Diritto e Fisco | Editoriale

Si dice avvocata o avvocatessa?

24 Agosto 2018 | Autore:
Si dice avvocata o avvocatessa?

Quando l’avvocato è donna, bisogna chiamarla avvocato, avvocata o avvocatessa?

La parità di genere tra i sessi è argomento di indubbio interesse ai giorni nostri, soprattutto per quanto riguarda il campo delle pari opportunità e del riconoscimento degli stessi diritti fra uomini e donne, sia per quanto riguarda le relazioni interpersonali, sociali e familiari che nel settore lavorativo. Questioni quali il gender gap, le differenze retributive fra uomini e donne, i mancati riconoscimenti in ambito professionale nelle qualifiche superiori alle lavoratrici donne, o le problematiche connesse alle lavoratrici madri sono senz’altro attuali, discusse e rilevanti. Assai spesso, per combattere quella che per molte persone è diventata una vera e propria battaglia, personale ed ideologica, a favore di un femminismo a volte anche abbastanza estremo, si ritiene che il cambiamento possa partire anche dal linguaggio, con un uso mirato dei termini corretti e, dove possibile, declinati al femminile, quasi in una sorta di educazione linguistica. Questo discorso vale quindi anche per la professione forense, nella quale le professioniste donne sono quasi sempre state chiamate avvocato, alla pari dei colleghi uomini, pur esistendo le corrispondenti forme al femminile. Bisogna però capire se queste forme al femminile della qualifica professionale avvocato siano corrette, usabili, e quali siano. La domanda quindi alla fine è la seguente: si dice avvocata o avvocatessa?

Avvocato e avvocata: una questione controversa

Partiamo da una precisazione di base: la questione sull’uso dei termini avvocata e avvocatessa è tuttora controversa, non soltanto dal punto di vista delle persone comuni ma proprio a livello grammaticale, enciclopedico, e nelle stesse aule di tribunale. Come detto, finora anche per le professioniste è stata in sostanza utilizzata la forma al maschile, e quindi avvocato. D’altronde, è inutile negarlo, nell’immaginario collettivo l’avvocato simboleggia ancora, specialmente in alcune località – magari piccole e con tradizioni molto forti o concezioni ancora legate al passato – una figura lontana dal cittadino comune, un professionista che ha studiato e che pare irraggiungibile ai più. E quasi di default l’avvocato è un uomo, spesso immaginato direttamente con indosso la toga, in uno studio severo, sommerso dalle carte. Una concezione un po’ arcaica, ma ancora efficace, che vede nell’esercizio della professione forense una prerogativa quasi univocamente maschile.

In realtà, questa idea – oltre che socialmente superabile – è anche smentita dai fatti e dai numeri dell’avvocatura italiana. Secondo quanto rilevato dal report pubblicato da cassa forense ed aggiornato allo scorso 31 dicembre 2017, nel nostro paese risultano un totale di 242.796 avvocati iscritti all’albo, e 242.227 avvocati iscritti alla cassa forense: di questi ultimi, 115.735 sono donne, e 126.492 sono uomini. Come si vede chiaramente, quindi, la differenza numerica fra uomini e donne con il titolo di avvocato si risolve appena in qualche migliaio di professionisti, che influiscono di sicuro in minima parte su cifre così elevate.

Avvocato, avvocata e avvocatessa: la diffusione della forma femminile

Nonostante la predilezione per il sostantivo maschile, nonché anche per il fatto che in molti peraltro sostengono come in realtà la questione sia soltanto ideologicamente usata per rivendicazioni politico – femministe che in fin dei conti lasciano il tempo che trovano (in quanto a conti fatti non occorrerebbe davvero dover ogni volta declinare tutte le professioni) sta tuttavia diffondendosi anche l’utilizzo delle altre due forme al femminile, avvocata ed avvocatessa. Si tratta quindi di capire, aldilà delle discussioni sulla necessità di usare o meno i corrispettivi femminili di avvocato, quale delle due forme sia quella corretta tra avvocata ed avvocatessa, e anzitutto se ne esista una.

Possiamo anzitutto considerare come dal punto di vista pratico si ricorre già ad entrambi i termini: a seconda dei casi è infatti possibile trovare, in rete come sui giornali, nonché in alcuni siti specializzati, entrambe le forme, usate alternativamente e senza restrizioni. Nello stesso ambito professionale dell’avvocatura, peraltro, si utilizzano – anche se non spessissimo, bisogna ammetterlo – sia avvocata che avvocatessa, e sono poi i singoli interlocutori a scegliere quella che ritengono più opportuna, o che magari suona loro meglio, senza naturalmente fornire spiegazioni sulle motivazioni della preferenza espressa. Come tutte le colleghe ricorderanno, ad esempio, sulla pagina personale del sito internet di cassa forense risulta sempre la dicitura avvocatessa, abbreviata dalla sigla avv.ssa e seguita dal proprio nome e cognome. Dal punto di vista grammaticale però la soluzione non è univoca: alcuni dizionari considerano errata la forma avvocatessa, e valida soltanto quella di avvocata. Di differente parere sono invece, anche tra loro, l’accademia della Crusca e l’encicopledia Treccani.

Avvocatessa o avvocata: cosa dicono l’accademia della Crusca e l’enciclopedia Treccani

Dal punto di vista prettamente linguistico, stiamo anzitutto parlando di quelli che grammaticalmente sono chiamati nomi professionali femminili.

Secondo quanto è possibile leggere sull’enciclopedia Treccani, il sostantivo maschile avvocato ha come forme femminili sia avvocata che avvocatessa. Tra le due, nel ricordare come la forma avvocata sia anche un attributo riferibile alla Madonna o ad altre sante nella religione cattolica, l’enciclopedia Treccani specifica come avvocatessa sia quella più usata comunemente. Peraltro, la Treccani chiarisce che la forma avvocatessa sarebbe utilizzabile non soltanto per le professioniste del settore donne, ma sarebbe anche estensibile alle mogli degli avvocati uomini, quindi prive del titolo conseguito a seguito di abilitazione all’esercizio della professione forense.

L’accademia della Crusca dal canto suo riporta entrambe le forme alternativamente, senza che se ne possa ritenere una prevalente o preferibile rispetto all’altra.

Avvocatessa o avvocata: conclusioni

Come abbiamo visto quindi, in conclusione, la questione non è risolta definitivamente, e soprattutto bisogna considerare il fattore più rilevante quando si tratta di queste questioni terminologiche: l’uso della ligua da parte di tutti noi, nel quotidiano. Alcune abitudini lessicali infatti sono sicuramente dure a morire, e spesso sono peraltro legate a concezioni soggettive dell’esercizio della professione stessa. Per molte persone, d’altronde, alcuni termini risultano altresì poco musicali e quasi cacofonici, e tra questi parrebbe in definitiva che molti facciano rientrare anche avvocata, assieme ad altre professioni (come ad esempio ministra e presidenta) prediligendo la forma avvocatessa. Pur avendo quindi chiaro che, almeno secondo la Treccani e la Crusca, entrambe le forme parrebbero utilizzabili senza incorrere in evidenti errori, saranno poi il tempo, la prassi e le consuetudini d’uso a dire quale delle due forme diventerà – se mai lo diventerà – abituale.

Proprio a questo proposito, a riprova di come il tema sia tutt’altro che sopito, è recentissima la notizia dell’adozione di un protocollo d’intesa siglato fra Procura, tribunale di Bergamo e il Comitato pari opportunità del consiglio dell’ordine degli avvocati, nel quale si invita e si consiglia l’uso del termine avvocata nelle comunicazioni alle professioniste, preceduto dall’aggettivo egregia. La finalità, esplicitata nel documento, è quella di garantire il rispetto della differenza di genere nelle relazioni professionali fra avvocati donne, magistrati e cancellerie, per non svilire il ruolo delle avvocate – avvocatesse e valorizzare la cultura della parità di genere in ambito forense.


note

Autore immagine: Pixabay.


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5 Commenti

  1. Avvocato o muratore sono solo i nomi delle professioni, non vedo alcuna necessità di storpiarli e di generare confusioni. L’attenzione è da dare aI nome proprio, che precede, non certo al genere, che peraltro qui ha senso, per la certezza dell’identificazione. Per un professionista non è di certo utile evidenziare il genere a cui appartiene, ma la sua storia e la sua competenza professionale, ben riassunti dal titolo. In altri termini, a chi il professionista si presenta, interessa capire subito e bene la professione, e le qualità, proprio non dovrebbe avere peso il genere. Mica avrebbe senso, chiamare piloto un uomo solo perché è pilota di un jet o di una F1, non trovate?

  2. Lo stesso problema si pone con la parola sindaco; è corretto dire sindaca o sindachessa. a mio parere sarebbe più corretto dire la ******* sindaco di ********** piuttosto che sindaca

  3. Pilota o astronauta, per fare qualche esempio , è utilizzato sia per il maschile che il femminile e mi sembra che non ci sia nulla da eccepire. Mentre invece la ministra boldrini ha deciso che i ruoli delle donne devono concludersi in A.

  4. Non si capisce davvero perché l’autrice debba accompagnare la sua dissertazione con sue opinioni personali evitabilissime circa il progresso in corso circa l’opportunità di declinare al femminile le professioni. Sembrerebbe un’ovvietà, ci è voluto del tempo, e ora diamogli la dignità anche di nome che meritano no? Avvocata va benissimo, il “senso ironico” sarà nella testa maschilista di chi ce lo vede.

  5. Cari signori, lasciatemelo dire: che tristezza! A rispondere a questo articolo (e ad opporsi alla giusta causa ormai riconosciuta non solo dall’autrice di questo articolo, ma dall’Accademia della Crusca, dal Treccani – a livello nazionale ed internazionale) sono 4 uomini. E che argomentazioni forti! Mi permetto di mostrarvi i buchetti dai quali fanno acqua.
    1. Portare come esempio la parola “pilota” ha del ridicolo. Vi sono in italiano parole, non solo riferite a professioni, come “IL problema” o “IL teorema” accompagnate dall’articolo IL appunto perché – come nel caso di “IL pilota” o “IL sindaco” – di genere maschile. Il problema delineato dal movimento di riforma linguistica è il seguente: continuando ad usare parole come il pilota o il sindaco pur riferendoci a DONNE continueremo ad escludere senza motivo l’universo femminile ormai attivo in campi una volta prettamente dominati dagli uomini. Continueremo a fare un errore facilmente evitabile! Perché parlo di errore? Perché sono una traduttrice e se leggo “avvocato” traduco in tedesco “Richter”, anche se in tedesco c’è il femminile ed è “Richterin”. Perché se qualcuno si presenta in un’e-mail come l’avvocato Rossi mi aspetto un uomo, non una donna.

    Non essendoci state avvocatesse, nel passato, non vi era la necessità, nel passato, di chiamarle e non era previsto l’equivalente femminile. Una lingua non è stampata su un libro sacro destinato a rimanere invariato per sempre. La lingua è plastica e si adatta alle esingenze delle donne e degli uomini che la usano quotidianamente. Quindi ammettetelo che sindacA e avvocatA o avvocatessa vi fanno schifo perché non vi suonano. Siete solo abituati (socializzati) così. Se da oggi tutti usassero le parole avvocata, sindaca e ministra pensate che la prossima generazione storcerebbe il naso? Non se ne accorgerebbe, perché avremo adattato l’italiano all’Italia di oggi.

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