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Debiti di gioco al casinò: si pagano?

28 maggio 2018


Debiti di gioco al casinò: si pagano?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 maggio 2018



Gli assegni non coperti per il gioco alle scommesse o al casinò non possono far partire un decreto ingiuntivo e sfociare in un pignoramento: si tratta infatti di obbligazioni naturali.

Qualche giorno fa sei stato al casinò ma, in pochi minuti, hai perso tutti i tuoi soldi. Il direttore della struttura, che ormai ti conosce da diverso tempo, ha accettato di farti credito, concedendoti delle fiches per continuare a fare le tue puntate. In garanzia ha chiesto degli assegni postdatati. Anche dopo di ciò la sfortuna non ti ha abbandonato un attimo e, alla fine della giornata, hai peso anche quelle. Così ora ti tocca estinguere il debito. Purtroppo ti sei fatto prendere la mano e non riesci a onorare l’impegno in poco tempo: l’importo è consistente e sul conto non hai una somma sufficiente a coprire gli assegni. Hai già ricevuto un sollecito telefonico da parte del direttore che ha tentato di farti “rientrare” con le buone, facendoti però capire che, in caso contrario, la società avrebbe proceduto in tribunale nei tuoi riguardi. Ma cosa ti possono davvero fare? I debiti di gioco al casinò si pagano? Sul punto si è pronunciato il Tribunale di Aosta in una recente sentenza [1] che, invero, ripercorre un orientamento già calcato da altri tribunali.

Debiti di gioco: vanno pagati?

Se hai già letto il nostro articolo Debiti di gioco: si è obbligati a pagarli?, saprai già che le obbligazioni maturate a seguito di scommesse, puntate e qualsiasi altro tipo di gioco vengono dette “naturali”. Significa che la legge non ti impone di pagare il debito e, se lo fai, è solo per tua spontanea volontà. Le conseguenze di questa importante affermazione sono due:

  1. il creditore non può rivolgersi al giudice per farti pagare: non può farti causa o inviarti ingiunzioni di pagamento; non ha, in altri termini, alcuno strumento contro di te. Sicché, chi non paga i debiti di gioco non rischia nulla;
  2. dall’altro lato, però, se decidi di pagare il debito spontaneamente non puoi, in un successivo momento, chiedere la restituzione dei soldi versati.

Debiti al casinò: cosa si rischia?

Quando il direttore di un casinò presta le fiches al proprio cliente non si configura un contratto di mutuo – cosa che obbligherebbe il debitore a restituire il controvalore in denaro – ma un vero e proprio debito di gioco. È questo l’orientamento della giurisprudenza che non crede alle “buone intenzioni” di chi fa credito agli scommettitori più incalliti.

In particolare – sostiene il tribunale di Aosta – le regole sulle obbligazioni naturali (che, come abbiamo visto sopra, impediscono al creditore di agire in tribunale per il ottenere il pagamento di debiti derivanti da un giuoco o da una scommessa) si applicano anche ad altre ipotesi, come la consegna di danaro, di fiches, promesse di mutuo ecc., «purché vi sia un collegamento all’attuazione del gioco o della scommessa», cioè «sussista un diretto interesse del mutuante a favorire la partecipazione al gioco del mutuatario». Pertanto, se la ragione del credito è correlata all’esercizio di attività di gioco d’azzardo, pur se gestita lecitamente, non vi è alcuna tutela giurisdizionale.

Cosa può fare il casinò per ottenere il pagamento dei propri crediti?

Il casinò che fa prestiti ai propri clienti o accetta da questi assegni che poi risultano scoperti agisce a proprio rischio e pericolo. Difatti, l’assegno – seppur può essere protestato – non consente tuttavia di agire in tribunale, di chiedere un decreto ingiuntivo e avviare il pignoramento. 

Fare credito a un giocatore è rischioso

L’insegnamento che si trae da questa sentenza è di non far mai credito a un giocatore o a uno scommettitore. Difatti anche questa obbligazione rientra nell’elenco di quelle “naturali” e non va restituita: il creditore pertanto non ha alcuna arma di difesa per ottenere indietro i propri soldi. L’esempio del casinò si può applicare a qualsiasi altra ipotesi: si pensi a chi entri in un punto scommesse e chiede al titolare di fargli credito o gli consegna degli assegni. 

Ribadiamo ancora una volta: il creditore non ha tutela solo se il credito o l’accettazione degli assegni è finalizzata a favorire ed agevolare la partecipazione del cliente al gioco. Per cui se una persona chiede un prestito a un’altra che è del tutto estranea al gioco o alla scommessa (per essere, ad esempio, un soggetto esterno al casinò) allora il debito rimane ugualmente. 

 

note

[1] Trib. Aosta, sent. n. 2/2018.

Tribunale di Aosta – Sezione civile – Sentenza 2 gennaio 2018 n. 2

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Anna Bonfilio

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 1450/2016 promossa da:

(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CU.CA. e dell’avv. MU.GI. ((…)) VIA (…) MILANO, elettivamente domiciliato in Via (…) 11100 AOSTA presso il difensore avv. CU.CA.

ATTORE/I contro

(…) SPA (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. JO.NI. e dell’avv. MO.ET. ((…)) Via (…) 18038 SANREMO; MORENO FAUSTO ((…)) VIA (…) SANREMO;, elettivamente domiciliato in VIA (…) 11100 AOSTA presso il difensore avv. JO.NI.

CONVENUTO/I FATTO E DIRITTO

Con atto di citazione notificato in data 20.10.2016 il sig. (…) allegava di aver frequentato abitualmente, oltre ad altre case da gioco, il (…), gestito dalla (…) S.p.A., quale giocatore assiduo, godendo di ampio credito e contraendo debiti sempre più elevati nei confronti della Società gestrice. Lamentava peraltro che la (…) S.p.A., profittando della sua condizione d’incapacità naturale derivante dalla propensione al gioco d’azzardo, gli avesse altresì consentito di giocare a credito verso rilascio di assegni, secondo prassi adottata nei confronti di una cerchia selezionata di clienti. Avvalendosi della facoltà concessagli egli aveva quindi rilasciato diversi assegni, tutti emessi senza indicazione del prenditore e tratti sulla (…), agenzia di via (…), talora privi di scadenza e finanche di indicazione dell’importo, che venivano compilati quindi dalla Società gerente il (…) secondo le indicazioni risultanti da brogliacci predisposti sulla base delle indicazioni ricevute dal cassiere o dal croupier. Detti assegni erano stati nondimeno negoziati e sempre onorati dall’esponente. Allegava peraltro di aver rilasciato in specie due assegni – nn. (…) e (…), apparentemente emessi a Torino in data 5.10.2015, rispettivamente per l’importo di Euro 120.000,00 ed Euro 10.000,00, precisando ai averli in effetti consegnati, firmati in bianco, al termine o durante talune serate di gioco, non già per l’acquisto di fiches, ma, dopo aver giocato utilizzando gettoni che gli venivano consegnati in cassa o direttamente al tavolo dal cd. changeur, a saldo dei debiti accumulati. Riferiva peraltro di aver quindi superato la sua dipendenza dal gioco e di aver diffidato la (…) s.p.a., con lettera raccomandata del proprio legale in data 23.11.2015

anticipata a mezzo pec, alla restituzione dei predetti titoli, allegando che la Società avesse per contro dichiarato che gli assegni, pure datati 5.10.2015, erano stati consegnati in effetti il 3 ottobre antecedente, il primo, per l’importo di Euro 120.000,00, in pagamento di fiches acquistate in due prelievi, di Euro 75.000,00 ed Euro 45.000,00, ed il secondo di Euro 10.000,00 “a copertura di una tombé allo chemin de fer (puntata in assenza di fiches)”. La corrispondenza tra le parti era quindi proseguita senza esiti sinché la Società gerente, con comunicazione e – mail in data 18.02.2016, aveva infine dichiarato di non voler negoziare i titoli in questione, pur senza rinunciare ai crediti di cui innanzi. Citava quindi in giudizio la (…) S.p.A. – (…)- chiedendo accertarsi nei suoi confronti che gli assegni in questione, siccome emessi in pagamento di debiti da gioco, fossero perciò privi di tutela giudiziale ex art. 1933 c.c.; chiedeva accertarsi inoltre che detti titoli, poiché nulli per violazione del dettato ex artt. 1 e 2 del R.D. n. 1736 del 1933, non fossero perciò validi quali titoli esecutivi; con vittoria delle spese del giudizio.

Si costituiva in causa la (…) S.p.A., contestando ogni avversa doglianza e pretesa, precisando anzitutto di gestire il (…) in forza di disciplinare stipulato con la Regione Autonoma Valle d’Aosta per l’esercizio di taluni giochi specifici d’azzardo, rilasciando quindi con assoluta discrezionalità ai propri clienti, in forza del disposto di cui all’art. 18 del predetto disciplinare, la tessera per l’accesso alle sale da gioco. Riferiva inoltre che per la partecipazione al gioco ogni cliente deve dotarsi di fiches, acquistandole presso le casse di sala, utilizzando per l’acquisto danaro contante, essendo consentito solo ad una cerchia selezionata di persone l’acquisto mediante rilascio di assegni, previa emissione da parte della Casa da gioco, su richiesta del cliente, di specifica abilitazione, con facoltà di pagare con un unico assegno i plurimi acquisti effettuati in ciascuna serata di gioco, con la preventiva sottoscrizione e consegna di un modulo di assegno all’addetto, con specifico mandato a compilarlo con indicazione dell’importo risultante dalla scheda di prelievo al termine del periodo relativo. Per ogni acquisto di fiches il cliente che avesse rilasciato preventivamente con tali modalità l’assegno era tenuto quindi a sottoscrivere correlativa scheda di prelievo con indicazione dell’ora e dell’ammontare dell’acquisto. La convenuta riferiva di aver così verificato che il sig. (…) nella serata del 3.10.2015 aveva partecipato ad una partita di chemin de fer, caratterizzata dal fatto che i partecipanti giocano fra loro e non con la casa da gioco, che si limita a fornire un sevizio ponendo a disposizione le attrezzature da gioco ed il personale che opera per la gestione del gioco stesso, percependo unicamente una percentuale dell’importo eventualmente vinto da giocatore che opera nella partita quale “banchiere”. Riferiva così che il sig. (…) nella serata del 3.10.2015 aveva dapprima effettuato due acquisiti di fiches, alle ore 23.30 ed alle ore 00.00, rispettivamente di Euro 75.000,00 ed Euro 45.000,00, documentati nella scheda di prelievo prodotta in atti ( v. documento n. 4 di parte convenuta ), a fronte dei quali aveva consegnato l’assegno n. (…) compilato a fine serata su mandato del cliente per l’importo complessivo di Euro 120.000,00, ed aveva altresì effettuato un altro acquisto presso la cassa di sala gestita dallo changeur per l’importo di Euro 10.000,00 consegnando l’assegno n. (…). Chiedeva quindi rigettarsi ogni domanda attorea e, in via riconvenzionale, condannarsi il sig. (…) al pagamento dell’importo di Euro 130.000,00, corrispondente alla somma portata dai due assegni in contestazione, oltre interessi e rivalutazione dalla data di rilascio al saldo; con vittoria delle spese del giudizio.

Previa assegnazione dei termini per il deposito di memorie ex art. 183, comma VI, c.p.c., il Giudice, ritenute superflue ed inammissibili le istanze istruttorie formulate dalle parti, invitava alla precisazione delle conclusioni che venivano formulate come in epigrafe riportate all’udienza del 19.09.2017. Previo deposito delle difese di rito, la causa perviene quindi in decisione.

Rileva anzitutto il Tribunale, a fronte delle istanze istruttorie ribadite dalla parte convenuta in sede di precisazione delle conclusioni, come del resto già chiaramente evidenziato con provvedimento motivato in data 20.05.2017 con il quale sono state in effetti respinte dette istanze, che la prova orale dedotta dalla (…) S.p.A. nella memoria trasmessa in data 21.04.2017 risulta chiaramente superflua come formulata nei capitoli nn. 1 e 2, su circostanze documentate in riferimento al disciplinare prodotto dalla parte stessa sub documento n. 1 per la gestione della Casa da gioco di (…), e nei capitoli nn. 3/9, relativi tutti alle modalità di esercizio dell’attività di gioco come regolata, appunto, dal richiamato disciplinare, ed alle operazioni di acquisto di fiches, necessarie per l’accesso e la partecipazione al gioco, a mezzo assegni, quale consentita a taluni soltanto dei clienti secondo le linee guida adottate dalla Casa di gioco in materia e di cui al documento n. 2 di parte convenuta in atti. Detti capitoli, risulterebbero comunque inammissibili come formulati in termini generici e valutativi, se non fossero comunque superflui in relazione alla documentazione di cui innanzi , già acquisita in atti. La prova in esame deve ritenersi inoltre sicuramente superflua come dedotta nei capitoli nn. 10 e 11 su circostanze documentate dalla stessa deducente, mentre risulta inammissibile come formulata nei capitoli nn. 11 e 12 su circostanze che, pur non risultando documentate compiutamente ( non risultando tali quelle enunciate nel capitolo n. 12 ), dovrebbero comunque provarsi documentalmente in giudizio, secondo quanto disposto dalle “linee guida operatività cassa assegni” di cui al documento n. 2 prodotto dalla convenuta, al paragrafo 5.1.8. La prova in esame risulta infine superflua come dedotta nel capitolo n. 14 su circostanze documentate in atti ed inammissibile, ma comunque superflua, come enunciata nei capitoli seguenti in termini generici e valutativi su circostanze peraltro non contestate in causa.

Deve altresì ribadirsi, come del resto rilevato con lo stesso provvedimento innanzi richiamato, che anche i documenti di cui parte attrice ha chiesto l’esibizione giudiziale, rinnovando tale istanza in sede di precisazione delle conclusioni, risultano in effetti già prodotti dalla controparte sub documenti nn. 5, 6 e 7 in atti.

La causa risulta, dunque, già matura per la decisione nel merito, laddove del resto, alla luce della documentazione acquisita in atti, la vicenda relativa all’emissione, compilazione ed all’uso dei titoli in contestazione risulta in effetti compiutamente acclarata in giudizio.

Risulta infatti che, da un lato, la Società convenuta, che gestisce la casa da gioco di (…) in conformità al disciplinare approvato con delibera del Consiglio Regionale della Regione Autonoma Valle d’Aosta in data 14.04.2003 ( v. documento n. 1 di parte convenuta ) e quindi svolge lecitamente e legittimamente tale attività, è altresì “tenuta a garantire, tramite il proprio ufficio cassa assegni ed a proprio rischio, la provvista di gettoni di gioco alla clientela, contro il rilascio di assegni di conto corrente o circolari” e ciò “al fine di incrementare la produttività della Casa da gioco, (…) s.p.a., nel pieno rispetto delle leggi vigenti in materia” (v. art. 6 del disciplinare di cui innanzi).

Orbene in specie può ritenersi accertato che il sig. (…), già autorizzato dalla Casa da gioco all’acquisto di fiches a fronte della negoziazione di assegni bancari sino alla concorrenza dell’importo di Euro 100.000,00, secondo il dettato di cui al paragrafo 5.1.2 delle “linee guida operatività assegni” di cui al documento n. 2 di parte convenuta, in data 3.10.2015 effettuò l’acquisto di fiches da utilizzare nel gioco consegnando assegno da lui sottoscritto in bianco, rilasciando contestualmente mandato al riempimento del titolo secondo le modalità di cui al paragrafo 5.1.8. delle linee guida richiamate ( v. documento n. 4 di parte convenuta in atti ). Egli ha quindi sottoscritto la cd. scheda di operatività recante annotazione di un duplice prelievo di fiches, il primo per l’importo di Euro 75.000,00 ed il secondo per la somma di Euro 45.000,00 in effetti eccedente il limite autorizzato e comunque il limite indicato nel mandato al riempimento del titolo conferito dal cliente.

L’odierna convenuta ha prodotto quindi domanda di “autorizzazione al cambio assegni” già sottoscritta dal sig. (…) in data 7.03.2015 per l’aumento dell’importo autorizzato ad Euro 150.000,00 ( v. documento n. 5 ) ed autorizzazione datata 3.10.2015 per il cambio assegni sino ad un importo di Euro 120.000,00, nonché resoconto automatico del cambio effettuato in data 4.10.2015 ( v. documenti nn. 6 e 7 in atti).

Nessuna documentazione sussiste invece in atti in relazione alle modalità di emissione del secondo dei titoli in contestazione, per l’importo di Euro 10.000,00 che la stessa convenuta, nella corrispondenza intercorsa tra le parti in fase stragiudiziale, ha dichiarato “consegnato in data 3 ottobre 2015 e datato il successivo lunedì 5 ottobre 2015 a copertura di un tombé allo Chemin de Fer (puntata in assenza di fiches )” (v. documento n. 4 di parte attrice in atti).

A fronte della documentazione come sopra richiamata ed esaminata deve anzitutto rilevarsi come i titoli in questione risultino certamente emessi in modo irregolare, non già perché consegnati dal traente incompleti, in bianco con la sola sottoscrizione del traente, stante il mandato conferito dal traente stesso all’addetto alla cassa assegni del (…) ad effettuarne il riempimento alle condizioni ivi indicate, bensì perché, da un lato, recanti indicazione del luogo e della data di emissione all’evidenza non rispondenti al vero – secondo le concordi allegazioni delle parti – ed inoltre , relativamente all’assegno n. (…), perché emesso in violazione della stessa normativa regolamentare dettata dallo stesso (…) s.p.a. , quale documentata in riferimento alle linee guida di cui innanzi ( v. documento n. 2 di parte convenuta ). Manca infatti in atti documentazione alcuna dell’operazione di prelievo di danaro o fiches corrispondente ed inoltre risulta consentita la negoziazione del titolo in aperta violazione del dettato di cui al paragrafo 5.1.8 delle linee guida più volte richiamate, laddove esse prevedono che “ai clienti, autorizzati ed individuati dal Comitato Cassa Assegni, è consentito negoziare un unico assegno bancario a fronte di plurimi e continuativi acquisti di gettoni, effettuati in un arco temporale predefinito” ed inoltre che “a tal fine gli addetti provvederanno:

– a far sottoscrivere e compilare dal cliente l’assegno bancario intestato alla Casa da Gioco differendo l’indicazione della data e dell’importo a fine giornata o del periodo di permanenza a (…) risultanti dalla scheda degli acquisti di gettoni contenuta nel mandato al riempimento dei dati mancanti che il cliente ha sottoscritto contestualmente a quella dell’assegno (allegato n. 4);

– l’addetto unirà al mandato l’assegno e per ogni acquisto di fiches effettuato provvederà a far sottoscrivere al cliente l’operazione nella “scheda di prelievo”, contenuta nel mandato, sulla quale andranno riportati, per ciascun acquisto: data ora, relativo importo e per ogni singolo acquisto il saldo. Per ogni operazione gli stessi dati andranno registrati anche sul sistema informativo”.

Ne consegue che in specie l’operazione sottostante all’emissione dell’assegno in questione risulta in effetti non già quella dell’acquisto di fiches da impiegare nel gioco, non documentata da correlativa scheda di prelievo, ma piuttosto una sorta di finanziamento a fronte della quale il rilascio del titolo vale semmai quale garanzia per la restituzione dell’importo mutuato.

Emerge comunque con chiara evidenza che tutte le operazioni sottostanti all’emissione dei titoli in contestazione sono certamente finalizzate a favorire ed agevolare la partecipazione del cliente al gioco, come del resto imposto dallo stesso disciplinare per l’esercizio della casa da gioco adottato con delibera consiliare regionale innanzi richiamata per la negoziazione di assegni per l’acquisto di fiches.

La fonte delle pretese creditorie vantate dall’odierna convenuta in relazione ai titoli in questione è, dunque, certamente e direttamente correlata all’esercizio di attività di gioco d’azzardo, pure gestita lecitamente, sicché deve certamente valutarsi l’applicabilità alla fattispecie della disciplina peculiare dettata in materia ex art. 1933 c.c., secondo cui “non compete azione per il pagamento di un debito di gioco o di scommessa, anche se si tratta di giuoco o di scommessa non proibiti”.

Al riguardo la Suprema Corte ha da lungo tempo ormai chiarito, con giurisprudenza univoca e costante, che “l’art. 1933 cod. civ. nega, com’è noto, la possibilità di agire per il pagamento di debiti derivanti da un giuoco o da una scommessa, solo attribuendo al creditore, una volta che adempimento vi sia stato, la soluti retentio. Chiamata ad occuparsi della sorte di obbligazioni in vario modo connesse al giuoco o alla scommessa, questa Corte ha ripetutamente statuito che l’estensione della disciplina codicistica testè richiamata a fattispecie quali dazioni di denaro, di fiches, promesse di mutuo, riconoscimenti di debito, è possibile unicamente allorché tali atti risultino funzionalmente collegati all’attuazione del giuoco o della scommessa, di talché possa ritenersi sussistente un diretto interesse del mutuante a favorire la partecipazione al gioco del mutuatario; con la reciproca e speculare conseguenza che, ove siffatto interesse manchi, per essere il mutuante del tutto estraneo all’uso che il mutuatario fa delle somme erogategli, le cause dei due negozi non hanno tra loro, quel collegamento che solo giustifica la sottoposizione dell’uno alla disciplina dell’altro. È bene precisare che i presupposti per la contaminazione della natura del mutuo e la tracimazione del relativo obbligo di restituzione nell’ambito delle obbligazioni naturali è stata negata anche in presenza di accertata consapevolezza del mutuante che la somma sarebbe stata impiegata dall’accipiens nel gioco, non integrando ciò, si è detto, un motivo illecito determinante e comune ad entrambi i contraenti (confr. Cass. civ. 31 gennaio 2008, n. 2386; Cass. civ. 2 settembre 2004, n. 17689; Cass. civ. 17 novembre 1999, n. 12752; Cass. civ. 6 aprile 1992, n. 4209; Cass. civ. 16 giugno 1986, n. 4001 ( Cass. Civ. Sez. 3, Sentenza n. 7694 del 2014).

Non valgono peraltro ad introdurre deroghe o ripensamenti rispetto all’orientamento come sopra espresso pronunce solo apparentemente contrastanti con cui la Suprema Corte è stata chiamata

non già a valutare l’applicabilità del dettato ex art. 1933 c.c. alle attività comunque connesse e finalizzate a favorire il gioco d’azzardo, ma piuttosto a decidere della liceità o meno dell’attività svolta da case da gioco nel consentire l’acquisto di fiches verso pagamento a mezzo assegni ove qualificabile come forma di esercizio abusivo del credito ( cfr. Cass. Civ. Sez. 1, Sentenza n. 16670 del 2012 ) ovvero della possibilità di delibare in Italia la pronuncia di un giudice straniero di condanna del cliente di casa da gioco al pagamento di debiti documentati da assegni rilasciati per l’acquisto di fiches per eventuale contrarietà all’ordine pubblico” ( Cass. Civ. Sez. 1, Sentenza n. 16511 del 2012, secondo cui, appunto, “non produce effetti contrari all’ordine pubblico e, quindi, può essere riconosciuta in Italia, ai sensi degli artt. 64 e 67 della L. n. 218 del 1995, la sentenza straniera (nella specie, emessa dalla Corte Suprema delle Bahamas) recante condanna per un debito attinente al gioco d’azzardo legalmente esercitato (nella specie, debito contratto presso la direzione del (…) delle Bahamas per l’acquisto delle “fiches”), atteso che, in ambito nazionale e in ambito comunitario, non esiste un disfavore dell’ordinamento giuridico nei confronti del gioco d’azzardo in quanto tale, ove esso non sfugga al controllo degli organismi statuali e non si esponga, pertanto, alle infiltrazioni criminali”).

Neppure valgono del resto a porre in dubbio l’orientamento consolidato ed univoco innanzi richiamato in tema di applicabilità del dettato imperativo ex art. 1933 c.c. anche a debiti nascenti da attività di gioco comunque legalmente esercitata o da attività funzionalmente collegate all’attività di gioco o di scommessa pronunce solo apparentemente dissonanti rese però in applicazione di norma di legge straniera pure apparentemente coincidente con il dettato ex art. 1933 c.c., laddove, in applicazione del dettato ex art. 15 della L. n. 218 del 1995, “la legge straniera è applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo” (cfr. Cass. 25735/2014), e quindi secondo la lettura giurisprudenziale accreditata nel Paese straniero. Ed infatti, nella fattispecie esaminata dalla Corte, venendo in applicazione il diritto francese, doveva perciò solo aversi riguardo alla ” sentenza della Cour de Cassation del 4.3.1980, valorizzata dalla Corte di Appello di Milano, fondata sull’affermazione secondo cui, quando tale debito è contratto con un (…), la cui tenuta e autorizzata dalla legge e regolamentata dai pubblici poteri, la domanda di pagamento dell’importo di assegni consegnati al (…) dal giocatore e rimasti insoluti per mancanza di provvista non può essere disattesa, per il fatto che il debito del traente è un debito di gioco. Dall’art. 15 della L. n. 218 del 1995, ai cui sensi la legge straniera è applicata secondo i propri criteri di interpretazione e di applicazione nel tempo, discende, poi, che il diritto straniero, una volta riconosciuto applicabile alla fattispecie concreta, deve essere interpretato dal giudice italiano secondo i criteri ermeneutici suoi propri (Cass. 25735/2014).

Né rileva in contrario che “la gestione di una casa da gioco, per quanto autorizzata dalla pubblica autorità, di regola presenta, per sua natura, gli aspetti dell’attività d’impresa” ( Cass. Civ. Sez. U, Sentenza n. 5492 del 06/06/1994 ), non dovendosi certo valutare in specie della liceità o della natura dell’attività esercitata dalla convenuta nell’esercizio della Casa da gioco di (…), ma dell’azionabilità o meno della pretesa creditoria dalla stessa vantata in forza degli assegni in contestazione, in quanto nascente da attività almeno finalizzata all’esercizio, pure lecito, del gioco d’azzardo.

Ritiene del resto il Tribunale non potersi neppure ipotizzare in specie una qualche autonomia funzionale dell’attività di vendita di fiches – peraltro documentata a fondamento del solo credito relativo al primo degli assegni di cui si controverte – rispetto a quella di gestione dell’esercizio del gioco d’azzardo nella quale soltanto dette fiches possono essere utilizzate, sicché il debito sottostante all’emissione del titolo trova causa diretta ed esclusiva nella stessa attività di gioco. Né potrebbe sostenersi l’estraneità della Casa da gioco all’esercizio del gioco come configurato nello “chemin de fer” solo perché il gioco stesso si svolge direttamente tra i partecipanti con l’utilizzo dei servizi messi a disposizione dalla Casa. La stessa convenuta infatti ha chiaramente ammesso che alla Casa da Gioco è riservata una “cagnotte”, quale percentuale sulla puntata vincente eventualmente effettuata dal giocatore che assuma nella partita il ruolo di “banchiere”, in corrispettivo dei servizi prestati per l’esercizio del gioco stesso. Non vi è dubbio infatti che la Casa tragga profitto dall’attività di gioco, a nulla rilevando che la percentuale di vincita le sia assicurata o meno secondo l’esito della partita, ciò che riprova semmai piuttosto il carattere aleatorio della prestazione dovuta al gestore del gioco, non già quale mero corrispettivo del servizio reso, che sarebbe compensabile comunque, ma secondo l’esito imprevedibile del gioco stesso e quindi con indiretto ma evidente coinvolgimento in esso.

Alla luce delle premesse esposte non vi è dubbio perciò che ogni pretesa creditoria della convenuta in relazione al debito documentato negli assegni bancari di cui si controverte debba ritenersi, in applicazione del dettato ex art. 1933 c.c., sicuramente privo di tutela giurisdizionale.

Peraltro “l’emissione di un assegno in bianco o postdatato, cui di regola si fa ricorso per realizzare il fine di garanzia – nel senso che esso è consegnato a garanzia di un debito e deve essere restituito al debitore qualora questi adempia regolarmente alla scadenza della propria obbligazione, rimanendo nel frattempo nelle mani del creditore come titolo esecutivo da far valere in caso di inadempimento -, è contrario alle norme imperative contenute negli artt. 1 e 2 del R.D. n. 1736 del 1933 e dà luogo ad un giudizio negativo sulla meritevolezza degli interessi perseguiti dalle parti, alla luce del criterio della conformità a norme imperative, all’ordine pubblico ed al buon costume, enunciato dall’art. 1343 c.c.” (Cass. Civ. Sez. 1, Sentenza n. 10710 del 24/05/2016). In specie gli assegni in questione devono ritenersi rilasciati dal traente in bianco con mandato di riempimento al beneficiario secondo criteri predeterminati tra le parti, ma risultano, comunque, postdatati (v. documenti nn. 3 e 4 prodotti dalla stessa convenuta) e non risultano inoltre mai protestati. Non vi è dubbio perciò che essi non possano avere efficacia di titoli esecutivi e, quali promesse di pagamento, a fronte della prova contraria acquisita nel giudizio della causa di gioco dei crediti in essi documentati, non possono perciò trovare tutela giurisdizionale.

Addivenendosi pertanto all’accoglimento delle domande attoree e ad integrale rigetto delle domande riconvenzionali svolte dalla convenuta, le spese del giudizio seguono la piena soccombenza della Società evocata nel giudizio e si liquidano come da dispositivo in applicazione dei parametri normativi in vigore in rapporto al valore della controversia, alla sua media complessità ed all’attività difensiva concretamente svolta nel giudizio dalla parte attrice avente diritto al rimborso.

P.Q.M.

IL TRIBUNALE

definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

1. accertata la natura dei crediti vantati dalla Società convenuta in forza degli assegni bancari n. (…) per l’importo di Euro 120. 000, 00 e n. (…) per l’importo di Euro 10.000,00 entrambi apparentemente emessi a Torino il 5.10.2015, ma rilasciati a (…) in data 3.10.2015 e mai protestati, inidonei perciò a valere quali titoli esecutivi, quali crediti di gioco ai sensi e per gli effetti ex art. 1933 c.c., rigetta integralmente le domande promosse in via riconvenzionale dalla Società convenuta;

2. condanna la (…) S.p.A., in persona del legale rappresentante, al pagamento in favore del sig. (…) delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 10.900,00 oltre accessori di legge ed Euro 802,28 per spese anticipate.

Così deciso in Aosta il 2 gennaio 2018. Depositata in Cancelleria il 2 gennaio 2018.


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