familiare e alla inviolabilità della libera e piena esplicazione della realizzazione della persona umana all’interno della famiglia è circoscritta all’ipotesi -più grave- del danno subito in conseguenza della uccisione del prossimo congiunto, per la definitiva perdita del rapporto parentale.

Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 01.12.2004, n. 22593


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