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Lo sai che? Foro competente: se il consumatore cambia residenza

Lo sai che? Pubblicato il 5 giugno 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 5 giugno 2018

Il consumatore cambia indirizzo di residenza dopo la conclusione del contratto, qual è il giudice competente?

Hai firmato una finanziaria per l’acquisto di un robot da cucina. Qualche mese fa hai smesso di pagare perché hai perso il lavoro. Ora il creditore vuole i soldi e ti ha notificato un decreto ingiuntivo. Senonché ha individuato come giudice competente quello del luogo ove eri residente quando hai concluso il contratto, ignorando che, nel frattempo, ti sei trasferito. A tuo avviso ciò viola la norma del codice del consumo in base alla quale la competenza del giudice deve essere sempre quella della residenza del consumatore. Invece la finanziaria sostiene che non poteva essere a conoscenza del fatto che tu ti sei trasferito in un altro Comune, non avendoglielo comunicato. Sicché il decreto ingiuntivo sarebbe ugualmente valido. Chi dei due ha ragione? La questione è stata di recente decisa dalla Cassazione. L’ordinanza in commento [1] spiega come determinare il foro competente se il consumatore cambia residenza. Ma procediamo con ordine.

Come noto il codice del consumo [2] impone che il giudice competente a decidere tutte le cause tra consumatore e professionista (professionista inteso come operatore commerciale del settore che svolge l’attività in modo professionale e continuativo) sia sempre il tribunale del luogo ove ha residenza o domicilio elettivo il consumatore.

In pratica, sia che ad agire sia il consumatore (l’acquirente) che l’azienda (il venditore), la causa deve essere sempre fatta presso il tribunale o il giudice di pace ove il primo risiede. La competenza è inderogabile: significa che ogni clausola contrattuale che prevede la competenza di un giudice diverso è vessatoria e da ritenersi automaticamente nulla. Quindi, se una azienda chiama in causa il consumatore davanti a un tribunale di una città differente ove questi vive, il convenuto può eccepire l’incompetenza territoriale e così vincere questo primo “capitolo” del processo (il giudice però inviterà l’attore a proseguire il giudizio presso il foro competente).

La ragione di questa norma è molto semplice: posto che la difesa in una città differente è sempre più difficile e costosa per via degli spostamenti e della opportunità di individuare un avvocato del luogo, si vuole evitare che ciò possa essere un disincentivo per il consumatore ad esercitare il proprio sacrosanto diritto alla difesa riconosciutogli dalla Costituzione. Dunque è l’azienda che deve “giocare fuori casa” promuovendo le cause nel luogo di residenza dei propri clienti.

Ciò costituisce un notevole vantaggio per il consumatore, anche ai fini di un risparmio di spese legali.

Detto ciò vediamo che succede se il consumatore si trasferisce in un’altra città rispetto a quella indicata nel contratto originariamente firmato con il professionista. In tal caso, qual è il giudice competente? Quello che risulta individuato sulla base della prima residenza o quello della successiva? La Cassazione, sul punto, non ha dubbi: in tema di controversie tra consumatore e professionista la situazione rilevante per individuare il giudice competente per territorio è quella esistente al momento della proposizione della domanda giudiziale; non ha quindi alcun rilievo la residenza riferita al momento della conclusione del contratto.

L’individuazione del giudice competente per territorio, ai sensi del codice del consumo, deve essere determinata con riguardo allo stato di fatto esistente al tempo in cui si instaura la lite in tribunale o dal giudice di pace (nel caso dell’esempio precedente alla data di notifica del decreto ingiuntivo).

La posizione da tutelare del resto è quella del consumatore e non quella del professionista e la tutela di quest’ultimo si realizza indubbiamente solo attraverso la vicinanza del giudice al luogo di residenza del contraente, mentre il luogo di conclusione del contratto potrebbe addirittura attribuire maggiore tutela alla posizione del professionista presso il cui ufficio il contratto è stato concluso.

Attenzione: il fatto che il giudice si dichiari incompetente non significa però che avete vinto la causa, ma solo la prima battaglia. L’attore potrà infatti riprendere il giudizio presso il giudice territorialmente competente senza perdere i propri diritti. Questo gli farà perdere più tempo ma potrebbe non demotivarlo dall’agire. Ecco perché la strada di un accordo, anche presso un organismo di mediazione, è sempre auspicabile.

note

[1] Cass. ord. n. 11389/18 dell’11.05.2018.

[2] Art. 33, comma 2, lett. u), d.lgs. n. 206/2005.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 22 novembre 2017 – 11 maggio 2018, n. 11389

Presidente Amendola – Relatore Positano

Fatto e diritto

Rilevato che:

con ricorso del 18 novembre 2015 F.G. richiedeva ed otteneva, in data 7 dicembre 2015, dal Tribunale di Lecce decreto ingiuntivo per il pagamento delle proprie competenze professionali nei confronti di M.D. a seguito di conferimento di incarico dell’8 maggio 2012. M.D. proponeva opposizione eccependo, in via preliminare, la nullità del decreto ingiuntivo per difetto di competenza del Tribunale di Lecce a pronunziare l’ingiunzione di pagamento, sulla base della disciplina del codice del consumo (D.Lgs. 6 settembre 2005 n. 206) rilevando che dal proprio certificato di residenza risultava che la stessa si era trasferita a Bologna sin dal 25 ottobre 2013″ circa due anni prima dell’inizio del giudizio civile. Contestava, nel merito, la pretesa. Costituitosi l’opposto chiedeva la conferma del decreto e formulava istanza di concessione della provvisoria esecuzione;

alla prima udienza di comparizione del 28 aprile 2016 il giudice istruttore autorizzava il deposito di memorie e documenti, riservando la decisione sull’eccezione di incompetenza territoriale e sulla richiesta di provvisoria esecuzione del decreto. Con ordinanza del 13 dicembre 2016, rigettava l’eccezione di incompetenza in quanto il contratto risultava concluso in Castrignano del Capo (provincia di Lecce) e rigettava la richiesta di provvisoria esecuzione ai sensi dell’articolo 648 del codice di rito. L’opponente depositava istanza di revoca dell’ordinanza, poiché non erano stati assegnati termini definitivi e non era stato consentito alle parti di precisare le conclusioni riguardo alla questione della competenza territoriale. Con successiva ordinanza dei 7 febbraio 2017 il giudice istruttore revocava la precedente ordinanza e rinviava per la precisazione delle conclusioni. All’udienza del 2 marzo 2017, precisare le conclusioni la causa veniva rinviata per la discussione orale ai sensi dell’articolo 281 sexies c.p.c. e, all’udienza del 18 maggio 2017 riservava la decisione adottando l’ordinanza del 18 maggio 2017 con la quale rigettava l’eccezione di incompetenza territoriale e disponeva la prosecuzione del giudizio davanti a sé;

avverso tale decisione M.D. propone regolamento di competenza ai sensi dell’articolo 42 del codice di rito. Resiste in giudizio F.G. depositando memoria;

il Procuratore Generale conclude per l’accoglimento del ricorso. F. deposita memorie ex art. 380 bis c.p.c. replicando alle conclusioni del P.G.

Considerato che:

con l’unico articolato motivo M.D. deduce l’ammissibilità del regolamento necessario di competenza rilevando che, sebbene con ordinanza dei 13 dicembre 2016 il Tribunale di Lecce avesse già esaminato e rigettato l’eccezione di incompetenza per territorio, tale decisione era stata successivamente revocata e solo con la seconda ordinanza di rigetto, del 18 maggio 2017, a causa era stata rimessa in decisione con invito alle parti a precisare le conclusioni. Conseguentemente soltanto tale ultimo provvedimento integrava quella decisione sulla questione di competenza con formale rimessione della causa in decisione e con conseguente impugnabilità ai sensi dell’articolo 42 del codice di rito;

a ricorrente rileva, nel merito, che la controversia riguarda un rapporto contrattuale soggetto alla disciplina del codice del consumo (D.Lgs 6 settembre 2005, n. 206) fondato sulla sottoscrizione, in data 8 maggio 2012, di una lettera di incarico da parte della opponente M. ; pertanto, i sensi degli articoli 633 e 637 del codice di rito e degli articoli 63 e 33 del D.Lgs 6 settembre 2005 n. 206 la competenza territoriale inderogabile del foro del consumatore va riferita alla residenza della M. , da qualificarsi a questi fini come consumatore, riferita al momento della domanda e non a quello della conclusione del contratto. In particolare, riferendosi alla data di deposito del ricorso per decreto ingiuntivo la ricorrente risiedeva a Bologna ormai da oltre due anni (dal 25 ottobre 2013). Per il resto, non ricorreva alcun onere di comunicazione formale alla controparte del trasferimento a Bologna della residenza e non sussisteva alcuna elezione di domicilio nella lettera di incarico professionale;

il ricorso è fondato;

preliminarmente occorre esaminare la questione relativa all’impugnabilità dell’ordinanza con la quale il Tribunale di Lecce ha affermato la propria competenza territoriale in quanto, come emerge dalle risultanze processuali, la questione era stata presa in esame dal Tribunale con una prima ordinanza in data 12 dicembre 2016; provvedimento non impugnato con regolamento di competenza. Occorre richiamare il principio espresso dalle Sezioni Unite di questa Corte secondo cui l’ordinanza monocratica che disattenda l’eccezione di incompetenza territoriale, affermando la propria competenza e disponendo la prosecuzione dei giudizio, è suscettibile di impugnazione solo nel caso in cui sia preceduta dalla rimessione della causa in decisione e dall’invito alle parti a precisare le rispettive integrali conclusioni, anche di merito, “salvo che quel giudice, così procedendo e statuendo, abbia conclamato, in termini di assoluta oggettiva inequivocità ed in controvertibilità, l’idoneità della propria determinazione a risolvere definitivamente davanti a sé la suddetta questione” (Cass. S.U. n, 20449 del 2014);

come correttamente documentato dalla ricorrente, con assoluto rispetto del principio di autosufficienza e come rilevato dal Procuratore Generale, l’ordinanza del 12 dicembre 2016 è stata emessa senza la preventiva fissazione dell’udienza di precisazione delle conclusioni e senza contenere alcun elemento relativo alla assoluta ed oggettiva inequivocità ed incontrovertibilità della volontà di risolvere definitivamente la questione relativa alla competenza. Al contrario, il dispositivo del provvedimento riguarda il rigetto dell’istanza di autorizzazione alla provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo, senza alcun riferimento alla questione relativa alla competenza. Inoltre, il provvedimento è stato successivamente revocato dal giudice istruttore con ordinanza del 12 dicembre 2016, fissando, come richiesto dalla odierna ricorrente con istanza di revoca dell’ordinanza, l’udienza di precisazione delle conclusioni sulla questione della competenza territoriale e successivo deposito di note e documenti. Quindi, la questione è stata nuovamente presa in esame dopo che, con ordinanza del 7 febbraio 2017, il provvedimento era stato revocato. Conseguentemente l’unico provvedimento emesso sulla base dei presupposti individuati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione e richiamati dalla giurisprudenza successiva (Cass. n. 14223 del 2017) è quello oggetto di impugnazione, ossia l’ordinanza della 18 maggio 2017;

nel merito, a questione relativa all’individuazione del giudice competente per territorio trova un primo addentellato normativo nella regola generale prevista all’articolo 5 del codice di rito, secondo cui la competenza si determina con riguardo allo stato di fatto esistente al momento della domanda, con la conseguenza che l’indagine va riferita al tempo in cui si instaura la lite e cioè alla data di notifica del decreto ingiuntivo che costituisce il momento con riferimento al quale, nell’ambito del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, si definisce la pendenza della lite ai sensi dell’articolo 643 del codice di rito (e non con riferimento alla data di deposito del ricorso per decreto ingiuntivo, come sostenuto dalla ricorrente);

non vi sono dubbi che la disciplina applicabile è quella del Codice del Consumo, per cui la posizione da prendere in esame è quella del consumatore e non quella del professionista, avendo il primo (la M. ) il diritto ad un processo che si svolga presso il giudice di prossimità;

la norma di riferimento è l’articolo 66 bis del D.Lgs n. 206 del 2005 relativa al foro esclusivo ed inderogabile con la conseguenza che, ai sensi del precedente articolo 33, secondo comma, lett. U), del medesimo D.Lgs è prevista la vessatorietà delle cause sottoscritte in deroga a tale principio;

pertanto “in tema di controversie tra consumatore e professionista, l’art. 33, comma 2, lett. u), del d.lgs. 6 settembre 2005 n. 206, (cd. Codice del consumo) va interpretato nel senso che la residenza del consumatore, cui la norma ha riguardo, è quella che lo stesso ha al momento della domanda e non quella che egli aveva al momento della conclusione del contratto, ma sull’individuazione del corrispondente foro esclusivo ivi previsto incide l’accertamento, devoluto al solo giudice del merito, del carattere fittizio dello spostamento di residenza del consumatore, compiuto per sottrarsi al radicamento della controversia o anche, come nella specie, dell’eventuale non coincidenza della residenza anagrafica (che instaura una mera presunzione) con quella effettiva” (Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 23979 del 25/11/2010, Rv. 615111 – 01);

pertanto la situazione rilevante è quella esistente al momento della proposizione della domanda, non avendo alcun rilievo la residenza riferita al momento della conclusione del contratto, poiché la tutela del consumatore si realizza attraverso la prossimità del giudice al luogo di residenza del contraente, mentre il luogo di conclusione del contratto potrebbe, come nel caso di specie, attribuire maggiore tutela alla posizione del professionista presso il cui ufficio il contratto è stato concluso;

appaiono infondate le deduzioni del resistente riguardo alla divergenza tra residenza anagrafica e effettiva che, secondo l’assunto del professionista, sarebbe rimasta quella di Castrignano del Capo, in provincia di Lecce, in quanto presso tale recapito era stato ricevuto il decreto ingiuntivo da “familiare convivente”. Rileva la Corte che la circostanza è irrilevante, poiché risulta pacificamente che presso tale domicilio abitava la madre della ricorrente, per cui è verosimile che quest’ultima abbia accettato l’atto per conto della figlia nonostante la stessa si fosse trasferita da circa due anni a Bologna. Al contrario, la residenza effettiva della M. presso tale ultima città trova riscontro positivo nella circostanza che l’avvocato incaricato di curare la fase stragiudiziale della vicenda avesse proprio studio in Bologna. Tale ultimo professionista ha anche curato la fase contenziosa della controversia; perciò deve presumersi, sulla base di evidenti principi di ragionevolezza, che la parte abbia dato incarico ad un legale della città di residenza, risultando assolutamente inverosimile che (come correttamente evidenziato dal Procuratore Generale) una persona che abili un piccolo paese in provincia di Lecce, peraltro prossimo al capo di Leuca, dia incarico ad un legale di Bologna;

da ultimo va rilevato che, contrariamente a quanto evidenziato dalla resistente, dal contenuto del contratto dell’8 maggio 2012 non emerge un’elezione di domicilio per tutte le vicende del contratto, ai sensi dell’articolo 47 del codice civile, ma semplicemente l’identificazione della parte, anche con riferimento al luogo del domicilio, alla data di conclusione del contratto.

Pertanto, l’esame dell’atto consente di escludere la esistenza di una elezione di domicilio,. intesa quale individuazione del recapito di Castrignano del Capo quale luogo per la comunicazione di tutti gli atti relativi al successivo rapporto processuale;

pertanto, il ricorso va accolto, l’impugnata ordinanza va cassata essendo competente per territorio il Tribunale di Bologna;

le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e dichiara la competenza per territorio del Tribunale di Bologna e dispone la prosecuzione del giudizio con riassunzione nei termini di legge;

condanna i controricorrente al pagamento delle spese in favore della ricorrente, liquidandole in Euro 2.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.


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