Diritto e Fisco | Editoriale

Parto anonimo: si ha diritto a conoscere le proprie origini?

3 Giugno 2018


Parto anonimo: si ha diritto a conoscere le proprie origini?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 Giugno 2018



Il diritto alla privacy della madre scompare con la sua morte. Il diritto a conoscere le proprie origini non riguarda solo i genitori ma anche fratelli e sorelle.

Un tempo i figli che ignoravano l’identità dei propri genitori erano in molti; spesso le ragioni erano collegate alla povertà delle famiglie che le obbligava a lasciare i neonati in mani di persone più agiate o, comunque, in grado di poterli mantenere. Oggi purtroppo, sebbene per ragioni diverse, si assiste ancora a situazioni in cui il figlio non conosce il nome del padre o della madre o di entrambi. Non sono poche le coppie di fatto che si lasciano proprio nel momento in cui sta per nascere un bambino al quale il padre naturale, così facendo, nega il riconoscimento. La legge prevede inoltre la possibilità del parto anonimo per la madre. In quest’ultimo caso, ci si chiede spesso se esiste il diritto a conoscere le proprie origini. Di tanto parleremo in questo articolo.

Il padre non può restare anonimo, la madre sì

Il riconoscimento del figlio è un obbligo solo paterno. La madre invece ha diritto – qualora lo chieda al momento del parto – di rimanere anonima fino alla sua morte. Da un lato, dunque, se il padre non riconosce come proprio il figlio naturale (quello cioè nato fuori dal matrimonio) commette un illecito e può essere da questi citato in giudizio per versargli il risarcimento del danno dovuto alla perdita di una figura genitoriale di riferimento (una sorta di danno da “carenza affettiva”). Dall’altro lato, però, il figlio che vuol conoscere le proprie origini biologiche materne può presentare una domanda di accesso alla cartella clinica dell’ospedale ove è nato, ma l’identità della madre gli potrà essere svelata solo dopo che questa decede. È in tale momento infatti che cessa il diritto alla privacy della donna e, con esso, anche il rispetto della volontà, da questa espressa al momento del parto, di rimanere anonima. È questo l’importante chiarimento fornito dalla Cassazione a più riprese.

Di tanto avevamo già parlato nell’articolo: Figli: il padre non può rimanere anonimo, la madre sì.

Ma procediamo con ordine e vediamo se e come, in caso di parto anonimo, si ha diritto a conoscere le proprie origini.

Il diritto della madre al parto anonimo

Ogni madre ha diritto a partorire in anonimato. La domanda può essere fatta prima o durante il parto. Questo significa che, al momento della nascita, se anche il padre non intende riconoscere il figlio, quest’ultimo verrà preso in consegna dal personale medico dell’ospedale che provvederà a sbrigare tutte le pratiche amministrative relative alla dichiarazione di nascita avendo cura di non nominare la madre. La dichiarazione di nascita andrà eseguita entro 10 giorno dal parto.

In questo modo viene garantito sia il diritto all’anonimato della madre, sia il diritto del figlio a una identità anagrafica e alla protezione (questi infatti sarà affidato a una casa famiglia e poi potrà essere adottato).

In caso di parto anonimo, la madre ha diritto di ottenere una assistenza psicologica e sanitaria e di avere informazioni riguardanti forme di sostegno alla maternità ed alla genitorialità, aiuti a livello socio-assistenziale e sanitario. Ha inoltre diritto ad essere informata, in caso di incertezza sulla scelta da operare, sulla possibilità di usufruire di un ulteriore periodo di riflessione dopo il parto di massimo due mesi richiedendo al Tribunale per i minorenni la sospensione della procedura di adottabilità.

In caso di parto anonimo, il figlio potrà sapere il nome della madre?

Se la madre decide di restare anonima, le sue generalità vengono coperte da privacy per 100 anni. In pratica, il figlio non potrà accedere né al certificato di assistenza al parto, né alla cartella clinica ove sono riportate le generalità della donna.

Il figlio però può venire a conoscenza dell’identità della madre prima dei 100 anni solo in due casi:

  • se la madre ci ripensa e revoca la richiesta di anonimato. Difatti la richiesta di parto anonimo può essere revocata in qualsiasi momento della vita. Ciò però non toglie che la donna possa recriminare il diritto all’affidamento del figlio, specie se questo è stato già adottato;
  • oppure nel momento in cui la madre muore.

Tale concetto è stato di recente chiarito a più riprese dalla Cassazione [1] (leggi Parto: la madre resta anonima ma non dopo la sua morte). Secondo la Corte Suprema, il diritto all’anonimato della donna viene meno con il suo decesso. Del resto, se così non fosse, si avrebbe la cristallizzazione della scelta della madre di restare anonima anche dopo la sua morte e la definitiva perdita del diritto fondamentale del figlio di conoscere le proprie origini, in evidente contrasto con la necessaria «reversibilità del segreto» [2]. Si pregiudicherebbe anche il diritto della madre di “ripensarci” e di comunicare le proprie generalità al figlio: diritto che spetta per tutto il corso della vita della madre stessa, proprio in ragione della revocabilità di tale scelta.

Parto anonimo: quali effetti?

Nel momento in cui la madre manifesta la volontà di partorire in forma anonima, l’ufficiale di stato civile, quando riceve la dichiarazione di nascita da parte del personale medico-infermieristico dell’ospedale ove il bambino è nato, gli dà un nome e un cognome e procede alla formazione dell’atto di nascita in cui risulterà scritto “figlio di donna che non consente di essere nominata” ed effettua la segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni per la sua dichiarazione di adottabilità. Questa procedura può essere interrotta dalla richiesta di un termine per il riconoscimento, non superiore a due mesi, presentata da uno dei genitori. Decorso il termine, se il genitore non effettua il riconoscimento, il tribunale per i minorenni provvede a dichiarare lo stato di adottabilità.

Diritto a conoscere le proprie origini

Il figlio ha diritto a conoscere le proprie origini. Compiuti 25 anni può infatti presentare al tribunale dei minori una domanda per accedere alle informazioni relative alla sua origine e all’identità dei propri genitori biologici. Può farlo anche dopo i 18 anni, ma solo se vi sono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica.

Se però, come abbiamo detto, il diritto di essere riconosciuto dal padre è incondizionato (pertanto il giovane che sappia o ha il sospetto dell’identità del padre, può fare un azione per il riconoscimento coattivo), non vale lo stesso nei confronti della madre che invece ha chiesto di rimanere anonima. In quest’ultimo caso, come abbiamo anticipato, il figlio ha diritto a conoscere le proprie origini materne solo nel momento in cui questa decede.

Inoltre la Cassazione ha di recente detto [3] che il diritto a conoscere le proprie origini non si estende solo ai genitori, ma anche ai fratelli e sorelle di cui il figlio può chiedere quindi di sapere i nomi.

La Corte ha ritenuto che un’interpretazione costituzionalmente e convenzionalmente orientata della norma, possa includere, oltre ai genitori biologici – in particolare nell’ipotesi in cui non sia possibile risalire ad essi – anche i più stretti congiunti come i fratelli e le sorelle. Si tratta per l’adottato di un diritto di primario rilievo nella costruzione dell’identità personale che si completa con la scoperta della propria genealogia biologico-genetica.

note

[1] Cass. sent. n. 15024/2016.

[2] Previsto dall’art. 93, co. 2, d.lgs. n. 196/2003.

[3] Cass. sent. n. 6963/2018 del 20.03.2018.


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