Diritto e Fisco | Editoriale

Reversibilità, quando si riduce?

17 giugno 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 giugno 2018



In quali casi la pensione ai superstiti può subire dei tagli per incumulabilità con i redditi personali?

Hai paura che la tua pensione di reversibilità sia ridotta dall’Inps perché possiedi ulteriori redditi? Forse non sai che in alcuni casi, pur percependo dei redditi personali, puoi avere comunque diritto alla reversibilità per intero: questo può accadere se, ad esempio, hai dei figli minori, studenti o inabili, oppure se la tua pensione ha una decorrenza anteriore al 1° settembre 1995. In ogni caso, anche se possiedi dei redditi personali elevati, devi sapere che non puoi perdere la pensione di reversibilità, ma che la quota di tua spettanza può essere, nel peggiore dei casi, dimezzata. Ma procediamo per ordine e vediamo, dopo aver ricordato come funziona la pensione di reversibilità, quando si riduce il trattamento ed in che misura.

Come funziona reversibilità?

La pensione di reversibilità, o pensione ai superstiti, è una prestazione che viene riconosciuta ad alcuni familiari, individuati dalla legge, del lavoratore o del pensionato deceduto: in particolare, parliamo di pensione di reversibilità se l’assicurato era già pensionato e di pensione indiretta se l’assicurato lavorava ancora.

A chi spetta la reversibilità?

La pensione di reversibilità spetta al coniuge (se divorziato, deve aver diritto all’assegno divorzile per la spettanza del trattamento), ai figli (sino a 26 anni se studenti universitari, sino a 21 anni, se studenti delle superiori, altrimenti sino alla maggiore età, o senza limiti di età se inabili) e, in mancanza, ai genitori over 65 senza pensione o ai fratelli ed alle sorelle inabili.

Perché possa essere riconosciuta la reversibilità ai familiari diversi dal coniuge, è necessaria la vivenza a carico del defunto: la vivenza a carico è presunta per i figli minori, mentre deve essere provata per gli altri familiari. Regole particolari valgono per i separati e i divorziati.

Come si calcola la reversibilità?

La pensione di reversibilità corrisponde a una percentuale della pensione spettante al pensionato, o a una percentuale della pensione alla quale avrebbe avuto diritto il lavoratore. Le percentuali di spettanza variano in base ai familiari aventi diritto:

  • coniuge solo: 60%;
  • coniuge ed un figlio: 80%;
  • coniuge e due o più figli: 100%;
  • un figlio: 70%;
  • due figli: 80%;
  • tre o più figli: 100%;
  • un genitore: 15%;
  • due genitori: 30%;
  • un fratello o una sorella: 15%;
  • due fratelli o sorelle: 30%;
  • tre fratelli o sorelle: 45%;
  • quattro fratelli o sorelle: 60%;
  • cinque fratelli o sorelle: 75%;
  • sei fratelli o sorelle: 90%;
  • sette o più fratelli o sorelle: 100%.

Quando si riduce la reversibilità?

La pensione di reversibilità, che è ridotta già di per sé, in quanto, come appena osservato, corrisponde a una percentuale della pensione che il deceduto avrebbe percepito se fosse rimasto in vita, può subire un’ulteriore riduzione nel caso in cui il beneficiario possieda redditi propri. In particolare, perché il trattamento sia ridotto, è necessario che i redditi posseduti superino determinate soglie.

Per la reversibilità, difatti, non vale l’abolizione del cumulo tra pensione e altri redditi: questa può difatti applicarsi soltanto alle pensioni dirette e derivanti dalla contribuzione versata dal titolare, come la pensione di vecchiaia e di anzianità, mentre non si applica alle prestazioni come l’assegno d’invalidità, né alla pensione ai superstiti, non importa se di reversibilità o indiretta.

Come si riduce la reversibilità?

La riduzione della pensione di reversibilità non viene effettuata se il reddito del titolare della prestazione non supera di 3 volte il trattamento minimo Inps, ossia sino a 19.789,38 euro annui (importo valido per l’anno 2018).

Se tale soglia è superata, la reversibilità è ridotta del:

  • 25%, nel caso in cui il reddito non superi 26.385,84 euro (4 volte il minimo Inps); questo perché, per tale fascia di reddito, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 75%;
  • 40%, se il reddito dell’interessato supera i 26.098,28 euro ma non i 32.982,30 euro (5 volte il minimo Inps); questo perché, se il reddito del pensionato è superiore a 4 volte il trattamento minimo annuo Fpld, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 60%;
  • 50% se il reddito del pensionato supera i 32.982,30 euro: in pratica, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 50% nel caso in cui il reddito superi 5 volte il minimo Inps.

Il trattamento che deriva dal cumulo dei redditi con la reversibilità ridotta non può comunque essere inferiore a quello spettante per il reddito pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente.

Chi ha diritto a ricevere la reversibilità per intero?

La pensione di reversibilità o indiretta, in ogni caso, non viene ridotta se nel nucleo familiare sono presenti figli minori, studenti o inabili. Inoltre, nessuna riduzione può essere operata ai trattamenti in essere alla data del 1° settembre 1995, anche se questi ultimi hanno l’importo bloccato senza adeguamento per futuri miglioramenti, fino a completo riassorbimento della differenza.

La legge Dini [1], infatti, esclude dalle riduzioni per cumulo con altri redditi i trattamenti pensionistici già in essere alla data del 1° settembre 1995, con riassorbimento dei futuri miglioramenti. Questo significa che i titolari di pensione di reversibilità con decorrenza anteriore al 1° settembre 1995 sono esclusi dalle riduzioni della pensione ma, in presenza di redditi superiori ai limiti di legge, non incassano, fino al riassorbimento dell’importo risultante a debito, gli aumenti annuali di scala mobile (in pratica, la pensione di reversibilità non viene rivalutata).

Quali redditi non comportano la riduzione della reversibilità?

In ogni caso, non tutti i redditi prodotti dal beneficiario della reversibilità sono contati ai fini dei limiti di cumulo.

Anche se la Legge Dini [1], che ha istituito tali soglie, non chiarisce quali siano i redditi del beneficiario da valutare ai fini della cumulabilità con la pensione ai superstiti, la specifica è arrivata dall’Inps con una successiva circolare [2].

L’Inps, nel dettaglio, ha chiarito che devono essere considerati tutti i redditi assoggettabili all’Irpef, al netto dei contributi previdenziali e assistenziali.

Devono invece essere esclusi:

  • il Tfr, i trattamenti assimilati e le relative anticipazioni;
  • il reddito della casa di abitazione;
  • gli arretrati sottoposti a tassazione separata;
  • l’importo della pensione ai superstiti su cui deve essere eventualmente operata la riduzione.

Sono stati successivamente esclusi anche pensione e assegno sociale, rendite Inail, assegni di accompagnamento, pensioni privilegiate, pensioni e assegni per invalidi, ciechi e sordomuti.

note

[1] Art.1 Co.41 L. 335/1995.

[2] Inps Circ. 234/1995.


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