Diritto e Fisco | Editoriale

La confessione in un processo

28 maggio 2018


La confessione in un processo

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 maggio 2018



La confessione, stragiudiziale e giudiziale, è una prova legale. La confessione spontanea è resa negli atti difensivi, ma l’avversario può sollecitarla richiedendo l’interrogatorio formale.

Il modo più semplice per aver ragione nei confronti di una persona è che quest’ultima confessi di avere torto. Un principio di logica comune che vale anche nei processi: il metodo più veloce per vincere una causa è di ottenere una confessione dall’avversario. La confessione infatti non è una prova come tutte le altre, ma è la prova per eccellenza o, per usare un termine giuridico, è la “prova legale”: significa che vincola il giudice a decidere secondo quanto è stato confessato, senza tenere conto di eventuali documenti contrari, di testimoni e, insomma, di tutto il resto del processo.

«Ma chi vuoi mai che confessi?», potresti giustamente chiederti. Se due persone si stanno facendo causa, è verosimile che siano armate delle peggiori intenzioni l’una contro l’altra. Sicché ottenere una confessione sarebbe come smantellare tutto ciò per cui si è combattuto, che si è fatto e scritto per vincere. Eppure non è così impossibile come credi. A volte si confessa involontariamente o per evitare di essere incriminati per falso. Ecco perché il codice civile regolamenta la confessione come una vera e propria prova, stabilendo che valore ha nel processo. In questo articolo cercheremo di fare un po’ di chiarezza e di spiegare come funziona la confessione.

Cos’è la confessione

La confessione è sostanzialmente una ammissione di colpa. Non deve necessariamente riguardare tutto l’oggetto del processo, ma potrebbe coprire solo alcuni aspetti, magari marginali. Ad esempio, se una persona contesta la fattura di una ditta perché la ritiene sproporzionata rispetto alla qualità dei lavori eseguiti potrebbe ammettere che, in ogni caso, dei lavori sono stati fatti, che gli stessi hanno tenuto impegnati gli operati per un certo periodo e che sono stati usati determinati materiali. A questo punto, il giudizio verterà su altre circostanze come, ad esempio, la perizia dei lavori, la posa in opera, i danni procurati all’appartamento, la richiesta di compensi aggiuntivi non concordati, ecc.

Ci sono due modi per ottenere una confessione in un processo. Il primo è quello di non contraddire quanto detto dall’avversario, il secondo è di ammettere esplicitamente che quanto affermato dall’avversario corrisponde a verità (il che può avvenire sia prima della causa che durante la stessa).

Affronteremo queste ipotesi separatamente nei seguenti paragrafi.

La non contestazione

Il primo metodo per ottenere un’ammissione dall’avversario non è, tecnicamente parlando, una vera e propria confessione, ma produce un effetto simile. Si tratta del comportamento di chi, pur in presenza di una affermazione fatta dall’avversario, non la contesta espressamente. Tutto ciò che non viene contestato, nel processo civile, si considera ammesso. Facciamo un esempio. Tizio fa causa a Caio per ottenere il pagamento di una fattura per dei lavori commissionatigli. Caio si difende sostenendo che le opere eseguite non corrispondono a quelle concordate: mancano ulteriori elementi per rendere il risultato utilizzabile e conforme alle aspettative del committente. Pertanto si oppone a pagare il compenso fino a quando l’opera non sarà completa. Così facendo Caio ha tacitamente ammesso che, comunque, una parte dei lavori sono stati eseguiti, con ciò obbligandosi quanto meno a pagare un corrispettivo proporzionato alle opere compiute.

Ecco perché, di solito, quando ci si difende in una causa si tende, in via prudenziale, a contestare – sia pur genericamente – tutte le tesi avversarie, proprio per non lasciare nulla al caso e avere più margini di possibilità di vincere il giudizio.

La confessione come prova

Il secondo metodo per ottenere una confessione è riuscire a “strappare” una confessione all’avversario. Tecnicamente, la confessione è la dichiarazione che una parte fa della verità di fatti ad essa sfavorevoli e favorevoli all’altra parte [1].

È indifferente che sia resa in modo consapevole o inconsapevole. Inoltre la confessione può avvenire fuori dalla causa, anche prima della stessa (cosiddetta confessione stragiudiziale) o “dentro” la causa (cosiddetta confessione giudiziale). Analizzeremo singolarmente queste due ipotesi più in avanti.

L’oggetto della confessione

La confessione ha valore solo se resa da persona nel pieno delle proprie capacità di intendere e volere. Si può revocare la confessione se è stata estorta con la violenza morale («se non scrivi su un pezzo di carta che ho ragione dirò a tutti che hai rubato in azienda») o con l’inganno (cosiddetto “dolo”).

La confessione deve riguardare fatti storici, oggetto di causa, che siano dubbi e siano relativi a diritti disponibili del confessore. Non è quindi ammessa nelle cause di separazione personale dei coniugi.

Confessione stragiudiziale

La confessione stragiudiziale si ha quando le due parti in causa si incontrano e l’una confessa all’altra determinati fatti controversi della lite. La confessione può essere oggetto di registrazione visto che non è vietato registrare un dialogo con un’altra persona benché questa non ne sia al corrette (con l’unico divieto di non farlo a casa del soggetto registrato o nei luoghi di sua privata dimora, tra i quali però non vi rientra l’automobile). Tale confessione ha valore di piena prova, vincolando così il giudice. Lo stesso vale se la confessione viene fatta all’avvocato della parte.

Potrebbe invece succedere che la confessione venga fatta non all’avversario ma a un terzo: ad esempio un suo parente, un amico, ecc. In questo caso la confessione non ha valore di piena prova ma sarà valutata dal giudice in modo libero, secondo quanto questi riterrà opportuno e valido. Un esempio tipico di confessioni stragiudiziali sono quelle rese dall’infortunato e annotate nella cartella clinica.

Confessione giudiziale

La confessione può essere resa nel corso del giudizio. In questo caso parleremo di confessione giudiziale. Questa può essere resa:

  • in udienza ossia davanti al giudice;
  • oppure in uno scritto difensivo del processo (cosiddetta confessione spontanea).

In entrambi i casi siamo dinanzi a una piena prova, ossia alla prova legale.

La confessione in udienza può essere “provocata” dall’avversario. In che modo? Come si fa a ottenere una confessione? Molto facile: bisogna presentare al giudice una richiesta di interrogatorio formale della controparte. Se il giudice l’autorizza – e, di solito, se verte sui fatti di causa, non ha ragione per negarla – l’eventuale confessione avrà valore di prova. La confessione resa in giudizio forma piena prova contro colui che l’ha resa.

La confessione spontanea

La confessione spontanea può essere contenuta in qualsiasi atto processuale che sia stato firmato dalla parte personalmente. Essa ha efficacia probatoria piena solo se resa dalla parte in persona, che è l’unica ad avere il potere di disporre del diritto controverso. Non hanno, invece, natura confessoria le dichiarazioni contenute in un atto di citazione sottoscritto dal solo difensore, anche se la parte ha sottoscritto la procura alle liti [2].. Perciò, le dichiarazioni relative a fatti sfavorevoli alla parte e favorevoli all’altra, contenute in un atto giudiziale sottoscritto dal difensore e non dalla parte personalmente, non hanno valore di confessione, ma possono solo fornire elementi indiziari [3].

note

[1] Art. 2730 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 6192/2014.

[3] Cass. sent. n. 12411/2008, n. 4744/2005.

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