HOME Articoli

Lo sai che? Conto lavoratore dipendente: il fisco lo controlla?

Lo sai che? Pubblicato il 28 maggio 2018

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 28 maggio 2018

Sì alle indagini bancarie anche sul lavoratore dipendente: i versamenti in contanti e i bonifici sotto la lente di ingrandimento dell’Agenzia delle Entrate. 

Quando si parla di accertamenti bancari da parte del fisco, si è sempre pensato che l’ultimo a rischiare sia il lavoratore dipendente: l’accredito mensile dello stipendio, fisso e costante, renderebbe noioso persino all’Agenzia delle Entrate il controllo del relativo conto corrente. Questa certezza però è stata ormai sgretolata negli ultimi anni. Difatti la prassi dell’amministrazione finanziaria dimostra come ormai, quando si parla di evasione fiscale, tutti i contribuenti sono uguali. Non ci sono più sconti per categorie di lavoratori e, anzi, a volte proprio nei rapporti bancari degli “insospettabili” si nascondono tracce di evasioni fiscali. Come quella, ad esempio, dell’imprenditore che utilizza il conto della moglie per far transitare utili fuori bilancio o del disoccupato che, pur percependo l’indennità di disoccupazione, lavora in nero per un’altra azienda andando poi a versare i contanti dello stipendio in banca. Il fisco controlla il conto corrente del lavoratore dipendente? Assolutamente sì ed a confermare questa risposta è la Cassazione con una sentenza emessa proprio in queste ore [1]. Chi avrà la pazienza di leggere da qui in avanti comprenderà che, quando si opera col conto corrente, non bisogna sottovalutare nulla, ma che non tutto è controllabile.

Come l’Agenzia delle Entrate sottopone a controllo il conto corrente?

L’Agenzia delle Entrate ha due modi per controllare i conti correnti dei contribuenti. Il primo, che è anche quello più recente, è tramite le informazioni che le stesse banche le forniscono. In particolare gli istituti di credito comunicano all’amministrazione finanziaria i dati dei conti correnti e dei depositi dei contribuenti, indicando il numero di conto, il saldo, i prelievi, i versamenti, i bonifici, le cassette di sicurezza, i pacchetti di titoli, ecc. Tutte queste informazioni vanno a incrementare i dati contenuti nell’anagrafe dei conti correnti la cui consultazione avviene “a tavolino”, ossia dallo stesso ufficio delle Entrate. Non c’è quindi bisogno di ispezioni in banca o di richieste di documenti: tutto avviene telematicamente. Grazie a questo sistema è facile notare eventuali accrediti che non hanno una giustificazione nella dichiarazione dei redditi o le grosse movimentazioni di denaro che possono accendere l’alert del fisco.

Il secondo metodo usato per controllare il conto corrente del contribuente è quello delle indagini finanziarie o bancarie. Qui si opera “alla vecchia maniera”, con gli ispettori o la guardia di finanza che accede in filiale o richiede per iscritto documentazioni utili a ricostruire la posizione reddituale del contribuente. Per avviare questi controlli, l’ufficio deve prima ottenere l’autorizzazione dal direttore regionale/direttore centrale Accertamento o dal comandante regionale. Anche in questo caso si può tuttavia agire direttamente dall’ufficio.

L’autorizzazione è necessaria nel momento in cui il funzionario intende chiedere la documentazione bancaria di un certo contribuente ad un istituto di credito (banca, società finanziaria o fiduciaria, Poste italiane, ecc.) o quando la richiesta sia inoltrata al contribuente stesso.

Secondo la Cassazione, la mancanza di autorizzazione non comporta l’invalidità dell’avviso di accertamento (e lo stesso dicasi per la mancanza di motivazione).

Il contribuente non è tenuto a sapere dell’indagine in corso e potrebbe vedersi notificare direttamente l’accertamento fiscale. Difatti,  gli uffici “possono” (ma non devono) convocare il titolare del conto prima di procedere: la mancata attivazione del contraddittorio non causa la nullità dell’atto.

Quando l’Agenzia delle Entrate può sottoporre a controllo il conto corrente?

Tutti i soldi versati sul conto corrente postale o bancario si presumono proventi di reddito e quindi da dichiarare, salvo prova contraria. Questo significa che se il contribuente non dimostra che le cifre accreditate tramite versamenti di contanti o con bonifici non sono esentasse (ad esempio donazioni e risarcimenti) o già tassate alla fonte (ad esempio vincite al gioco), gli importi vengono sottoposti a tassazione e vengono comminate le sanzioni.

Diverso è il discorso per i prelievi: qui non opera la “presunzione” di reddito, per cui l’Agenzia delle Entrate non può controllare quanto prendi dal bancomat o dallo sportello (le informazioni vengono inoltrate dalla banca solo alla Uif, l’Unità di Informazione Finanziaria) al fine di verificare solo eventuali reati di riciclaggio.

Solo per gli imprenditori vi è un limite di prelievo (mille euro al giorno e non oltre cinquemila al mese: tutte le somme superiori vanno giustificate in contabilità).

Leggi Fisco: che succede se controlla il conto corrente?

Quali contribuenti rischiano il controllo del conto corrente?

La Cassazione ha detto stamattina che il controllo del conto corrente nei confronti delle persone fisiche non deve essere esercitato necessariamente nei confronti di imprenditori o professionisti, ma anche verso i lavoratori dipendenti.

Le indagini bancarie possono servire a ricostruire anche categorie reddituali diverse dal reddito d’impresa o di lavoro autonomo, e, in merito ai redditi di lavoro dipendente o diversi, hanno valore di presunzione solo i versamenti non giustificati [2].

Il fatto che il contribuente sia in contabilità semplificata non ha rilevanza [3].

Questo significa che se ricevi un affitto in nero, se ottieni guadagni da internet che non dichiari, se vendi degli oggetti che fai in casa o esegui delle attività dal tuo computer senza emettere fatture o altri documenti fiscali, puoi ugualmente essere oggetto di indagini finanziarie: non rileva che tu non sia né un lavoratore autonomo, né un imprenditore.

note

[1] Cass., sent. n.  3195/18.

[2] Cass. sent. n. 19692/2011.

[3] Cass. sent. n. 1560/2015.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

1 Commento

  1. Quanto più sicure erano “le banche “dei nostri vecchi:materasso e mattoni. Non è bersagliando il reddito fisso che si combatte l’evasione. Se pensiamo poi al Sign.Bramini come può lo Stato da sempre mal pagatore erigersi a Giudice irreprensibile? Come si può pretendere onestà se chi dovrebbe per primo osservare le leggi e invece se ne infischia altamente?

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI