Tech I nostri smartphone sono radioattivi e costruiti dai Paesi poveri

Tech Pubblicato il 16 gennaio 2013

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I nostri cellulari sono fabbricati con materiali che producono scorie radioattive e in Paesi dove le aziende possono disinteressarsi dell’ambiente e della salute dei lavoratori.

Il problema dei cellulari pericolosi, già noto dopo gli scandali che hanno coinvolto le fabbriche della Apple in Cina, è stato reso pubblico negli Stati Uniti dall’inchiesta shock di Keira Butler [1], giornalista inviata in Malesia per indagare sulla chiusura della Asian Rare Earth. La fabbrica produceva materiale necessario alle schede dei cellulari (e non solo), soddisfacendo, da sola, un quinto del fabbisogno delle industrie high tech. Ma la Asia Rare Earth scaricava i rifiuti in una discarica abusiva, ove si è accertato, in seguito, che la soglia delle radiazioni era ben ottantotto volte superiore rispetto alla media tollerata. La gente del luogo aveva iniziato a morire di mali incurabili, le donne ad abortire o a partorire bambini gravemente disabili.

La fabbrica fu costretta a chiudere, ma riaprì ben presto da un’altra parte dello stesso Stato, dove la legislazione in materia ambientale è assolutamente permissiva.

Si è così smascherato il bluff che si nasconde dietro ai moderni smartphone che tutti noi, tranquillamente, custodiamo sulle nostre scrivanie o nelle tasche dei vestiti. Questi gioielli dell’ingegneria elettronica sono prodotti con le “terre rare”, ossia 17 elementi chimici della tavola periodica che si trovano in quantità elevate nella crosta terrestre e si usano per produrre anche batterie ricaricabili, freni per auto ibride, motori elettrici, marmitte catalitiche, superfici di vetro lucido e tanti altri oggetti. Nei cellulari sono usate per i magneti della vibrazione e per quelli degli altoparlanti, per i circuiti elettronici e per i colori dello schermo. Ma per lavorare le “terre rare” si producono grandi quantità di rifiuti tossici e scorie radioattive. Per questo, le aziende preferiscono farlo in Paesi dove la tutela dell’ambiente è debole, come appunto la Malesia.

Nella lavorazione delle terre rare sono coinvolte tutte le aziende produttrici di tecnologia: dalla Mitsubishi alla Apple. Della casa di Steve Jobs già si sapeva che le fabbriche cinesi impiegano adolescenti, che lavorano 15 ore al giorno e puliscono gli schermi con solventi tossici: non pochi operai si sono suicidati per uno stato di semi-schiavitù aziendale. Ma questa è solo la fase dell’assemblaggio. La storia dei nostri iPhone comincia molto prima. Gli elementi usati per far funzionare questi cellulari sono il frutto di un’attività industriale particolarmente inquinante, in cui i Paesi ricchi estraggono materie utili dalla terra e lasciano i compiti più sporchi a quelli poveri, disposti a tutto pur di lavorare e non morire di fame.

Peraltro, si prevede che entro il 2015, la domanda di terre rare aumenterà ancora del 36%: il problema, quindi, rischia di esplodere da qui a breve se non interverrà una normativa internazionale seria, ma soprattutto efficace, che non consenta facili elusioni.

Il paradosso del nostro tempo

Il paradosso è che, per costruire “tecnologia verde” con le terre rare – come le marmitte catalitiche, le automobili elettriche o ibride – è necessario produrre scorie radioattive. Tant’è che verrebbe da chiedersi se, anche dietro la tutela dell’ambiente, non si sia innescato un colossale business dell’eco-sostenibile, a vantaggio di aziende che, dalla loro, non si fanno tanti scrupoli nei confronti dell’ambiente stesso.

È necessario che le aziende predano serie precauzioni per evitare che gli operai, impiegati per ripulire la nostra aria, siano esposti essi stessi alle radiazioni. Se i depositi permanenti non sono ben isolati, infatti, le scorie radioattive possono infiltrarsi nel terreno. Per esempio, nella Mongolia Interna, dove si trova la maggior parte delle miniere di terre rare della Cina, le scorie si sono infiltrate nei corsi d’acqua e nei canali di irrigazione.

Queste scorie radioattive devono essere immagazzinate per un periodo di tempo inconcepibile: l’emivita del torio è di 14 miliardi di anni, quella dell’uranio è di 4 miliardi e mezzo. E non dimentichiamoci che la Terra ha solo 4 miliardi e mezzo di anni!

Ecco perché conviene costruire le raffinerie in Paesi dove le norme ambientali sono meno rigide ed è possibile risparmiare sulle discariche.

Secondo Keira Butler, affinché il nostro cellulare non lasci questa impronta tossica, basterebbe che produttori e consumatori siano disposti a spendere di più. Se i governi degli Stati del mondo non chiederanno alla Cina e agli altri Paesi in via di sviluppo di operare nel rispetto dell’ambiente il nostro pianeta andrà a rotoli. E tutto questo, per qualche sms a buon mercato.

note

[1] Kiera Butler è senior editor del giornale “Mother Jones. Quest’inchiesta è stata realizzata con il supporto della Society of Environmental Journalists e del Puin Foundation Investigative Journalism Project. Pubblicata sull’Internazionale n. 979/12.


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