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Contachilometri manomesso: tutele e rischi

3 giugno 2018


Contachilometri manomesso: tutele e rischi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 giugno 2018



Tachimetro auto azzerato o chilometri scalati: la truffa del venditore diventa reato. L’acquirente può denunciare e ottenere la restituzione dei soldi versati alla concessionaria.

Hai acquistato un’auto di seconda mano: il tachimetro segna un certo numero di chilometri e, sulla base di questi, hai concordato il prezzo con la concessionaria. Ma sei davvero sicuro che questo dato sia genuino e non sia stato invece manomesso? Quello che sto per dirti potrà risultare allarmante, ma ti assicuro che corrisponde a verità: una delle chiavi di ricerca più frequenti su Google, proprio in materia di automobili di seconda mano, è come azzerare il contachilometri; il che la dice tutta sulla serietà e onestà di certi venditori. Il fatto è che se acquisti un’auto usata da una concessionaria puoi sempre far valere la garanzia legale di due anni (proprio come per i veicoli nuovi), mentre nei confronti dei privati questa tutela non c’è; puoi allora ricorrere al giudice e chiedere la risoluzione del contratto (restituzione del prezzo) nonché denunciare l’accaduto ai carabinieri. Già, perché manomettere il contachilometri è reato di truffa contrattuale e a confermarlo è stata una recente sentenza della Cassazione [1]. Prendendo spunto da questo interessante precedente cercheremo in questo articolo di spiegarti come difenderti ed, eventualmente, come scoprire il tachimetro ritoccato. Ma procediamo con ordine e vediamo quindi tutte le tutele e rischi per il contachilometri manomesso.

Come scoprire i chilometri scalati

Azzerare il contachilometri è facile come farlo scendere di poche centinaia di numeri. Tuttavia, se nel primo caso puoi intuire già ad occhio l’incompatibilità tra i dati riportati dall’apparecchio e le condizioni materiali dell’auto (sicché cadere nel tranello è più difficile), nel secondo invece la rilevazione dell’incongruità è complicata anche per un tecnico: poche migliaia di chilometri in più o in meno non sono percepibili né da un orecchio abituato al rombo dei motori, né con l’uso, né con un controllo di un tecnico.

Eppure esiste un modo per scoprire il contachilometri manomesso o quantomeno farsi venire un dubbio fondato. Bisogna farsi dare il libretto che indica i tagliandi eseguiti sull’auto; in esso troverai non solo i dettagli della manutenzione svolta dall’officina ma anche il chilometri segnati dal tachimetro al momento in cui l’auto è entrata per la revisione. Ricostruendo così la storia del veicolo potrai stanare eventuali truffe. Se il rivenditore non volesse consegnarti il libretto potresti trovare i dati anche sul Portale dell’automobilista. Sul relativo sito è stata inserita una nuova sezione ove si può verificare i chilometri di una vettura registrati durante l’ultima revisione.

Tutto ciò non ti garantisce però dal fatto che il proprietario dell’auto possa aver scalato solo i chilometri più recenti, quelli cioè percorsi dopo l’ultima revisione (e che pertanto non possono essere verificati), ma quantomeno ti aiuterà a ridurre i danni.

Per i veicoli più recenti non è più previsto il libretto cartaceo e gli interventi risultano memorizzati nella centralina dell’auto. In casi del genere puoi esigere che ti vengano mostrati gli estratti dei dati memorizzati. Ad ogni modo gli intervalli non devono contenere buchi temporali: in caso contrario potresti avere tra le mani un valido indizio di una manomissione del contachilometri.

Contachilometri manomesso: come difendersi?

Chi acquista un’auto con un numero di chilometri inferiore a quello effettivo ha la possibilità di difendersi sia in via civile, chiedendo al tribunale lo scioglimento del contratto o la riduzione del prezzo (con restituzione della differenza già versata al venditore) oppure in via penale, denunciando il truffatore per frode contrattuale.

C’è infine la possibilità di informare dell’episodio l’AGCM, ossia l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (anche chiamata Antitrust) che eleverà sanzioni molto elevate.

Poiché si tratta di tre conseguenze molto pesanti per la concessionaria, prima di agire è opportuno manifestare le proprie intenzioni al venditore con una minacciosa lettera di diffida che anticipi l’avvio delle azioni legali. Questo potrà essere un forte incentivo a trovare una soluzione bonaria.

Vediamo ore come agire concretamente.

Salvo per la comunicazione all’Autorità garante, le altre tutele sono esperibili sia nel caso in cui il venditore sia un professionista, ossia una concessionaria, sia che si tratti di un privato che ha venduto la propria auto vecchia magari sfruttando i forum su internet o i siti che mettono in contatto la domanda con l’offerta di auto usate.

L’azione di risoluzione del contratto

Anche se l’auto non è più in garanzia, in caso di contachilometri manomesso puoi sempre richiedere la risoluzione del contratto di vendita. Il termine “risoluzione” sta a significare “scioglimento”: il patto viene cancellato e ciascuno si riprende ciò che ha dato all’altro.

Se ti viene detto che la garanzia legale è solo di due anni si tratta di una informazione non corretta. È infatti vero che la garanzia copre sia i veicoli nuovi che quelli usati e che il venditore ha l’obbligo di provvedere nel caso in cui dovessero sorgere difetti di produzione nei successivi 24 mesi (ciò lo obbliga alla riparazione o alla sostituzione del bene oppure, nel caso in cui ciò sia impossibile, a restituire i soldi all’acquirente o, qualora questi voglia, a riconoscergli una riduzione del prezzo); tuttavia, in questo caso, siamo innanzi a un vero e proprio “dolo contrattuale” ossia a una malafede; il che vuol dire che il termine per agire non è di due anni, bensì di cinque anni. Entro tale periodo l’acquirente può chiedere l’annullamento del contratto. A tal fine dovrai avviare una causa civile facendoti difendere da un avvocato; questi dovrà citare il venditore e attendere i (purtroppo lunghi) tempi del processo.

Nel giudizio potrai pretendere alternativamente:

  • la risoluzione del contratto: ossia la restituzione dell’auto con il rimborso delle somme versate;
  • la riduzione del prezzo pagato (e quindi il rimborso della differenza).

Purtroppo non sempre le concessionarie sono gestite da soggetti responsabili e onesti. Così può succedere che, anche a fronte di una sentenza di condanna al pagamento dei soldi, il venditore non vi ottemperi né sia possibile effettuare un pignoramento, risultando la società priva di beni. In tal caso si potrà passare al secondo step: la tutela penale. La analizzeremo qui di seguito.

Un’ultima precisazione però, non di poco conto. Il venditore non può scusarsi dicendo che l’auto con il contachilometri manomesso gli è stata così consegnata dal precedente proprietario e che di tanto non era ha conoscenza: egli è comunque responsabile per ciò che vende, al di là di chi abbia materialmente commesso la condotta. Del resto, il venditore è anche tenuto alla garanzia per tutti gli eventuali difetti di funzionamento dovuti alla casa madre nei primi due anni dalla vendita.

Allo stesso modo, il concessionario è comunque responsabile se l’acquirente firma il contratto con la clausola “vista e piaciuta”, che riguarda invece solo i vizi visibili o conoscibili con l’ordinaria diligenza, cosa che non riguarda quindi il contachilometri manomesso. Anche la presenza di una clausola in cui si dichiara che il motore è “in stato d’uso conforme all’età e alla percorrenza” non può essere una scusante per il venditore. Difatti, come diremo a breve, il suo comportamento costituisce un reato e, quindi, non c’è accordo contrattuale che possa sanare una truffa.

Leggi Auto usata: quale garanzia per l’acquirente.

La denuncia per truffa contrattuale

Vendere un’auto con il tachimetro scalato costituisce truffa contrattuale (e non invece il meno grave reato di truffa in commercio come qualcuno in passato ha sostenuto [1]).

Il venditore quindi rischia una condanna penale e la macchia sulla fedina.

Per procedere bisogna denunciare il responsabile – colui con cui cioè è stata portata a termine la trattativa e che ha garantito sulle buone condizioni dell’auto – entro tre mesi da quando ci si è accorti della truffa.

La querela può essere presentata presso i Carabinieri, la polizia o con un atto depositato alla Procura della Repubblica.

Si avvierà il processo penale e le indagini della Procura che dureranno sei mesi, prorogabili una sola volta di altri sei mesi.

All’esito il Pm deciderà se chiedere o meno il rinvio al giudizio. In caso positivo e qualora la richiesta venga accolta dal giudice, verrà avviato il processo penale vero e proprio. In questa sede potrai anche costituirti “parte civile” per chiedere il risarcimento del danno.

La segnalazione al Garante della Concorrenza

Ultimo gradino di tutela è la segnalazione, anche tramite internet, all’AGCM (www.agcm.it), come pratica commerciale scorretta, perché disponga le sanzioni previste dal codice del consumo (da 5.000 a 5.000.000 di euro). Per la segnalazione all’AGCM nn vi sono termini di prescrizione (e non serve un avvocato).

note

[1] Cass. sent. n. 24027/18 del 29.05.2018.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 25 gennaio – 29 maggio 2018, n. 24027

Presidente Savani – Relatore Rosi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 14 gennaio 2015 il Tribunale di Potenza ha dichiarato la penale responsabilità di T.G. , in ordine al reato di cui all’art. 640 c.p. perché, quale responsabile della (omissis) , con artifici o raggiri, consistiti nella consapevolezza che l’indicazione numerica riportata sul tachimetro dell’autovettura usata BMW tg. (…), era stata ridotta di oltre 70.000 chilometri e nell’omessa informazione di tale manomissione all’acquirente, induceva R.M.V. ad acquistare il predetto veicolo ad un prezzo (segnatamente Euro 19.000) corrispondente al valore di una vettura usata con una percorrenza pregressa pari a 129.000 KM, così procurandosi un ingiusto profitto ed alla persona offesa un. corrispondente danno, fatto commesso in (omissis) , e lo condannava, concesse le attenuanti generiche, alla pena, condizionalmente sospesa, di mesi 1 e giorni 10 di reclusione ed Euro 200 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali. La Corte di appello di Potenza, con sentenza emessa in data 18 novembre 2016, ha confermato, per quanto riguarda la responsabilità penale dell’imputato, la sentenza di primo grado, riqualificando, però, il fatto quale reato di frode in commercio ex art. 515 c.p. e ha perciò rideterminato la pena in Euro 400 di multa.

2. Avverso la sentenza l’imputato ha proposto, mediante difensore, ricorso per cassazione chiedendone l’annullamento ed articolando i seguenti motivi:

1) Erronea applicazione della legge e contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione con riferimento alla corretta applicazione del principio della condanna al di là di ogni ragionevole dubbio ex art. 533 c.p.p. Secondo la difesa la ricostruzione offerta dai giudici di merito si fonderebbe su un assunto indimostrato, ossia il fatto che l’imputato, in quanto commerciante del ramo, non poteva non sapere della manomissione del contachilometri. Tale affermazione sarebbe, a parere della difesa, completamente slegata dal contesto istruttorio, dalle sue risultanze anche in ottica indiziaria e non consentirebbe in alcun modo di affermare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la condotta dell’imputato sia sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 515 c.p.;

2) erronea applicazione della legge penale con riferimento alla mancata applicazione della causa di non punibilità ex art. 131 bis c.p.p. Secondo la difesa, data la natura del reato, l’occasionalità della condotta e lo stato di incensuratezza dell’imputato, ricorrerebbero tutte le condizioni indicate dall’art. 131 bis c.p.p. perché l’indicata causa di non punibilità possa trovare riconoscimento ed applicazione, pur non essendo stata richiesta in grado di Appello, in quanto i presupposti per la sua applicazione sarebbero immediatamente rilevabili dagli atti e non sarebbero, quindi, necessari ulteriori accertamenti fattuali a tal fine.

3. All’udienza del 3 ottobre 2017, la difesa depositava atto di remissione di querela di R.M.V. ed il Collegio disponeva il rinvio a nuovo ruolo per acquisire, presso la Stazione Carabinieri di (omissis) , copia della relativa accettazione da parte di T.G. .

Considerato in diritto

1. Va premesso che, in fattispecie analoga, questa Corte di legittimità ha stabilito la differenza tra la truffa contrattuale ed il reato di frode in commercio, precisando che la truffa si concretizza quando l’inganno perpetrato nei confronti della parte offesa è stato determinante per la conclusione del contratto, mentre la frode in commercio si perfeziona nel caso di consegna di una cosa diversa da quella dichiarata o pattuita, ma sul presupposto di un vincolo contrattuale costituito liberamente senza il concorso di raggiri o artifici (cfr. Sez. 3, n. 40271 del 16/07/2015, Manconi, Rv. 265163).

2. Secondo quanto ricostruito dalle sentenze di merito nel caso di specie (si veda in particolare pag. 4 della sentenza impugnata), le modalità della condotta posta in essere dall’imputato, assumono le caratteristiche degli artifici e raggiri: la manomissione degli strumenti di misurazione dei chilometri percorsi dell’auto offerta in vendita, benché non commessa dal T. , ma certamente dallo stesso conosciuta e taciuta nel corso delle trattative ed il prezzo di vendita stabilito dal T. stesso, in relazione all’apparente minore chilometraggio percorso dall’auto, sono stati artifizi certamente idonei ad indurre il R. all’acquisto della BMW ad un prezzo corrispondente al valore di una vettura usata che avesse percorso 129.000 chilometri, risultando occultata la reale “vetustà” del motore (che aveva percorso ben oltre 70 mila chilometri in più). In tal modo il venditore aveva lucrato la consistente differenza di prezzo rispetto al valore di mercato di un autoveicolo BMW che aveva nella realtà percorso oltre 200 mila chilometri.

3. Va rilevato pertanto l’errore nella qualificazione giuridica del fatto, essendo corretta la qualificazione nell’ipotesi della truffa, tipizzata dall’art. 640 c.p. A tale proposito, questo Collegio deve ribadire il principio che dovendosi attribuire una definizione giuridica più grave, la stessa non può essere disposta d’ufficio, “stanti i limiti derivanti dalle pronunce della Corte di Strasburgo in relazione all’art. 6 CEDU”, né potrebbe essere disposto un annullamento con rinvio della sentenza impugnata ai fini della contestazione all’imputato del reato più grave, poiché l’eventuale condanna comporterebbe la violazione del principio della “reformatio in peius”, per l’assenza d’impugnazione da parte del pubblico ministero (così Sez. 2, n. 50659 del 18/11/2014, Fumarola e altro,la sentenza deve peraltro essere annullata senza rinvio, in quanto Rv. 261696).

4. Di contro, la Corte di Cassazione può accedere alla riqualificazione giuridica del fatto, se sia stato presentato un motivo nuovo dell’imputato sul punto, pur non enunciato in appello, purché entro i limiti in cui esso sia stato storicamente ricostruito dai giudici di merito (cfr. Sez. 1, n.3763/14 del 15/11/2013, Torrisi, Rv. 258262).

5. Orbene, nel caso di specie la difesa ha prodotto l’atto di remissione della querela, con ciò richiedendo al Collegio di effettuare tale riqualificazione, certamente favorevole all’imputato, in quanto mentre il delitto di frode in commercio, benché punito con una pena edittale meno grave, è procedibile d’ufficio, quello di truffa risulta procedibile solo a querela, ed in tal modo la formula assolutoria che ne consegue risulta più favorevole di quella che dovrebbe essere pronunciata, considerato che per la fattispecie di cui all’art. 515 c.p. risulta comunque decorso il termine lungo di prescrizione del reato, inclusi i periodi di sospensione del dibattimento, in data 7 ottobre 2017.

6. Pertanto considerato che la querela presentata da R.M.V. è stata rimessa con atto del 6 luglio 2017 e che l’imputato ha accettato la remissione con atto del 7 luglio 2017 (con dichiarazioni formulate innanzi ad ufficiali di p.g. del Comando Stazione Carabinieri di (omissis) ) la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio per essere il reato ascritto, qualificato come violazione dell’art. 640 c.p., estinto per remissione della querela. Segue la condanna del querelato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per essere il reato ascritto, qualificato come violazione dell’art. 640 c.p., estinto per remissione della querela. Condanna il querelato al pagamento delle spese processuali.

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