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Contabilità e consulenza fiscale: commercialisti senza esclusiva

29 maggio 2018


Contabilità e consulenza fiscale: commercialisti senza esclusiva

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 maggio 2018



Non ci vuole l’iscrizione all’albo per la tenuta dei libri contabili, l’assistenza fiscale e l’invio della dichiarazioni dei redditi: attività che possono essere svolte da chiunque.

Un consulente del lavoro ti ha offerto assistenza non solo per le buste buste paga, ma anche per le questioni fiscali, commerciali e per la compilazione e l’invio della dichiarazione dei redditi: ti ha presentato un preventivo più basso di quello che, di solito, paghi al tuo commercialista. Lo può fare? Assolutamente sì. E con lui anche l’avvocato, l’amministratore di condominio, il vicino di casa o chiunque altro benché non sia in possesso di un titolo professionale. Questo perché, a detta della Cassazione [1], per svolgere tali attività non c’è bisogno di essere iscritti a un albo specifico. Insomma, per la tenuta della contabilità e la consulenza fiscale, i commercialisti non hanno esclusiva. La decisione è di ieri e tira un forte colpo alla categoria dei commercialisti, già oggi fortemente lesa dall’arrivo delle fatture elettroniche. 

A detta della Suprema Corte, l’assistenza fiscale per la dichiarazione dei redditi o la tenuta dei libri contabili, non sono attività ad appannaggio esclusivo dei dottori commercialisti, dei ragionieri o dei periti commerciali. Si tratta infatti di attività che possono essere svolte da qualsiasi persona e non solo dai quanti sono iscritti all’albo professionale o abilitati. La Corte ha così accolto il ricorso del legale rappresentante di uno studio professionale che si era rivolto al tribunale per ottenere la condanna, nei confronti di un proprio cliente, ai compensi maturati per la consulenza fiscale e tributaria e per l’elaborazione di dati contabili. Il cliente, invece, contestava sia il regolare conferimento dell’incarico, sia l’importo richiesto, sia la validità del contratto. Contratto che sarebbe stato nullo per via dell’assenza dei requisiti professionali del consulente. Tesi però rispedita al mittente dalla Cassazione, secondo cui la consulenza fiscale non è riservata ai professionisti iscritti all’albo di dottori e ragionieri commercialisti e degli esperti contabili, nel quale la titolare dello studio non figurava.

Le attività “liberalizzate” dall’ordinanza in commento sono piuttosto ampie e promettono ora una temibile concorrenza per le professionisti: si va dalla tenuta della contabilità, alla redazione di modelli Iva o per la dichiarazione dei redditi; dalla richiesta di certificati o presentazione di domande presso la Camera di commercio all’invio della dichiarazione dei redditi; la stessa consulenza in materia fiscale e commerciale non è coperta da esclusiva. Queste sono tutte attività che possono essere svolte anche da chi non è commercialista, ragioniere o esperto contabile iscritto all’albo.  

Come noto, in base al codice civile [2], quando l’esercizio di un’attività professionale è condizionato all’iscrizione in un albo o elenco, la prestazione eseguita da chi non è iscritto non gli dà azione per il pagamento della retribuzione. Ma per stabilire se scatta la nullità del contratto per la mancata iscrizione all’albo bisogna prima verificare se la prestazione svolta dal professionista rientra in quelle «attività che sono riservate in via esclusiva a una determinata categoria professionale». Tale accertamento deve, tuttavia, tener conto del fatto che «al di fuori delle attività comportanti prestazioni che possono essere fornite solo da soggetti iscritti ad albi o provvisti di specifica abilitazione, per tutte le altre attività di professione intellettuale o per tutte le altre prestazioni di assistenza o consulenza vige il principio generale di libertà di lavoro autonomo o di libertà di impresa di servizi a seconda del contenuto delle prestazioni e della relativa organizzazione». Del resto è principio della Comunità europea quello della libertà della prestazione di servizi, rispetto al quale l’imposizione del requisito dell’iscrizione ad albi e Ordini costituisce l’eccezione da interpretarsi sempre in senso restrittivo.

Ciò significa che nelle materie commerciali, economiche e finanziarie e di ragioneria, le prestazioni di «assistenza o consulenza aziendale» non sono riservate «per legge in via esclusiva ai dottori commercialisti, ai ragionieri e ai periti commerciali», perché non rientrano tra le attività di stretta competenza di «soggetti iscritti ad apposito albo professionale o provvisti di specifica abilitazione».

Del resto, la stessa sorte è toccata anche agli avvocati ai quali la Cassazione si è rivolta più volte [3] ammonendo: la consulenza legale non è coperta da esclusive, ma può essere fornita da chiunque (leggi Consulenza legale: la può dare chiunque). E così non c’è alcuna riserva a favore degli avvocati quando si parla di richieste di risarcimento del danno da presentare alle assicurazioni in caso di incidente stradale, consulenze e pareri legali (purché non finalizzati alla successiva difesa in giudizio), redazione di contratti, diffide, contestazioni e messa in mora, risposta a lettere di diffida, contestazioni e messa in mora, querele e denunce, redazione di accordi e transazioni, conciliazioni laddove la presenza dell’avvocato non è richiesta obbligatoriamente dalla legge.

 

Tornando alla categoria dei commercialisti, la tesi sposata ieri dalla Cassazione non è nuova. Già nel 2010 la Suprema Corte aveva detto [4], conformandosi a quanto ancor prima era stato chiarito dalla Corte Costituzionale [5], che «nelle materie commerciali, economiche, finanziarie e di ragioneria, le prestazioni di assistenza o consulenza aziendale non sono riservate per legge in via esclusiva ai dottori commercialisti, ai ragionieri e ai periti commerciali». 

Resta invece il reato di esercizio abusivo della professione a carico di chi, professionalmente, fa attività legate alla tenuta delle scritture e alle dichiarazioni dei redditi, svolgendo il compito con modalità che, per continuatività, onerosità e (almeno minimale) organizzazione, possono creare, senza chiare diverse indicazioni, l’apparenza di un’attività professionale svolta da soggetto regolarmente abilitato.

note

[1] Cass. ord. n. 13342/18.

[2] Art. 2231 cod. civ.

[3] Cfr. Cass. sent. n. 12840/2006.

[4] Cass. sent. n. 14085/2010. Cfr. anche Cass. sent. n. 15530/2008 e n. 12840/2006.

[5] C. Cost. sent. n. 418/1996.

Autore immagine: 123rf com

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