Diritto e Fisco | Editoriale

Come si calcolano gli alimenti a moglie e figli

4 giugno 2018


Come si calcolano gli alimenti a moglie e figli

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 giugno 2018



Criteri di determinazione dell’assegno di mantenimento per l’ex coniuge e per i figli minorenni o maggiorenni: l’abbandono del tenore di vita come parametro di quantificazione dell’assegno di divorzio.

Con la separazione e il divorzio, il coniuge che sta meglio economicamente, ossia che ha un reddito più alto, deve mantenere l’ex famiglia: moglie e figli. Non importa che la separazione sia avvenuta contro la sua volontà, per volere cioè solo dell’altro coniuge che, magari, non è più innamorato, ha perso ogni interesse o non condivide lo stile di vita dell’altro. L’unico caso in cui si è esonerati dal pagamento dell’assegno di mantenimento, almeno all’ex coniuge (e non ai figli), è quando quest’ultimo ha posto un comportamento contrario ai doveri del matrimonio, ricevendo con il cosiddetto “addebito”. È ad esempio il caso di chi tradisce, si allontana definitivamente da casa per non tornarvi più, di chi umilia o maltratta l’altro, lo vessa, gli fa mancare i mezzi materiali di cui vivere o l’assistenza morale. In tutte le altre ipotesi, il problema diventa subito definire come si calcolano gli alimenti a moglie e figli. Ed è purtroppo proprio su questo campo che le coppie non trovano mai accordo e finiscono per optare per una separazione giudiziale piuttosto che consensuale. Con tutte le conseguenze che ne derivano, sia in termini di tempi che di costi.

Le guerre giudiziali si giocano a volte per poche decine di euro al mese in più o in meno. Questo perché non esiste un criterio certo, definito e matematico per stabilire come si calcolano gli alimenti a moglie e figli. La legge fissa solo dei parametri generici, sulla scorta dei quali il giudice deve orientarsi in base alla valutazione dei fatti concreti e delle prove addotte. Insomma, ogni caso è a sé ed è impossibile fare pronostici.

Anche i numerosi calcolatori online che si trovano su internet non hanno alcuna validità scientifica posto che, come abbiamo appena detto, nessuna norma fissa come quantificare il mantenimento dell’ex coniuge o dei bambini.

Detto ciò, in questo articolo cercheremo quanto meno di capire quali sono gli elementi e i parametri che possono influire in questa valutazione del tribunale. Valutazione che, se dovessero sopravvenire nuovi e ulteriori fatti, potrà sempre essere rivista in un momento successivo.

Ma procediamo con ordine.

Come si calcolano gli alimenti della moglie?

Innanzitutto dobbiamo fare delle precisazioni di tipo terminologico. In verità non è corretto parlare di “alimenti” ma di mantenimento. E neanche. Abbiamo un:

  • assegno di mantenimento che è quello che viene determinato dopo la separazione in attesa che la coppia divorzi;
  • assegno di divorzio (o divorzile) che è quello determinato dopo il divorzio.

Gli alimenti – almeno da un punto di vista giuridico – sono tutta un’altra cosa. Ma poiché non è questa la sede per parlarne, rinviamo alla nostra guida: Come chiedere gli alimenti.

Assegno di mantenimento nella separazione consensuale

Se marito e moglie si separano in via consensuale saranno loro stessi a decidere l’ammontare dell’assegno di mantenimento. Anche se in teoria il presidente del tribunale dovrebbe fare un controllo di merito su tale ammontare, non essendo possibile rinunciare del tutto a questo diritto se non in presenza di valide ragioni per farlo (ad esempio la disponibilità di altri redditi), alla fine dei conti ciò non succede mai. Così il provvedimento del giudice che omologa l’accordo dei coniugi si limita quasi sempre a prenderne atto e a convalidarlo.

Assegno di mantenimento nella separazione giudiziale

Quando invece la coppia decide di farsi guerra, l’assegno di mantenimento viene determinato dal giudice. Il tribunale quantifica l’importo in modo tale da garantire all’ex coniuge il medesimo tenore di vita che aveva durante la convivenza. Questo dovrebbe implicare, almeno in linea teoria, un calcolo di questo tipo: i redditi dei due coniugi vengono prima sommati tra loro e il risultato diviso per due. Così, ad esempio, se il marito guadagna 2.000 euro al mese e la moglie 500, il risultato di questa operazione (2.500 diviso 2) porterebbe ad avere 1.250 euro a testa. Il che significa che il marito dovrebbe versare all’ex moglie un mantenimento pari a 750 euro.

Difatti nella convivenza, gli stipendi dei due coniugi concorrono a formare il tenore di vita della famiglia (tenendo conto che, anche in un regime di separazione dei beni, ciascuno ha l’obbligo di provvedere alle esigenze familiari sulla base delle proprie possibilità comiche). Pertanto, per determinare il tenore di vita della famiglia va considerata la ricchezza complessiva dei due coniugi e, nel momento in cui questi si separano, per lasciare immutato tale tenore, anche la ricchezza va divisa in due.

Si tratta però di un calcolo approssimativo, generico e solo virtuale che non tiene conto ancora di una serie di parametri che a breve vedremo e che vanno a influire sull’ammontare del mantenimento. Fra l’altro non bisogna tenere conto solo degli stipendi dei coniugi ma di qualsiasi altra potenzialità economica (ad esempio la titolarità di patrimoni immobiliari, investimenti, ecc.).

Quando spetta l’assegno di mantenimento?

Presupposto per l’assegno di mantenimento è la disparità dei redditi tra i due coniugi.

In secondo luogo il coniuge con il reddito più basso non deve aver subito l’addebito, nel qual caso non potrà ottenere il mantenimento ma, tutt’al più, gli alimenti se le sue condizioni non gli consentono la sopravvivenza.

Quali redditi si considerano per calcolare l’assegno di mantenimento?

Numerose sono le variabili che possono influire sul calcolo della ricchezza dei due coniugi e che pertanto possono, nel caso di titolarità in capo al marito, comportare un aumento dell’assegno o, nel caso di titolarità in capo alla, una diminuzione. Ad esempio rilevano:

  • il godimento della casa familiare: come noto, in presenza di figli, la casa finisce alla moglie presso cui i bambini vengono collocati;
  • la disponibilità di redditi da lavoro dipendente o autonomo o imprenditoriale;
  • la titolarità di azioni, obbligazioni o altra ricchezza moglie;
  • l’incremento di redditi derivanti da fattori sopravvenuti (un’eredità, una vincita al gioco, ecc.);
  • le elargizioni economiche fornite da familiare a un coniuge durante il matrimonio se si protraggono anche durante la separazione con regolarità e continuità.

Quali elementi possono influire sull’assegno di mantenimento? 

Come abbiamo anticipato, scopo del mantenimento è di garantire il medesimo tenore di vita. Ma bisogna anche tenere conto del fatto che, con la separazione, le spese vive della famiglia si duplicano (ad esempio non ci sarà più un solo affitto da pagare, una sola bolletta, una sola assicurazione dell’auto). Il che significa che sarà impossibile mantenere il medesimo tenore di vita. Il giudice è quindi chiamato a considerare:

  • da un lato tutte le spese cui va incontro chi deve pagare il mantenimento: come l’affitto, il mutuo della casa intestata, ecc.;
  • dall’altro le spese e i benefici che ricadono sul coniuge che invece percepisce il mantenimento: da un lato la casa familiare, ma anche le relative spese condominiali, e così via.

Ad esempio vanno ricomprese le seguenti spese:

  • spese condominiali o canoni di locazione;
  • spese di manutenzione della casa familiare e di altri immobili nella disponibilità della famiglia;
  • spese per personale domestico: colf, baby sitter, badante;
  • bollette per le utenze;
  • tassa rifiuti;
  • IMU;
  • spese scolastiche e per la frequenza a scuole private;
  • spese mediche;
  • spese per le vacanze estive e durante altri periodi dell’anno;
  • bolli e assicurazione di vetture e motocicli;
  • ricariche telefoniche;
  • spese per trasporti pubblici.

Oltre alle spese cui gli ex coniugi vanno incontro, per calcolare l’assegno di mantenimento all’ex coniuge concorrono anche i seguenti elementi:

  • breve durata del matrimonio: secondo una giurisprudenza consolidata, tanto breve è stato il matrimonio tanto inferiore è il mantenimento;
  • giovane età del coniuge beneficiario dell’assegno: tanto più questi è capace di lavorare, ed è nelle condizioni di salute per farlo, tanto maggiore è su di lui l’onere di non gravare sull’ex;
  • formazione ed esperienza lavorativa del coniuge beneficiario dell’assegno: se questi è in grado di procurarsi un reddito non potrà pesare per molto sulle tasche dell’ex. Può assumere rilevanza la possibilità effettiva di svolgere un’attività retribuita da parte del coniuge economicamente più debole, attività che sia adeguata alla qualificazione professionale e alla dignità personale del coniuge tenuto anche conto delle condizioni economiche e sociali godute prima della crisi matrimoniale;
  • presenza di patrimoni nascosti: il giudice è libero di avviare indagini (tramite la polizia tributaria) per verificare se i dati fiscali dichiarati dai coniugi corrispondono al vero. Tuttavia l’effettiva ricchezza può essere anche desunta dallo stile di vita tenuto dalla coppia (viaggi, abitazioni di lusso, ecc.);
  • presenza di una nuova famiglia e di sopravvenuti figli da parte del coniuge tenuto a versare l’assegno: il diritto a formarsi un nuovo nucleo familiare è infatti tutelato dalla Costituzione e non può essere ostacolato o peggio sanzionato con l’obbligo di mantenere intatto l’assegno di mantenimento all’ex. Questa circostanza quindi ne implica una diminuzione sostanziale.

Assegno di divorzio 

Passiamo ora a verificare come si calcola l’assegno di divorzio. Questo non è che la continuazione dell’assegno di mantenimento, sebbene con una finalità diversa. Se nessuno contesta che qualcosa è cambiato, il giudice può fare riferimento alla regolamentazione della separazione.

Al di fuori di tali ipotesi la cassazione ritiene che gli accordi con cui i coniugi in sede di separazione intendono regolare i loro reciproci rapporti economici in relazione al futuro divorzio, con riferimento all’assegno di mantenimento, sono nulli per illiceità della causa.

La concezione dell’assegno di divorzio è stata radicalmente cambiata con la Sentenza Grilli del 10 maggio 2018 firmata dalla Cassazione [1]. Secondo il mutato orientamento, tale assegno non deve più essere finalizzato a garantire lo stesso tenore di vita che la coppia aveva quando era ancora convivente, ma solo l’autosufficienza economica al coniuge più debole.

Chi chiede l’assegno di divorzio deve dimostrare che non è in grado di provvedere a se stesso e che ciò non dipende da propria inerzia nel cercare lavoro. L’accertamento dell’autosufficienza economica avviene in base a indici precisi:

  • possesso di redditi;
  • possesso di cespiti patrimoniali mobiliari e immobiliari;
  • capacità e possibilità effettive di lavoro;
  • stabile disponibilità di un’abitazione.

Questi elementi possono spostare l’ago della bilancia e decretare il diritto o meno all’assegno di divorzio.

Chi percepisce l’assegno e teme di perderlo, tuttavia, non sarà chiamato – precisa la Cassazione – a fornire la difficile (se non impossibile) prova dell’impossibilità assoluta di trovare un’occupazione, se la sua mancata autosufficienza possa comunque desumersi. Secondo il Tribunale di Milano [2], per indipendenza economica si deve intendere la capacità dell’ex coniuge (ossia di una persona adulta e sana, tenuto conto del contesto sociale in cui vive) di provvedere al proprio sostentamento, ossia di mantenersi da solo. Ciò richiede il possesso di risorse sufficienti per le spese essenziali (vitto, alloggio) o per esercitare i diritti fondamentali (medicine, trasporto, ecc.). Un reddito che non consente di provvedere a queste spese “primarie” per la persona non può garantire l’autosufficienza e l’indipendenza economica. Ma a quanto ammonta questo reddito? Secondo il giudice lombardo corrisponde al reddito sufficiente per accedere al «gratuito patrocinio», ossia 11.528,41 euro all’anno: circa mille euro al mese. Superata questa soglia si dovrebbe negare l’assegno di divorzio.

Un altro indice, poi, potrà ravvisarsi nel «reddito medio percepito nella zona in cui il richiedente vive ed abita».

Leggi anche Per essere mantenuti dall’ex marito quanto bisogna guadagnare?

Alla luce di ciò si può dire che attualmente hanno diritto all’assegno di divorzio solo coloro che:

  • non sono più nell’età o nelle condizioni di salute per lavorare;
  • hanno almeno 45-50 anni e si sono sempre dedicati alla famiglia, per cui hanno perso un legame col mondo del lavoro; quindi non hanno come mantenersi;
  • pur essendo giovani, danno prova di aver tentato di trovare un lavoro e che la loro disoccupazione non è dipesa da inerzia.

Gli alimenti dei figli?

Per il mantenimento dei figli valgono due regole fondamentali:

  • è necessario garantire loro lo stesso tenore di vita di cui godevano quando i genitori erano uniti;
  • il mantenimento non cessa con la maggiore età ma con l’indipendenza economica degli stessi. Indipendenza che, tuttavia, qualora dovesse essere persa dopo poco (si pensi a un figlio assunto a tempo indeterminato ma licenziato dopo solo un anno), non fa più rivivere il diritto al mantenimento. Sicché, una volta perso l’assegno questo non può più essere rivendicato, neanche a seguito di perdita di lavoro.

Al crescere dell’età del figlio cresce la presunzione che la sua assenza di reddito non dipenda dalle condizioni di mercato ma da inerzia. Sicché la Cassazione ha ritenuto che oltre i 35 anni si perde naturalmente il diritto al mantenimento.

Come stabilire che il figlio è divenuto indipendente? Non si può trattare di un lavoro precario né di uno non confacente alla sua formazione. Non è tale una borsa di studio, ma lo è un contratto part-time.

Come si quantifica il mantenimento per i figli?

L’assegno deve essere quantificato non considerando solo il reddito ma anche altri elementi di ordine economico suscettibili di incidere sulle condizioni delle parti, quali la disponibilità di un consistente patrimonio anche mobiliare e la conduzione di uno stile di vita particolarmente agiato e lussuoso.

Nel determinare l’importo dell’assegno di mantenimento il giudice deve valutare anche la complessiva consistenza dei patrimoni dei genitori. Facendo riferimento alle risorse economiche la legge impone di prendere in considerazione non soltanto i redditi da attività lavorativa, ma più in generale ogni altra forma di reddito o utilità, come il valore dei beni mobili o immobili posseduti, le quote di partecipazione sociale, i proventi di qualsiasi natura percepiti.

Non rientrano invece tra le risorse economiche da considerare ai fini dell’assegno di mantenimento gli aiuti che i familiari forniscono a un coniuge durante o dopo il divorzio o comunque i contributi eventualmente corrisposti da terzi non giuridicamente vincolati.

Il genitore affidatario del figlio minorenne ha diritto a percepire gli assegni familiari corrisposti per il figlio all’altro coniuge, indipendentemente dall’ammontare dell’assegno di mantenimento.

Per quantificare l’assegno di mantenimento dei figli il giudice deve tenere conto dei seguenti parametri :

  • le attuali esigenze del figlio (anche sotto il profilo dell’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, dell’assistenza morale e dell’opportuna predisposizione di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione);
  • il tenore di vita goduto dal figlio durante la convivenza con entrambi i genitori: a tal fine, il giudice non può limitarsi a considerare soltanto il reddito ma deve valutare anche altri elementi di ordine economico in grado di incidere sulle condizioni delle parti, quali la disponibilità di un consistente patrimonio anche mobiliare e la conduzione di uno stile di vita particolarmente agiato e lussuoso. Il giudice non può disporre la riduzione dell’assegno, anche se si tratta di una somma cospicua, sul solo rilievo che un importo elevato potrebbe risultare diseducativo. Ciò perché la legge impone di determinare l’assegno considerando le esigenze dei figli in rapporto al tenore di vita goduto durante la convivenza con entrambi i genitori e alle risorse e ai redditi di costoro;
  • i tempi di permanenza presso ciascun genitore;
  • le risorse economiche di entrambi i genitori, in relazione alla consistenza dei loro patrimoni (i redditi da attività lavorativa, ma più in generale ogni altra forma di reddito o utilità, come il valore dei beni mobili o immobili posseduti, le quote di partecipazione sociale, i proventi di qualsiasi natura percepiti);
  • la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore (come fare la spesa, cucinare, accompagnare i figli a scuola, provvedere alle faccende domestiche, lavare, stirare, aiutare i figli nello svolgimento dei compiti scolastici). Maggiore è il tempo che il figlio trascorre con un genitore, maggiori sono i compiti di natura domestica.

Nell’assegno di mantenimento sono comprese solo le spese ordinarie.

Oltre a ciò il giudice ordina al genitore obbligato di corrispondere una percentuale (di solito il 50%) delle spese straordinarie (ad esempio le spese mediche, per attività sportive, per viaggi e istruzione).

Per una trattazione più approfondita sul tema leggi Mantenimento figli.

note

[1] Cass. sent. n. 11504/17 del 10.05.2017.

[2] Trib. Milano, ord. del 22.05.2017.

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