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Lo sai che? Bugie e falsità a un processo: come difendersi dall’avversario

Lo sai che? Pubblicato il 27 maggio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 27 maggio 2018

Se in causa l’atto di citazione, la comparsa di risposta o le note difensive affermano dei fatti non veri non è possibile denunciare per falso: le menzogne in processo non sono reato.

Hai in corso una causa. Il tuo avversario ha appena depositato il proprio atto difensivo in cui afferma una serie di menzogne clamorose. Non riesci a capacitartene: non si tratta, infatti, di una semplice difesa o dei classici sofismi legali: sono calunnie belle e buone! Esterrefatto dinanzi a tante bugie, lo fai presente al tuo avvocato chiedendogli di denunciarlo per falsità. Lui però ti dice che non si può: il diritto alla difesa – sostiene ancorandosi alla Costituzione – consente anche di “esagerare”, almeno nelle cause civili. Gli domandi allora se è possibile pretendere un risarcimento del danno per quanto è stato messo impunemente nero su bianco e con grossa sfacciataggine. Anche in questo caso, però, la risposta è negativa. È davvero così? Si possono dire bugie e falsità in un processo? Come difendersi dall’avversario? Forse quello che ti sto per dire potrà sembrarti molto strano, ma il tuo avvocato ha perfettamente ragione. In un processo è ammesso mentire. Perché mai? Te lo spiego qui di seguito.

Nel corso del giudizio civile, le parti processuali – quelle cioè che si fanno guerra, ossia l’attore e il convenuto – non hanno l’obbligo di dire la verità. Quest’obbligo ricade solo in capo ai testimoni che, con il giuramento, si impegnano «a dire solo la verità e a non nascondere ciò di cui sono a conoscenza». Ciò significa che eventuali dichiarazioni non veritiere, proferite dalle parti o dai loro avvocati difensori e riportate negli atti processuali e nei verbali delle varie udienze, non hanno alcun rilievo penale, non costituiscono cioè reato.

C’è però una buona notizia: tali dichiarazioni non valgono come prove, posto che è evidente che, in una causa, ciascuna parte sostiene di avere ragione e confermi le circostanze riportate nei rispettivi atti difensivi. Non si vince una causa solo perché si è riportato un determinato fatto nell’atto di citazione o nella comparsa di risposta o ancora nelle proprie note difensive se, a fronte di ciò, non si riesce anche a provare quanto è stato detto.

Impossibile quindi denunciare per falso o per diffamazione una persona che dice delle bugie in una causa se lo fa per attaccare o difendersi dall’avversario.

Ma allora come è possibile proteggere i propri diritti? La risposta è molto semplice, anche se dura da mandare giù: bisogna rimettersi alla capacità del giudice di riconoscere, attraverso le prove presentate nel processo, la verità dal falso. Con la sentenza definitiva, il magistrato stabilirà chi ha ragione e chi ha torto, ma non per questo chi perde può essere denunciato o va condannato al risarcimento del danno. Tutto ciò che si può chiedere verso chi perde è la “condanna alle spese legali” ossia a tutti i costi sostenuti per il giudizio (dalle spese legali a quelle per le tasse, bolli e consulenti tecnici). In più, se si riesce a dimostrare che l’avversario ha agito o ha resistito in malafede, si può pretendere anche la condanna alla cosiddetta “responsabilità processuale aggravata” (che, in fin dei conti, è un risarcimento del danno).

Solo in due casi le dichiarazioni o il silenzio delle parti possono valere come prova. La prima ipotesi è detta «principio di non contestazione»: in pratica, se una parte afferma un determinato fatto e l’altra non lo contesta, quel fatto si ritiene come ammesso e, pertanto, vero. Basta quindi anche solo dimenticarsi di contestare le dichiarazioni avversarie per ammetterle.

Il secondo caso in cui le dichiarazioni delle parti possono valere come prova è quando viene richiesto il cosiddetto interrogatorio formale della controparte: ciò succede quando l’avversario viene fatto intervenire personalmente in udienza e gli si chiede di ammettere determinate circostanze a se sfavorevoli. Se questi dice delle bugie, il giudice ne deve tenere conto per la sentenza (e quindi dargli ragione) ma nello stesso tempo è possibile denunciarlo per falso alla Procura della Repubblica.

In parole più semplici, l’interrogatorio formale della controparte è uno strumento per far incorrere l’avversario in contraddizioni o riconoscimenti delle proprie ragioni.

Da un punto di vista pratico, verrà chiesto al giudice di fare delle domande alla controparte su circostanze precise e ben definite esattamente come avviene per i testimoni Anche in questo caso la parte firmerà il verbale a conferma delle proprie dichiarazioni.

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Autore immagine: Unsplash.com


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