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Lo sai che? Quando i nonni devono mantenere i nipoti?

Lo sai che? Pubblicato il 31 maggio 2018

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L’obbligo di versare gli alimenti a carico dei nonni scatta solo se entrambi i genitori non vi possono provvedere e la stessa sopravvivenza del nipote sia a rischio.

Immaginiamo una coppia di genitori che si separi. Il giudice stabilisce che i figli vadano a vivere dalla madre e, nello stesso tempo, stabilisce l’ammontare di un assegno di mantenimento che il padre dovrà versare periodicamente all’ex moglie. Con tali somme quest’ultima dovrà provvedere alle spese ordinarie per far mangiare, crescere e istruire i minori. Senonché, dopo qualche mese, il padre – che ha perso il lavoro – smette di versare l’assegno mensile. Lei prova a fargli gli atti ingiuntivi e avvia un pignoramento, ma senza ricavarne nulla: benché lui stia lavorando in nero, risulta formalmente nullatenente. Neanche la denuncia penale sortisce effetti. Così la madre, incapace di provvedere ai bambini solo con il proprio stipendio, si rivolge ai nonni paterni e chiede loro di ovviare all’inadempienza del figlio. Può farlo? Lo stesso problema può porsi anche quando i coniugi, pur non separati ma disoccupati, non sanno come far mangiare i figli. In questo articolo cercheremo di capire quando i nonni devono mantenere i nipoti e cosa può fare il genitore (o entrambi) per farsi riconoscere, dagli ascendenti, gli alimenti in favore della prole.

Che succede se il genitore non riesce a mantenere i figli?

La legge stabilisce che l’obbligo di mantenimento dei figli, fino a quando questi non raggiungono l’indipendenza economica, spetta in via primaria e integrale ai genitori. Per cui, se uno dei due non può – per impossibilità oggettiva (ad esempio la perdita del lavoro) – o non vuole adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli stessi, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacità di lavoro. Resta ovviamente suo diritto chiamare in causa l’altro genitore per ottenerne la condanna a versare un contributo proporzionale alle sue condizioni economiche.

Questo significa che, se un genitore non versa l’assegno di mantenimento all’altro per la gestione ordinaria o straordinaria dei figli, l’altro non può rivolgersi ai genitori di quest’ultimo, ossia ai nonni. Lo può fare solo a condizione che neanche lui possa provvedere alle esigenze primarie dei bambini. L’intervento dei nonni può essere richiesto – anzi, preteso – solo se entrambi i genitori, e non uno soltanto, sono nell’assoluta incapacità di garantire ai bambini gli alimenti. E con alimenti si intende solo lo stretto indispensabile per vivere.

A riguardo c’è da fare una importante differenziazione tra alimenti e mantenimento soprattutto in ordine alla misura: i primi servono a togliere una persona da una condizione di concreto disagio e rischio di sopravvivenza (si pensi a chi non ha i soldi per mangiare o per pagare le medicine); il mantenimento invece è più ampio e mira a garantire il soddisfacimento di necessità anche non strettamente collegate alla sopravvivenza come ad esempio le spese di trasporto, di istruzione, per i mezzi di comunicazione (computer, cellulare, ecc.), il tempo libero (sport, vacanze), ecc.

Ebbene, il codice civile [1] stabilisce che i nonni sono tenuti a versare solo gli alimenti e non il mantenimento. Quest’obbligo, come detto, scatta solo a condizione che entrambi i genitori non vi possano provvedere. Per cui, se già il reddito di un solo genitore (per quanto minimo) è sufficiente a togliere i figli “dalla fame”, questi non può chiedere ai nonni di integrare quella parte di mantenimento non versata dall’ex coniuge. Come spiega la Cassazione in una recente sentenza [2], l’obbligo dei nonni di fornire ai genitori i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli inteso non solo nel senso che l’obbligazione degli ascendenti è subordinata e, quindi, sussidiaria rispetto a quella, primaria, dei genitori, ma anche nel senso che agli ascendenti non ci si possa rivolgere per un aiuto economico per il solo fatto che uno dei due genitori non dia il proprio contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è in grado di mantenerli.

Sempre la Cassazione ha detto in passato [3] che se i genitori non sono indigenti, non spetta ai nonni contribuire al mantenimento del nipote al posto del figlio inadempiente. Un obbligo a carico degli ascendenti di fornire ai genitori i mezzi necessari per adempiere al loro dovere nei confronti dei figli scatta non già perché uno dei due genitori sia rimasto inadempiente al proprio obbligo, ma se e in quanto anche l’altro non abbia mezzi per provvedervi e quindi solo a patto che la stessa sopravvivenza dei nipoti sia a rischio.

Quanto devono pagare i nonni per mantenere i nipoti

Oltre a quanto detto, l’obbligo dei nonni di versare gli alimenti in favore dei nipoti (obbligo che, come detto, è condizionato all’impossibilità di entrambi i genitori di provvedervi) è proporzionato alle capacità economiche di ciascuno di essi. Tanto per fare un esempio, se il giudice decide che il padre debba versare 500 euro per il mantenimento dei tre figli e la madre è disoccupata, i nonni ancora in vita, la cui pensione sia appena sufficiente per essi stessi, non potranno mai essere condannati a versare gli alimenti.

Quali nonni devono pagare il mantenimento? 

Altra questione importante è come va ripartito l’eventuale obbligo di pagare gli alimenti tra i nonni. Nella migliore delle ipotesi, un nipote ha quattro nonni. Ebbene, il versamento degli alimenti non può essere imposto a uno soltanto, ma a tutti e quattro in relazione alle rispettive capacità economiche. Quindi, ad esempio, se la madre che agisce in difesa dei propri figli ha i genitori ancora in vita non potrà chiedere il mantenimento solo ai nonni paterni, ma – in proporzione – dovrà chiederlo anche ai propri genitori (nonni materni).

Per quanto tempo i nonni devono mantenere i nipoti

Una volta stabilito che i nonni hanno l’obbligo di versare gli alimenti in favore dei nipoti (per incapacità economica di entrambi i genitori) e determinata la misura di tale mantenimento tra tutti e quattro in proporzione alle rispettive possibilità, non resta che stabilire fino a quanto permane quest’obbligo. Esso segue gli stessi criteri del mantenimento dei genitori: in pratica fino a quando i nipoti non sono autonomi e non sono in grado di mantenersi da soli. Questa situazione non cessa con la maggiore età ma solo con il conseguimento di un proprio reddito che, in questo caso, può anche essere minimo (mentre invece, per far cessare il mantenimento dei genitori, deve essere anche sufficiente a garantire l’indipendenza economica del giovane).

note

[1] Art. 433 cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 10419/2018.

[3] Cass. sent. n. 20509/2010.

Cassazione civile, sez. VI, 02/05/2018, (ud. 06/02/2018, dep.02/05/2018),  n. 10419

FATTO E DIRITTO

Rilevato che:

la sig.ra B.E. convenne in giudizio i sig.ri R.M. e T.T., nonni paterni dei suoi figli minori Ro.Ma. e N., per la corresponsione degli alimenti in favore di questi ultimi, ai sensi dell’art. 433 c.c., nella misura di Euro 700,00 mensili a far data da luglio 2008;

i convenuti resistettero e il Tribunale di Lamezia Terme li condannò al pagamento degli alimenti nella misura di 300,00 mensili a decorrere dal luglio 2009, data della domanda, nonchè alle spese di lite;

la Corte d’appello di Catanzaro ha accolto il gravame dei soccombenti rigettando la domanda e compensando integralmente le spese di entrambi i gradi del giudizio di merito;

premessa la natura sussidiaria dell’obbligazione alimentare degli ascendenti, rispetto a quella dei genitori, la Corte ha ritenuto che non era stata offerta dall’attrice la prova di nessuno dei presupposti oggettivi dell’obbligazione alimentare: nè, cioè, dell’incapacità di entrambi i genitori a provvedere alle esigenze primarie dei minori, essendo l’appellata titolare di un reddito da lavoro di Euro 700,00 mensili, associato alla proprietà della casa di abitazione, e non avendo ella, del resto, dedotto o dimostrato la propria incapacità, per condizione professionale o sociale, di incrementare tale reddito; nè della capacità degli appellanti di far fronte all’obbligazione alimentare, risultando dagli atti che essi vivevano della pensione del sig. R. di Euro 1.500,00 mensili;

la sig.ra B. ha proposto ricorso per cassazione con due motivi, cui i sig.ri R.- T. hanno resistito con controricorso contenente anche ricorso incidentale per due motivi;

Ritenuto che:

va preliminarmente disattesa l’eccezione di inammissibilità del ricorso per inesistenza della notificazione in quanto effettuata dall’ufficiale giudiziario su richiesta di un avvocato privo di mandato difensivo;

dalla relata risulta infatti che la notificazione del ricorso è stata effettuata “su richiesta dell’avv. Luisa Cimino nell’interesse di B.E. nella qualità di cui in atti…”, ossia su richiesta di soggetto che, sebbene in effetti non munito di procura, è stato nondimeno delegato dalla parte, espressamente menzionata nella relata; sicchè deve richiamarsi il principio secondo cui l’attività di impulso del procedimento notificatorio – consistente essenzialmente nella consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario – può, dal soggetto legittimato, e cioè dalla parte o dal suo procuratore in giudizio, essere delegata ad altra persona, anche verbalmente, e, in tal caso, l’omessa menzione, nella relazione di notifica, della persona che materialmente ha eseguito la attività suddetta, ovvero della sua qualità di incaricato del legittimato, è irrilevante ai fini della validità della notificazione se, alla stregua dell’atto da notificare, risulta egualmente certa la parte ad istanza della quale essa deve ritenersi effettuata; tale principio opera in genere per gli atti di parte destinati alla notificazione, la quale deve essere imputata alla parte medesima, con la conseguenza che le omissioni suddette non danno luogo ad inesistenza o nullità della notificazione stessa (Cass. 4520/2016);

il primo motivo del ricorso principale, con il quale si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 433,147 e 148 c.c., è inammissibile perchè la sentenza impugnata ha fatto applicazione del principio, enunciato da questa Corte, secondo cui l’obbligo di mantenimento dei figli minori ex art. 148 cod. civ. spetta primariamente e integralmente ai loro genitori sicchè, se uno dei due non possa o non voglia adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di convenire in giudizio l’inadempiente per ottenere un contributo proporzionale alle condizioni economiche globali di cosmi; pertanto l’obbligo degli ascendenti di fornire ai genitori i mezzi necessari affinchè possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli – che investe contemporaneamente tutti gli ascendenti di pari grado di entrambi i genitori – va inteso non solo nel senso che l’obbligazione degli ascendenti è subordinata e, quindi, sussidiaria rispetto a quella, primaria, dei genitori, ma anche nel senso che agli ascendenti non ci si possa rivolgere per un aiuto economico per il solo fatto che uno dei due genitori non dia il proprio contributo al mantenimento dei figli, se l’altro genitore è in grado di mantenerli; così come il diritto agli alimenti ex art. 433 c.c., legato alla prova dello stato di bisogno e dell’impossibilità di reperire attività lavorativa, sorge solo qualora i genitori non siano in grado di adempiere al loro diretto e personale obbligo (Cass. 20509/2010);

con il secondo motivo del ricorso principale si deduce “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine ad un punto decisivo della controversia”, nonchè “travisamento degli elementi di prova” circa il grave stato di bisogno dei minori e la capacità economica dei loro nonni;

il motivo è inammissibile, applicandosi nella specie, ratione temporis, l’art. 360 c.p.c., n. 5, nel testo come modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, che circoscrive il vizio di motivazione alla sola denuncia di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”: denuncia non contenuta, nè formalmente nè sostanzialmente, nel ricorso, neppure nella parte in cui esso fa riferimento allo stato di disoccupazione della ricorrente, introdotto nel giudizio di merito, inammissibilmente, soltanto con la comparsa conclusionale in grado di appello;

con i due motivi del ricorso incidentale si contesta la legittimità e comunque la congruità della compensazione delle spese dei due gradi del giudizio di merito, giustificata dalla Corte d’appello con la sola considerazione della “natura della controversia”;

tale complessiva censura è infondata poichè il riferimento, ancorchè sintetico, alla natura della controversia rende evidente che la Corte di merito ha inteso valorizzare il carattere alimentare della lite quale giustificazione della disposta compensazione, con ciò ottemperando all’obbligo di esplicita indicazione dei giusti motivi di compensazione delle spese secondo l’art. 92, comma secondo, cod. proc. civ. nel testo – qui applicabile ratione temporis – come sostituito dall’art. 2, comma 1, lett. a), della legge 28 dicembre 2005, n. 263 con efficacia dal 1 marzo 2006 fino all’ulteriore modifica disposta dall’art. 45, comma 11, della legge 18 giugno 2009, n. 69 (in vigore dal 4 luglio 2009 e non applicabile nella specie, essendo stata la citazione notificata il 24 giugno 2009, come risulta dallo stesso controricorso);

in conclusione, il ricorso principale va dichiarato inammissibile e il ricorso incidentale va rigettato;

la reciproca soccombenza delle parti giustifica l’integrale compensazione delle spese del giudizio di legittimità;

poichè dagli atti il processo risulta esente dal contributo unificato, non trova applicazione il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale e rigetta il ricorso incidentale. Compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità. Oscuramento dei dati personali.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 6 febbraio 2018.

Depositato in Cancelleria il 2 maggio 2018


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