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Lo sai che? Condominio: come tutelarsi dai rumori molesti

Lo sai che? Pubblicato il 8 giugno 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 8 giugno 2018

Vivo con mamma disabile ed invalida e sono turnista in ospedale. Nella casa sopra la mia, dal 2004 a oggi, la proprietaria affitta e ospita continuamente a terzi molto chiassosi anche di notte. L’amministratore è inesistente, gli altri condomini omertosi. Il nostro citofono a volte suona anche di notte da ospiti della signora sopra noi. Cosa posso fare?

Innanzitutto occorre chiarire che l’amministratore non si può disinteressare dei rumori molesti se i rumori arrivino a disturbare anche le aree di proprietà condominiale.

Infatti tra i compiti che la legge assegna all’amministratore c’è anche quello di disciplinare l’uso delle cose comuni e quindi l’amministratore ha il dovere di intervenire se singoli condomini (oppure gli affittuari che abitano le case dei condomini), provochino nelle loro abitazioni rumori che disturbino il pacifico godimento dei beni comuni (ad esempio con rumori che si propaghino nelle proprietà comuni come sono i pianerottoli e le scale).

Ma l’amministratore è obbligato ad intervenire anche nel caso in cui nel regolamento condominiale ci fosse un elenco di comportamenti al cui rispetto i condomini sono obbligati anche all’interno delle loro proprietà (talvolta nel regolamento condominiale sono previste anche sanzioni economiche per i condomini che non rispettano le regole contenute nel regolamento stesso).

Se, perciò, nel condominio in cui il lettore abita ci fosse un regolamento contenente una norma di comportamento (ad esempio: è vietato negli appartamenti di proprietà esclusiva fare rumori fastidiosi in ore notturne oppure nelle ore di riposo notturne e pomeridiane ecc.) e questa norma fosse stata violata dal suo confinante (o dai terzi che occupano l’appartamento del proprietario che abita al piano superiore), l’amministratore è tenuto ad intervenire per contestare la violazione ed anche per sottoporre all’assemblea la decisione di irrogare la sanzione economica che fosse eventualmente prevista dal regolamento stesso (sanzione che, in base all’articolo 70 delle disposizioni di attuazione del codice civile, può arrivare fino a 200 euro e, in caso di recidiva, fino ad euro 800 e che può essere irrogata dall’assemblea condominiale, occorre ripeterlo, solo se è prevista dal regolamento e solo nella misura prevista dal regolamento).

Fatta questa doverosa premessa, bisogna aggiungersi che se per un qualsiasi motivo l’amministratore non dovesse o non volesse intervenire e se le vie bonarie per risolvere la questione risultassero inutili, non resterà al lettore che affidarsi ad un avvocato affinché:

– venga fatta innanzitutto una contestazione scritta dei fastidi subìti e, se nemmeno la contestazione scritta fosse sufficiente a risolvere il problema 

– sia valutata l’opportunità, sempre con il supporto di un legale, di avviare una causa davanti al giudice competente (per ottenere che i rumori cessino ed eventualmente anche il risarcimento dei danni subìti).

Per una causa di questo tipo (con cui si chiede al giudice, si ripete, che i rumori cessino), chi inizia la causa (cioè il lettore nel caso specifico) dovrà dimostrare al giudice non solo che questi rumori fastidiosi esistono, ma anche da dove provengono, quando vengono avvertiti e che superano il livello di normale tollerabilità.

Proprio a questo riguardo, si segnala che:

1) di recente la Corte di Cassazione ha chiarito (con sentenze n. 2.864 del 12 febbraio 2016 e 2.166 del 31 gennaio 2016) che per dimostrare che i rumori del vicino hanno superato il normale livello di tollerabilità (previsto dall’articolo 844 del codice civile), possono anche essere sufficienti dei testimoni soprattutto nei casi in cui i rumori siano discontinui e spontanei e sia perciò difficile verificarli con apposite apparecchiature (anche se è più opportuno che la prova della fastidiosità e intollerabilità dei rumori sia fornita al giudice attraverso una perizia che accerta la rumorosità in modo oggettivo);

2) sempre la Corte di Cassazione ha precisato che i testimoni possono anche essere altri condomini a condizione che dagli appartamenti dei testimoni, per la loro posizione, non si percepiscano i rumori in modo identico a come li percepisce colui il quale ha iniziato la causa per farli cessare.

Si noti che in una eventuale causa avviata per far cessare i rumori molesti, la Corte di Cassazione consente che il livello eccessivo dei rumori possa essere dimostrato anche soltanto con i testimoni; ma questa regola va poi adeguata al singolo caso tenendo conto che:

– i testimoni possono anche non essere decisivi per dimostrare che i rumori sono intollerabili (per esempio se quello che diranno al giudice fosse insufficiente o non chiaro)

– e che ai testimoni è consentito raccontare fatti che siano accaduti in loro presenza, mentre non è consentito loro di fare valutazioni (il testimone, cioè, non è chiamato a dire che il rumore è intollerabile, ma solo a dire cosa ha ascoltato, dove, quando e come) perché è compito del giudice valutare se quello che i testimoni hanno dichiarato sia sufficiente per dimostrare che i rumori hanno superato o meno il livello di rumorosità consentito.

Per dimostrare al giudice che i rumori superano il livello di normale tollerabilità è comunque sempre possibile, a proprie spese e prima dell’avvio della causa, far eseguire perizie (da utilizzare poi come prova nel corso della causa), chiedendo l’intervento delle strutture pubbliche (solitamente l’Arpa o l’Asl) che verificano con apposite apparecchiature i livelli di rumorosità con una certificazione che ha valore di atto pubblico (la perizia perciò sarà utile per dimostrare al giudice non solo il livello di rumorosità rilevato, ma anche il luogo e la data in cui i rumori sono stati rilevati).

In alternativa, è possibile dare avvio al processo richiedendo al giudice un accertamento tecnico preventivo: si chiede cioè al giudice (prima che la causa inizi) di nominare lui un tecnico specializzato perché accerti il livello dei rumori (anticipandone le spese).

L’esito dell’accertamento tecnico preventivo sarà poi utilizzabile come prova nel successivo giudizio, oppure potrà essere utilizzato per convincere la controparte a cessare le molestie (naturalmente accordandosi, per evitare di iniziare la causa, anche sull’accollo delle spese del perito nominato dal giudice).

In alternativa, o anche in contemporanea alla causa civile, può essere anche valutata assieme al legale la possibilità di intraprendere un percorso di tipo penale.

Il lettore, cioè, se ce ne fossero i presupposti, può anche sporgere querela contro la o le persone (esattamente individuate) che con i loro rumori disturbano la sua vita quotidiana, il suo riposo e le sue attività.

In particolare, si può ipotizzare che questi rumori possano costituire:

– il reato di disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone; questo reato, però, esiste solo se i rumori posti in essere da un responsabile esattamente individuato siano tali da disturbare un numero consistente di persone (articolo 659 del codice penale);

– il reato di atti persecutori (cosiddetto stalking) che esiste a condizione che i comportamenti (cioè i rumori) del responsabile che sia stato esattamente individuato abbiano causato o un perdurante e grave stato di ansia o di paura o il fondato timore per la propria incolumità o per l’incolumità dei parenti prossimi o abbiano costretto a modificare le proprie abitudini di vita e a condizione che il responsabile dei rumori fosse consapevole che i rumori da lui provocati fossero idonei a provocare uno degli effetti indicati (cioè fossero idonei a provocare ansia o paura o fondato timore per la propria incolumità o la modifica delle abitudini di vita).

La querela ha lo scopo di dare avvio ad un procedimento penale a carico della persona che viene querelata: è necessario, perciò, valutare attentamente, prima di presentarla, le prove che si hanno per non correre il rischio di essere controquerelati per calunnia.

In ogni caso, la querela dà avvio ad un procedimento nel quale il magistrato valuterà se portare l’indagato a processo, cioè se rinviarlo a giudizio (oppure archiviare il caso se le prove non fossero ritenute sufficienti).

Se l’indagato fosse rinviato a giudizio, la persona offesa dal reato (cioè il lettore) potrà nel processo costituirsi parte civile per richiedere l’eventuale risarcimento del danno subìto a causa del reato: il risarcimento gli sarà riconosciuto al termine del processo se la persona da lui querelata fosse effettivamente condannata nella sentenza che conclude il processo stesso.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte


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