Diritto e Fisco | Editoriale

Come fare soldi

9 giugno 2018


Come fare soldi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 giugno 2018



Idee nuove e meno nuove, tradizionali e moderne, per fare soldi lavorando, non lavorando, sfruttando internet o le proprie braccia. Senza bisogno di chiedere finanziamenti, mutui o sostegni pubblici.

È vero: i tempi sono duri e, a meno che non sei un dipendente, per guadagnare è necessario lavorare il doppio rispetto a qualche decina di anni fa. Tuttavia, non sempre per guadagnare bisogna essere dei geni. Basta un po’ di inventiva, originalità e, soprattutto, trovare un campo non troppo affollato. L’idea, quindi, è il primo punto da cui deve partire chi si chiede come fare soldi. E ce ne sono di tutti i tipi: aiutando gli altri ai lavori, le nuove app, gli impieghi da casa, la moda, la cucina e (immancabilmente) Internet. C’è chi fa soldi illegalmente e chi senza averne (e senza bisogno del sostegno delle banche); c’è chi li fa senza laurea e chi, inguaribile sognatore, cerca il modo di averli senza lavorare.

In questo articolo alcuni dei migliori autori del nostro giornale hanno cercato di mettersi nei panni di giovani e meno giovani cui le banche hanno chiuso la porta e che sono alla continua ricerca di idee per rendersi autonomi. Quelle persone che non si sono arrese ai tanti no alle richieste di assunzione e che, ciò nonostante, non hanno perso la voglia e l’interesse di scoprire nuovi modi di guadagnare.

Ecco qui in rassegna le principali idee che puoi sfruttare.

Indice

Come fare soldi aiutando gli altri

Chi porta agli anziani la spesa, chi dà una mano ai turisti, chi cura la casa o il cane dei vicini, chi fa la fila per gli altri. Ma c’è il problema del Fisco.

Aiutare la vicina di casa con la spesa, pagarle una bolletta già che si deve andare in Posta, portarle a spasso il cane o curarle il gatto quando deve andare in vacanza. Ci sono tanti modi per rendersi utili in modo gratuito. Se, però,  sistematicamente la vicina (o chi per lei) ha bisogno di qualcuno che le faccia la spessa, che badi ai suoi animali o alle sue bollette, si può pensare di guadagnare aiutando gli altri. Non si tratta di una scelta cinica, attenzione, o di approfittarsi dei più deboli: si tratta di mettersi a disposizione nel momento in cui un’altra persona ha bisogno (o semplicemente non ha voglia di scomodarsi) e di avere un corrispettivo per il servizio offerto. Il che non vieta (anzi) di continuare a dare una mano per il semplice piacere di farlo, ricevendo solo un sorriso e la parola «grazie».

Ci sono diversi modi di fare soldi aiutando gli altri. Vi proponiamo qualche idea.

La spesa al supermercato

Immaginiamo due anziani che vivono da soli e non riescono più a guidare. Tra i problemi pratici che si pongono, c’è quello di andare a fare la spesa. Il problema non è tanto arrivare al supermercato quanto quello di portare a casa le buste con latte, pane, carne, detersivi e tutto il resto. Una volta si scendeva a prendere poche cose per volta e si approfittava per fare due chiacchiere con il prestinaio e con le vicine. Oggi c’è bisogno di qualcuno che, sistematicamente (e non una sola volta, così, per dare una mano) aiuti loro in quella che è, senz’altro, una primaria necessità.

Le possibilità sono due: la prima, quella appena esposta, crearsi una sorta di «giro di bisognosi». Consiste nel darsi un appuntamento fisso con più persone per ritirare la lista di quello che li occorre, andare al supermercato e portare la spesa fino a casa loro. L’altra, prendere accordi con il piccolo supermercato che non prevede la consegna a domicilio e mettersi a disposizione.

In entrambi i casi, serve un’auto e un po’ di organizzazione: tre-quattro consegne nella stessa zona consentiranno di ottimizzare i tempi e di fare un po’ di soldi.

Fare la coda negli uffici pubblici

Un altro modo  è quello di assorbirsi le code, spesso lunghe e antipatiche, negli uffici pubblici, in Posta o in banca. Il mestiere del «codista» rende già da qualche anno. C’è, addirittura, chi ha aperto una società assumendo personale disposto a sbrigare queste pratiche per conto di altri. Lo si fa per un tot all’ora (di solito una decina di euro).

Qui, però, ci vuole un minimo di preparazione. Ed è per quello che le società dei «codisti» offrono anche dei veri e propri corsi di formazione.  Il «codista» deve essere informato sulla pratica che deve risolvere, su quello che lo attende quando la fila è finita ed è arrivato il suo turno.

Attenzione, perché il «codista» non deve rivolgersi, per forza, ad un privato cittadino. Se, come rileva il Censis e nonostante lo sviluppo della tecnologia, le aziende sprecano quasi 300 ore all’anno (cioè più di un mese lavorativo) in fila per assolvere certe pratiche, a volte solo per pagare le tasse, anche quello del piccolo industriale, dell’artigiano o del professionista è un mercato da sfruttare.

L’assistenza ai turisti

Barcellona, metà maggio. Scendo in metropolitana, dove non si prende solo la rete urbana ma anche il treno per raggiungere i paesini di periferia. Non trovo nel distributore automatico dei biglietti quello per la mia destinazione. Mi si avvicina un uomo di mezza età, magro e curvo: «Dove deve andare?», mi chiede. Gli rispondo e mi dice che ho sbagliato distributore. «Mi segua». Mi conduce verso un’altra macchinetta, digita il luogo verso il quale devo partire. «Ecco a lei. Passi da quel tornello, giri a destra e scenda al binario 1». «Grazie», lo saluto con un sorriso. «Vede», aggiunge lui, «io non lavoro per la società dei trasporti. Io sono disoccupato e cerco di aiutare i turisti in difficoltà. Se mi vuole dare qualcosa, mi guadagno da vivere così».  La sua umiltà mi smonta. Poi penso che, a volte, la disperazione aguzza l’ingegno. Non ha cercato di vendermi nulla, non ha insistito chiedendomi una moneta: senza di lui avrei perso del tempo inutile a cercare il biglietto giusto. Passo il tornello, mi fermo, mi volto e vedo che sta dando delle indicazioni ad altri turisti. Probabilmente sa anche l’inglese, lo avrà imparato «sul campo».

Lo stesso gesto si può ripetere alla stazione degli autobus o in qualsiasi altro posto in cui i turisti appaiono disorientati ed hanno bisogno che una persona del posto dia loro una «dritta». In cambio di una mancia. Moltiplicate per il numero di turisti che invadono le città d’arte, fate due conti e vedrete che anche questo è un buon modo di guadagnare.

Il dog sitter

Chi ha un animale domestico in casa e deve assentarsi per una vacanza o per un periodo di lavoro si pone, giustamente, il problema di dove o a chi lasciare il cane o il gatto. Ecco che può subentrare il nostro uomo «tuttofare». Sarà lui l’incaricato di portare il cane a passeggio, tenere pulita la sua cuccia, dargli da mangiare, fargli compagnia. A casa propria o, meglio ancora, nella casa del padrone, dove non c’è bisogno di abituare l’animale ad un nuovo contesto.

È consigliabile, in questi casi, avere un approccio con il cane o con il gatto già qualche giorno prima della partenza dei proprietari, affinché si abituino alla presenza di una persona finora sconosciuta.

L’house sitter

Come sopra: non si tratta di curare degli animali ma di badare alla casa di un altro quando questi si deve assentare. L’house sitter (un «mestiere» che sta prendendo sempre più piede in Italia ma già molto diffuso, ad esempio, in America) deve fare tutto quello a cui il padrone di casa non potrà badare: bagnare le piante, controllare se nella posta arrivano delle bollette da pagare, fare un po’ di pulizia ogni tanto. Si può approfittare anche di questo periodo in cui la casa è vuota per fare qualche piccola riparazione necessaria ma sempre rimandata. Compiti che non occupano l’intera giornata e che, quindi, consentono di seguire più case in contemporanea, moltiplicando i guadagni.

Se il proprietario dell’immobile possiede anche un orto, conviene cogliere l’occasione al volo e, per qualche soldo in più, zappettare l’erbaccia e bagnare insalata e pomodori, raccogliere le foglie buttate giù dall’ultimo temporale, ecc.

Bisogna pagare le tasse?

Ed eccoci al punto cruciale. Denaro accumulato attraverso vere e proprie mance, perché, alla fine, di quello si tratta. Ma questi soldi vanno dichiarati al Fisco? Teoricamente sì, in quanto sono dei soldi che concorrono a formare il reddito di una persona fisica. Bisogna considerare, infatti, che, per l’Agenzia delle Entrate, percepire dei compensi in contanti o tramite un bonifico poco cambia, purché non si tratti di una donazione. Ora, risulta difficile pensare che chi aiuta un anziano a portare le buste della spesa a casa o a fare la fila in Posta possa ricevere da lui una donazione.

Verranno considerati dei guadagni in nero soltanto se non verranno dichiarati al Fisco e non per il fatto di averli avuti in contanti. Inoltre, non essendoci un vero e proprio contratto tra chi paga e chi riceve i soldi, sul 730 andranno dichiarati non come reddito da lavoro dipendente ma nella sezione «redditi diversi».

Dimostrare l’importo percepito durante l’anno aiutando gli altri sarà un’altra questione. Ma è altrettanto probabile che all’occhio del Fisco non scappi quel che appare evidente: se non hai un lavoro dichiarato oppure se quello che hai non ti permette di avere il tenore di vita che conduci, l’Agenzia delle Entrate ti porrà una domanda inevitabile: «Mi spieghi come hai fatto?»

Come fare soldi con le nuove app?

La tecnologia è un veicolo per guadagnare un minimo di stipendio o arrotondarlo. Come funzionano le piattaforme digitali e quali diritti ha il lavoratore?

Quando si è senza lavoro o si vuole portare a casa un gruzzolo importante per arrotondare uno stipendio discreto, può darsi che la tecnologia non ti salvi la vita ma può sicuramente dare una grossa mano a guadagnare. Tanti o pochi, dipende dalla tua abilità, dalla disponibilità che dài (e quindi dal tempo che hai), dalla piattaforma a cui ti rivolgi per avviare una collaborazione. Il concetto è semplice: si può guadagnare grazie alle applicazioni che ormai milioni di persone hanno sul telefonino.

Pensateci bene: oggi basta un click su una delle tante app che si occupano di trovare l’idraulico o la pizzeria a portata di mano. Ci vuole, però, chi materialmente esegue il servizio, cioè la riparazione o la consegna.  Ci si iscrive ad una piattaforma dicendo quello che si è disposti a fare (il fattorino, il dog-sitter, l’artigiano) e si attende non una chiamata ma una notifica. Più si è disponibili, più probabilità si hanno di essere contattati un numero maggiore di volte. Cioè, più soldi si fanno con le nuove app.

Vediamo, allora, quali sono le applicazioni più popolari ma anche come dovrebbero essere rispettati i diritti di quelli che, a tutti gli effetti, sono – o dovrebbero essere –  dei collaboratori occasionali autonomi con tanto di contratto.

Come funziona

Le liste di collocamento sono utili, molto spesso anche obbligatorie, ma al giorno d’oggi chi non vuole aspettare a lungo la chiamata di chi offre un lavoro tradizionale, si iscrive anche alle piattaforme digitali che gestiscono le nuove app. Non c’è bisogno di elencare le proprie capacità su un modulo di carta da consegnare ad un’impiegata dopo qualche ora di coda, ma di compilare a casa, online, un form da inviare con un solo clic. E come funzionano queste nuove app?

Si fa così. Ci si iscrive ad una di queste piattaforme, che altro non sono se non società di servizi: consegna di merce, assistenza a persone o animali, prestazioni professionali, ecc. Si instaura tra l’utente e la piattaforma un rapporto di collaborazione occasionale autonoma, ma con le regole che detta la società. E poi si aspetta che arrivi una notifica sul cellulare, il che si traduce in un incarico da svolgere subito, perché per il cliente il tempo è prezioso. Un ritardo in una consegna o in una prestazione può significare perdere quel cliente. E perdere l’opportunità di essere pagati.

Proprio da questo dipende il fatto di essere richiesti più o meno spesso e, quindi, di guadagnare di più o di meno: la disponibilità – sette giorni su sette e 24 ore su 24 – e la capacità di riflessi nello svolgere il proprio servizio. Si entra in una sorta di graduatoria con tanto di punteggi. Più sei in alto, più vieni contattato. Ogni notifica, un tot. E alla fine del mese si fanno i conti. Se ti è andata bene, hai messo insieme circa mille euro.

Chi vuole guadagnare con le nuove app può anche fare una giornata tipo di 8 ore giornaliere. Ma non è detto che sia dalle 8.30 alle 17.30 con un’ora di pausa pranzo, come un comune impiegato: c’è chi lavora di sera, chi di mattina presto, chi di notte, chi in tutti e tre i momenti. Perché potrebbe ricevere una notifica alle 8, un’altra alle 11.30, un’altra alle 21. E quando si riceve il messaggio bisogna correre.

C’è anche chi decide di porre dei limiti alle proprie disponibilità, magari perché per lui è solo un modo per arrotondare uno stipendio o una pensione di cui già dispone. A questo punto, si inserisce in certe fasce orarie in cui sa di poter offrire la propria prestazione. Va da sé che, con fasce di reperibilità ridotte, il suo guadagno sarà più ridotto.

Le più popolari

A chi rivolgersi? Quali sono le app digitali che offrono l’opportunità di guadagnare dando la propria disponibilità? Ce ne sono diverse sul mercato virtuale. Vediamo le più popolari.

Deliveroo si occupa di consegne di cibo: pizza, gelati, cibo giapponese, il pollo della rosticceria o l’hamburger. Bisogna garantire la reperibilità (non si può mai sapere quando viene fame ad un cliente) ma ciò non vuol dire che ci sarà la garanzia di una notifica per effettuare una consegna. Le spese di mobilità sono a carico del lavoratore: è lui a pagarsi la benzina, anche se la piattaforma riconosce un rimborso di 18 centesimi al chilometro in linea d’aria, cioè esclusi i giri di troppo per i sensi unici o per districarsi nel traffico.

Gogojobo mette in contatto chi ha bisogno di una riparazione in casa e non è un mago dei fai da te (oppure non ha né tempo né voglia di farlo) e la persona che può essere in grado di aggiustare il rubinetto, montare come si deve la mensola o il mobile, sistemare la presa di corrente o persino fare l’orlo del vestito da indossare il giorno dopo per la laurea. Scaricata l’app, l’iscrizione avviene tramite Facebook oppure registrandosi con username e password. Alla fine della prestazione, il lavoratore (qui si chiama jobber) viene valutato per la qualità del lavoro svolto e per la disponibilità offerta.

Taskhunters è una piattaforma rivolta soprattutto ai giovani che funziona grazie ad un sistema di geolocalizzazione per conoscere la posizione degli utenti più vicini. Raccoglie le mansioni che gli iscritti sono disposti a svolgere e che vanno dalla spesa al supermercato alla cura degli animali domestici, dal trasloco al montaggio e smontaggio di mobili, dalle commissioni in Posta o in altri uffici pubblici all’assistenza informatica, dal lavoro come colf al ritiro e consegna di abiti in lavanderia, dalla presenza come hostess ad un evento al ruolo di cameriere in una cena aziendale. Se il candidato è uno studente universitario, deve registrarsi con l’e-mail della facoltà per la verifica del dominio. La piattaforma trattiene il 15% + Iva del compenso offerto dal cliente.

Bemyeye dà la possibilità di registrarsi e trovare un lavoro tra quelli messi a disposizione sulla piattaforma. Si tratta di attività per esercizi commerciali che vanno dalla richiesta di un preventivo per acquistare un’auto o un’offerta telefonica alla realizzazione di foto degli scaffali di un supermercato per valutare il posizionamento dei prodotti ed ottenere migliori risultati di vendita. La registrazione deve includere un numero di conto PayPal. La geolocalizzazione permette di trovare dei lavori nelle vicinanze. Chi prima prenota, si aggiudica la commessa.

Jobby è l’app che consente di entrare in contatto con un punto vendita alla ricerca di un personal shopper, un cameriere, una hostess o un traduttore. Il ventaglio di possibilità, quindi, è piuttosto ampio. Il cliente ha la possibilità di offrire un incarico orario ad un minimo di 8 euro l’ora oppure di chiedere una singola prestazione ad un minimo di 4 euro. Tuttavia, deve pagare alla piattaforma il 15% sul valore netto dell’incarico.

Glovo si occupa di consegne, dal cibo al pacco, al documento. Vengono offerti fino a 10 euro all’ora, a seconda dell’esperienza e dal punteggio realizzato dalla piattaforma (quello in base al quale si ricevono più o meno notifiche, cioè richieste di lavoro). Condizioni per poter diventare un «Glover» freelance: avere 18 anni, una bici o una moto ed un dispositivo iPhone o Android per ricevere le notifiche. Oltre alla massima disponibilità possibile.

Che tipo di contratto

In teoria, chi decide o si vede costretto a fare soldi con le nuove app ha un contratto di collaborazione occasionale autonoma, il cosiddetto PrestO. Il che, sulla pratica, non garantisce alcuna tutela. Ad esempio, molti di questi lavoratori lamentano il fatto di non percepire un euro di straordinario o di lavoro notturno: fa parte del gioco. In più, le spese (benzina, manutenzione del mezzo di trasporto utilizzato, ecc.) sono a carico del lavoratore. Ma dovrebbe essere così?

Il collaboratore autonomo è quello che effettua una prestazione occasionale impegnandosi a fornire, dietro un corrispettivo, un’opera o un servizio con lavoro prevalentemente proprio non subordinato e senza alcun potere di coordinamento da parte del datore di lavoro.

La legge [1] pone dei limiti sia economici sia di utilizzo di questo tipo di lavoratori.

Prestazione occasionale: i limiti economici

I limiti economici di chi ha un contratto di collaborazione occasionale autonoma riguardano l’anno solare in cui viene svolta la prestazione e sono:

  • per ciascun lavoratore, con riferimento alla totalità degli utilizzatori, un compenso complessivo non superiore a 5.000 euro;
  • per ciascun utilizzatore, con riferimento alla totalità dei lavoratori, un compenso complessivo non superiore a 5.000 euro;
  • per prestazioni rese da un lavoratore verso lo stesso utilizzatore, un compenso complessivo non superiore a 2.500 euro.

Questi importi si intendono al netto di contributi, premi assicurativi e costi di gestione.

Il compenso si calcola sulla base del 75% del suo effettivo importo, esclusivamente nel rapporto tra ogni utilizzatore e la totalità dei lavoratori, per queste categorie di prestatori:

  • titolari di pensione di invalidità o di vecchiaia;
  • giovani con meno di 25 anni iscritti ad un ciclo di studi di qualsiasi ordine e grado;
  • disoccupati;
  • titolari di prestazioni integrative del salario, di reddito di inclusione o di altre forme di sostegno al reddito.

Non è possibile chiedere una prestazione occasionale ad un lavoratore con cui si abbia in corso o ci sia stato negli ultimi 6 mesi un rapporto di lavoro subordinato o di collaborazione coordinata continuativa.

Il lavoratore ha diritto all’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti, con l’iscrizione alla Gestione separata [2], oltre all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali [3].

Il compenso giornaliero non può essere inferiore a 36 euro, pari a 4 ore lavorate. Il compenso orario non può essere inferiore a 9 euro (tranne nel settore agricolo). L’utilizzatore dovrà applicare a questi compensi (a suo carico):

  • il 33% per la contribuzione alla Gestione separata dell’Inps;
  • il 3,5% per l’assicurazione Inail.

Prestazione occasionale: come attivare il contratto

Per attivare un contratto di collaborazione occasionale l’utilizzatore deve comunicare all’Inps tramite il servizio online dedicato ed almeno 60 minuti prima dell’inizio della prestazione:

  • i dati del lavoratore;
  • il compenso pattuito;
  • il luogo in cui si svolge la prestazione;
  • la durata e la tipologia della prestazione;
  • il settore dell’attività lavorativa;
  • altre informazioni necessarie alla gestione del rapporto.

L’utilizzatore, una volta effettuata la comunicazione, riceve un messaggio sms o via e-mail con la notifica o la revoca della stessa.

Il lavoratore può confermare, sempre tramite il servizio online, l’effettivo svolgimento della prestazione giornaliera entro i tre giorni successivi.

Come fare soldi da casa?

I modi per avere o per arrotondare uno stipendio senza muoversi dalla propria abitazione: aste online, scrittura, affitti, trading, telelavoro. 

Hai mai pensato alla possibilità di non dover più rendere conto a nessuno e di diventare il capo di te stesso? Per di più senza dover aprire un’attività come imprenditore o come professionista? Senza più viaggi avanti e indietro in macchina o con i mezzi pubblici ma guadagnando comodamente seduto in poltrona? Non serve granché: un po’ di fantasia, un pc, una connessione ad Internet. E la buona volontà: lavorare da casa, come vedremo, può essere un’arma a doppio taglio.  Le possibilità sono diverse: dal trading online alle vendite in rete, dai sondaggi alla scrittura al telelavoro. Addirittura, è possibile guadagnare da casa senza fare niente. Bello, vero? Vediamo come.

Il trading online

La compravendita telematica di titoli finanziari, cioè il trading online, è uno dei sistemi più utilizzati per guadagnare da casa senza troppa fatica. Si tratta di un servizio fornito da società finanziarie autorizzate (i cosiddetti broker online) che mettono a disposizione di clienti privati una piattaforma digitale per visualizzare le società quotate nei principali mercati del mondo, acquistarli e rivenderli in pochissimo tempo. Su ogni ordine di acquisto andrà pagata una commissione al broker, cioè all’intermediario.

Grazie al trading online è possibile sia integrare uno stipendio già esistente (si può arrivare a guadagnare oltre 1.500 euro al mese) sia con lo scopo di far diventare questa attività una vera e propria professione. È importante, però, calcolare ogni rischio e valutare quanta disponibilità economica si ha per acquistare i titoli da rivendere. Ad ogni modo, chi non fosse molto pratico in questo settore può trovare su Internet dei corsi gratuiti o a pagamento per imparare le tecniche migliori.

Se vuoi buttarti in questa esperienza, in questa nostra guida puoi trovare tutti i consigli.

Le aste online

Un mercato meno virtuale e più concreto è quello dell’oggettistica che è possibile acquistare e rivendere online. Qui ci sono due possibilità: svuotare il solaio oppure rivolgersi ad un sito di aste ed «annusare» l’affare.

Il primo caso è il più comune. Sicuramente avrai anche tu in casa quel mobiletto o quelle sedie di cui vorresti disfarti perché non le usi più. La Rete dà la possibilità di mettere questi oggetti in vendita e di ricavarci qualche soldo.

Se, invece, vuoi operare in maniera più sistematica, devi guardare proprio quel sito di aste su cui hai venduto il mobiletto e le sedie con occhi diversi. Immagina di acquistare un orologio d’epoca e di rimetterlo in vendita ad un prezzo anche leggermente più elevato per guadagnarci sulla differenza. Lo stesso vale per qualsiasi altro oggetto, che si tratti, appunto, di mobili o di gioielli, di uno strumento musicale o di una collezione di francobolli.

Chi ha più disponibilità e vuole puntare più in alto, può decidere di dare un’occhiata ai pezzi di antiquariato o alle case messe all’asta, sempre da ricollocare sul mercato per avere una plusvalenza.

Il telelavoro

Questa è una scelta conveniente sia per chi vuole fare soldi da casa sia per chi ha un’attività ed i soldi li vuole risparmiare. Il telelavoro, infatti, consente, da una parte, di svolgere i propri compiti con molta flessibilità e alle aziende di evitare costi in affitti di uffici o di attrezzature. Il tempo perso in spostamenti si recupera per dedicarlo alla famiglia, alle commissioni (la Posta, la banca, la spesa) e anche a dormire un’oretta in più non dovendo alzarsi prima per imbattersi nel traffico o per prendere i mezzi pubblici.

Di che cosa c’è bisogno per guadagnare grazie al telelavoro? Come dicevamo prima, basta un pc e una connessione ad Internet. Dovrà semplicemente comunicare per via telematica con i suoi responsabili, eseguire il lavoro ed inviarlo sempre in rete.

Il telelavoro è stato recepito in Italia da un accordo firmato nel 2004 da tutte le associazioni di industriali ed artigiani ed i sindacati ed è regolato dal contratto nazionale della categoria a cui appartiene l’azienda responsabile del lavoratore «a distanza». Il dipendente o collaboratore, quindi, ha gli stessi diritti che avrebbe se si recasse ogni giorno in ufficio, mentre il datore di lavoro è tenuto a comunicargli tutte le informazioni del caso: contratto applicato, prestazioni da eseguire, figura di riferimento, ecc.

Anche in questo caso ti proponiamo una guida per approfondire le opportunità e i diritti che offre il telelavoro in questo articolo.

I sondaggi

Un’altra occasione per guadagnare da casa è quella offerta dagli istituti demoscopici. Si tratta dei sondaggi a pagamento. Non ti verrà chiesto di indagare ma di essere indagato in cambio di un compenso in denaro o in regali.

Funziona così: dài il tuo consenso all’installazione di un’app sul tuo computer in modo che vengano rilevate le tue abitudini di navigazione su Internet. Pur nel rispetto della privacy si costruirà un campione di consumatori che frequentano questo sito piuttosto che quest’altro, che sono interessati nell’acquisto di questi prodotti piuttosto che di questi altri, ecc. Tutto qua.

Tra i siti più noti (e solo a titolo esemplificativo), possiamo citare:

  • Nielsen Netratings: richiede l’installazione di un’app sul computer (solo sul computer, niente smartphone) da tenere aperta ogni volta che si naviga su Internet. Si guadagnano dei punti da trasformare in premi;
  • Nicequest Panel: per ogni sondaggio portato a termine si guadagnano dei punti trasformabili in prodotti tecnologici, buoni spesa e carte regalo di grosse catene di distribuzione;
  • GFK Eurisko: si riceve un codice a barre con cui registrare la spesa una volta portata a casa. E’ possibile rispondere ai sondaggi da casa o richiedere un altro dispositivo tramite il quale registrare i programmi che si vedono in tv;
  • Global Test Market: riconosce un punteggio per ogni sondaggio. Arrivati a 1.000 punti (si possono raggiungere con pochi sondaggi) è possibile riscattarli con un assegno da 50 euro.

Altre società internazionali di sondaggi propongono dei compensi in contanti, oltre che dei buoni regalo. Più informazioni si danno al momento dell’iscrizione, più possibilità si avrà di essere selezionati per partecipare ai sondaggi.

Scrivere

Tra le opportunità di lavoro che pullulano in rete e che danno l’opportunità di portare un po’ di soldi a casa c’è quella della scrittura. Blog e testate cercano delle persone che abbiano questa passione, che propongano nuovi argomenti, idee originali o contenuti interessanti o che, semplicemente, si limitino a scrivere dei pezzi su commissione. Conviene, in questo caso, cercare tra gli annunci sul web e contattare direttamente la redazione.

Chi non se la sente di fare l’articolista ed ha padronanza con una lingua straniera può lavorare da casa come traduttore. Chi, invece, è appassionato di cinema, libri o teatro può iscriversi ai siti di recensioni e scrivere il proprio parere su un film o su un’opera letteraria. Più voti si riceveranno, più soldi si guadagneranno.

C’è, infine, la possibilità di scrivere la tesi di laurea per conto degli universitari che non hanno tempo o voglia di farla o che, semplicemente, vogliono affidarsi ad una mano esperta. A questo proposito, nulla vieta di mettere in vendita la propria tesi di laurea su Internet. Ad esempio, su Tesionline.it vengono riconosciuti dei soldi (circa 10 euro) per ogni lettore che scarica la tesi.

Come fare soldi senza fare niente

È, naturalmente, la scelta che piacerebbe a chiunque: alzarsi la mattina sapendo di avere già lo stipendio in tasca senza nemmeno aver acceso la caffettiera o lavato i denti. C’è un solo modo per farlo: avere a disposizione un capitale mobiliare o immobiliare che frutti quanto basta senza muovere un dito.

Se si tratta di soldi o titoli di investimento, l’unica «fatica» da fare è quella di tenersi aggiornati sui rendimenti e su possibili alternative che offrano delle garanzie migliori (se non si vuole fare nemmeno quello, basta affidare il compito ad un intermediario).

Se, in più, si possiede qualche immobile, ci saranno i soldi dell’affitto o degli affitti a garantire un gruzzolo ogni mese.

Le controindicazioni

Non tutto è rose e fiori quando si decide di guadagnare da casa. Ci sono alcuni aspetti se non negativi sì, comunque, meno stimolanti rispetto alla vita in ufficio ma, comunque, superabili.

Uno di questi è la mancanza di rapporti sociali. Perché, in sostanza, si lavora da soli. Nessun confronto a quattr’occhi, nessun caffè alla macchinetta con il collega, nessuna chiacchierata nella pausa sulla partita di ieri sera o sul film in uscita al cinema.

Altro aspetto da non sottovalutare: attenzione alle distrazioni. Ci vuole costanza e volontà. Conviene sempre imporsi degli spazi fisici e temporali per lavorare in maniera proficua. Altrimenti si cade nella regola del «faccio dopo», che inevitabilmente finisce per diventare «non lo faccio mai».

Ultima cosa: non si pensi che lavorare da casa significhi ignorare il Fisco. Qualsiasi lavoro si decida di fare a distanza comporterà, nella maggior parte dei casi, un pagamento online, che sia diretto o tramite bonifico bancario. Questo vuol dire che resta traccia di quel pagamento e che quei soldi andranno dichiarati. A ben guardare, anche l’Agenzia delle Entrate ha il diritto di fare soldi senza muovere un dito. O no?

I metodi illegali per fare soldi

Dall’usura allo spaccio, dalla truffa alla circonvenzione di incapaci, passando per la frode assicurativa: ecco come arricchirsi illegalmente.

Esistono persone che pur di guadagnare farebbero di tutto: tradire la fiducia di un amico, abbandonare un familiare e, perfino, infrangere la legge. Quando il denaro diventa una ragione di vita, il rischio è quello di ricorrere ad ogni mezzo pur di ottenerlo.

Chiaramente, non si tratta di un corso accelerato per delinquenti: piuttosto, di un modo per capire come molte persone si arricchiscano a discapito di altre.

L’usura

Se hai in mente di arricchirti approfittando dello stato di bisogno altrui, allora sicuramente avrai sentito parlare dell’usura. Cosa bisogna fare? Semplice: prestare danaro chiedendo poi gli interessi, esorbitanti se possibile. Così ti sentirai anche un benefattore per averli prima prestati.

A ben vedere, chiedere una maggiorazione sulla somma di danaro data in prestito è un’operazione speculativa che, di per sé, non ha nulla di illecito. Anzi: gli interessi sono ampiamente previsti dalla legge, tant’è vero che sono ammessi (in alcuni casi) anche gli interessi sugli interessi (il famoso anatocismo) [4].

Il problema è la misura degli interessi: questi non possono mai superare la soglia prevista dalla legge. In caso contrario, si incorre nel reato di usura [5].

La pena prevista per lo strozzinaggio è severa: reclusione da due a dieci anni, con aumenti in alcuni specifici casi (ad esempio, se il reato è commesso nei confronti di persona che si trova in stato di bisogno).

La truffa

Il più diffuso, però, è sicuramente quello della truffa [6]. Truffare una persona significa raggirarla in modo tale da spingerla a impoverirsi spontaneamente: ci vuole, infatti, necessariamente la cooperazione della vittima la quale, imbrogliata, dà al criminale soldi o altri beni. Si pensi alle truffe contrattuali; alle truffe online; alla vendita di prodotti usati spacciati per nuovi.

Per una guida completa sulla truffa si rimanda alla lettura dell’articolo Il reato di truffa.

Frodare l’assicurazione

Un altro metodo di gran successo in Italia consiste nel truffare la propria assicurazione. Come fare? È sufficiente assicurare un proprio bene oppure la propria persona al solo fine di incassare l’indennizzo [7].

Facciamo un esempio. Tizio assicura la propria casa contro gli incendi; trovandosi in difficoltà economiche, decide volontariamente di darle fuoco al solo fine di ottenere l’indennizzo pattuito con l’impresa assicuratrice.

Allo stesso modo, l’assicurazione potrebbe essere raggirata anche nel caso in cui l’assicurato decida di farsi male da solo: è il caso di chi abbia un’assicurazione su una propria parte del corpo (si pensi alle gambe dei calciatori, ecc.) e, per incassare i soldi, si infligga delle lesioni. Passerete per autolesionisti, ma con le tasche piene.

Abusare delle malattie altrui

Un altro indegno modo di fare soldi illegalmente è quello di sfruttare la malattia o, più in generale, la debolezza di un’altra persona. Si tratta del reato di circonvenzione di incapaci [8], che punisce con la reclusione fino a sei anni chiunque approfitti dell’età, della malattia psichica o anche semplicemente dell’inesperienza per arricchirsi ai danni della vittima.

Questo modo è molto diffuso e colpisce per lo più persone sole, anziane o molto malate che, vedendosi in una condizione di abbandono, pur di non essere lasciate a sé stesse sono disposte a privarsi dei propri averi per ricevere un po’ di attenzione.

Vendere droga

Dulcis in fundo, ecco uno dei modi preferiti dai più giovani: spacciare droga. Com’è noto, in Italia il consumo di sostanze stupefacenti non è reato; lo è, al contrario, la diffusione e la cessione. Chi spaccia droga rischia grosso: le pene arrivano fino a venti anni di reclusione [9]. E c’è un altro luogo comune da sfatare: gli spacciatori non guadagnano così tanto come si crede e, la maggior parte delle volte, finiscono per essere arrestati e trascorrere lunghi anni in cella.

Come fare soldi senza averne

Da zero a mito: è possibile arricchirsi partendo dal nulla? Si può guadagnare senza avere grandi disponibilità iniziali? 

Passare dal guidare una bicicletta a condurre una fuoriserie: bel passo in avanti, vero? Motore rombante, guida aggressiva e invidia negli occhi degli altri utenti della strada. Sarebbe bello diventare ricchi partendo da poco, a volte anche da zero.

È inutile negarlo: chiunque vorrebbe essere ricco; anche chi lo è già. Immaginate allora alla soddisfazione di chi riesce a fare soldi senza possederne. Ecco allora qualche consiglio.

 Vendere i propri beni

Innanzitutto, è possibile guadagnare decidendo di vendere i propri beni, mobili e immobili. Chi non ha liquidità (cioè, chi ha le tasche vuote) non necessariamente è completamente privo di beni. Non si tratta di imitare San Francesco, ma di disfarsi di proprietà che non portano alcun giovamento al titolare.

Come spiegato prima, vendere i propri beni, oggigiorno, è molto facile: esistono decine di siti internet specializzati nella vendita online.

Il consiglio è quello di disfarsi di beni che non soltanto sono inutili, ma che rappresentano addirittura un peso: è il caso di abitazioni fatiscenti, abbandonate da tempo immemore, le quali comportano solo un esborso in termini di tasse.

Anche la cessione di vecchie automobili può far guadagnare qualcosa e, soprattutto, far risparmiare soldi in precedenza spesi per pagare l’assicurazione e il bollo.

Sfruttare i propri beni

Una valida alternativa alla vendita dei propri beni è quella di sfruttarli appieno. Un esempio tipico è quello di dare in affitto parte della propria abitazione: in alcuni contesti (ad esempio, universitari), è sufficiente concedere in locazione anche soltanto una stanza. Ancora più comodo sarebbe fittare un piano indipendente dal proprio, qualora l’immobile lo consentisse.

Acquistare e rivendere

Un’altra strategia è quella di acquistare beni a cifre modiche per poi rivenderli a prezzo maggiore. Diventerete usurai? No, affatto. Come fare, allora?

In rete troverete tanti mercatini online che mettono in vendita oggetti di qualsiasi tipo (soprattutto di elettronica) a bassissimo prezzo. Acquistarli significa fare un investimento almeno per due motivi:

  • è sempre possibile trovare qualcuno che sia disposto a spendere più di quanto avete speso per l’acquisto;
  • si può “migliorare” l’oggetto acquistato: si pensi ad una semplice oggetto da tavolo successivamente decorato a mano, oppure ad un vecchio mobile recuperato e reinventato come diverso utensile.

Oppure, investite nel vintage: acquistare merce antica (vinili, oggetti di antiquariato, ecc.) può essere un’ottima mossa speculativa in vista di una futura rivendita.

Partecipare ai quiz

Un altro modo è quello di dedicarsi ai quiz televisivi. Come fare? Per cominciare, trovate in Internet (o in tv) tutti i numeri e gli indirizzi cui recapitare la vostra candidatura. Siate spietati, non risparmiate nulla, nemmeno il quiz più inutile che esista: anche in questo, infatti, è molto probabile che la vincita sia in denaro.

Inoltre, la gran parte dei quiz non richiede alcuna preparazione specifica. Forza, quindi: appuntate il numero e telefonate, oppure inviate la vostra domanda di partecipazione direttamente online e…allegriaaa!

Partecipare ai talent show

Non si poteva non menzionare, infine, uno dei metodi più gettonati: partecipare ai talent show. Ne esistono decine, anche se non è facilissimo passare le preselezioni. Inoltre è (tendenzialmente) necessario possedere delle abilità. Non sempre, però: molti show si basano proprio sull’inettitudine a compiere qualsiasi attività. Quindi, non scoraggiatevi e tentate sempre.

Come fare soldi senza avere la laurea

È più facile arricchirsi senza laurea? Quali sono i lavori più redditizi che si possono esercitare senza titolo accademico?

La laurea: il traguardo più ambito da migliaia di ragazzi italiani. Eppure, raggiunto il tanto ambito obiettivo, si resta disorientati: il mondo del lavoro non era poi lì ad una passo, pronto ad accoglierci. In quel momento si acquisisce una certezza: per guadagnare e vivere onestamente non occorre necessariamente un titolo di studio.

Ebbene sì. Oggi più che mai ci sono alcuni lavori per i quali non solo non c’è bisogno della laurea, ma anche molto più redditizi.

Servizi funebri

Al primo posto troviamo il titolare di servizi funebri, il cui compito è assolutamente superfluo da spiegare. Guadagno medio: oltre 70mila euro l’anno. Parliamo di un lavoro che non muore mai (a differenza dei suoi clienti). Se siete scaramantici conviene che vi facciate passare subito ogni timore; d’altronde, appena vedrete i primi soldi, morirete (si fa per dire) dalla voglia di proseguire con questa fantastica attività.

Organizzatore di matrimoni

Giusto per collegarci al lavoro di prima: se è vero che il matrimonio è la tomba dell’amore, allora tra gestore di pompe funebri e organizzatore di matrimoni (wedding planner) non c’è poi tanta differenza.

Contrariamente a quanto si pensa, l’organizzatore di matrimoni è una figura non così recente: sicuramente la sua diffusione è dovuta alla televisione e ai film, che ne hanno posto in risalto l’importanza legata ai preparativi per il giorno più bello.

Il vantaggio di fare l’organizzatore di matrimoni è anche quello di poter dare sfogo alla propria creatività e di estendersi anche alla preparazione di cerimonie diverse, come anniversari o compleanni, in modo tale da poter incrementare la clientela.

Ristorazione

Il settore della ristorazione rappresenta (è il caso di dirlo) una ghiotta opportunità all’interno del mondo del lavoro, è anche un modo per liberare la propria fantasia culinaria.

Molto richiesti sono non soltanto i cuochi, ma anche i food and beverage managers, cioè le persone a cui viene affidato il compito di condurre e pianificare tutti i servizi offerti dalle strutture stesse.

Per chi ama la natura e l’aria buona un’ottima idea è quella  di investire in un agriturismo: non passa mai di moda e nella stagione estiva questi locali sono letteralmente invasi dai turisti.

Investigatore privato

Se siete appassionati di Sherlock Holmes, amate i libri gialli, il mistero vi intriga e non avete una laurea, allora ecco il lavoro che fa per voi: l’investigatore. Che sia stipendiato oppure privato, la sua attività pare essere molto remunerativa. In Italia sono molto conosciuti gli investigatori privati al soldo di coniugi o ex coniugi sulle tracce delle prove d’infedeltà del partner.

Estetista o parrucchiere

Richiedono una scuola ma restano comunque dei lavori per fare soldi senza avere una laurea. L’estetista o il parrucchiere sono due mestieri molto richiesti che permettono di guadagnare somme non irrisorie una volta che la clientela sia diventata affezionata. Il vantaggio di questa professione è di poter esercitare anche a domicilio, recandosi direttamente presso la residenza del cliente alle prese con capelli ribelli o unghie imperfette.

Elettricista e idraulico

Abbiamo aperto con un evergreen (titolare di pompe funebri) e ora chiudiamo con un altro must imprescindibile, il lavoro per eccellenza da fare senza laurea: l’elettricista.

Quello dell’elettricista è un mestiere che avrà sempre vita lunga; come quello dell’idraulico, d’altronde. Sono entrambi mestieri che non richiedono alcun titolo universitario ma che saranno sempre richiesti: abitazioni in costruzione o in ristrutturazione necessiteranno sempre dell’elettricista o dell’idraulico. Certo, all’inizio guadagnerete poco ma anche qui si tratta di fare il proprio lavoro con scrupolo e zelo.

Come fare soldi senza lavorare

Guadagnare senza lavorare: si può? Arricchirsi ereditando oppure giocando: ecco alcuni metodi facili.

C’è qualcosa di più bello dell’essere ricchi? Probabilmente sì, ma alla maggior parte delle persone non interessa. I soldi fanno la felicità, punto. E se arrivano senza nemmeno lavorare, ancora meglio. Immaginate di guadagnare mentre dormite dodici ore al giorno. Una vita da re. Ma è possibile? Cerchiamo di scoprirlo, ma con una preziosa avvertenza: questo articolo contiene una forte dose di ironia.

Eredità

Metodo numero uno: ereditare una fortuna da un ricco parente, se possibile mai visto né sentito prima, così da aumentare la soddisfazione di non aver fatto assolutamente nulla per meritarsi l’inatteso patrimonio.

State maledicendo la sorte perché non avete parenti facoltosi? Peccato, sarà per la prossima vita… oppure no! Ereditare un vero patrimonio si può anche se non si ha sangue blu nelle vene o santi in paradiso. Come? Passate al paragrafo successivo.

Sposarsi una persona

Inutile fare gli schizzinosi: qualche sacrificio dovremo pur farlo. E allora vada per il coniuge ricco, ricchissimo, ma brutto, bruttissimo. Occhi ben aperti e attenti a chi ci sta intorno: anche la più insospettabile, la più umile, la più dimessa delle persone che ci passa accanto potrebbe nascondere, nella cassaforte di casa, un patrimonio degno di zio Paperone.

Certo, non sarà un modo dignitoso ma, nella premessa dell’articolo, avevamo detto semplicemente che ci interessava non finire in gattabuia. Della moralità non avevamo parlato. E quindi, anche sposarsi per mero interessa rientra nella tattica di fare soldi senza lavorare.

Scommettere

Prendiamo il caso che tu abbia una dote particolare: ad esempio, che sappia correre molto veloce, oppure che sia un mago negli scioglilingua. Ebbene, potresti usare questa tua peculiarità per mettere su qualcosa. Scommetti con un tuo amico che riuscirai a correre più di lui, oppure che sarai in grado di pronunciare rapidissimamente alcune frasi. Qualsiasi cosa è valida. Scommetti del denaro e, se vedi che le prime volte funziona, sfida altre persone, possibilmente che non si conoscano tra loro, così da poterli sorprendere. Forse non diventerai ricco, ma ti toglierai belle soddisfazioni guardando la loro faccia incredula (e il loro portafogli alleggerirsi a vantaggio del tuo).

Giocare

Se avete qualche particolare abilità o passione, allora potreste sfruttarla per ricavarne qualcosa. Praticare uno sport, mettere a frutto una particolare dote oppure lasciar fluire il proprio spirito creativo potrebbe cambiare la vita di quanti sottovalutano le proprie capacità.

Ricordate il famoso film di Martin Scorsese, Il colore dei soldi? Bene, se siete abili in uno sport o in un’attività, potreste sfidare altre persone mettendo in palio una somma di denaro. Così come nel film appena citato, potreste sfruttare la vostra innata capacità da giocatore di biliardo girando per bar e battendo gli avversari. Occhio a non diffondere la fama di giocatore imbattibile, altrimenti nessuno vorrà concorrere. Anzi, all’inizio fate vedere che non ce la fate, date un vantaggio all’avversario: alla fine, penserà di aver perso per pura sfortuna e vi chiederà la rivincita (con ulteriore guadagno per voi).

Andare in televisione

Siamo giunti alla fine di questo articolo. Arrivati a questo punto, però, potreste dire: non sono bravo in nulla, non ho particolari abilità, non capisco nulla di finanza o di trading, né di computer; e neppure voglio sposare un mostro. Fatti invitare in televisione come ospite o, meglio ancora, come opinionista. Non dovrai fare nulla (come molti volti noti che già invadono lo schermo) e la tua beata indolenza verrà remunerata. Chapeau!

Cucinare a casa propria

Se sei un bravo cuoco o una brava cuoca, hai sempre sognato di aprire un ristorante, ma non hai la disponibilità economica per farlo, forse non sai che puoi arrotondare i tuoi guadagni aprendo un ristorante a casa tua. Si tratta, in realtà, di guadagnare condividendo i tuoi pasti (pranzi, cene, brunch, colazioni…) con degli ospiti a pagamento.

L’attività di home restaurant, difatti, consiste nell’organizzare pasti a pagamento all’interno della propria abitazione: non è necessario essere degli chef o possedere particolari qualifiche, basta saper preparare dei piatti gustosi, con ingredienti genuini.

I prezzi per gli ospiti possono partire da circa 10 euro, per un brunch o una ricca colazione, sino a 25-35 euro per una cena completa; il tutto, ovviamente, dipende dalle materie prime offerte.

I guadagni e l’organizzazione dipendono molto, oltre che dalla città in cui si abita (numero di abitanti, flusso turistico…), dai posti e dagli spazi a disposizione, nonché dalla disponibilità dei familiari a collaborare nell’attività.

Dal punto di vista fiscale, nessun problema se svolgi l’attività saltuariamente: l’home restaurant, in questo caso, è considerato lavoro autonomo occasionale, e non è obbligatorio aprire la partita Iva; sono sufficienti delle semplici ricevute, per certificare i compensi corrisposti dai clienti.

Dal punto di vista burocratico e sanitario, occorre presentare al Suap (Sportello unico per le attività produttive) del comune di residenza una “Segnalazione certificata di inizio attività”, Scia, accompagnata dalla notifica sanitaria, che il Suap dovrà inviare al l’Azienda Usl o Asl.

Nei casi in cui l’home-restaurant sia particolarmente frequentato, può essere una buona idea quella di affiliarsi ad un’associazione, o di costituirne una, per usufruire di una gestione amministrativa e contabile più semplice.

Per trovare i clienti, creare un proprio sito internet ed un profilo o una pagina Facebook è un buon punto di partenza, ma da solo non basta. Per farsi conoscere, è consigliabile inserire la propria location, i menù, le date ed i posti a disposizione in appositi portali web, dai quali i clienti, o meglio gli ospiti, possono effettuare direttamente le prenotazioni. Alcuni portali, come Gnammo, danno anche la possibilità di pagare anticipatamente online e di essere rimborsati in caso di disdetta.

Per chi ha a disposizione degli spazi esterni, come giardini, cortili e orti, l’ideale è affiliarsi a delle community che, oltre al cibo di qualità, trattano anche di agricoltura sostenibile. Altri siti molto noti, in Italia, sono Hidden Kitchen e Homefood- Le Cesarine. Da non trascurare, poi, i portali internazionali, ai quali si rivolge un altissimo numero di turisti: è il caso di Kitchenparty, Vizeat, Eatwith…

L’idea in più per avere successo? Non fermarsi al generico, ma valorizzare le proprie caratteristiche: ad esempio, alcuni dei pionieri del settore, per rendere più accogliente ed originale la sala da pranzo, hanno allestito delle piccole mostre, con creazioni artistiche di amici e familiari; altri hanno deciso di arredare la zona pasti in tema con le maggiori attrattive turistiche del luogo, altri ancora hanno valorizzato balconi, cortili o terrazzi.

Non c’è limite alla fantasia, e lo stesso vale per le pietanze proposte: per quanto riguarda i menù, il consiglio è quello di proporre i piatti nei quali si eccelle, aggiungendo qualche tocco di originalità.

Un’altra ottima idea, anche se comporta una piccola spesa iniziale, è quella di acquistare tovaglie, stoviglie e servizi gradevoli, moderni, colorati.

Il resto, lo completeranno le doti personali: è fondamentale non solo essere aperti alla conversazione, ma anche disponibili ad offrire il vero e proprio calore della tavola domestica, nonché fornire i migliori consigli sul buon cibo e sulle attrazioni della propria zona.

Aprire un asilo in casa

Difficoltà nel conciliare il lavoro e la cura dei figli, entrate scarse, liste d’attesa chilometriche per l’asilo nido: questi problemi, comuni alla maggior parte delle madri lavoratrici, possono essere risolti in un colpo solo con l’apertura di un micro-nido nella propria abitazione.

Aprire un asilo in casa, difatti, non è vietato, al contrario: è possibile, in ogni comune italiano, che una madre metta a disposizione la propria casa e la propria esperienza per ospitare, assieme ai propri figli, altri bambini, proprio come se si trattasse di un asilo.

Per la mamma ospitante questo è senz’altro un buon modo per aumentare le entrate, occupandosi anche dei propri figli a tempo pieno. Per le madri i cui figli sono ospitati, è un’ottima alternativa all’asilo nido, sia perché non sono necessarie liste d’attesa, sia perché il prezzo, generalmente, è più conveniente e la flessibilità maggiore. Inoltre, per il bambino si tratta di un ambiente familiare, utilissimo per un inserimento graduale che eviti il salto da casa propria alla scuola materna.

Bisogna però considerare che la normativa varia a seconda della regione; nella maggior parte dei casi, comunque, la mamma che intende aprire un micro-nido deve frequentare un corso di formazione apposito (spesso finanziato dagli enti pubblici locali), ed effettuare un tirocinio. Alcuni enti richiedono, invece, un titolo di studio attinente: laurea in scienze dell’educazione o della formazione, diploma di maturità ad indirizzo socio-psico-pedagogico, magistrale, per dirigente di comunità o di assistente all’infanzia.

Quali requisiti deve avere la casa per diventare un micro-nido? Per saperlo, è preferibile rivolgersi alla Asl di appartenenza, o, in alternativa, a un tecnico di fiducia, per un sopralluogo preventivo. Ogni legge regionale richiede requisiti diversi ma, in ogni caso, è necessario che l’edificio e gli impianti siano a norma, e che arredi ed attrezzature siano adatte ai bambini. I locali devono essere ampi, luminosi e ben areati, e dev’essere presente almeno un ambiente per i pasti, uno per i giochi ed uno per il riposo, nonché un bagno per i bambini ed uno per le educatrici.

Dopo la verifica dei requisiti dell’immobile, ci si deve rivolgere al Suap (Sportello unico per le attività produttive) del comune di appartenenza per comunicare l’inizio dell’attività (che andrà comunque comunicata alla Asl per conoscenza) e per l’accreditamento: quest’ultima è un’autorizzazione della durata di tre anni, rinnovabile.

Non sempre necessario aprire la partita Iva, perché l’attività può essere esercitata anche sotto forma di associazione familiare; tra chi gestisce il micro-nido e gli utenti dovrà essere stipulato un contratto di prestazione di servizi, se a gestire è un’azienda, o una semplice scrittura privata, in caso di accordi tra l’associazione e le famiglie fruitrici.

Gli adempimenti, dunque, anche se non complessi, richiedono, per chi non possiede in partenza i requisiti, degli investimenti non indifferenti; tuttavia, sia a livello comunale che regionale, vengono periodicamente indetti dei bandi, per aiutare chi vuole aprire un micro-nido in casa.

Quanti soldi si possono fare aprendo un asilo in casa? L’attività è generalmente redditizia, con una retta che varia da 300 a 600 euro mensili, a seconda della localizzazione e delle ore di permanenza del bambino.

Aprire un baby-bar

Un’esigenza comune a tante famiglie è quella di uscire con i figli, regalandosi nel frattempo un momento di relax; tuttavia, prendere un aperitivo in compagnia dei propri figli sembra un’utopia: c’è chi si scatena e chi, calmo in apparenza, sottopone i genitori al tormentone del “mi sto annoiando”. Perché, allora, non risolvere il problema aprendo un baby-bar, cioè un bar con uno spazio dedicato ai bambini?

Il baby-bar, proprio in quanto bar, è un locale più piccolo rispetto al ristorante, nel quale, dunque, è difficile organizzare party (quindi, il cliente sa che il rischio caos è scongiurato!).

I bambini hanno uno o più angoli dedicati, nei quali possono svolgere diverse attività, come piccoli laboratori creativi, e possono avere a disposizione un’educatrice: l’atmosfera è molto più soft e rilassante rispetto a quella dei classici locali per le feste. Gli adulti possono tranquillamente concedersi un momento di relax, ed i piccoli un momento di divertimento educativo.

Aprire un baby bar non è impegnativo come un ristorante o una pizzeria, per quanto riguarda la preparazione dei pasti, e risulta di maggior gradimento rispetto ai classici locali non specializzati, che stanno conoscendo una fase di “stanca”.

La procedura per l’avvio attività comprende gli stessi adempimenti già previsti per i locali di somministrazione di alimenti e bevande (o solo bevande, nel caso in cui non ci si voglia occupare della preparazione di pasti caldi).

In particolare, prima d’inviare la Segnalazione Certificata d’Inizio Attività (SCIA) al comune in cui ha sede il bar, è necessario verificare il possesso dei seguenti requisiti:

  • agibilità dell’immobile e requisiti strutturali e urbanistici ( è consigliabile farsi aiutare da un tecnico);
  • rispetto delle norme vigenti in materia di salute e sicurezza;
  • valutazione d’impatto acustico (deve essere effettuata obbligatoriamente da un tecnico);
  • manuale di autocontrollo Haccp;
  • per quanto concerne i requisiti personali, oltre a quelli morali è necessario: aver effettuato il vecchio corso Rec, oppure il corso Sab o, ancora, aver lavorato per almeno 2 anni nel campo alimentare o della ristorazione, o possedere il diploma alberghiero o una laurea in materie tecnico/scientifiche.

Per quanto riguarda gli angoli-gioco all’interno del baby bar, è sempre necessaria la verifica e la conformità alla normativa su sicurezza e salute delle attrezzature dedicate ai più piccoli. Se, poi, si vuole offrire un servizio più completo, e mettere a disposizione un’educatrice o un’animatrice, non è obbligatorio rispettare i requisiti professionali richiesti per la categoria, in quanto non si tratta di un asilo privato o di una vera e propria struttura di baby-parking; tuttavia è consigliabile scegliere una persona con un curriculum adatto al ruolo, anche per qualificare l’attività.

Una volta concluse le verifiche preliminari, dovrà essere presentata la Scia, presso lo sportello Suap del Comune di ubicazione, per avviare l’attività, ed effettuata la Comunicazione Unica alla Camera di Commercio (che comprende, oltre all’iscrizione alla CCIAA, anche l’apertura della Partita Iva, l’iscrizione all’Inps – Gestione Commercianti per il titolare, e l’eventuale apertura di posizione Inps-Inail, se azienda con dipendenti).

La procedura si complica un po’ se si vuole inserire nel bar una cucina per la preparazione di pasti caldi; inoltre, se si vuole posizionare un’insegna o dei cartelli, dovranno essere richieste le apposite autorizzazioni.

I consigli per guadagnare di più? Arredamento a tema, tanti giochi e passatempi per i bambini (libri illustrati, quaderni, colori, costruzioni…), ma anche passatempi per gli adulti (aiuta senz’altro offrire anche ai grandi la possibilità di svagarsi, magari mettendo a disposizione dei libri, o dell’attrezzatura per scrivere o disegnare).

Infine, per attirare più clienti, oltre alla costruzione di un sito e di una pagina nei principali social, è consigliabile organizzare degli incontri a tema, dei mini-corsi in cui genitori e figli possano imparare dei nuovi hobby creativi… Senza mai trascurare la qualità di alimenti e bevande da somministrare (ricordate che, per quanto particolare, stiamo sempre parlando di un bar!).

Coltivare un hobby

Chi non ha un passatempo? Cucina, sport, giardinaggio, cucito, uncinetto, pittura, découpage, creazione di gioielli… Ma perché non far diventare il proprio hobby un lavoro?

Grazie a Internet, farsi conoscere ed affermarsi è possibile per tutti, ed il sogno di lavorare e divertirsi sembra facilmente realizzabile…Purtroppo, però, non tutto è così facile come in apparenza: trasformare un hobby in un lavoro richiede costanza, sacrificio e anche investimenti.

Perché un hobby diventi un lavoro deve essere redditizio, ossia far guadagnare: i ricavi devono superare i costi, e garantire almeno l’equivalente di uno stipendio.

Effettuare una valutazione del genere non è un compito facile: occorre stendere un progetto, o meglio un business plan, con molta attenzione nella quantificazione delle varie voci, non ultimo tempo ed energia da impiegare quotidianamente.

A proposito dell’impegno, è proprio questo l’elemento che toglie la qualifica di svago all’attività: ad esempio, se crei gioielli, devi essere in grado di produrne in quantità sufficienti per soddisfare tutte le richieste, se vuoi sperare in un minimo di guadagno. La qualità, specie nel primo periodo è essenziale. Nessuno ti conosce, e dei feedback negativi possono diventare un colpo di grazia per l’attività appena cominciata.

Ma come riuscire a farsi conoscere ed a divulgare i propri prodotti o servizi?

Tramite Internet, sembrerebbe un gioco da ragazzi: tuttavia la Rete, proprio perché aperta ad ogni individuo, in tutto il mondo, ha un severissimo meccanismo di selezione.

È dunque consigliabile, se non si vuole rischiare di rimanere nell’anonimato, rivolgersi a professionisti nel campo informatico e del web-marketing, sia per la realizzazione di un sito efficiente, con una grafica accattivante e visualizzabile anche da smartphone e piccoli dispositivi, sia per il posizionamento nei motori di ricerca e la promozione nei social media.

Non è semplice nemmeno la gestione fiscale, contabile ed amministrativa, poiché è indispensabile una lunga serie di adempimenti (che varia, comunque, a seconda del settore scelto): Comunicazione Unica per apertura di partita Iva ed iscrizione alla Camera di Commercio, iscrizione all’Inps, tenuta dei libri contabili…
La burocrazia si complica, e gli oneri si moltiplicano, se decidi di aprire al pubblico un punto vendita o un laboratorio, e se hai bisogno di assumere personale.

Una buona soluzione, nei primi tempi, può essere quella di iniziare con un campionario dei tuoi prodotti, o col proporre i tuoi servizi “in piccolo”, iniziando da parenti ed amici.

Anziché realizzare da subito una pagina professionale, parti con un blog e con una prima divulgazione nei social; partecipa a gruppi e forum sugli argomenti che ti interessano, approfondisci, perfezioniati.

Potrai qualificare le prime entrate come lavoro autonomo occasionale, senza obbligo di aprire la partita Iva ed iscriverti all’Inps.

Così, una volta acquisita una certa sicurezza, passo dopo passo, sarai pronto a lanciarti… ma col paracadute!

Aprire un bed & breakfast in casa

Hai delle stanze in più inutilizzate in casa e vorresti arrotondare, magari affittandole, ma le convivenze a lungo periodo non fanno per te?

Una buona soluzione potrebbe essere quella di aprire un bed and breakfast nella tua abitazione, offrendo una o più stanze ai turisti: gli adempimenti sono abbastanza semplici, ed i requisiti da rispettare non comportano particolari problemi.

Se decidi di utilizzare una parte della tua casa come bed & breakfast, devi sapere che non è sempre necessaria l’apertura della partita Iva e l’iscrizione alla Camera di commercio, indispensabili, invece, per attività ricettive esercitate con continuità (affittacamere, ostelli…): devi, però, interrompere l’esercizio dell’attività per 90 giorni l’anno, anche non continuativi, ed offrire un massimo di 6 posti letto e 3 camere, compreso il servizio di prima colazione.

L’immobile deve possedere i requisiti prescritti dalla normativa: ogni camera deve avere un minimo di 8 mq se ospita una persona; 24 mq se ne ospita due, e così via. Deve essere presente, oltre al letto, un comodino con lampada ed una sedia per ospite, un armadio, uno specchio, un cestino ed una presa di corrente.

Per quanto riguarda il bagno, se in casa ne hai uno solo puoi liberamente condividerlo coi clienti: l’importante è che sia provvisto di tutti i sanitari, più doccia e lavabo, nonché della chiamata d’emergenza. Molto meglio, però, anche perché il tuo b&b sia più attraente, avere un bagno dedicato agli ospiti.

L’impiantistica e l’intera struttura devono essere a norma, e l’attività non vietata dal regolamento condominiale. Inoltre, se non sei titolare dell’immobile, devi munirti dell’atto di assenso del proprietario per lo svolgimento dell’attività di b&b; in ogni caso, è indispensabile avere lì la residenza.

Una volta verificati i requisiti preliminari, devi comunicare l’apertura, entro 5 giorni, al Comune di appartenenza. Per quanto riguarda le comunicazioni alla tua Regione (Assessorato al turismo), sui prezzi ed i giorni di chiusura, e per l’inserimento del b&b nel portale del turismo locale, la normativa varia a seconda della regione.

Devi anche ricordarti di effettuare le comunicazioni obbligatorie dei dati degli ospiti alla polizia: le modalità variano localmente, quindi è meglio domandare anticipatamente alla questura del luogo in cui ha sede l’immobile.

Per quanto riguarda la prima colazione, non puoi preparare alimenti e bevande, ma devi offrirli preconfezionati: indispensabile, dunque, fornire dei prodotti di buona qualità. Nessuno ti vieta, comunque, di accordarti col bar sotto casa per far consumare lì la colazione al cliente (sarai tu a pagarla, quindi dovrai avere l’accortezza di inserire il costo nel pacchetto offerto al cliente).

Quanto si guadagna dal b&b? Conviene far riferimento ai prezzi praticati dai gestori della tua zona, ovviamente considerando la qualità e l’ubicazione esatta della casa, l’ampiezza, il panorama, ed altri parametri che possano determinare un aumento o una diminuzione rispetto al pacchetto medio offerto dalle strutture vicine.

La pubblicità è fondamentale: oltre al portale del turismo regionale, un sito ed una pagina social, con geolocalizzazione e tante foto di alta qualità delle stanze sono indispensabili, così come è indispensabile farsi seguire da un bravo informatico per il posizionamento su Google e la visibilità in generale. Le inserzioni su quotidiani o media locali ed il volantinaggio servono a poco.

Il passaparola resta, comunque, la migliore pubblicità, e per ottenerlo non basta trattare bene il cliente: assicura la massima pulizia delle stanze, un cambio di asciugamani almeno ogni 3 giorni; cura la casa, senza imbottirla di orpelli ma arredandola in modo semplice e fresco, mostrati disponibile nelle richieste che ti vengono effettuate, suggerisci al cliente location da visitare, ristoranti-trattorie-pizzerie particolari, raccontagli curiosità e aneddoti locali… Avrai la certezza non solo che tornerà, ma anche che ti porterà nuovi clienti.

Diventare cuoco a domicilio

La cucina è la tua passione ed i tuoi piatti sono molto apprezzati? Perché non cogliere l’occasione per diventare personal chef, cioè cuoco a domicilio?

Per intraprendere questo mestiere non è indispensabile aver conseguito il diploma alberghiero: sono validi requisiti anche il completamento di un qualunque corso di studi (diploma o laurea), che preveda materie inerenti al commercio, alla preparazione o alla somministrazione degli alimenti. Inoltre, è consentito esercitare quest’attività anche a chi ha prestato la propria opera in imprese del settore per almeno 2 anni nel quinquennio precedente, o a chi ha frequentato un corso professionale attinente (corso Sab, che sostituisce il vecchio corso Rec).

Ma che cosa deve fare uno chef a domicilio? Solitamente, si viene chiamati dai privati per cucinare in casa loro, magari per un evento o una festa. Oltre alla preparazione dei piatti, a seconda dei casi ti può essere richiesto di fare la spesa, cioè di procurarti in anticipo le materie prime, di dare una ripulita alla cucina, di preparare la tavola o servire gli invitati. Non esistono compiti predefiniti, pertanto è necessario accordarsi prima con i clienti. Anche il prezzo non è standard, ma è consigliabile fare i conti in anticipo, a seconda del costo delle pietanze e del numero di persone da servire.

I costi iniziali sono quasi nulli, considerando che non si tratta dell’avvio di un’impresa ma di un’attività di lavoro autonomo: sarà opportuno, comunque, se non la possiedi già in casa, una dotazione base di coltelli, utensili da cucina e pentole ( presso i clienti potrebbe mancare qualche attrezzo necessario).

In un primo momento l’apertura della partita Iva può non essere indispensabile. I tuoi guadagni, fiscalmente, potrebbero essere giustificati come lavoro autonomo occasionale (se entro 5mila annui, l’iscrizione alla Gestione Separata Inps non è necessaria), oppure pagati col libretto famiglia o col contratto di prestazione occasionale

Solo in seguito, se il giro di clientela aumenta, sarà indispensabile aprire la partita Iva: se deciderai di avvalerci anche dell’opera di dipendenti o collaboratori, sarà necessario aprire una ditta individuale o una società, ed iscriverti al Registro Imprese, nonché aprire matricola Inps e posizione Inail.

Come farsi conoscere? Certamente non bastano i classici volantini, biglietti da visita lasciati nei negozi, ed annunci su testate e bacheche locali: nell’era del web, avere un proprio sito Internet, semplice ma curato, assieme ad una pagina nei principali social, è d’obbligo. Tuttavia, nella rete la concorrenza è forte, ed il posizionamento su Google una vera battaglia: un modo per ottenere una buona visibilità, allora, può essere l’inserimento del proprio profilo nei portali specializzati, o nei siti web dedicati agli eventi locali.

Infine, mai trascurare il passaparola: cura i dettagli, fai del tuo meglio e non applicare prezzi eccessivi.

Fare shopping

Se hai la passione per i vestiti e gli accessori, tutti ti chiedono consigli e ti considerano un esperto di moda, oppure se, anche con budget minimi a disposizione, riesci ad arredare la casa con gusto, hai tutte le carte in regola per diventare personal shopper.

Si tratta di una professionista che segue il cliente nei suoi acquisti, il più delle volte nel campo dell’abbigliamento: il suo compito principale è quello di consigliare il committente nella creazione del look più adatto alle sue esigenze e al suo fisico.

Il personal shopper può anche occuparsi del make-up e dell’acconciatura; il più delle volte non in prima persona, ma affidando il cliente ai professionisti specializzati: in questo caso, in cui si cura il look non solo sotto l’aspetto di abbigliamento ed accessori, ma a 360 gradi, parliamo di personal stylist (spesso i due termini si equivalgono).

Si può diventare anche personal shopper consigliando al cliente arredi ed accessori, relativi all’abitazione, all’ufficio o all’azienda: gli acquisti possono essere volti a rendere gli ambienti più adatti alle esigenze o ai desideri del cliente. In questi casi parliamo di personal home stylist.

Un po’ diversa è, invece, la professione dell’home stager, a metà tra l’architetto e l’arredatore: questi si occupa di rinfrescare e riposizionare la mobilia all’interno di locali ed appartamenti, per renderli più appetibili alla vendita ed attrarre potenziali acquirenti.

Ma come si diventa personal shopper, personal stylist o home-stylist?

Non esistono certificazioni universalmente riconosciute ma è sicuramente utile un corso specifico, nel settore preferito (abiti e accessori, arredi e oggettistica…), o anche un corso di laurea in Moda o Architettura.

Diverso è il caso in cui desideri ampliare la professione ed offrire il servizio di make-up: sarà quanto mai necessario un corso specifico per truccatori- make up artist. Devi fare molta attenzione nella ricerca delle offerte su Internet: il web è una giungla, ed assieme ai corsi più seri potrebbero apparire vere e proprie truffe. Meglio avere riferimenti da persone che già conosci, o chiedere alle associazioni della tua città.

Personal shopper, personal stylist o home-stylist sembrano lavori facili, ma non lo sono: non basta aver letto qualche rivista per imparare il mestiere. Molto meglio, invece, scegliere un percorso di studi adatto e aggiornarsi costantemente. È importante, a seconda del settore scelto, anche conoscere la storia della moda, oppure del design o dell’arredamento.

Pronti ad iniziare l’attività, è indispensabile aprire la partita Iva? In un primo momento, è consigliabile aspettare e vedere come vanno gli affari. Questo non vuol dire lavorare in nero: difatti, se l’attività è svolta saltuariamente, come lavoro autonomo occasionale, si possono emettere ricevute senza aprire la partita Iva; in alternativa, è possibile farsi pagare col libretto famiglia o col contratto di prestazione occasionale.

Se sei lavoratore autonomo occasionale, per ogni prestazione devi emettere una ricevuta, non soggetta ad Iva, ma a ritenuta d’acconto del 20%, se il cliente è sostituto d’imposta: quando il costo supera  77,47 euro, devi ricordarti di apporre una marca da bollo da 2 euro. Il totale dei compensi deve essere inserito, in dichiarazione dei redditi (730 o Modello Unico), nel quadro dei redditi diversi.

Una volta organizzata l’attività, sarà il momento giusto per aprire la partita Iva, come lavoratore autonomo, e per iscriverti alla Gestione Separata dell’Inps: gli adempimenti possono essere effettuati sia tramite i siti dell’Agenzia delle Entrate e dell’Inps, direttamente, che da un professionista abilitato.

Hai anche la possibilità di aderire a un regime fiscale agevolato, il nuovo regime forfettario: avrai diritto alla tassazione ridotta (che sostituisce Irpef, Irap e addizionali) ed all’esonero dagli adempimenti Iva e dalla tenuta delle scritture contabili.

Per farti conoscere, la creazione di un buon sito e di una pagina efficace nei social, nonché di una rete di passaparola, saranno fondamentali per ottenere un sufficiente giro di clientela. Emergere non è facile, ma con tenacia, professionalità e competenza, si può andare avanti.

Come fare soldi con Internet

Come guadagnare online? Un primo metodo è quello di rendersi autonomi e creare qualcosa di proprio. I vantaggi sono molteplici: l’originalità è sempre ben vista, la perseveranza paga e si evita il rischio di incorrere in pericolose truffe.

Internet è un ottimo modo per trovare dei guadagni senza sostenere dei costi fissi o avere un’organizzazione complessa. Tuttavia la prima cosa che ti consiglio è di avere ben chiara la tua strategia commerciale e di scegliere come far funzionare il tuo sito.

Ci sono essenzialmente quattro modi per guadagnare da un sito internet:

  • tramite la vendita di prodotti ad esempio facendo e-commerce, vedendo cioè prodotti che tu o altre persone producono o distribuiscono; è il caso di Amazon o Mediaworld;
  • tramite la vendita di servizi: molti professionisti si dotano di un sito per poter intercettare nuovi clienti e poi proporre loro le proprie prestazioni;
  • tramite le affiliazioni: ossia sponsorizzando la vendita di prodotti di terzi, come ad esempio videogame o libri. In questo caso ti devi limitare a fare recensioni e a inserire un link sui prodotti recensiti che rimandano al sito del venditore con il quale hai firmato un previo accordo. Quest’ultimo ti riconoscerà una percentuale su ogni vendita proveniente dal tuo sito. Con Amazon tutto questo avviene in modo automatico, tramite una procedura di iscrizione nella piattaforma e la creazione di un account;
  • tramite la pubblicità ossia facendo un sito editoriale, scrivendo cioè articoli di vario genere, e corredandoli da banner pubblicitari. I banner vengono inseriti tramite “codici” e previa sottoscrizione di un accordo con una concessionaria. La più importante è Google Adsense.

Questi quattro sistemi hanno una cosa in comune: se vuoi guadagnare devi saper indicizzare il tuo articolo e quindi tutto il sito, ossia far sì che sia tra i primi risultati del motore di ricerca. Se vendi qualcosa di ottimo, ma sei nella seconda pagina non guadagnerai nulla. Se spieghi come trasformare il ferro in oro ma il tuo articolo non viene indicizzato non riceverai nessun click. Se sei il più bravo avvocato del mondo e vuoi suggerire ai tuoi clienti una soluzione per salvare il loro patrimonio dal Fisco, non troverai alcun cliente dal web se non saprai scriverlo in modo semplice, in modo che l’algoritmo di Google ti legga.

Sito editoriale

C’è molta gente che crea un sito con contenuti editoriali, come ad esempio informazioni scientifiche, mediche, enciclopediche, ecc. e preferisce guadagnare con gli abbonamenti, dando ai propri clienti un accesso con password. Ebbene, questo sistema è molto più difficile degli altri: infatti se metti una password, impedisci all’algoritmo di Google di indicizzarti e, così, non sarai presente sui motori. Per cui o hai una clientela molto ampia e fedele che ti garantisce un numero di abbonamenti costanti nel tempo e numerosi, oppure questo sistema potrebbe essere controproducente e non guadagnerai molto. È molto più sicuro un sito gratuito dove il traffico è di gran lunga più corposo e la visualizzazione dei banner è più remunerativa.

Se decidi di creare un sito editoriale devi individuare un argomento unitario anche se generico. Ad esempio esistono siti dedicati al «Come fare per», assai generalisti ma unificati da un unico obiettivo: fornire istruzioni. Non è necessario che sia un argomento originale, ma fornire qualcosa in più rispetto a tutti gli altri editori, personalizzare il tuo servizio in modo da rendere qualcosa che gli altri non hanno. Chiaramente se trovi una nicchia di mercato completamente libera, la strada sarà più facile.

Cerca di trattare un argomento di ampio respiro, che possa interessare quante più persone possibili. Se decidi di parlare delle mangime delle galline avrai un traffico molto limitato anche se sei il primo su Google. Se decidi di parlare di salute avrai un traffico molto elevato e i tuoi articoli saranno sempre validi.

Ritengo che il vero segreto per guadagnare su Internet sia la costanza. Devi essere fedele al tuo obiettivo e perseguirlo negli anni. All’inizio non vedrai risultati e dovrai aspettare del tempo, ma superato il momento critico che di solito è due anni inizierai a vedere i risultati.

Dopo aver scelto l’obiettivo del tuo sito devi decidere il tuo brand. Puoi puntare tutto su un nome di fantasia che rappresenti la tua azienda (in tal caso avrai un corporate brand) come ad esempio Il Giornale, oppure utilizzare il tuo stesso nome e cognome (personal brand) come ad esempio MarioRossi.it.

Se scegli un personal brand avrai i seguenti vantaggi:

  • puoi diventare un personaggio famoso;
  • hai tanti modi per sfruttare il tuo brand, ad esempio facendo convegni o libri, sponsor e clientela personale;
  • il brand è più “umano” e facile da creare: hai già un nome, non lo devi inventare.

Dall’altro lato, avrai i seguenti svantaggi:

  • è più difficile partire con un nome che nessuno conosce;
  • sarà difficile vendere il sito con il tuo nome;
  • sarà più difficile delegare il lavoro, ad esempio trovare collaboratori che scrivano per un brand con un nome di un’altra persona.

Se invece opti per un corporate brand avrai i seguenti vantaggi:

  • è più facile trovare collaboratori;
  • il sito si può vendere più facilmente;
  • è più facile il lancio perché ti proponi come azienda e come gruppo, quindi fai vedere che intorno a te c’è una organizzazione e la gente si fida del gruppo. Impossibile infatti pensare a una persona che sappia tutto di tutto.

Dall’altro lato:

  •  la persona scompare e in pochi potrebbero sapere chi sei e cosa hai costruito;
  •  c’è più lavoro nella creazione iniziale del nome.

YouTube

Hai caricato dei video su YouTube con un discreto successo e stai pensando di iniziare a guadagnare da questa attività aderendo al programma Partner della piattaforma web? È bene che tu sappia, innanzitutto, che guadagnare con YouTube non è affatto semplice, ma occorre un gran numero di iscritti e visualizzazioni per ottenere un minimo di guadagno dalla pubblicità: se vogliamo dirlo con una canzone, Uno su mille ce la fa; può risultare più semplice, invece, guadagnare attraverso la promozione personale che YouTube permette, grazie al suo enorme potenziale di pubblico.

Devi anche considerare che, per poter guadagnare col programma Partner di YouTube, non devi aver compiuto infrazioni relative al copyright o al regolamento interno della piattaforma; inoltre, tutto ciò che guadagnerai dovrà essere dichiarato al fisco e tassato, e sarai obbligato ad aprire la partita Iva anche se i tuoi introiti risulteranno molto bassi.

I guadagni per chi carica video su YouTube e aderisce al programma Partner, infatti, derivano principalmente dalla pubblicità: questo comporta che non possano essere considerati dei proventi occasionali, ma siano considerati dalla normativa italiana come proventi commerciali. È vero che le leggi italiane non disciplinano specificamente come devono essere tassati i proventi derivanti dalla pubblicità su YouTube ma, considerando anche che i video sono presenti sulla piattaforma 365 giorni l’anno, qualificarli come redditi diversi derivanti da lavoro occasionale non è possibile. In pratica, dato che lo youtuber che ha caricato il video può incassare tutti i giorni, deve aprire la partita Iva perché l’attività non può rientrare nel lavoro autonomo occasionale.

Purtroppo, però, non è possibile aprire la partita Iva come libero professionista, in quanto i proventi derivanti dalla pubblicità sono considerati, come appena osservato, introiti derivanti da un’attività commerciale. Oltre alla partita Iva, quindi, ci si deve anche iscrivere alla Camera di Commercio, che comporta il pagamento di un importo annuo, che si attesta generalmente intorno ai 130 euro.

Inoltre, si è obbligati ad iscriversi alla gestione Inps commercianti, che comporta ogni anno il pagamento di contributi in misura fissa anche se il guadagno è basso o pari a zero. Per i commercianti, difatti, vengono calcolati i contributi con un’aliquota che attualmente è pari al 24,09%, su un minimale di reddito di 15.710 euro.

Il che vuol dire che ogni anno si devono pagare quasi 3.800 euro all’Inps anche se si è guadagnato pochissimo o se le spese hanno superato gli incassi.

Considerando che il più noto programma di affiliazione, Google Adsense, corrisponde un introito che può andare da 1 a 2 euro circa ogni 1000 visualizzazioni, e considerando che le spese fisse, una volta aperta la partita Iva, sono pari ad un minimo di circa 4mila euro (solo con i contributi Inps e il diritto annuale per l’iscrizione alla Camera di Commercio: a questi costi devono poi essere aggiunte le imposte), con YouTube guadagnare dalla pubblicità è possibile solamente se si prevede un enorme numero di visualizzazioni annue, che consentono di coprire abbondantemente le spese fisse.

In caso contrario, purtroppo, è meglio lasciar perdere. Sarebbe opportuno che la normativa prevedesse una regolamentazione ad hoc per i piccoli introiti pubblicitari, prevedendo delle soglie di esenzione dalla contribuzione Inps, perché guadagnare dalla pubblicità on-line può rappresentare un buon arrotondamento del proprio reddito, oltre a un reddito prodotto realizzando un’attività che piace ed appassiona.

Negozio online

Guadagnare con un negozio online, o meglio con un’attività di e-commerce, non è facile: grandi sono le opportunità di questo settore, ma enorme è la concorrenza, che non viene solo dall’Italia, ma da tutti i Paesi del mondo.

Devi puntare, allora, sulla qualità, su un’idea particolare, sulla personalizzazione dei prodotti: creare qualcosa di unico, che non può essere acquistato da nessun’altra parte, oppure vendere qualcosa di utile e originale può essere un buon punto di partenza, ma non basta. Non si può prescindere dalla cura del sito web, dal posizionamento su Google, dalla presenza nei social: offrire non solo prodotti, ma anche contenuti, sicuramente servirà a qualificarti come esperto del campo, ma dovrai farti aiutare da professionisti, per quanto riguarda gli aspetti tecnici ed informatici.

Se puoi vuoi esportare i tuoi prodotti, è indispensabile rivolgersi a un esperto di export, che ti consiglierà se rivolgerti a un corriere o a uno spedizioniere, a seconda dei prodotti commerciati.

Se non te la senti di aprire un negozio online “autonomo” puoi anche aprirlo all’interno di una piattaforma, come Ebay, Etsy o Amazon: questo ti darà una visibilità maggiore, ma comporterà dei costi più alti.

In ogni caso, devi sapere che l’apertura di un negozio online, o lo svolgimento di una qualsiasi attività di e-commerce, comportano, dal punto di vista fiscale e previdenziale, gli stessi adempimenti necessari per aprire un negozio.

Non ha dunque importanza che tu apra “fisicamente” al pubblico: eviterai soltanto le pratiche amministrative e tecniche riguardanti i locali in cui si esercita l’attività (gli adempimenti ed i requisiti sono molto più semplici per l’e-commerce), ma dovrai ugualmente iscriverti al Registro delle imprese, alla gestione speciale dei commercianti dell’Inps e segnalare l’avvio dell’attività allo sportello unico delle attività produttive del tuo Comune.

Devi dunque ponderare seriamente, con un business plan, l’opportunità, o meno, di commerciare prodotti o servizi online, in quanto ci sono delle spese fisse che dovrai pagare anche nel caso in cui non guadagnerai nulla, come il diritto annuale alla Camera di Commercio e, soprattutto, i contributi Inps minimali dovuti alla Gestione Commercianti, che ammontano a circa 3.800 euro annui. Dal punto di vista strettamente fiscale, invece, gli adempimenti si equivalgono, più o meno, a quelli previsti per i liberi professionisti, specie se decidi di aderire al nuovo regime Forfettario.

Per aprire un negozio online, la prima cosa che devi fare è presentare la Comunicazione unica alla Camera di Commercio, tramite i servizi online dalla stessa messi a disposizione, o attraverso un intermediario, come un commercialista o un consulente del lavoro.

La Comunicazione unica, o Comunica, comprende:

  • l’apertura della partita Iva (attraverso la richiesta di attribuzione del numero di partita Iva all’Agenzia delle Entrate);
  • l’iscrizione al registro imprese (cioè l’iscrizione alla Camera di Commercio); i diritti di bollo e segreteria per l’iscrizione al Registro delle Imprese come ditta individuale variano a seconda della Camera di Commercio di competenza, ma non superano, solitamente, i 60 euro totali; anche il diritto annuale d’iscrizione varia, secondo il fatturato e l’eventuale applicazione di riduzioni, partendo da una base di 200 euro in misura fissa.
  • l’iscrizione alla Gestione Commercianti dell’Inps e l’eventuale apertura di una matricola Inps Dm, se vuoi assumere dipendenti o collaboratori;
  • l’apertura della posizione Inail, se vuoi assumere dipendenti o collaboratori.

Allegata alla Comunicazione Unica deve poi essere inviata la Scia (segnalazione certificata di inizio attività) al Comune in cui è ubicata la sede della tua attività. In molti Comuni non è operativa la Scia, ma è necessario contattare il Suap (sportello unico per le attività produttive) per richiedere la modulistica necessaria (Duaap: documento unico avvio attività produttiva); le procedure e le autorizzazioni variano, comunque, a seconda del settore di attività.

Il Comune potrebbe addebitare dei costi per l’istruttoria della Scia-Duaap (generalmente entro i 200 euro).

Il costo annuale dei contributi Inps, per il titolare della ditta individuale iscritto alla gestione commercianti, è attualmente di 3.784 euro circa (per l’anno 2018), se il fatturato va da zero a 15.710 euro (o se l’impresa è in perdita).

Il costo dei contributi Inail annuali, se calcolati sul minimale previsto per le imprese del commercio, considerando la voce 0722 (lavorazioni uffici-pc), con un ipotetico tasso al 4 per mille, è di 60 euro per addetto circa. L’Iscrizione all’Inail non è necessaria per aziende non artigiane senza dipendenti.

I costi per la contabilità risultano notevolmente contenuti, se decidi di aderire al regime fiscale forfettario. Questo regime fiscale, difatti, consente un buon risparmio d’imposta e una notevole semplificazione degli adempimenti anche per i negozi online: ad esempio, non devi applicare l’Iva e la ritenuta d’acconto nelle fatture, non sei obbligato alla tenuta dei registri contabili, sei esonerato dall’Irap e dagli studi di settore e il tuo fatturato è tassato con un’aliquota ridotta dal 5% al 15%, a seconda dello specifico regime applicabile nel tuo caso (5% per chi inizia una nuova attività e rispetta determinati requisiti, 15% per gli altri forfettari).

Non puoi, però, dedurre le spese, ad eccezione dei contributi previdenziali obbligatori, ma il reddito viene decurtato di una percentuale, detta coefficiente di redditività: per il commercio, il coefficiente è pari al 40%. Significa che, su 1.000 euro di fatturato, paghi le imposte, al 5% o al 15%, su 400 euro, come se le tue spese ammontassero a 600 euro. C’è inoltre un limite massimo di ricavi annui, pari a 50mila euro, per le attività commerciali, comprese quelle online.

L’unico adempimento fiscale, con il regime forfettario, è costituito dalla dichiarazione dei redditi annuale, il modello Redditi: ovviamente, essendo esonerato dall’applicazione dell’Iva, non devi presentare la dichiarazione annuale Iva, né effettuare gli altri adempimenti legati all’applicazione dell’imposta, come il nuovo spesometro trimestrale e la comunicazione delle liquidazioni periodiche.

È sempre consigliabile, comunque, rivolgersi, per avere le idee chiare sul da farsi e capire a quanto possono ammontare i costi per avviare la propria attività online, a un bravo commercialista o consulente del lavoro.

Come fare soldi coi tribunali

Visto che questo è un sito di legge, non poteva mancare questo capitolo. Si tratta di acquistare immobili vecchi e malandati alle aste giudiziarie, ristrutturarli e poi rivenderli “come nuovi”. Il metodo è utilizzato da sempre più persone, ma richiede una disponibilità economica di partenza abbastanza elevata. Di solito per fare questa attività bisogna avere come soci una ditta di ristrutturazioni. Il vantaggio è che si finisce per fare i costruttori senza esserlo. E in questo periodo, alle aste si trovano numerosi appartamenti in condizioni fatiscenti che, con una piccola messa a punto, possono diventare degli ottimi investimenti.

Insegnare a coltivare l’orto

Puoi guadagnare coltivando l’orto degli altri, o meglio insegnando a coltivare l’orto. Come? Diventando tutor dell’orto, o personal trainer dell’orto: si tratta di un esperto che insegna come predisporre, piantumare, gestire e raccogliere i prodotti coltivati.

Il tutor dell’orto è una figura sempre più richiesta: complici la voglia di mangiar sano e il poter coltivare praticamente dovunque, grazie alle moderne tecniche.

Il tutor dell’orto, infatti, opera a diversi livelli, a seconda del grado e del campo in cui si è specializzato: dai piccoli privati alle aziende, dalle colture in vaso ai terreni estesi. Il suo compito è quello di aiutare a predisporre il terreno o le installazioni che devono ospitare le piante, seminare, piantumare, gestire l’orto (programmare le irrigazioni, eventuali disinfestazioni, illustrare i prodotti necessari) e la raccolta dei prodotti.

Non esiste un percorso di studi ad hoc per diventare personal trainer dell’orto. I tutor, dunque, a seconda delle esigenze, possono essere coltivatori diretti, imprenditori agricoli, agronomi, vivaisti, ma anche biologi, architetti paesaggisti e ingegneri in ambiente e territorio. Ci sono comunque degli appositi corsi organizzati periodicamente da Coldiretti o da aziende vivaistiche.

Il consulente dell’orto lavora, nella maggior parte dei casi, in proprio. Chi sta muovendo i primi passi nell’attività e lavora solo occasionalmente può anche non aprire la partita Iva ed emettere soltanto ricevute come lavoratore autonomo occasionale: non esiste un preciso limite, in termine di compensi massimi, ma è necessario iscriversi alla gestione separata Inps, per quanto riguarda i contributi previdenziali, se si superano i 5mila euro annui. Inoltre, deve essere verificato il requisito della mancanza di abitualità e di organizzazione, perché si possa parlare di lavoro autonomo occasionale.

Nulla vieta, comunque, di essere retribuiti con un contratto di prestazione occasionale o libretto famiglia: i compensi netti annui non devono, però, superare i 5mila euro, in questi casi.

Nel caso in cui si eserciti regolarmente, è necessario aprire partita Iva come libero professionista e valutare se sia più opportuno scegliere il regime fiscale forfettario o il regime della contabilità semplificata. Nel primo caso, si ha diritto a una tassazione agevolata del 15% (5% per i primi 5 anni), non si applica l’Iva, né gli studi di settore, non si devono tenere i registri obbligatori (acquisti, vendite, etc.), ma si devono rispettare limiti di reddito precisi (30mila euro annui per i professionisti, inoltre non bisogna aver effettuato acquisti di beni strumentali superiori a 20mila euro ed essersi avvalsi di dipendenti o collaboratori oltre il limite di 5mila euro di compensi annui).

Inoltre, il regime forfettario non consente di dedurre alcuna spesa, a parte i contributi previdenziali: i compensi vengono decurtati in base ad un coefficiente, pari al 78% per i professionisti (in pratica, con 1000 euro di entrate si pagano le tasse, del 5% o 15%, su 780 euro).

Con la contabilità semplificata si possono dedurre tutte le spese inerenti all’attività, ma non esiste alcuna tassazione agevolata, si applicano l’Iva (con i relativi adempimenti: dichiarazione Iva, spesometro, comunicazione delle liquidazioni periodiche…) e gli Studi di settore, e si devono tenere i registri obbligatori.

Per quanto riguarda la previdenza, ci si deve iscrivere, quale che sia il regime fiscale scelto, alla gestione separata, in quanto il consulente dell’orto non ha alcuna cassa professionale specifica. I contributi si pagano a consuntivo, senza l’obbligo di versamento di contribuzioni minimali, e sono pari al 25,72% del reddito, per gli iscritti in via esclusiva alla gestione ed al 24% per i pensionati e gli iscritti ad altre casse.

Ripetizioni online

Grazie alla diffusione di piattaforme web specializzate,  sono sempre di più le persone che, da casa loro, svolgono ripetizioni private, corsi, tutoraggi a distanza e servizi formativi e di supporto extrascolastico. Inoltre, le ripetizioni online sono richieste non soltanto sulle classiche materie scolastiche, ma anche in ambiti differenti: c’è chi insegna a cucinare, chi a cucire, chi insegna yoga…

I portali a cui rivolgersi per proporsi come docenti sono numerosi: Skuola.net, Cervellotik, Tutorando, Youmath, Docsity e Repetita sono tra i più famosi in cui si offrono ripetizioni sulle materie scolastiche e universitarie, ma ce ne sono tanti altri in cui offrire le proprie competenze nella materie più disparate.

Rispetto alle ripetizioni dal vivo, però, i corsi svolti ed il tutoraggio online sono remunerati con pagamenti elettronici tracciabili, ad esempio tramite Paypal o bonifici.

Come giustificare, allora, questi guadagni e mettersi in regola senza spendere una fortuna?

In primo luogo, va chiarito che non sempre, per insegnare via web, è necessario aprire la partita Iva. Se l’attività non è organizzata ed è esercitata solo saltuariamente, difatti, i compensi possono essere giustificati come reddito di lavoro autonomo occasionale.

Per giustificare questi compensi è sufficiente emettere una semplice ricevuta numerata, nella quale siano indicati l’importo pagato dal cliente, la data, i dati di quest’ultimo e di chi ha effettuato la prestazione.

La ricevuta, al contrario delle ordinarie fatture, non è soggetta ad Iva.

Può essere assoggettata a ritenuta d’acconto, pari al 20% dei compensi, però, se il cliente è un sostituto d’imposta (ad esempio, se è un’azienda, un professionista o un’associazione ad averci commissionato il lavoro). La ricevuta non è soggetta a ritenuta d’acconto se chi paga è direttamente lo studente, in quanto non è un sostituto d’imposta. Se il compenso supera i 77,47 euro, sulla ricevuta va applicata una marca da bollo da 2 euro, con data contemporanea o antecedente a quella indicata nel documento.

I compensi da lavoro autonomo occasionale percepiti nell’anno devono essere dichiarati nel 730, nel quadro D, o nel quadro RL del modello Unico. Assieme ai compensi vanno dichiarate le ritenute d’acconto subite ed eventuali costi inerenti documentati, che devono essere dedotti dai compensi stessi.

Non è necessario presentare la dichiarazione dei redditi se questi compensi costituiscono l’unico reddito posseduto e sono inferiori a 4.800 euro, in quanto, beneficiando della detrazione per redditi di lavoro autonomo, al di sotto di tale ammontare l’Irpef non è dovuta. Può essere comunque utile presentare la dichiarazione per ottenere il rimborso di eventuali ritenute d’acconto.

Se i compensi superano i 5mila euro annui, non è necessario aprire la partita Iva, ma ci si deve iscrivere alla Gestione Separata dell’Inps e si è obbligati a versare i contributi previdenziali.

Se l’attività di insegnamento online è svolta con una certa regolarità ed ha una minima organizzazione, il lavoro non può più considerarsi occasionale e deve essere aperta una partita Iva.

L’apertura della partita Iva non comporta dei costi fissi di per sé, ma obbliga alla presentazione della dichiarazione dei redditi con modello Unico, anche se nell’anno non è stato prodotto alcun reddito.

L’apertura della partita Iva per fare ripetizioni online comporta anche l’iscrizione alla Gestione Separata dell’Inps, come libero professionista: a seguito dell’iscrizione, a differenza di quanto avviene per gli imprenditori, non sono previsti contributi previdenziali da pagare in misura fissa, dato che, in questa gestione, l’aliquota contributiva (attualmente, per i liberi professionisti, pari al 25,72% dei guadagni, o al 24% se si è iscritti anche ad altri enti previdenziali) si applica solo su quanto guadagnato.

Per chi prevede di guadagnare meno di 30mila euro all’anno dalle ripetizioni, è possibile aderire al regime fiscale forfettario: questo regime agevolato, anche per i professionisti che danno ripetizioni, prevede una tassazione sostitutiva del 5% per i primi 5 anni di attività (se si rispettano determinati requisiti) e, successivamente, del 15%.

Chi aderisce al regime forfettario non deve applicare l’Iva in fattura, tenere i registri Iva, non è soggetto all’Irap e agli studi di settore.

Non può, però, dedurre alcuna spesa, eccetto i contributi previdenziali, in quanto i ricavi sono decurtati da un coefficiente di redditività, pari al 78% per i liberi professionisti, compresi gli insegnanti privati e chi svolge in proprio attività non classificabili. In pratica, su mille euro di compensi, 780 euro sono tassati al 5% o al 15%.

È possibile, in ogni caso, anche accordarsi per farsi retribuire con un contratto di prestazione occasionale o col libretto famiglia.

Vendere i regali non graditi

Hai ricevuto un regalo non gradito e vorresti liberartene guadagnandoci qualcosa? Puoi tentare, innanzitutto, di riportare regalo e scontrino dal negoziante e domandare se è possibile fare un cambio con qualcosa di pari valore: anche se il negoziante non è tenuto a cambiare il regalo, spesso i rivenditori concedono comunque questa gentilezza.

Se non hai lo scontrino o la ricevuta fiscale, non tutto è perduto, poiché è possibile rivendere i regali sgraditi anche senza partita Iva.

La normativa fiscale italiana, difatti, permette di svolgere attività commerciale in via occasionale, anche tramite Internet, senza essere obbligati ad aprire una posizione Iva: è quanto stabilito dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi (Tuir). Le vendite occasionali, peraltro, possono essere effettuate, oltreché direttamente, anche servendosi di una piattaforma online organizzata, purché in via saltuaria. Questo non significa, però, che non devi dichiarare i proventi, in quanto sei tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi.

Parliamo di vendita, o attività commerciale occasionale, innanzitutto, quando l’attività non è professionale, né continuativa o organizzata: se apri un e-commerce, ad esempio, anche all’interno di una piattaforma online, la tua non può più essere considerata un’attività saltuaria, nonostante il portale non ti richieda, per vendere, la partita Iva; in questo caso, il requisito dell’organizzazione fa cadere l’occasionalità e fa sorgere l’obbligo di apertura della partita Iva.

Se, invece, nella stessa piattaforma online metti semplicemente in vendita alcuni beni, nuovi o usati, in via occasionale, non hai l’obbligo di aprire la partita Iva: per i beni venduti devi però essere rilasciare una ricevuta e dichiarare i proventi conseguiti nel 730 o nel modello Redditi.

Anche se vendi in maniera esclusivamente occasionale, difatti, sei comunque tenuto all’emissione di una ricevuta, che dovrà essere compilata con i seguenti dati:

  • generalità del venditore e dell’acquirente;
  • descrizione della vendita, accompagnata dalla dicitura: “Corrispettivo relativo a cessione di beni compiuta quale attività commerciale occasionale, di cui all’Art. 67 del D.P.R. 917/1986”;
  • prezzo di vendita;
  • data.

Devi inoltre applicare alla ricevuta una marca da bollo da 2 euro, se il corrispettivo di vendita supera i 77,47 euro. Il bollo va applicato sulla ricevuta originale, che va al cliente e non sulla copia che resta al venditore: questo vale anche per le ricevute “madre-figlia”, staccate dai classici blocchetti.

I proventi derivanti dalla cessione occasionale di beni, nuovi o usati, devono essere inseriti nella dichiarazione dei redditi, tra i “redditi diversi“: non sei però obbligato a presentare la dichiarazione dei redditi se i proventi sono inferiori a 4.800 euro nell’arco dell’anno, poiché le detrazioni per reddito da lavoro autonomo, al di sotto di tale soglia, superano l’imposta lorda.

Attenzione, però: questo vale soltanto se il reddito da lavoro autonomo occasionale è l’unico reddito conseguito (assieme all’eventuale possesso dell’abitazione principale). Se possiedi altri redditi, sei comunque obbligata a presentare, a seconda dei casi, il 730 o il modello Redditi.

Affittare la casa per le vacanze

Se possiedi una casa in una zona turistica o nelle sue vicinanze avrai, più di una volta, pensato di affittarla nei periodi di vacanza. Non sai, però, come farti pubblicità e ti preoccupano gli adempimenti amministrativi e le tasse da pagare.

In realtà, affittare la casa per le vacanze non è complesso, perché l’affitto temporaneo di un’abitazione non richiede molte spese e molte formalità e può, in certi casi, fruire di una tassazione agevolata.

Innanzitutto, devi sapere che l’affitto, o meglio la locazione ad uso turistico, può riguardare sia un’abitazione intera, villa o appartamento, che una porzione dell’abitazione (puoi anche affittare solo alcune stanze). Inoltre, puoi persino affittare la casa dove vivi, cioè l’abitazione principale, interamente o in parte, non solo la seconda casa.

Per quanto riguarda la pubblicità, è consigliabile mettere la tua stanza nei portali online più noti, come Booking, HomeAway, Airbnb: richiedono delle commissioni, ma si tratta di soldi ben spesi, per il posizionamento offerto.

Per affittare un appartamento per le vacanze non è obbligatorio registrare il contratto di affitto, se la durata non supera i 30 giorni.  In caso contrario, devi procedere alla registrazione tramite i servizi dell’Agenzia delle Entrate (anche tramite un intermediario, come un consulente o un commercialista).

I 30 giorni, al di sopra dei quali è obbligatoria la registrazione, comunque, devono essere contati per ogni singolo contratto, non per tutti gli affitti effettuati nell’anno.

Il contratto, inoltre, non ha vincoli di durata e può essere stipulato per pochi giorni, per una o più settimane, o per più mesi.

I canoni derivanti dall’affitto ad uso turistico sono tassati come redditi fondiari anche se il contratto non è soggetto a obbligo di registrazione: devono dunque essere dichiarati nel quadro RB del modello Unico o B del 730. Ad essere tassato, entrando a far parte del reddito imponibile, è l’importo più alto tra il canone di locazione, decurtato del 5% (del35% se l’immobile è di interesse storico) e la rendita catastale.

Ad esempio, se dall’appartamento hai percepito 5mila euro come compensi per gli affitti e la tua rendita catastale è pari a 1.000 euro, saranno tassati 4.750 euro ( 5.000 meno il 5%, perché il canone di affitto è più alto della rendita catastale).

Dallo scorso anno, però, grazie alla Tassa Airbnb, puoi scegliere il regime della cedolare secca e pagare un’imposta sostitutiva del 21%: in questo modo, rendita catastale e canone di affitto non entrano a far parte del tuo reddito imponibile e non devi pagare bolli e imposta di registro. Il reddito assoggettato a cedolare secca entra, però, nel calcolo dell’Isee.

Alcuni portali trattengono direttamente le tasse da pagare sull’affitto, quindi in questi casi non devi effettuare alcun pagamento.

Ma quanto si incassa affittando la casa per le vacanze? Dipende da quale alloggio stai offrendo: in quale zona si trova (vicino al mare, in una grande città, in una località rinomata…), quanto è grande, in quali condizioni si trova, quanti posti letto…

Vendere le tue creazioni artigianali

Dècoupage, cucito creativo, punto croce, lavori a maglia, modellismo, creazioni 3D…

Se anche tu sei appassionato di arti creative e realizzi dei prodotti homemade, cioè, letteralmente, “fatti in casa” e vuoi venderli, non sei sempre obbligato ad aprire la partita Iva (vediamo in quali casi). Puoi, difatti, vendere le tue creazioni artigianali, anche nei mercatini, come hobbista o creativo.

Secondo la legge, difatti:

  • l’hobbista è un artigiano che vende, scambia o espone creazioni di poco valore, precisamente entro 250 euro per singolo oggetto (in alcune Regioni il limite si abbassa a 100 euro se il prodotto è venduto nei mercatini); l’attività deve essere svolta in modo occasionale e non si devono superare 5mila euro l’anno di ricavi dai prodotti venduti; perché si verifichi il requisito dell’occasionalità, le singole regioni possono stabilire un limite massimo di mercatini all’anno a cui l’hobbista può partecipare;
  • il creativo è colui che vende le opere d’arte frutto del proprio ingegno; a differenza dell’hobbista, non ha limite al numero dei mercatini a cui può partecipare, ma non può comunque superare il limite di 5mila euro all’anno di ricavi; è inoltre tenuto a:
    • mostrare, a richiesta, una dichiarazione di vendita temporanea (in cui si specifica che l’attività di esposizione e vendita di proprie opere dell’ingegno a carattere creativo non ha necessità di autorizzazione amministrativa, in quanto viene effettuata occasionalmente da un venditore non abituale);
    • dotarsi di un blocchetto di ricevute generiche (cioè, non fiscali), complete del nome e cognome di chi vende e di chi acquista: nel documento va riportato il corrispettivo della vendita e, se questo è almeno pari a 77,47 euro, va applicata una marca da bollo da 2 euro.

Se si superano i 5mila euro di ricavi, oppure se si supera il numero massimo di mercatini a cui si può partecipare, l’hobbista e il creativo diventano dei veri e propri venditori professionisti, poiché, pur realizzando i propri prodotti in maniera autonoma e artigianale, effettuano un’attività di vendita continuativa ed organizzata.

Dovranno allora aprire la partita Iva, iscriversi alla camera di Commercio (sezione commercianti o artigiani), all’Inps e presentare la segnalazione certificata di inizio attività (Scia) al Comune: questi adempimenti possono essere fatti in un’unica pratica, tramite Comunicazione da inviare alla camera di Commercio.

Hobbista e creativo saranno poi obbligati alla tenuta delle scritture contabili, a meno che non optino per il regime fiscale agevolato Forfettario.

Se sei hobbista o creativo e rientri nei casi in cui non sei obbligato ad aprire la partita Iva puoi vendere le tue opere in appositi mercatini.

A tal fine devi avere:

  • la denuncia di inizio attività per esposizione e vendita di proprie opere d’arte o di opere frutto del proprio ingegno a carattere creativo (il modello è reperibile presso la pro loco del proprio Comune di residenza);
  • il tesserino degli hobbisti, che è valido per 1 anno ed è rilasciato per un massimo di 5 anni, anche non consecutivi (con possibilità di rinnovo): il costo e le modalità di rilascio variano a seconda della Regione o del Comune di appartenenza;
  • eventuale altra documentazione aggiuntiva richiesta dai singoli Comuni.

La normativa è diversa a seconda delle Regioni: ad esempio, alcune vietano di esporre il prezzo dei prodotti, o consentono l’esposizione solo per prezzi inferiori a determinate soglie; altre Regioni, come già detto, stabiliscono un numero massimo di mercatini ai quali l’hobbista può partecipare in un anno. In determinati casi si è tenuti a pagare il suolo pubblico.

Oltreché nei mercatini, come hobbista e creativo puoi vendere i tuoi prodotti nei temporary shop, dei negozi temporanei che restano aperti per meno di 30 giorni all’anno: in questo caso gli adempimenti amministrativi e fiscali sono molto ridotti.

È possibile vendere i prodotti anche su internet: per avere un tuo eshop, cioè un negozio virtuale online, però, devi aprire la partita Iva, iscriverti alla Camera di commercio, all’Inps e sei anche obbligato a inviare la Scia al tuo Comune per l’apertura dell’attività.

Se non sei commerciante e non hai aperto la partita Iva, come hobbista e creativo non sei tenuto ad avere un registratore di cassa e ad emettere scontrini. Devi, però, giustificare i compensi con una ricevuta, alla quale:

  • devi applicare la ritenuta d’acconto del 20%, se vendi a un imprenditore o a un professionista (o meglio, a un sostituto d’imposta);
  • non devi applicare la ritenuta d’acconto, se vendi a un privato;
  • devi applicare una marca da bollo da 2 euro, per compensi da 77,47 euro in su;
  • non devi applicare l’Iva.

I compensi ricevuti devono essere indicati nella dichiarazione dei redditi (730 o modello Redditi) tra i redditi diversi.

note

Articolo di

CARLOS ARIJA GARCIA

MARIANO ACQUAVIVA

NOEMI SECCI

—-

[1] Art. 54-bis legge n. 97/2017 del 21.06.2017.

[2] Art. 2 co. 26 legge 335/1995.

[3] DPR n. 1124/1965.

[4] Art. 1283 cod. civ.

[5] Art. 644 cod. pen.

[6] Art. 640 cod. pen.

[7] Art. 642 cod. pen.

[8] Art. 643 cod. pen.

[9] Art. 73, d.P.R. n. 309/90.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI