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Decreto ingiuntivo notificato fuori termine: che valore ha?

31 maggio 2018


Decreto ingiuntivo notificato fuori termine: che valore ha?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 31 maggio 2018



Presentare opposizione a un decreto ingiuntivo notificato dopo 60 giorni potrebbe essere del tutto inutile. Questo perché, comunque, se anche questo non è più efficace, non impedisce al giudice di accertare il credito e condannare il debitore.

Hai ricevuto un decreto ingiuntivo da parte di un creditore a cui non hai pagato una fattura. Impossibile contestare il debito: l’importo è dovuto e non ci sono ragioni per fare opposizione. Almeno sotto il profilo sostanziale. A ben vedere, però, ti accorgi che il decreto ingiuntivo ha un vizio di forma: è stato notificato fuori termine. Infatti, ricordando a memoria ciò che ti aveva detto il tuo avvocato, la spedizione avvenuta oltre il sessantesimo giorno da quando il giudice ha emesso il provvedimento rende l’ingiunzione inefficace. Così decidi di rivolgerti al giudice affinché l’annulli. Senonché ti chiedi come potrebbe difendersi il creditore: se, cioè, in corso di causa, può ugualmente chiederti il pagamento delle somme. In tal caso non avresti ottenuto alcun risultato utile. Il tuo problema è dunque sapere che valore ha il decreto ingiuntivo notificato fuori termine. Sul punto è stato fornito un interessante chiarimento da parte del Tribunale di Reggio Emilia [1]. Ecco cosa è stato detto in questa occasione.

Come funziona il decreto ingiuntivo

Come noto, il creditore di una somma di denaro o di un bene fungibile o di un bene mobile determinato può presentare al giudice un ricorso affinché ordini al debitore di eseguire la sua prestazione entro 40 giorni. Dopo tale termine, il decreto ingiuntivo diventa definitivo e consente al creditore di avviare il pignoramento. Nei 40 giorni, però, il debitore che ritiene di non dover pagare può presentare opposizione allo stesso giudice che ha emesso l’ingiunzione. In tal caso si avvia una vera e propria causa. Nella causa, l’onere della prova spetta sempre al creditore (così come sarebbe stato in un giudizio ordinario) mentre il debitore, opponente, ha solo il compito di difendersi, ossia contrastare le pretese del creditore e dimostrare l’inesistenza del diritto di quest’ultimo.

Termini per la notifica del decreto ingiuntivo

Il creditore ottiene il decreto ingiuntivo presentando una istanza al giudice e depositando le prove del proprio diritto. Le prove devono essere rigorosamente scritte. Non è possibile chiedere un decreto ingiuntivo, ad esempio, presentando dei testimoni.

Anche una fattura, per quanto sia un documento formato in modo unilaterale dal creditore, è una prova scritta. Lo è altresì un contratto, un modulo d’ordine, una promessa di pagamento, un’ammissione di debito, un assegno, una cambiale, ecc.

Il giudice verifica che il creditore abbia le prove del proprio diritto ed emette l’ingiunzione. Il creditore ne chiede le copie in tribunale (o, a seconda della competenza, al giudice di pace) e poi provvede a notificarlo al debitore. È da quando quest’ultimo riceve l’atto che iniziano a contarsi i 40 giorni necessari per presentare l’opposizione.

Il creditore deve notificare il decreto ingiuntivo obbligatoriamente entro 60 giorni da quando il giudice lo ha emesso. Il termine è aumentato a 90 giorni se la notifica deve farsi al di fuori dell’Italia.

Il termine si considera perentorio, non è prorogabile ed è soggetto alla sospensione feriale (dal 1° al 31 agosto quindi i giorni non si calcolano).

Che succede se il decreto ingiuntivo non viene notificato nei termini?

Se il decreto non viene notificato nel termine di legge diventa inefficace [2].

Il creditore può presentare un nuovo ricorso per ottenere un altro decreto ingiuntivo [3].

Il debitore ingiunto può far dichiarare al giudice l’inefficacia del decreto solo presentando opposizione al decreto.

Tuttavia – e qui sta l’importante precisazione resa dalla sentenza in commento – nel giudizio di opposizione per accertare l’inefficacia del decreto ingiuntivo il creditore può comunque chiedere al giudice di accertare comunque il proprio diritto. Il che significa che, la sentenza finale, che potrà accollare le spese processuali al creditore avendo questi notificato un atto inefficace, può comunque condannare il debitore a pagare le somme indicate nel decreto ingiuntivo stesso. Questo perché l’opposizione presentata solo per motivi di forma, ossia per la notifica oltre i 60 giorni, non preclude al giudice – su richiesta  della controparte – di verificare l’esistenza del credito stesso.

In buona sostanza, il debitore fa sì annullare il decreto ingiuntivo inefficace ma verrà ugualmente condannato a pagare gli importi, a meno che non abbia delle ragioni anche nel merito da opporre [4].

note

[1] Trib. Reggio Emila, sent. n. 751/18 del 18.05.2018.

[2] Art. 644 cod. proc. civ.

[3] Cass. sent. n. 24223/2015: L’inefficacia del decreto consegue solo alla mancata notifica, non già alla sua nullità od irregolarità avendo, in tali casi, il creditore manifestato la volontà di avvalersi del titolo.

[4] Il principio elaborato dalla sentenza in commento è il seguente: «La notificazione del decreto ingiuntivo oltre il termine di 60 giorni previsto dall’art. 644 codice di rito, comporta l’inefficacia del provvedimento, vale a dire rimuove l’intimazione di pagamento con esso espressa, ma non tocca la qualificabilità del ricorso per ingiunzione come domanda giudiziale: ne deriva che, ove su detta domanda si costituisca il rapporto processuale, ancorché su iniziativa della parte convenuta in senso sostanziale, la quale eccepisca quell’inefficacia, il giudice adito, alla stregua delle comuni regole del processo di cognizione, ha il potere-dovere non soltanto di vagliare la consistenza dell’eccezione, con le implicazioni in ordine alle spese della fase monitoria, ma anche di decidere sulla fondatezza della pretesa avanzata dal creditore ricorrente».

Tribunale di Reggio Emilia, sez. II Civile, sentenza 18 maggio 2018, n. 751

Giudice Morlini

Fatto

La controversia trae origine dal decreto ingiuntivo meglio indicato in dispositivo, ottenuto da Plusvalore s.p.a. in liquidazione nei confronti di Giuseppe Cinardi, per il pagamento dei ratei mensili non onorati relativi alla restituzione di una somma di denaro concessa a titolo di finanziamento.

Avverso l’ingiunzione propone la presente opposizione Cinardi, esponendo in rito e da un primo punto di vista che il decreto ingiuntivo è stato notificato oltre i termini di sessanta giorni previsti dall’articolo 644 c.p.c., con la conseguenza che l’ingiunzione doveva ritenersi inefficace e la domanda di pagamento inaccoglibile; nel merito e da una seconda angolazione, che il calcolo della somma dovuta tiene conto delle clausole penali di cui all’articolo 15 e 16 del contratto, da ritenersi invece vessatorie ai sensi dell’articolo 33 lettera f) del codice al consumo, e quindi invalide; sempre nel merito e da una terza angolazione, che gli interessi moratori richiesti sono comunque usurari.

Resiste Plusvalore, sul presupposto della correttezza del proprio operato.

La causa è istruita con una CTU contabile affidata alla dottoressa Rosita Borghi, dottore commercialista.

Diritto

a) Come esposto in parte narrativa, l’opponente contesta innanzitutto in rito la domanda di pagamento azionata in sede monitoria, in quanto la notifica dell’ingiunzione è stata posta in essere dopo il termine di sessanta giorni previsto dall’articolo 644 c.p.c., ciò che travolgerebbe l’ingiunzione stessa e non consentirebbe a controparte di coltivare in questa sede la domanda di pagamento.

L’eccezione, tuttavia, non coglie nel segno.

E’ infatti insegnamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, dal quale questo giudice non ha motivo di discostarsi, quello a tenore del quale la notificazione del decreto ingiuntivo oltre il termine di sessanta giorni dalla pronuncia, ai sensi dell’art. 644 c.p.c., comporta effettivamente l’inefficacia del provvedimento, vale a dire rimuove l’intimazione di pagamento con esso espressa, ma non tocca la qualificabilità del ricorso per ingiunzione come domanda giudiziale: ne deriva che, ove su detta domanda si costituisca il rapporto processuale, ancorché su iniziativa della parte convenuta in senso sostanziale, la quale eccepisca quell’inefficacia con il giudizio di opposizione, il giudice adito, alla stregua delle comuni regole del processo di cognizione, ha il potere-dovere non soltanto di vagliare la consistenza dell’eccezione (con le implicazioni in ordine alle spese della fase monitoria), ma anche di decidere sulla fondatezza della pretesa avanzata dal creditore ricorrente (Cass. n. 3908/2016, Cass. n. 14910/2013, Cass. n. 951/2013, Cass. n. 21050/2006).

Ciò è proprio quanto accaduto nel caso di specie con l’opposizione ad un decreto ingiuntivo tardivamente notificato, e pertanto questo giudice, adito in opposizione rispetto a tale ingiunzione monitoria, deve anche decidere sulla pretesa avanzata dal creditore ricorrente, cioè da Plusvalore.

b) Venendo al merito, deve essere parzialmente condivisa l’eccezione della difesa di parte opponente in ordine alla vessatorietà della clausola 15, non anche 16, del contratto di finanziamento stipulato inter partes.

Infatti, pacifico essendo che l’opponente riveste la qualità di consumatore, s’applica al caso che qui occupa l’articolo 33 del codice al consumo, D.Lgs. n. 206/2005, il cui primo comma recita che “nel contratto concluso tra il consumatore ed il professionista, si considerano vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto”; ed il cui secondo comma lettera f) dispone che “si presumono vessatorie fino a prova contraria le clausole che hanno per oggetto, o per effetto, di imporre al consumatore, in caso di inadempimento o di ritardo nell’adempimento, il pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento, clausola penale o altro titolo equivalente di importo manifestamente eccessivo”.

Ciò premesso in linea di diritto, si osserva in fatto che l’articolo 15 del contratto di finanziamento prevede la corresponsione di interessi di mora del 2,5% mensili, con una clausola penale che questo giudice non dubita essere di importo manifestamente eccessivo rispetto al danno effettivamente subìto dal creditore a seguito dell’inadempimento.

La clausola deve quindi considerarsi nulla, in quanto abusiva, ai sensi dell’articolo 36 del codice al consumo, indipendentemente dal fatto della sua specifica approvazione per iscritto: poiché la clausola è contenuta in un modulo-formulario unilateralmente predisposto da Plusvalore, spettava infatti al professionista, ai sensi dell’articolo 34 del codice al consumo, “l’onere di provare che le clausole o gli elementi di clausola, malgrado siano del medesimo unilateralmente predisposti, siano stati oggetto di specifica trattativa con il consumatore”.

Ciò invece il professionista non ha fatto, poiché non ha provato, ed in realtà nemmeno offerto di provare o quantomeno dedotto, che la clausola in parola è stata oggetto di trattativa.

Ne deriva, in conclusione sul punto, l’invalidità della clausola penale di predeterminazione del danno nella misura del 2,5% mensili a titolo di interessi moratori, con la conseguenza che il danno da inadempimento deve essere liquidato utilizzando gli interessi moratori al tasso legale; e ciò consente di ritenere assorbita la terza doglianza di parte opponente, relativa alla pretesa usurarietà del tasso di mora applicato, atteso che tale tasso è comunque ritenuto invalido.

Non può invece essere accolta l’ulteriore eccezione di parte attrice relativa alla pretesa eccessività dell’altra parte della clausola penale contenuta nell’articolo 15, che predetermina le spese di incasso rata, di esattoria, di insoluti e protesti, di invio delle comunicazioni di trasparenza: trattasi infatti di spese che sono identificate, a seconda del singolo incombente, in misure variabili tra € 2 ed € 50, e quindi in misura che non appare manifestamente eccessiva, tenuto presente che per ciascuno singolo incombente è comunque necessario per la Finanziaria operare un adempimento ed effettuare una comunicazione al cliente.

Parimenti infondata è l’eccezione relativa alla pretesa invalidità dell’articolo 16, il quale, del tutto ragionevolmente, prevede la decadenza dal beneficio del termine in caso di mancato pagamento di almeno due rate, nonché la possibilità, invero già derivante dai principi generali, di intimare in tal caso la risoluzione del contratto per inadempimento.

c) Chiarito quanto sopra, la controversia può essere decisa sulla base della CTU, svolta con motivazione convincente e pienamente condivisibile, in nessun modo contestata dalle parti con riferimento alla esattezza delle conclusioni matematiche aggiunte, dalla quale il Giudicante non ha motivo di discostarsi in quanto frutto di un iter logico ineccepibile e privo di vizi, condotto in modo accurato ed in continua aderenza ai documenti agli atti ed allo stato di fatto analizzato.

Ha infatti chiarito il perito che, alla data del 27 novembre 2014, allorquando è stato depositato il ricorso monitorio, il debito del Cinardi nei confronti di Plusvalore, tenuto conto dell’intero capitale da restituire a seguito della decadenza dal beneficio del termine, delle quote di interessi per rate insolute, degli interessi di mora al tasso legale, nonché delle spese di recupero crediti predeterminate con riferimento a incasso rata, esattoria, insoluti, protesti ed invio comunicazioni, ammontava a € 5.632,8.

Pertanto, previa revoca del decreto ingiuntivo opposto ottenuto per una somma di importo doppio, l’opponente deve essere condannato a pagare all’opposto € 5.632,8.

Sulla cifra capitale vanno poi conteggiati interessi moratori al tasso di cui all’articolo 1284 comma 4 c.c. dalla domanda, radicata con il deposito del ricorso monitorio il 27/11/2014, al saldo.

d) L’accoglimento della domanda attorea per un importo pari alla metà di quello domandato, nonché l’esistenza di una clausola oggettivamente vessatoria, integrano una forma di soccombenza reciproca, ciò che giustifica la integrale compensazione delle spese di lite (cfr. Cass. n. 21569/2017, Cass. n. 16270/2017, Cass. n. 3438/2016, Cass. n. 22871/2015, Cass. n. 281/2015, Cass. n. 21684/2013, Cass. n. 134/2013, Cass. n. 22388/2012 e Cass. n. 22381/2009 in ordine alla configurabilità della soccombenza reciproca, non solo nel caso di accoglimento di una sola delle plurime domande azionate, ma anche di accoglimento di soli alcuni capi di un’unica domanda, ovvero di accoglimento dell’unica domanda per un importo inferiore sotto il profilo quantitativo da quello domandato).

Per gli stessi motivi, anche le spese di CTU, già liquidate in corso di causa con il separato decreto di cui a dispositivo, possono essere integralmente compensate tra le parti.

P.Q.M.

il Tribunale di Reggio Emilia in composizione monocratica definitivamente pronunciando, nel contraddittorio tra le parti, ogni diversa istanza disattesa

– revoca il decreto ingiuntivo n. 7796/2014 emesso dal Tribunale di Reggio Emilia il 20-27/11/2014;

– condanna Cinardi Giuseppe a rifondere a Plusvalore s.p.a. in liquidazione € 5.732,8, oltre interessi ex art. 1284 comma 4 c.c. dal 27/11/2014 al saldo;

– compensa integralmente tra le parti le spese di lite del presente giudizio;

– pone le spese di CTU, già liquidate in corso di causa con separato decreto 5/4/2018 definitivamente a carico solidale delle parti.

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