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Contestazione al datore di lavoro: come si scrive?

30 Maggio 2018


Contestazione al datore di lavoro: come si scrive?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 Maggio 2018



Come si scrive una lettera di rimostranze? Dov’è il confine del diritto di critica del dipendente e dove invece scatta la diffamazione e l’ingiuria per le espressioni offensive nei confronti del capo e dei vertici dell’azienda? 

Hai qualcosa da ridire sull’organizzazione aziendale dei turni serali e del weekend, sulla distribuzione delle mansioni e degli straordinari; ci sono alcuni comportamenti dei tuoi colleghi che proprio non ti stanno a genio. In più, il capo ha sempre qualcosa da ridire nei tuoi confronti: sembra quasi che stia cercando la scusa per uno scontro. Vorresti scrivergli una lettera formale per contestare questi aspetti del rapporto di lavoro, ma non ne hai il coraggio. Temi che possa reagire con una ritorsione e licenziarti o trasferirti. Dall’altro lato non vuoi neanche rinunciare alla difesa dei tuoi diritti. Ti chiedi allora in che modo rivolgerti al superiore, con quali parole per non subire sanzioni. In buona sostanza il tuo problema è: come si scrive una contestazione al datore di lavoro? Cosa rischi se esageri? La giurisprudenza si è più volte pronunciata sul confine tra il diritto di critica del dipendente, riconosciutogli dalla costituzione, e gli atti diffamatori e ingiuriosi nei confronti dei vertici aziendali. Ecco allora alcuni utili suggerimenti per non travalicare i tuoi diritti. La scusa per trattare questo delicato argomento ci viene data da una recente sentenza della Cassazione [1] che ha deciso il caso di un dipendente accusato di infedeltà per aver inviato diverse email ai superiori, esponendo delle rimostranze riguardo alla propria posizione lavorativa. Le email contenevano però frasi ed espressioni ritenute offensive e denigratorie da parte del datore di lavoro.

Per non cadere nel reato di diffamazione o nell’illecito (amministrativo) dell’ingiuria, ma rimanere nell’ambito del diritto di critica – che è sempre tutelato dal nostro ordinamento – è necessario, nella propria esposizione, riferirsi ai fatti e non alle persone: non bisogna esprimere giudizi sui soggetti coinvolti nella vicenda, ma limitarsi a narrare, ed eventualmente criticare, le loro scelte, le loro azioni. Non bisogna insomma mettere in discussione i valori della persona. Tanto per fare un esempio, dire che il capo è un ladro perché non paga gli stipendi è certamente vietato, mentre riferire il semplice fatto che le buste paga non sono state versate e che tanto costituisce una violazione della legge non è affatto vietato. Affermare che il datore di lavoro avrebbe favorito alcuni dipendenti perché si è lasciato corrompere è illegale, ma è lecito affermare che, nelle valutazioni dei candidati, sono state effettuate delle scelte non corrette o coerenti (illustrando quali).

Inoltre – aspetto non meno importante – non bisogna alterare la verità: non si possono narrare bugie ma è necessario attenersi sempre ai fatti realmente accaduti. C’è tuttavia un margine di elasticità in questo concetto: la realtà che rileva non è quella obiettiva, ma quella “putativa”, ossia quella conosciuta da chi parla (anche se poi è caduto in errore). Ad esempio, se una persona viene a sapere dell’intenzione, in realtà non vera, del datore di lavoro di abbassare gli stipendi o di licenziare e perciò si mette a contestare la scelta, può essere scusato nonostante non abbia fatto verifiche approfondite. L’esercizio del diritto di critica non richiede infatti attività “ispettive”. Ciò che conta, in buona sostanza, è la buona fede.

La critica può anche essere forte e aspra se il clima aziendale è caratterizzato da particolare tensione (come nel caso, ad esempio, di chiusura di un reparto e di trasferimenti collettivi o di riduzione dell’orario lavorativo). Essa infatti non consente di giustificare il licenziamento del lavoratore che si ribella e invia la lettera di contestazione al datore di lavoro. In tal caso, quindi – afferma la Cassazione [1] – il licenziamento è illegittimo e il dipendente ha diritto alla reintegra sul posto.

Le opinioni espresse dal lavoratore dipendente, anche se vivacemente critiche nei confronti del proprio datore di lavoro, non possono infatti costituire giusta causa di licenziamento, in quanto proiezione della libertà di espressione garantita costituzionalmente o, quanto meno, della connessa libertà di critica. Quanto precede, tuttavia, sempre che il comportamento del lavoratore non si traduca in un atto diffamatorio o ingiurioso (o comunque in una condotta manifestamente riprovevole), connotato da una gravità tale da compromettere in modo irreparabile il vincolo fiduciario, così da non consentire la prosecuzione anche provvisoria del rapporto di lavoro [2].

In sintesi, per comprendere se la lettera di contestazione del dipendente al datore di lavoro è legittima e rispetta il diritto di critica, oppure si traduce in un atto illecito di insubordinazione o di ingiuria e diffamazione (nel quale caso sarebbe possibile il licenziamento), è necessario valutare i seguenti aspetti: 

  1. il fatto contestato dal dipendente al datore di lavoro deve essere vero (in caso contrario, il dipendente è giustificato se è in buona fede per aver ritenuto, senza colpa, che i fatti corrispondessero a realtà);
  2. le parole usate dal dipendente non devono essere lesive della reputazione dell’impresa o dei suoi dirigenti; 
  3. le accuse che si ritengono infamanti devono essere espresse per la difesa di interessi del lavoratore garantitigli dalla legge (ad esempio, la contestazione di un trasferimento eseguito in assenza di motivi della produzione ma solo per ragioni discriminatorie).

Anche le critiche espresse «privatamente» per e-mail verso un elenco circoscritto di destinatari può costituire causa di licenziamento se il fatto viene ritenuto grave e infamante.  

 

note

[1] Cass. sent. n. 11645/2018.

[2] Cass. sent. n. 10511/1998.

[3] Cass. sent. n. 1173/1996.

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro civile 

Ordinanza 14 maggio 2018, n. 11645

Integrale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere

Dott. LORITO Matilde – Consigliere

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15124-2016 proposto da:

(OMISSIS) S.P.A., P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio degli avvocati (OMISSIS), che la rappresentano e difendono, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8746/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 15/12/2015 R.G.N. 2132/2013.

RILEVATO IN FATTO

1. che la Corte d’appello di Roma ha confermato la decisione di primo grado che, in accoglimento della domanda proposta da (OMISSIS), aveva dichiarato la illegittimita’ del licenziamento intimato alla detta lavoratrice con lettera del 18.1.2010 da (OMISSIS) s.p.a. e applicato la tutela di cui alla L. n. 20 maggio 1970, n. 300, articolo 18 nel testo all’epoca vigente;

1.1. che il giudice di appello, premesso che nel caso di specie l’addebito concerneva, tra l’altro, il contenuto di alcuni messaggi di posta elettronica inviati dalla lavoratrice ai propri superiori, contenuto che si assumeva offensivo e denigratorio per la societa’ datrice, evidenziato che con la propria impugnazione (OMISSIS) s.p.a., nel dedurre la legittimita’ del licenziamento, aveva fatto riferimento solo al contenuto di detti messaggi senza, invece, insistere sulla recidiva e sulla mancata presentazione della (OMISSIS) alla convocazione da parte di un dirigente, in dichiarata adesione ai principi espressi dalla giurisprudenza di legittimita’ in tema di esercizio del diritto di critica (Cass. 22/10/1998 n. 10511), ha ritenuto che nel caso di specie la (OMISSIS) si era limitata – tra l’altro senza utilizzare termini offensivi o comunque inappropriati – a fare delle rimostranze relative alla propria posizione lavorativa e che le modalita’ utilizzate erano coerenti con la situazione di tensione individuale scaturente anche da precedente contenzioso con la societa’ in esito al quale era stata emessa sentenza del Tribunale d Roma di accertamento del diritto della (OMISSIS) ad essere inquadrata a decorrere dal 1.5. 1995 nel 6 livello c.c.n.l. e, per l’effetto, (OMISSIS) s.p.a. condannata a riassegnare alla lavoratrici mansioni corrispondenti all’inquadramento spettante oltre che al pagamento di somma a titolo di maggiori retribuzioni dovute oltre accessori e al risarcimento dei danni, patrimoniali e non, connessi alla dedotta dequalificazione;

1.2. che ha, inoltre, osservato che la societa’ datrice di lavoro non aveva dedotto, quale conseguenza dell’invio dei messaggi di posta elettronica, la specifica esistenza di un pregiudizio al decoro o all’immagine dell’azienda; tanto meno aveva allegato in maniera puntuale la natura e l’entita’ del preteso inadempimento di controparte;

2. che per la cassazione della decisione ha proposto ricorso (OMISSIS) s.p.a. sulla base di un unico articolato motivo al quale la parte intimata ha resistito con tempestivo controricorso;

2.1. che il PG non ha depositato requisitoria scritta;

2.2. che (OMISSIS) s.p.a. ha depositato memoria ai sensi dell’articolo 380 bis c.p.c..

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. che con l’unico motivo di ricorso la ricorrente (OMISSIS) s.p.a. deduce, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, violazione dell’articolo 112 c.p.c. e, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omessa pronunzia su un punto decisivo della controversia oggetto di discussione tra le parti, violazione dell’articolo 1363 c.c., comma 2, della lettera di contestazione del 19 ottobre 2009 nonche’ violazione del C.C.N.L. del 3 dicembre 2005, articolo 48;

1.1. che, in particolare, censura l’affermazione della sentenza impugnata secondo la quale in appello la societa’ aveva dedotto l’assoluta illegittimita’ del licenziamento facendo riferimento solo al contenuto dei predetti messaggi senza insistere sulla sussistenza della recidiva e sulla mancata presentazione ad una convocazione da parte di un dirigente;

1.2. che assume, inoltre, che delle condotte prese in considerazioni sarebbero state omesse alcune di cui alla lettera di contestazione;

2. che il motivo con il quale si denunzia violazione dell’articolo 112 c.p.c., censurando la decisione per avere ritenuto che in appello la societa’ non aveva insistito su alcune delle condotte contestate quali la recidiva e la mancata presentazione alla convocazione disposta da un superiore, e’ inammissibile in quanto non sorretto dalla completa esposizione del fatto processuale;

2.1. che secondo la giurisprudenza di questa Corte, affinche’ possa utilmente dedursi in sede di legittimita’ un vizio di omessa pronunzia, ai sensi dell’articolo 112 c.p.c., e’ necessario, da un lato, che al giudice del merito siano state rivolte una domanda od un’eccezione autonomamente apprezzabili, ritualmente ed inequivocabilmente formulate, per le quali quella pronunzia si sia resa necessaria ed ineludibile, e, dall’altro, che tali istanze siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, nel ricorso per cassazione, con l’indicazione specifica, altresi’, dell’atto difensivo e/o del verbale di udienza nei quali l’una o l’altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, “in primis”, la ritualita’ e la tempestivita’ ed, in secondo luogo, la decisivita’ delle questioni prospettatevi. Ove, quindi, si deduca la violazione, nel giudizio di merito, del citato articolo 112 c.p.c., riconducibile alla prospettazione di un’ipotesi di “error in procedendo” per il quale la Corte di cassazione e’ giudice anche del “fatto processuale”, detto vizio, non essendo rilevabile d’ufficio, comporta pur sempre che il potere-dovere del giudice di legittimita’ di esaminare direttamente gli atti processuali sia condizionato, a pena di inammissibilita’, all’adempimento da parte del ricorrente per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione che non consente, tra l’altro, il rinvio “per relationem” agli atti della fase di merito – dell’onere di indicarli compiutamente, non essendo legittimato il suddetto giudice a procedere ad una loro autonoma ricerca, ma solo ad una verifica degli stessi (Cass. 08/06/ 2016 n. 11738; Cass. 04/07/2014 n. 15367);

2.2. che parte ricorrente non ha articolato la censura in esame con modalita’ coerenti con tali prescrizioni in quanto si e’ limitata alla riproduzione di alcune frasi, peraltro estrapolate dal contesto di riferimento, inidonee a dare contezza della violazione ascritta alla Corte di merito;

2.3. che e’ destituito di fondamento l’ulteriore assunto di parte ricorrente secondo il quale la sentenza impugnata avrebbe preso in considerazione solo la prima mail con la quale la (OMISSIS) si lamentava delle mansioni ripetitive svolte ignorandone altre, in quanto la sentenza impugnata ha espressamente fatto riferimento all’insieme dei messaggi di posta elettronica di cui alla lettera di contestazione (v. pagina 4 sentenza, in fine) ed al complesso degli stessi, pur soffermandosi su alcuni in particolare, ha riferito la propria valutazione di illegittimita’ del licenziamento;

2.4. che il motivo con il quale si deduce violazione dell’articolo 48 del c.c.n.l non e’ corredato dalla indicazione di dati idonei al reperimento del contratto nelle fasi di merito, come, invece, prescritto al fine della ammissibilita’ della censura (Cass. Sez. Un. 03/11/2011 n. 22726); inoltre, parte ricorrente, in violazione dell’obbligo di cui all’articolo 369 c.p.c., n. 4, non ha allegato la avvenuta produzione del testo integrale del contratto collettivo in oggetto, come richiesto a pena di improcedibilita’ dall’articolo 369 c.p.c., comma 2, n. 4, (Cass. 04/03/2015 n. 4350; Cass. Sez. Un. 07/11/2013 n. 25038);

2.5. che, pertanto, in base alle considerazioni che precedono il ricorso deve essere respinto;

3. che le spese del giudizio sono liquidate secondo il criterio della soccombenza;

4. che la circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilita’ del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite che liquida in Euro 5.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge. Con distrazione in favore dell’Avv. (OMISSIS), antistatario.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.


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