Diritto e Fisco | Editoriale

Quando i nonni devono mantenere i nipoti?

6 Aprile 2022
Quando i nonni devono mantenere i nipoti?

L’obbligo di versare gli alimenti a carico dei nonni scatta solo se entrambi i genitori non vi possono provvedere e la stessa sopravvivenza del nipote sia a rischio.

In un’epoca come quella attuale, in cui la famiglia tradizionale è spesso disgregata per vari motivi, e i genitori vengono meno ai loro obblighi verso i figli, ci si chiede chi debba provvedere a loro, e, in particolare, quando i nonni devono mantenere i nipoti.

Immaginiamo una coppia di genitori che si separi. Il giudice stabilisce che i figli vadano a vivere dalla madre e, nello stesso tempo, stabilisce l’ammontare di un assegno di mantenimento che il padre dovrà versare periodicamente all’ex moglie. Con tali somme quest’ultima dovrà provvedere alle spese ordinarie per far mangiare, crescere e istruire i minori. Senonché, dopo qualche mese, il padre – che ha perso il lavoro – smette di versare l’assegno mensile. Lei prova a fargli gli atti ingiuntivi e avvia un pignoramento, ma senza ricavarne nulla: benché lui stia lavorando in nero, risulta formalmente nullatenente. Neanche la denuncia penale sortisce effetti.

Così la madre, incapace di provvedere ai bambini solo con il proprio stipendio, si rivolge ai nonni paterni e chiede loro di ovviare all’inadempienza del figlio. Può farlo? Lo stesso problema può porsi anche quando i coniugi, pur non separati ma disoccupati, non sanno come far mangiare i figli. In questo articolo cercheremo di capire quando i nonni devono mantenere i nipoti e cosa può fare il genitore (o entrambi) per farsi riconoscere, dagli ascendenti, gli alimenti in favore della prole.

Che succede se il genitore non riesce a mantenere i figli?

La legge stabilisce che l’obbligo di mantenimento dei figli, fino a quando questi non raggiungono l’indipendenza economica, spetta in via primaria e integrale ai genitori. Per cui, se uno dei due non può – per impossibilità oggettiva (ad esempio la perdita del lavoro) – o non vuole adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli stessi, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacità di lavoro. Resta ovviamente suo diritto chiamare in causa l’altro genitore per ottenerne la condanna a versare un contributo proporzionale alle sue condizioni economiche.

Questo significa che, se un genitore non versa l’assegno di mantenimento all’altro per la gestione ordinaria o straordinaria dei figli, l’altro non può rivolgersi ai genitori di quest’ultimo, ossia ai nonni. Lo può fare solo a condizione che neanche lui possa provvedere alle esigenze primarie dei bambini. L’intervento dei nonni può essere richiesto – anzi, preteso – solo se entrambi i genitori, e non uno soltanto, sono nell’assoluta incapacità di garantire ai bambini gli alimenti. E con alimenti si intende solo lo stretto indispensabile per vivere.

Alimenti e mantenimento: la differenza

A riguardo c’è da fare una importante differenziazione tra alimenti e mantenimento soprattutto in ordine alla misura: gli alimenti servono a togliere una persona da una condizione di concreto disagio e rischio di sopravvivenza (si pensi a chi non ha i soldi per mangiare o per pagare le medicine); il mantenimento, invece, è più ampio, e mira a garantire il soddisfacimento di necessità anche non strettamente collegate alla sopravvivenza come ad esempio le spese di trasporto, di istruzione, per i mezzi di comunicazione (computer, cellulare, ecc.), il tempo libero (sport, vacanze), ecc.

Quando i nonni devono provvedere agli alimenti?

Ebbene, il codice civile [1] stabilisce che i nonni sono tenuti a versare solo gli alimenti e non il mantenimento. Quest’obbligo, come detto, scatta solo a condizione che entrambi i genitori non vi possano provvedere. Per cui, se già il reddito di un solo genitore (per quanto minimo) è sufficiente a togliere i figli “dalla fame”, questi non può chiedere ai nonni di integrare quella parte di mantenimento non versata dall’ex coniuge.

Come spiega la Cassazione in una recente sentenza [2], l’obbligo dei nonni di fornire ai genitori i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli inteso non solo nel senso che l’obbligazione degli ascendenti è subordinata e, quindi, sussidiaria rispetto a quella, primaria, dei genitori, ma anche nel senso che agli ascendenti non ci si possa rivolgere per un aiuto economico per il solo fatto che uno dei due genitori non dia il proprio contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è in grado di mantenerli.

Sempre la Cassazione ha detto in passato [3] che se i genitori non sono indigenti, non spetta ai nonni contribuire al mantenimento del nipote al posto del figlio inadempiente. Un obbligo a carico degli ascendenti di fornire ai genitori i mezzi necessari per adempiere al loro dovere nei confronti dei figli scatta non già perché uno dei due genitori sia rimasto inadempiente al proprio obbligo, ma se e in quanto anche l’altro non abbia mezzi per provvedervi e quindi solo a patto che la stessa sopravvivenza dei nipoti sia a rischio.

Quanto devono pagare i nonni per mantenere i nipoti

Oltre a quanto detto, l’obbligo dei nonni di versare gli alimenti in favore dei nipoti (obbligo che, come detto, è condizionato all’impossibilità di entrambi i genitori di provvedervi) è proporzionato alle capacità economiche di ciascuno di essi. Tanto per fare un esempio, se il giudice decide che il padre debba versare 500 euro per il mantenimento dei tre figli e la madre è disoccupata, i nonni ancora in vita, la cui pensione sia appena sufficiente per essi stessi, non potranno mai essere condannati a versare gli alimenti.

Mantenimento dei nipoti maggiorenni: spetta ancora?

Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione [4] ha affermato che ai nipoti maggiorenni non spetta più il mantenimento da parte dei nonni, se i giovani, o anche i loro genitori, hanno i requisiti per accedere al Reddito di cittadinanza.

La Suprema Corte evidenzia che l’obbligo dei nonni è sussidiario rispetto a quello dei genitori, e ricorda che se il reddito di questi ultimi è troppo basso per mantenere i figli maggiorenni, ma non ancora divenuti economicamente autosufficienti, è possibile accedere al sussidio che costituisce una misura di contrasto alla povertà. Ti riportiamo la pronuncia della Cassazione nel box “sentenza” al termine di questo articolo.

Quali nonni devono pagare il mantenimento? 

Altra questione importante è come va ripartito l’eventuale obbligo di pagare gli alimenti tra i nonni. Nella migliore delle ipotesi, un nipote ha quattro nonni. Ebbene, il versamento degli alimenti non può essere imposto a uno soltanto, ma a tutti e quattro in relazione alle rispettive capacità economiche. Quindi, ad esempio, se la madre che agisce in difesa dei propri figli ha i genitori ancora in vita non potrà chiedere il mantenimento solo ai nonni paterni, ma – in proporzione – dovrà chiederlo anche ai propri genitori (nonni materni).

Per quanto tempo i nonni devono mantenere i nipoti?

Una volta stabilito che i nonni hanno l’obbligo di versare gli alimenti in favore dei nipoti (per incapacità economica di entrambi i genitori) e determinata la misura di tale mantenimento tra tutti e quattro in proporzione alle rispettive possibilità, non resta che stabilire fino a quanto permane quest’obbligo. Esso segue gli stessi criteri del mantenimento dei genitori: in pratica fino a quando i nipoti non sono autonomi e non sono in grado di mantenersi da soli. Questa situazione non cessa con la maggiore età ma solo con il conseguimento di un proprio reddito che, in questo caso, può anche essere minimo (mentre invece, per far cessare il mantenimento dei genitori, deve essere anche sufficiente a garantire l’indipendenza economica del giovane).


note

[1] Art. 433 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 10419/2018.

[3] Cass. sent. n. 20509/2010.

[4] Cass. ord. n. 10450/2022.

Cass. civ., sez. I, ord., 31 marzo 2022, n. 10450
Presidente Genovese – Relatore Caiazzo

Rilevato in fatto che:

Con sentenza del 25.10.13 il Tribunale di Salerno rigettò la domanda di G.A. di revoca dell’assegno ex art. 148 c.c., per Euro 206,58 riconosciuto a favore di due nipoti, cui era stato onerato come genitore del figlio defunto G. , con ordinanza presidenziale del 1999, rilevando che il prospettato mutamento delle condizioni dell’obbligato non fosse tale da far venir meno l’obbligo a suo carico perché i due nipoti beneficiari, sebbene maggiorenni, non avevano ancora raggiunto l’autonomia economica e non potevano essere sostenuti dalla sola madre, F.C. , la quale era titolare di un reddito modesto che, al 2011, ammontava a Euro 6097,00 derivante da rapporto di lavoro dipendente, gravando sulla stessa anche il pagamento della somma mensile di Euro 250,00 per il canone locatizio dell’abitazione occupata dai figli per motivi di studio; il ricorrente coobbligato disponeva invece di reddito di Euro 13.981,000 annui, per il 2011, e rendite di proprietà (avendo anche dismesso alcune proprietà dopo l’insorgenza dell’obbligo di mantenimento), mentre le sue condizioni di salute non avrebbero potuto esimerlo dall’obbligo stesso. Il giudice rigettò anche la domanda riconvenzionale della F. .

G.A. ricorre in cassazione con unico motivo, illustrato con memoria. Non si è costituita l’intimata.

Ritenuto in diritto che:

L’unico motivo denunzia violazione degli artt. 147,148 e 1362 c.c., in quanto: la Corte d’appello non aveva correttamente distinto tra alimenti e mantenimento, dato che i nonni sono tenuti a versare i soli alimenti; l’obbligo di mantenimento grava sui nonni in via sussidiaria rispetto ai genitori per la parte in cui quest’ultimi non vi possano provvedere (al riguardo, s’assume che i due nipoti avevano raggiunto una maturità psicofisica tale da poter provvedere autonomamente al proprio fabbisogno); il reddito da pensione del ricorrente ammontava a Euro 700,00 mensile, appena sufficiente a soddisfare le proprie esigenze di vita, mentre gli altri redditi riguardavano i fabbricati; l’obbligo in questione non sussisteva in quanto la madre dei beneficiari disponeva di redditi idonei a far fronte al relativo mantenimento, sulla base degli accertamenti tributari da cui s’evinceva, inoltre, l’accredito alla F. , su conto economico cointestato con altra persona, della somma di Euro 770,00 per stipendio/pensione.

Il motivo è fondato. Secondo consolidata giurisprudenza di questa Corte, l’obbligo di mantenimento dei figli minori ex art. 148 c.c., spetta primariamente e integralmente ai loro genitori sicché, se uno dei due non possa o non voglia adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di convenire in giudizio l’inadempiente per ottenere un contributo proporzionale alle condizioni economiche globali di costui; pertanto l’obbligo degli ascendenti di fornire ai genitori i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli – che investe contemporaneamente tutti gli ascendenti di pari grado di entrambi i genitori – va inteso non solo nel senso che l’obbligazione degli ascendenti è subordinata e, quindi, sussidiaria rispetto a quella, primaria, dei genitori, ma anche nel senso che agli ascendenti non ci si possa rivolgere per un aiuto economico per il solo fatto che uno dei due genitori non dia il proprio contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è in grado di mantenerli; così come il diritto agli alimenti ex art. 433 c.c., legato alla prova dello stato di bisogno e dell’impossibilità di reperire attività lavorativa, sorge solo qualora i genitori non siano in grado di adempiere al loro diretto e personale obbligo (Cass., n. 20509/10; n. 10419/18).

Nel caso concreto, il ricorrente censura la sentenza impugnata sulla ritenuta doverosità del suo contributo al mantenimento dei due nipoti in ordine a due punti: la mancanza di autonomia reddituale patrimoniale dei nipoti maggiorenni e l’insufficienza del contributo della loro madre.

Circa il primo punto, dagli atti si evince che l’ordinanza che riconosceva il diritto dei nipoti a percepire l’assegno di mantenimento dal nonno risale al 1999; i due discendenti sono maggiorenni, nari rispettivamente nel 1991 e 1993. Al riguardo, va osservato che secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, ai fini del riconoscimento dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente, ovvero del diritto all’assegnazione della casa coniugale, il giudice di merito è tenuto a valutare, con prudente apprezzamento, caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescenti in rapporto all’età dei beneficiari, le circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo o l’assegnazione dell’immobile, fermo restando che tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni (Cass., n. 17183/20; n. 38336/21).

Nella fattispecie, premesso che la richiamata giurisprudenza può analogicamente applicarsi anche all’obbligo di mantenimento nei confronti degli ulteriori discendenti diretti (quali, appunti, i nipoti come nella specie), il ricorrente ha censurato la sentenza della Corte d’appello nella parte in cui non avrebbe tenuto conto del fatto che i due nipoti in questione erano ormai più che adulti, avendo altresì raggiunto una loro maturità psico-fisica. Ora, se è vero che il ricorrente non ha allegato di aver dimostrato l’autonomia economica o reddituale dei discendenti, è altresì vero che quest’ultimi sono adulti di oltre trenta anni d’età di cui, in realtà, nulla si sa sulla base degli atti di causa.

Premesso ciò, il collegio ritiene che debba essere valorizzato il profilo del lungo periodo temporale decorso dall’ordinanza che accertò il diritto al mantenimento all’attualità (circa 13 anni), anche alla luce della rilevante novità legislativa nelle more sopravvenuta in ordine al c.d. “reddito di cittadinanza”, introdotta dal D.L. n. 4 del 2019, che consiste, come noto, nell’erogazione di somme di denaro mensili quale misura di politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà, alla diseguaglianza e all’esclusione sociale, ad integrazione dei redditi familiari. Al riguardo, l’esiguità del reddito della madre dei due beneficiari lascia presumere la sussistenza dei presupposti dell’erogazione del “reddito di cittadinanza”.

Pertanto, l’età dei beneficiari del mantenimento, il lungo tempo decorso dal riconoscimento del diritto, e la concreta possibilità normativa di accedere alla suddetta misura di sostegno sociale, inducono a ritenere che la Corte territoriale non abbia correttamente valutato, nel loro insieme e nella complessità del quadro normativo, i presupposti dell’obbligo di mantenere i due nipoti del ricorrente.

Per quanto esposto, la sentenza impugnata va cassata, con rinvio alla Corte di appello di Salerno, anche in ordine alle spese del grado di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e rinvia alla Corte d’appello di Salerno, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi delle parti e dei soggetti in esso menzionati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Cassazione civile, sez. VI, 02/05/2018, (ud. 06/02/2018, dep.02/05/2018),  n. 10419

FATTO E DIRITTO

Rilevato che:

la sig.ra B.E. convenne in giudizio i sig.ri R.M. e T.T., nonni paterni dei suoi figli minori Ro.Ma. e N., per la corresponsione degli alimenti in favore di questi ultimi, ai sensi dell’art. 433 c.c., nella misura di Euro 700,00 mensili a far data da luglio 2008;

i convenuti resistettero e il Tribunale di Lamezia Terme li condannò al pagamento degli alimenti nella misura di 300,00 mensili a decorrere dal luglio 2009, data della domanda, nonchè alle spese di lite;

la Corte d’appello di Catanzaro ha accolto il gravame dei soccombenti rigettando la domanda e compensando integralmente le spese di entrambi i gradi del giudizio di merito;

premessa la natura sussidiaria dell’obbligazione alimentare degli ascendenti, rispetto a quella dei genitori, la Corte ha ritenuto che non era stata offerta dall’attrice la prova di nessuno dei presupposti oggettivi dell’obbligazione alimentare: nè, cioè, dell’incapacità di entrambi i genitori a provvedere alle esigenze primarie dei minori, essendo l’appellata titolare di un reddito da lavoro di Euro 700,00 mensili, associato alla proprietà della casa di abitazione, e non avendo ella, del resto, dedotto o dimostrato la propria incapacità, per condizione professionale o sociale, di incrementare tale reddito; nè della capacità degli appellanti di far fronte all’obbligazione alimentare, risultando dagli atti che essi vivevano della pensione del sig. R. di Euro 1.500,00 mensili;

la sig.ra B. ha proposto ricorso per cassazione con due motivi, cui i sig.ri R.- T. hanno resistito con controricorso contenente anche ricorso incidentale per due motivi;

Ritenuto che:

va preliminarmente disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso per inesistenza della notificazione in quanto effettuata dall’ufficiale giudiziario su richiesta di un avvocato privo di mandato difensivo;

dalla relata risulta infatti che la notificazione del ricorso è stata effettuata “su richiesta dell’avv. Luisa Cimino nell’interesse di B.E. nella qualità di cui in atti…”, ossia su richiesta di soggetto che, sebbene in effetti non munito di procura, è stato nondimeno delegato dalla parte, espressamente menzionata nella relata; sicchè deve richiamarsi il principio secondo cui l’attività di impulso del procedimento notificatorio – consistente essenzialmente nella consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario – può, dal soggetto legittimato, e cioè dalla parte o dal suo procuratore in giudizio, essere delegata ad altra persona, anche verbalmente, e, in tal caso, l’omessa menzione, nella relazione di notifica, della persona che materialmente ha eseguito la attività suddetta, ovvero della sua qualità di incaricato del legittimato, è irrilevante ai fini della validità della notificazione se, alla stregua dell’atto da notificare, risulta egualmente certa la parte ad istanza della quale essa deve ritenersi effettuata; tale principio opera in genere per gli atti di parte destinati alla notificazione, la quale deve essere imputata alla parte medesima, con la conseguenza che le omissioni suddette non danno luogo ad inesistenza o nullità della notificazione stessa (Cass. 4520/2016);

il primo motivo del ricorso principale, con il quale si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 433,147 e 148 c.c., è inammissibile perchè la sentenza impugnata ha fatto applicazione del principio, enunciato da questa Corte, secondo cui l’obbligo di mantenimento dei figli minori ex art. 148 cod. civ. spetta primariamente e integralmente ai loro genitori sicchè, se uno dei due non possa o non voglia adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di convenire in giudizio l’inadempiente per ottenere un contributo proporzionale alle condizioni economiche globali di cosmi; pertanto l’obbligo degli ascendenti di fornire ai genitori i mezzi necessari affinchè possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli – che investe contemporaneamente tutti gli ascendenti di pari grado di entrambi i genitori – va inteso non solo nel senso che l’obbligazione degli ascendenti è subordinata e, quindi, sussidiaria rispetto a quella, primaria, dei genitori, ma anche nel senso che agli ascendenti non ci si possa rivolgere per un aiuto economico per il solo fatto che uno dei due genitori non dia il proprio contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è in grado di mantenerli; così come il diritto agli alimenti ex art. 433 c.c., legato alla prova dello stato di bisogno e dell’impossibilità di reperire attività lavorativa, sorge solo qualora i genitori non siano in grado di adempiere al loro diretto e personale obbligo (Cass. 20509/2010);

con il secondo motivo del ricorso principale si deduce “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia”, nonchè “travisamento degli elementi di prova” circa il grave stato di bisogno dei minori e la capacità economica dei loro nonni;

il motivo è inammissibile, applicandosi nella specie, ratione temporis, l’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo come modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, che circoscrive il vizio di motivazione alla sola denuncia di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”: denuncia non contenuta, nè formalmente nè sostanzialmente, nel ricorso, neppure nella parte in cui esso fa riferimento allo stato di disoccupazione della ricorrente, introdotto nel giudizio di merito, inammissibilmente, soltanto con la comparsa conclusionale in grado di appello;

con i due motivi del ricorso incidentale si contesta la legittimità e comunque la congruità della compensazione delle spese dei due gradi del giudizio di merito, giustificata dalla Corte d’appello con la sola considerazione della “natura della controversia”;

tale complessiva censura è infondata poichè il riferimento, ancorchè sintetico, alla natura della controversia rende evidente che la Corte di merito ha inteso valorizzare il carattere alimentare della lite quale giustificazione della disposta compensazione, con ciò ottemperando all’obbligo di esplicita indicazione dei giusti motivi di compensazione delle spese secondo l’art. 92, comma secondo, cod. proc. civ. nel testo – qui applicabile ratione temporis – come sostituito dall’art. 2, comma 1, lett. a), della legge 28 dicembre 2005, n. 263 con efficacia dal 1 marzo 2006 fino all’ulteriore modifica disposta dall’art. 45, comma 11, della legge 18 giugno 2009, n. 69 (in vigore dal 4 luglio 2009 e non applicabile nella specie, essendo stata la citazione notificata il 24 giugno 2009, come risulta dallo stesso controricorso);

in conclusione, il ricorso principale va dichiarato inammissibile e il ricorso incidentale va rigettato;

la reciproca soccombenza delle parti giustifica l’integrale compensazione delle spese del giudizio di legittimità;

poichè dagli atti il processo risulta esente dal contributo unificato, non trova applicazione il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale e rigetta il ricorso incidentale. Compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità. Oscuramento dei dati personali.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 6 febbraio 2018.

Depositato in Cancelleria il 2 maggio 2018


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