Diritto e Fisco | Editoriale

Belen Rodriguez e i due video porno: come internet ti frega

2 gennaio 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 gennaio 2013



Internet e i problemi dei crimini informatici: sul web la giustizia è lenta e spesso soccombe, come nel caso di furto di identità o di video pubblicati senza autorizzazione del titolare; ecco uno spaccato di quello che può essere un tipico caso e come, eventualmente, potersi difendere.

Il caso di Belen Rodriguez e dei due video hard diffusi su internet – filmati che vedevano la soubrette argentina consumare due rapporti sessuali con i suoi precedenti partner – ha reso evidente, anche ai più irriducibili difensori di internet, quale pericolo possa essere una rete senza controlli. La verità è che, spesso, dalla propria sedia, è facile issare la bandiera dell’anarchia, chiamandola “libertà”: ma, nel momento in cui si diventa parte lesa, allora le cose cambiano. Così come è capitato alla Rodriguez.

Perché, diciamola tutta, già la giustizia è di per sé lenta e farraginosa: se poi ci si mettono anche gli ostacoli tecnici e le “modernità”, che da sempre si sono mal sposate coi tribunali, allora il web diventa – così come, di fatto, è già – un vero e proprio far west.

I problemi tecnici

Proseguiamo quindi il discorso iniziato qualche settimana fa in un precedente articolo sempre dedicato al caso di Belen (leggi: Il secondo video hard di Belen Rodriguez: il link è online e sulla scrivania del PM). In quella occasione, occupandomi del solo lato tecnico-informatico, avevo spiegato come possa essere difficile, se non improbabile, poter risalire al responsabile della pubblicazione sulla rete di un eventuale filmato lesivo dell’altrui dignità. In quella sede, spiegavo – traendo spunto da un recente caso giurisprudenziale – come potrebbe bastare un semplice espediente, quale una denuncia di smarrimento o di furto del supporto video (il dvd contenente il filmato), insieme all’utilizzo di un software peer to peer, per insinuare il ragionevole dubbio nel giudice e pervenire a una sentenza di assoluzione nei confronti di chi abbia diffuso un contenuto illecito (nel caso di specie, si parlava appunto del video hard di Belen Rodriguez).

I problemi giuridici

In questo articolo tratteremo invece l’aspetto, per così dire, “giuridico-burocratico” e, in particolar modo, gli ostacoli che possono derivare da due fattori:

– i tempi necessari al passaggio dei fascicoli tra un ufficio e l’altro

– e il conseguente rischio “prescrizione”.

 

Il caso di Roberto

Per chiarire ciò, ricorrerò – come già avevo fatto nello scorso articolo – a un esempio pratico.

Roberto [nome di fantasia, sebbene il fatto sia reale N.d.r.] sta subendo una sorta di persecuzione attraverso alcune email. Si rivolge a me per chiedere tutela. I messaggi in questione hanno vario contenuto, ma sempre piuttosto generico (per es.: “ti avverto Roberto: farò un putiferio”, “adesso vedrai….”, “ora capirai di cosa sono capace…”) e vengono inviati tanto a lui quanto ad alcuni suoi amici.

Roberto è una persona che di legge ne capisce poco e non è avvezzo ai tempi della giustizia. Tutto ciò che chiede Roberto – comprensibilmente – è di essere “lasciato in pace”.

Innanzitutto ho dovuto spiegare a Roberto che non si può configurare il reato di molestie se la condotta è posta attraverso l’invio di email (ne abbiamo parlato in Molestie per email: non è reato). Lo ha detto la stessa Cassazione, secondo cui lo strumento della posta elettronica non comporta una “invasività diretta”: infatti il destinatario – sostengono i giudici – è libero di aprire o meno il messaggio. Impostazione poco condivisibile, che lascia basito Roberto, ma che di fatto esclude la possibilità di punire una vasta serie di condotte.

Tuttavia Roberto intende proseguire, quanto meno per sapere chi si nasconda dietro i messaggi persecutori.

Così andiamo alla polizia postale a sporgere querela.

L’ufficiale è estremamente comprensivo – lui, di queste cose, ne vede tante – e ci ricorda che, a questo punto, la querela dovrà passare dal pubblico ministero che, a sua volta, dovrà autorizzare la polizia postale a effettuare le indagini. Ma i tempi per ottenere dal provider le informazioni necessarie a risalire al molestatore sono strettissimi: nella gran parte dei casi non devono decorrere 60 giorni dall’invio della mail. In parole povere, la pratica dovrà – entro due mesi – passare sulla scrivania del P.M. e, dopo, tornare alla polizia postale con l’autorizzazione a richiedere al provider i tabulati. Da tali tabulati sarà possibile reperire l’indirizzo IP del responsabile e, se quest’ultimo non ha utilizzato una wi-fi di un internet café, conoscere il suo nome.

Passano altri trenta giorni dalla denuncia e in Tribunale ancora nessun cancelliere sa dirci quale magistrato sia stato assegnato al caso di Roberto.

Roberto sobbalza dalla sedia. Le persecuzioni stanno continuando e per lui un mese in più di attesa equivale a una totale assenza di tutela. Ma tant’è: questo offre il ristorante. E decide di andare avanti, anche solo per vedere come va a finire questa incredibile storia. Tuttavia è ormai demoralizzato e si è convinto che, la prossima volta, si farà giustizia da sé.

Finalmente, in “zona cesarini”, riesco ad avere il nome del P.M. competente.

Busso alla sua porta.

La scrivania del magistrato è sommersa di pile di fascicoli. Riusciamo a recuperare quello di Roberto, sepolto da tanti altri, tutti dello stesso colore.

Mi dice il P.M.: “Avvocato, i procedimenti contro ignoti, quando non hanno un capo di imputazione ben preciso, finiscono quasi tutti in prescrizione”. Il che vuol dire: “Neanche li prendiamo in considerazione”. E difatti, dopo un rapido controllo delle carte, ci accorgiamo che il fascicolo di Roberto è a stretto filo con la prescrizione e che l’incartamento stava per essere inviato all’archivio. Quando si dice tempismo.

Non ho dubbi su quello che mi dice il magistrato. Mentre mi parla, mi tornano in mente le pagine del libro “Toghe Rotte”. Bruno Tinti, procuratore aggiunto presso la Procura di Torino, scrive che, nel 95% dei casi, il processo termina con una sentenza di non doversi procedere per prescrizione.

Roberto sarebbe stato uno di questi casi.

“A questo punto, sapete chi ci sta in carcere? Qualche omicida e qualche rapinatore, una sterminata quantità di extracomunitari che hanno rubacchiato o spacciato qualche dose; e – per poco, pochissimo tempo – qualche delinquente che il PM e il GIP hanno arrestato mentre si svolgono le indagini e che, per scadenza dei termini o perché il Tribunale della Libertà li ha messi fuori, sono usciti dopo due o tre mesi, pronti a trascinare il processo fino alla prescrizione”.

Insomma, Roberto deve ancora iniziare la sua avventura giudiziaria ed ha già attraversato più disavventure di quante ne ha viste Ulisse nel suo ritorno ad Itaca.

To be continued…

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3 Commenti

  1. Legislazione antiquata, Il principio del giudice di quartiere da noi sostenuto per l’ulespazio (spazio materiale) va esteso creando il giudice dell’internet con compiti d’interdizione soprattutto più che di repressione. Molte volte basta intercettare un comportamento molesto e redarguire chi l’ha posto in essere per ottenere che sia eliminato. Serve un giudice di prossimità web capace di intervenire in 24 ore per risolvere questioni di moletie et similia in 48 ore.

  2. Bella idea quella del cyber-giudice. Un buono spunto per un romanzo di fantascienza. Mi chiedo a cosa servano i portatili che vedo sempre sul tavolo delle aule di giustizia nelle riprese filmate dei processi, mentre passa l’immancabile carrello carico di quintali di faldoni. Se si cominciasse dalla dematerializzazione documentale sarebbe almeno un buon inizio; comunque, senza una formazione adeguata e strumenti validi, rimane un sogno.

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