Diritto e Fisco | Editoriale

Residenza nella seconda casa: possibile?

28 Maggio 2018


Residenza nella seconda casa: possibile?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Maggio 2018



Addio residenza nella casa delle vacanze perché può iscriversi all’anagrafe del Comune solo chi abita in modo stabile in quello stesso luogo.

Tu e tua moglie siete proprietari di due case. Per ragioni di carattere fiscale avete deciso che uno di voi dovrà cambiare la residenza: tu la conserverai nell’abitazione in città, quella cioè ove dimorate abitualmente; lei invece si sposterà (ma solo virtualmente) nella casa vacanze che tenete sfitta per gran parte dell’anno. Lo scopo è principalmente quello di pagare meno tasse, ma in questo modo potrete anche evitare il rischio che, un giorno, per debiti, i creditori dell’uno possano pignorare entrambi i beni. Prima però di compiere questo passo ti chiedi se è possibile la residenza nella seconda casa. La risposta è stata data questa mattina dalla Cassazione [1]. Ecco cosa ha detto la Suprema Corte in merito alle cosiddette “residenze di comodo”.

Se hai già letto Come diventare irreperibili e nascondere la residenza, saprai che tutti quanti abbiamo l’obbligo di essere reperibili dalle autorità e dagli altri privati. Nessuno può nascondersi dal postino, dagli ufficiali giudiziari, dall’amministratore di condominio, dai creditori, da chiunque altro. Il rischio, in caso contrario, è di subire delle sanzioni amministrative. Peraltro se, per un anno di seguito, l’amministrazione comunale dovesse perdere le tue tracce, non riuscendo a reperire la tua effettiva abitazione, a seguito di indagini approfondite potrebbe anche cancellarti dai registri dell’anagrafe.

Cerchiamo ora di stabilire se è possibile avere la residenza nella casa vacanze.

La legge stabilisce, oltre all’obbligo di reperibilità, anche quello di fissare la propria residenza ove si trova la dimora abituale. In altri termini, la tua residenza deve per forza coincidere con il luogo ove di solito vivi e cioè dove vai a dormire (e se sei fortunato, anche a mangiare). Questo significa che se hai più di una casa non sei libero di stabilire la residenza nell’immobile in cui vuoi. Neanche se si tratta della casa vacanza dove ti rechi nel periodo estivo e, saltuariamente, anche nel corso dell’anno per verificare che tutto sia in regola. Se il Comune si accorge che non sei effettivamente presente in quel posto può revocarti la residenza.

Nella sentenza in commento la Cassazione ha ribadito questi stessi principi: la seconda casa non può essere il luogo di residenza di una persona, neanche per motivi fiscali. Per iscriversi nell’anagrafe di un Comune bisogna stabilirvi la dimora. Per stabilire se questo requisito è rispettato, l’amministrazione può verificare una serie di indizi, tra cui le consuetudini di vita e lo svolgimento di normali relazioni sociali del soggetto interessato. Il che si può desumere ad esempio dalle dichiarazioni rilasciate dai vicini di casa ai vigili (quando questi intervengono per effettuare i controlli); dalla conferma fornita dall’amministratore di condomino che più volte ha tentato di recapitare lettere o di bussare alla porta e non ha mai trovato nessuno; dal fatto che la cassetta della posta è sempre piena e che le raccomandate tornano al mittente per compiuta giacenza.

Per spostare la propria residenza, non basta il fatto di essere, di tanto in tanto, presenti nell’appartamento se poi non vi è anche un’abitudine di vita effettiva.

Nel caso deciso dalla Corte, i giudici hanno convalidato il decreto del Prefetto che aveva negato, a un’anziana signora, la registrazione della residenza nell’anagrafe di una località marittima dell’Abruzzo. Era risultato che l’interessata, proprietaria di una casa a due passi dal mare, vi si recava soltanto per le ferie estive; durante l’inverno invece l’immobile era costantemente disabitato. Troppo poco per ritenere effettivo il cambio di residenza che, pertanto, è stato revocato.

La legge parla chiaro [2]: «per persone residenti nel Comune s’intendono quelle che hanno la propria dimora abituale nel Comune stesso. Non cessano di appartenere alla popolazione residente le persone temporaneamente dimoranti in altri Comuni o all’estero per l’esercizio di occupazioni stagionali o per causa di durata limitata».

Non basta quindi ricevere la posta in un determinato luogo per potervisi ritenere residenti: oltre all’elemento “oggettivo” della permanenza in quel posto serve anche quello “soggettivo” della volontà di stabilirsi in loco, volontà che tuttavia sussiste quando è accertato un radicamento nel territorio del Comune.

note

[1] Cass. sent. n. 13241/18 del 28.05.2018.

[2] Art. 43 cod. civ. e art. 3 del dpr 223/89.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 22 marzo – 28 maggio 2018, n. 13241

Presidente Genovese – Relatore Lamorgese

Fatti di causa

Il Tribunale di Chieti, sezione distaccata di Ortona, con decreto del 30 marzo 2011, ha rigettato il ricorso di S.P. avverso il provvedimento prefettizio del 31 marzo 2010 di diniego della residenza anagrafica nel Comune di (omissis), in via (omissis). Il tribunale di Chieti, sezione distaccata di Ortona, con decreto del 30 marzo 2011, ha rigettato il ricorso di S.P. avverso il provvedimento prefettizio del 31 marzo 2010 di diniego dell’istanza di registrare la sua residenza anagrafica nel Comune di (omissis), in via (omissis). Ad avviso del tribunale, da ripetuti accertamenti negativi effettuati da pubblici ufficiali presso l’indirizzo indicato era risultato che la S. non aveva ivi stabilito la dimora abituale, che è presupposto della residenza, non essendo sufficiente l’occasionale ricezione di corrispondenza.

La S. ha proposto reclamo, deducendo che, ai fini della nozione di stabile dimora, dovesse tenersi conto anche della volontà del soggetto e non solo del dato oggettivo della permanenza nel luogo; ha evidenziato di avere comunque ritirato due raccomandate presso le poste e di avere chiesto di effettuare gli accertamenti in loco dal giovedì alla domenica, essendo negli altri giorni della settimana impegnata a Roma per lavoro.

Il reclamo è stato rigettato dalla Corte d’Appello de L’Aquila, con decreto dell’11 aprile 2016, secondo il quale il concetto di dimora abituale, collegato a quello di residenza, presuppone l’elemento soggettivo della volontà del richiedente, che deve pur sempre desumersi dalle consuetudini di vita e dalle relazioni sociali che, nella specie, non indicavano alcuna radicamento della S. nel territorio del Comune di (omissis), non essendo sufficiente la presenza in loco durante le vacanze estive; i vicini avevano riferito che l’appartamento era disabitato, come confermato dall’accumularsi della posta nella cassetta, dalle dichiarazioni dell’amministratore di condominio, il quale aveva riferito di diffide restituite al mittente per il pagamento delle quote condominiali; inoltre un accertamento eseguito di giovedì (il 23 marzo 2006), giorno indicato dall’interessata, aveva avuto esito negativo.

Avverso il predetto decreto, la S. propone ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost., affidato a tre motivi. Il Ministero dell’Interno ha resistito con controricorso.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 2700 c.c., 115 e 116 c.p.c., per avere i giudici di merito basato il proprio convincimento sulla base di apprezzamenti personali di pubblici ufficiali, non coperti da pubblica fede, e di inconsistenti informazioni raccolte dall’amministratore di condominio e dai vicini.

Il motivo è inammissibile.

La censura sollevata dalla S., che si duole della valutazione della Corte d’Appello di L’Aquila in relazione agli accertamenti svolti dai pubblici ufficiali, comporta un nuovo giudizio di merito attraverso la richiesta di un’autonoma valutazione delle risultanze degli atti di causa, laddove il controllo di legittimità non equivale alla revisione del ragionamento decisorio né costituisce occasione per accedere ad un terzo grado ove fare valere la ritenuta ingiustizia della decisione impugnata (Cass., sez. un., n. 8053/2014, n. 7931/2013).

Non è ravvisabile violazione dell’art. 115 c.p.c. nella mera circostanza che il giudice di merito abbia valutato le prove indicate dalle parti attribuendo maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre – com’è avvenuto nel caso di specie, avendo ritenuto più rilevanti gli elementi probatori forniti dai pubblici ufficiali rispetto a quelli forniti dalla S. – ma soltanto nel caso – non ricorrente nella specie – in cui il giudice abbia giudicato sulla base di prove non introdotte dalle parti e disposte di sua iniziativa al di fuori dei casi in cui gli sia riconosciuto un potere officioso di disposizione del mezzo probatorio (Cass., sez. un., n. 16598/2016, n. 11892/2016).

La violazione dell’art. 116 c.p.c. è invece configurabile solo allorché il giudice apprezzi liberamente una prova legale, oppure si ritenga vincolato da una prova liberamente apprezzabile (Cass. n. 11892/2016, n. 13960/2014, n. 20119/2009, n. 26965/2007) e non è questo il caso.

Con il secondo motivo, è denunciato l’omesso esame di fatti decisivi che provavano la sua dimora in via (OMISSIS) per tutto l’anno, come risultava da alcune fatture relative al consumo delle utenze domestiche.

Il motivo è inammissibile, risolvendosi in una critica all’accertamento del fatto compiuto dal giudice di merito, che è insindacabile in sede di legittimità in presenza di motivazione idonea a rivelare la ratio decidendi, dovendosi considerare in tali limiti ridotto il controllo di legittimità sulla motivazione in seguito alla modifica dell’art. 360, n. 5, c.p.c., apportata dall’art. 54 d.l. n. 83/2012, convertito in legge n. 134/2012 (Cass., sez. un., n. 8053/2014).

Con il terzo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 43 c.c., 3 del dPR n. 223/1989, 16 Cost. e 2 del IV prot. Add. CEDU, avendo la Corte di merito erroneamente interpretato in senso formalistico il concetto di dimora abituale.

Il motivo è inammissibile, a norma del’art. 360 bis n. 1 c.p.c., avendo la sentenza impugnata deciso in senso conforme alla giurisprudenza di legittimità, secondo la quale la residenza di una persona, secondo la previsione degli artt. 43 c.c. e 3 del dPR n. 223 del 1989, è determinata dall’abituale e volontaria dimora in un determinato luogo, che si caratterizza per l’elemento oggettivo della permanenza e per l’elemento soggettivo dell’intenzione di abitarvi stabilmente, rivelata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali (Cass. n. 25726 del 2011). L’accertamento di detti elementi in concreto è astrattamente censurabile negli stretti limiti di cui al novellato art. 360 n. 5 c.p.c. che il ricorso in esame non ha valicato.

Il ricorso è inammissibile. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo, unitamente al raddoppio del contributo.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile; condanna la ricorrente alle spese, liquidate in Euro 2050,00, oltre SPAD.

Doppio contributo a carico della ricorrente come per legge.


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