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Ex moglie disoccupata: a quanto ammontano gli alimenti?

4 giugno 2018


Ex moglie disoccupata: a quanto ammontano gli alimenti?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 4 giugno 2018



Le precarie condizioni economiche lamentate dall’ex moglie non vanno valutate con riferimento al tenore di vita goduto durante il matrimonio ma in base alla capacità di mantenersi da sola.   

Sposarsi per amore, separarsi per interesse. Quando l’ex moglie disoccupata chiede il mantenimento o un aumento dell’assegno già accordatole deve fare bene i calcoli perché non sempre potrà ottenere ciò che vuole. Non oggi almeno. Le cose sono cambiate il 10 maggio del 2017, quando la Cassazione ha riscritto le regole dell’assegno divorzile. Il matrimonio non è più considerato un’assicurazione sulla vita: non per chi ha ancora le capacità fisiche e mentali per lavorare. Conta l’età innanzitutto, ma poi anche lo stato di salute, la formazione e le pregresse esperienze. Quindi, in buona sostanza, chi è senza lavoro ma ha le carte in regola per occuparsi, che lo faccia senza gravare sulle spalle dell’ex coniuge. Sostanzialmente è questa la sintesi dell’ordinanza della Cassazione di questa mattina [1] che, sul filone dell’ormai famosa sentenza Grilli [2], ha rigettato una richiesta di aumento degli alimenti avanzata da una donna. Ma procediamo con ordine e vediamo a quanto ammontano gli alimenti per l’ex moglie disoccupata.

Il punto da cui partire è la guida Come si calcolano gli alimenti a moglie e figli. In essa abbiamo spiegato quali sono i parametri di riferimento adottati dai tribunali nel determinare la misura dell’assegno di mantenimento (quello successivo alla separazione) e di quello divorzile (quello successivo al divorzio) dovuti all’ex moglie. Volendo sintetizzare all’osso il discorso possiamo dire che scopo dell’assegno divorzile è consentire al coniuge di mantenersi da solo e di conseguire l’autosufficienza economica. Se dispone già di questa “autosufficienza” (che il tribunale di Milano ha individuato in mille euro al mese), nulla gli è dovuto. In realtà il calcolo dell’autosufficienza non è così facile e netto: va determinato in base all’ambiente in cui vive il coniuge, le spese che deve sostenere, l’eventuale disponibilità di un alloggio ove vivere, altri redditi, ecc.

Ad ogni modo, il punto essenziale della svolta intrapresa dalla Cassazione in materia di assegno divorzile è questo: non conta più il tenore di vita che aveva la coppia durante il matrimonio (circostanza che rendeva l’assegno divorzile estremamente variabile a seconda dei soggetti e delle loro possibilità economiche) ma le esigenze concrete e spicciole del coniuge beneficiario col reddito più basso.

Non è tutto. L’assegno divorzile non spetta non solo a chi ha le possibilità per mantenersi da solo (perché percepisce dei propri redditi o è proprietario di immobili) ma anche a chi, pur non avendole, è nelle condizioni fisiche e mentali di procurarsele. Si apre così un divario tra le coppie che si separano quando ancora sono giovani (oggi i quarant’anni sono considerati ancora un’età non avanzata) e quelle che lo fanno invece in età già avanzata. Solo in questo secondo caso, quando la moglie ha passato una vita a fare la casalinga, perdendo ogni contatto col mondo lavorativo, l’assegno divorzile è pressoché scontato. Invece quando l’ex moglie è disoccupata ma per propria inerzia e risulta comunque nelle possibilità di svolgere attività lavorative non può trovare ripiego nell’ex marito.

Nel caso di specie, la ricorrente, tramite il proprio legale, ha fatto ricorso in Cassazione contro la sentenza di appello che le aveva accordato un mantenimento di soli 200 euro pur essendo disoccupata, priva di reddito, di qualsiasi qualificazione professionale e di casa dove vivere, e perciò costretta a far ritorno al proprio paesello. La donna ha spiegato ai giudici supremi di non essere «in grado di mantenere autonomamente il tenore di vita».

Questa considerazione non è considerata però rilevante dai giudici della Cassazione, i quali hanno confermato il diritto della moglie a percepire dall’ex marito un assegno mensile di 200 euro. Ciò perché «l’inadeguatezza dei mezzi a disposizione della donna» va valutata esclusivamente «con riferimento alla sua indipendenza o autosufficienza economica», spiegano i magistrati, e non certo alla luce del «tenore di vita matrimoniale» che ormai non conta più.

note

[1] Cass. ord. n. 14231/18 del 4.06.2018.

[2] Cass. ord. n. 11504/17 del 10.05.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 19 aprile – 4 giugno 2018, n. 14231

Presidente Scaldaferri – Relatore Mercolino

Fatto e diritto

Rilevato che An. Br. ha proposto ricorso per cassazione, per due motivi, illustrati anche con memoria, avverso la sentenza del 3 maggio 2016, con cui la Corte d’appello di Salerno ha rigettato il gravame da lei interposto avverso la sentenza emessa il 30 luglio 2014, con cui il Tribunale di Salerno, nel dichiarare cessati gli effetti civili del matrimonio contratto dalla ricorrente con Ni. Ca., aveva posto a carico di quest’ultimo l’obbligo di corrispondere un assegno divorzile di Euro 200,00 mensili;

che il Ca. ha resistito con controricorso;

che il Collegio ha deliberato, ai sensi del decreto del Primo Presidente del 14 settembre 2016, che la motivazione dell’ordinanza sia redatta in forma semplificata.

Considerato che con il primo motivo d’impugnazione la ricorrente denuncia la violazione e la falsa applicazione dell’art. 5 della legge 1. dicembre 1970, n. 898, sostenendo che, nel procedere alla valutazione delle condizioni economiche delle parti, la sentenza impugnata non ha tenuto conto della disparità delle rispettive posizioni, non avendo considerato che, a seguito della separazione, essa ricorrente non è in grado di mantenere autonomamente il tenore di vita pregresso, essendo disoccupata e sfornita di redditi, in quanto priva di una qualificazione professionale, non disponendo di una propria abitazione, per effetto della vendita della casa coniugale da parte del Ga., e avendo dovuto per tale motivo trasferirsi da Torino ad Altavilla Silentina (SA);

che, nella parte in cui invoca il tenore di vita pregresso, quale parametro di riferimento per la commisurazione dell’assegno divorzile, la censura è infondata, avuto riguardo al più recente orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui l’inadeguatezza dei mezzi economici a disposizione del richiedente, al cui accertamento l’art. 5 della legge n. 898 del 1970 subordina il riconoscimento del contributo in questione, dev’essere valutata con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica dello stesso (cfr. Cass., Sez. VI, 9/10/2017, n. 23602; Cass., Sez. I, 10/05/2017, n. 11504);

che, anche a voler ritenere che, attraverso l’allegazione del proprio stato di disoccupazione e dell’indisponibilità di redditi propri e di un’abitazione, la ricorrente abbia inteso fare riferimento a tale diverso parametro, la censura non può trovare ingresso in questa sede, risolvendosi nel richiamo ad elementi già presi in considerazione dalla sentenza impugnata, e quindi nella sollecitazione di un nuovo apprezzamento dei fatti, non consentito a questa Corte, alla quale non spetta il compito di riesaminare il merito della controversia, ma solo quello di verificare la correttezza giuridica e la coerenza logico-formale delle argomentazioni svolte a sostegno della decisione impugnata (cfr. Cass., Sez. V, 4/08/2017, n. 19547; 16/12/2011, n. 27197; Cass., Sez. lav., 19/03/2009, n. 6694);

che con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 216, 244, 345 e 346 cod. proc. civ. e dell’art. 24 Cost., censurando la sentenza impugnata per aver ritenuto inammissibile la prova testimoniale da lei articolata nella memoria di cui all’art. 183, sesto comma, cod. proc. civ., in quanto non riproposta all’udienza di precisazione delle conclusioni in primo grado, senza considerare che essa ricorrente si era riportata a tutti gli atti di causa, nonché per aver reputato generici i relativi capitoli, aventi ad oggetto fatti e non già valutazioni;

che, nella parte concernente la riproposizione in appello dell’istanza di ammissione della prova testimoniale rigettata in primo grado, il motivo è infondato, essendosi la Corte di merito correttamente conformata al principio, costantemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui, in caso di rigetto delle richieste istruttorie formulate nel corso del giudizio di primo grado, la parte che intenda insistere per la loro ammissione ha l’onere di reiterarle al momento della precisazione delle conclusioni, dovendo altrimenti le stesse intendersi rinunciate, e non potendo essere quindi riproposte in sede di gravame (cfr. Cass., Sez. III, 4/08/2016, n. 16290; 14/10/ 2008, n. 25157);

che, nell’enunciare il predetto principio, questa Corte ha precisato che il predetto onere non può ritenersi assolto mediante il richiamo generico al contenuto dei precedenti atti difensivi, atteso che la precisazione delle conclusioni deve avvenire in modo specifico, coerentemente con la sua funzione, consistente nel delineare con precisione il thema sottoposto al giudice e di porre la controparte nella condizione di prendere posizione in ordine alle (sole) richieste istruttorie e di merito definitivamente proposte (cfr. Cass., Sez. III, 3/08/2017, n. 19352);

che resta conseguentemente assorbita la censura riguardante la genericità dei capi di prova articolati in primo grado;

che il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.

P.Q.M.

rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1, comma 17, della L. 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nella ordinanza.

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