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Ossessione sentimentale: cosa si rischia?

29 Maggio 2018


Ossessione sentimentale: cosa si rischia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Maggio 2018



Corteggiamenti assillanti: il colpo di fulmine che diventa persecuzione fa scattare la libertà vigilata.

Ti sei incottato di una ragazza. La scorsa settimana avete parlato, riso e scherzato. Ti è sembrata interessata. Così hai tentato di contattarla. Le hai mandato una richiesta di amicizia su Facebook e lei l’ha accettata. Poi le hai chiesto il numero di cellulare trovando una scusa banale e, anche in questo caso, lei te ti ha assecondato. Sembrava cosa fatta quando, all’ultimo, ha mutato atteggiamento. Le hai mandato un messaggino ma non ti ha risposto. Hai provato con un altro, e un altro ancora. Tutti “visualizzati”, ma puntualmente ignorati. Hai cercato di contattarla in altro modo per chiederle le ragioni del suo cambiamento. Così l’hai inseguita mentre sfrecciava col motorino. Lei ti ha visto con la coda dell’occhio e ha accelerato. Ma non ti dai per vinto e vuoi insistere. Tuttavia ti chiedi cosa si rischia per l’ossessione sentimentale? Lei potrebbe denunciarti oppure «in guerra e in amore tutto è concesso»? La questione è stata decisa da una recente sentenza della Cassazione [1]. La pronuncia merita di essere conosciuta perché fissa una sorta di soglia temporale per potersi parlare di stalking. Vediamo cosa è stato detto in questa occasione.

Persecuzioni in amore: fino a quando sono tollerate?

L’amore non perdona. Chi si infatua di un’altra persona e per questo perde i numi della ragione ne paga le conseguenze. Superare i limiti e imporre la propria martellante presenza, fatta di appostamenti, messaggini, pedinamenti, squilli, anche di semplici complimenti, deve poi vedersela con il giudice. Non un giudice qualsiasi, ma quello penale. Già, perché un comportamento del genere, quando genera timore e ansia nella persona corteggiata, integra lo stalking. L’ossessione sentimentale è reato, quindi, ed a confermarlo sono i giudici supremi [1]. E fin qui il principio appare piuttosto scontato. La questione però più delicata è capire quando si può parlare di “ossessione”, ossia dopo quanto tempo si sconfina nel penale e quando invece si resta nell’ambito di un normale, seppur assillante, corteggiamento. Il codice penale, nel definire lo stalking, parla di «condotte reiterate» consistenti in molestie o minacce. Ebbene, a detta della Corte, basta anche un solo giorno di corteggiamento assillante ed estenuante per far scattare l’illecito penale di atti persecutori (o, come più spesso chiamato, stalking).

Come capire che lei non ci sta?

Innamorarsi non significa perdere il contatto con la realtà. Cosa che succede spesso quando si confonde la semplice cortesia con l’interesse. Ci si deve sempre rendere conto di quando il proprio atteggiamento è sgradito: non basta fissarsi su ciò che è stato detto o fatto in passato se poi gli atteggiamenti mutano. E ben possono mutare, visto che l’aver dato confidenza in una particolare occasione, sporadica per di più, non significa incoraggiare lo stalking. Insomma non si possono ignorare i chiari messaggi che provengono dall’altro, manifestati anche solo con il silenzio o con i tentativi di fuga. E qui viene la parte più delicata del problema. Come fare a capire se lei ci sta o meno? Come prevedere una possibile querela per stalking?

Il codice penale definisce lo stalking sulla base degli effetti che il comportamento reiterato del colpevole determinano sulla vittima. Effetti che possono consistere in:

  • uno stato continuo di ansia o di paura;
  • il timore per l’incolumità propria o di un proprio caro;
  • l’alterazione delle proprie abitudini di vita quotidiana.

Basta uno di questi elementi per essere condannato per stalking. Per evitare il penale, è necessario quindi verificare se lei cambia strada quando torna a casa, se sospende il proprio account Facebook, se ti evita di proposito, se ti manda un messaggio in cui ti implora di smettere perché la stai spaventando o se, semplicemente, si trova in uno stato di ansia o di paura nel vederti o nel leggere i tuoi messaggi. Ma come stabilire se c’è ansia, essendo questa un’emozione interiore? Molto facile, dice di nuovo la Cassazione: basta che a dirlo sia la vittima. Difatti le sue dichiarazioni costituiscono prova (a differenza di quelle dell’imputato). Sul punto leggi Stalking: quanto vale la parola della vittima?

Stalking per amore: quando si viene denunciati

Per i magistrati è decisiva la ricostruzione della vicenda poggiata sui racconti della donna. Nel caso di specie è stato appurato «il crescendo dei comportamenti invasivi e sempre più ossessivi» tenuti dall’uomo e concretizzatisi «in appostamenti, pedinamenti, avvicinamenti anche fisici, apprezzamenti», tali da «determinare uno stato di timore e di ansia» nella donna e da costringerla a «modificare le proprie abitudini». Esemplare, a questo proposito, il richiamo al fatto che la vittima sia stata obbligata a «cambiare l’orario di gioco al parco con i propri figli».

Per quanto concerne poi «il breve arco temporale» del comportamento tenuto dall’uomo, questo dato è ritenuto irrilevante, poiché, osservano i giudici, «è configurabile il delitto di atti persecutori anche quando le singole condotte sono reiterate in un tempo molto ristretto, anche nell’arco di una sola giornata».

note

[1] Cass. sent. n. 104/18 del 3.01.2018.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 1 dicembre 2017 – 3 gennaio 2018, n. 104

Presidente Palla – Relatore Pezzullo

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 12.10.2016 la Corte d’appello di Milano confermava la sentenza del 5.11.2015 del locale Tribunale di condanna di Ba. Se. alla pena di mesi sei di reclusione per reato di cui all’art. 612 bis c.p., perché, con condotte reiterate, molestava Do. Vi. Tr., così da cagionarle un perdurante e grave stato di ansia e di paura, costringendola ad alterare le proprie abitudini di vita.

2. Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso l’imputato a mezzo del suo difensore di fiducia, lamentando, con un unico motivo, l’errata applicazione della legge penale ex art. 606, primo comma, lett. b) c.p.p., in relazione all’art. 612 bis c.p.; invero, le azioni poste in essere dal ricorrente, diversamente da quanto sostenuto dalla Corte territoriale, configuravano, piuttosto, un corteggiamento non corrisposto, ma sicuramente non tale da determinare nella parte offesa uno stato di ansia ed una modifica delle proprie abitudini di vita; il ricorrente non poneva mai in essere un comportamento minaccioso, aggressivo o molesto, e le azioni venivano compiute nell’arco di tre giorni, tempo sicuramente non sufficiente a scatenare uno stato di ansia grave e perdurante, così come indicato dalla norma incriminatrice, anche in considerazione dell’assenza di offensività delle suddette azioni.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile, siccome in più punti generico nonché ripetitivo di censure già sviluppate in appello alle quali è stata data risposta non illogica.

1. Ed invero, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, la Corte territoriale -dopo aver dato conto delle condotte poste in essere dall’imputato nei confronti della p.o.- ha esposto le ragioni per le quali tali condotte sono da ricondursi al reato di stalking in contestazione. In particolare, la sentenza impugnata- ritenuta la ricostruzione degli avvenimenti effettuata dalla p.o. pienamente attendibile- ha posto in evidenza con assoluta chiarezza il crescendo dei comportamenti invasivi della libertà personale e della sfera personale della persona offesa da parte dell’imputato, comportamenti via via sempre più ossessivi, tradottisi in appostamenti, pedinamenti, avvicinamenti anche fisici, apprezzamenti ecc.; tali condotte hanno determinato nella p.o. uno stato di timore e di ansia, costringendola a modificare i proprio comportamenti.

2. In tale contesto correttamente i giudici d’appello: hanno ritenuto sussistenti gli elementi costitutivi del reato di cui all’art. 612 bis c.p., avendo l’imputato posto in essere una pluralità di condotte moleste – tali dovendo ritenersi gli appostamenti, gli avvicinamenti ecc. contrariamente a quanto sostenuto dall’imputato- nonché reiterate, che hanno prodotto l’evento del reato in questione dello stato d’ansia con modificazione delle abitudini di vita della p.o. e segnatamente cambio dell’orario di gioco al parco con i propri figli; hanno altresì ritenuto non configurabile nella fattispecie il reato 660 c.p., non avendo l’imputato recato semplice disturbo alla persona offesa, ma avendo il predetto causato intensi stati d’ansia e di timore alla donna, nonché avendo costretto la predetta a modificare le sue abitudini di vita e quelle dei suoi figli.

3. Sul punto è sufficiente richiamare i principi affermati da questa Corte, secondo cui, ai fini della integrazione del reato di atti persecutori (art. 612 bis cod. pen.) non si richiede l’accertamento di uno stato patologico, ma è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima (Sez. 5, n. 18646 del 17/02/2017).

4. Per quanto concerne, poi, il breve arco temporale nel quale le condotte sono state poste in essere, questa Corte ha più volte evidenziato come sia configurabile il delitto di atti persecutori anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto (anche nell’arco di una sola giornata), a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di questi, pur concentrata in un brevissimo arco temporale, sia la causa effettiva di uno degli eventi considerati dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 38306 del 13/06/2016).

5. Alla declaratoria di inammissibilità segue per legge la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché, trattandosi di causa di inammissibilità riconducibile a colpa del ricorrente al versamento, a favore della Cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 2000,00, ai sensi dell’art. 616 c.p.p.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2000,00 in favore della Cassa delle ammende.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del D.Lgs. 196/03 in quanto disposto d’ufficio.

Motivazione semplificata.


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