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Non mantenere la moglie separata è reato?

6 giugno 2018


Non mantenere la moglie separata è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 giugno 2018



Alimenti all’ex: quando il mancato versamento dell’assegno di mantenimento comporta responsabilità penali.

Tra le soluzioni più drastiche nei confronti dell’ex coniuge che non versa l’assegno di mantenimento c’è sicuramente la carta della responsabilità penale. La denuncia e il rinvio a giudizio nei confronti di chi fa mancare i mezzi di sussistenza all’ex moglie e ai figli è sicuramente un mezzo più incisivo di qualsiasi altro procedimento civile e persino del pignoramento. Di contro, però, nel penale è necessario rispettare il cosiddetto «principio di colpevolezza» che richiede la sussistenza, dietro la condotta illecita, di un dolo (malafede) o di una colpa. Per cui, laddove non vi dovesse essere una di queste due ipotesi, non ci sarà neanche il reato. Non mantenere la moglie separata è reato, dunque? Non sempre. E in questo c’è una grossa differenza rispetto invece al mantenimento per i figli, per i quali la legge predispone una tutela – comprensibilmente – più forte. A fare il punto della questione è stata una sentenza pubblicata ieri dalla Cassazione [1]. 

La pronuncia è davvero di quelle da incorniciare perché spiega, in modo lineare e semplice, quando non versare il mantenimento è reato e quando invece è una condotta che può essere perdonata proprio alla luce dell’assenza di una effettiva colpevolezza. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa è stato spiegato in questa occasione.

Il reato di sottrazione agli obblighi di assistenza familiari

La legge punisce chi fa mancare i mezzi di sussistenza ai figli minorenni (anche adottivi) o al coniuge (salvo che quest’ultimo abbia subito il cosiddetto addebito).

La pena prevista è la reclusione fino ad un anno e la multa da 103 a 1032 euro.

Perché il reato nei confronti dell’ex moglie possa essere punito è necessario che quest’ultima sporga querela (si tratta infatti di un reato perseguibile solo dietro iniziativa di parte), ma quando è commesso a danno di minori diventa procedibile d’ufficio ed è quindi sufficiente la denuncia.

Sbaglia chi crede che questo reato sia unicamente collegato a una situazione di separazione; esso può scattare anche in altre circostanze come, ad esempio, nel caso del marito che va via di casa senza più farvi ritorno (abbandono del tetto coniugale). Tanto è vero che il reato sussiste anche se non c’è alcun provvedimento del giudice che impone al familiare di pagare un assegno di mantenimento (come normalmente succede all’esito di un giudizio di separazione o divorzio) poiché gli obblighi sanzionati derivano da inderogabili principi di solidarietà e da esigenze morali ricollegabili al concetto di famiglia che trova nella Costituzione la sua tutela primaria.

Condizioni per il reato

Il reato di sottrazione agli obblighi di assistenza familiari non scatta solo per il fatto di non aver versato il mantenimento fissato dal giudice o, in assenza di separazione, per aver fatto mancare a moglie e figli i mezzi di sopravvivenza. Sono necessari altri presupposti:

  1. la vittima deve trovarsi in stato di bisogno: si tratta di un presupposto di applicazione della norma (anche se non espressamente menzionato), cioè non deve possedere un proprio reddito e non deve essere in grado di mantenersi da solo. Ad esempio, il marito che lascia la moglie senza mantenimento, quando questa ha già un reddito più che adeguato per mantenere un tenore di vita decoroso non commette reato. Nei confronti dei figli, però, lo stato di bisogno si presume sempre ossia è automatico salvo prova contraria. Ciò perché si tratta di soggetti che non possono procurarsi un reddito proprio; chiaramente se i minori vivono con la madre che ha un tenore di vita agiato il reato non si configura;
  2. il responsabile deve avere la concreta capacità economica e fisica di fornire i mezzi di sussistenza. Affinché scatti il reato occorre, quindi, che l’obbligato sia in grado di fornire i mezzi di sussistenza dovuti. Se invece si trova nell’impossibilità assoluta e incolpevole di somministrare tali mezzi, il reato è escluso;
  3. la mancata assistenza deve avere l’effetto di far mancare totalmente o solo in parte i mezzi di sussistenza. Per «mezzi di sussistenza» si intende quanto attiene ai bisogni elementari dell’esistenza (vitto, abbigliamento, abitazione, medicinali, ecc.); le spese per l’istruzione dei figli; altri beni importanti per il beneficiario anche se relativi ad esigenze qualificabili come secondarie o complementari alla vita quotidiana.

Quando non mantenere l’ex moglie è reato

Alla luce di ciò, la Cassazione ha affermato che, per far scattare il reato di sottrazione agli obblighi di assistenza familiari è necessario verificare prima se dietro l’inadempimento dell’uomo c’è davvero una volontà di violare gli obblighi previsti dalla legge. Non è punibile pertanto chi non riesce a far fronte al pagamento a causa delle «precarie condizioni economiche». Tali circostanze «escludono la riconducibilità dell’inadempimento alla indicata volontà». Dunque, quando il mancato versamento dell’assegno di mantenimento alla moglie esprime una difficoltà di ordine economico alle cui conseguenze si sarebbe trovato esposto l’avente diritto anche in costanza di matrimonio non ci può essere alcuna condanna penale. Non è la prima volta che la Cassazione afferma questo principio: con precedenti analoghi, la Corte ha già stabilito che, per evitare il reato, il coniuge inadempiente deve provare l’assoluta incapacità a ottemperare agli obblighi materiali contenuti nella pronuncia di separazione come nel caso di perdita incolpevole del lavoro e protratto stato di disoccupazione nonostante i tentativi a cercare una nuova occupazione [2].

In generale la Cassazione esclude che il mancato pagamento dell’assegno comporti, in via automatica la commissione del reato: l’illecito penale sussiste solo se a seguito dell’inadempimento, il coniuge versi in stato di bisogno e si trovi privo di mezzi di sussistenza.

In sintesi, possiamo dire che non mantenere l’ex moglie è reato solo a patto che il coniuge:

  • non deve trovarsi in una condizione di assoluta incapacità economica per far fronte ai propri obblighi;
  • non deve versare l’assegno di mantenimento o lo versa in misura inferiore a quella stabilita e ciò non consente all’ex moglie di soddisfare le sue esigenze di vita primarie. Se invece il marito versa un assegno di importo inferiore a quello stabilito dal giudice, ma comunque sufficiente a soddisfare i bisogni primari dell’ex moglie, non c’è reato ma solo un inadempimento civilistico contro cui è possibile, tutt’al più, un pignoramento.

Quando non mantenere i figli è reato

Discorso diverso riguarda i figli per i quali c’è maggiore rigidità. Per la Cassazione la violazione degli obblighi di natura economica, a carico del genitore separato «riguarda unicamente l’inadempimento dell’obbligo di mantenimento in favore dei figli (minorenni e maggiorenni), dovendosi escludere l’inadempimento di analogo obbligo posto nei confronti del coniuge separato». La Cassazione precisa che lo stato di bisogno del minore è presunto, salvo i casi in cui egli abbia personali autonome risorse economiche o finanziarie sufficienti in grado di permettere a chi ne ha il contingente affidamento l’utilizzazione finalizzata all’autonomo sostentamento.

Anche in questo caso però non c’è reato se il padre si trova in uno stato di indigenza tale da non consentire neppure un adempimento parziale. Invece il genitore risponde dell’illecito penale se si limita a dichiarare una semplice difficoltà finanziaria senza però provare l’incapacità assoluta di adempiere all’obbligo di assistenza o se si si limita a dedurre il suo stato di disoccupazione senza comprovare la presenza di difficoltà economiche tali da tradursi in un vero e proprio stato di indigenza economica. Tanto per fare un esempio, l’uomo senza lavoro ma con una proprietà immobiliare è tenuto a vendere il bene per mantenere i figli; diversamente risponde del reato. Leggi anche Mantenimento figli: come evitare reato e condanna penale.

note

[1] Cass. sent. n. 25246/18 del 5.06.2018.

[2] Cass. sent. n. 52393/14 e 47139/2014.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 12 aprile – 4 giugno 2018, n. 24947

Presidente Fidelbo – Relatore Costantini

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’appello di Roma, in riforma della sentenza del Tribunale di Velletri del 17 gennaio 2013, previa riqualificazione della condotta del B. dall’originaria fattispecie di cui all’art. 570, comma primo, cod. pen. in quella di cui all’art. 3 L. n. 54/2006 poiché ometteva di provvedere al mantenimento della moglie separata C.M. (in Nettuno dal gennaio al marzo del 2009), ha rideterminato la pena in Euro 500 di multa.

2. Il B. ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe, deducendo i motivi di cui appresso.

2.1. Erronea applicazione dell’art. 3 l. 8 febbraio 2006, n. 54, in tal senso qualificata la condotta del B. che non ha provveduto al pagamento di tre mensilità in favore della moglie separata, in quanto la norma in esame è applicabile alla sola ipotesi dell’omesso pagamento in favore dei figli dei coniugi separati e non del coniuge.

Da tanto ne discenda l’insussistenza del reato per come contestato in quanto il fatto non è previsto dalla legge come reato.

2.2. Mancanza di motivazione in ordine ai motivi d’appello.

Avendo la Corte d’appello ritenuto sussistente la diversa fattispecie di cui all’art. 3 l. 8 febbraio 2006, n. 54, invece del contestato reato di cui all’art. 570 cod. pen., ha eluso i motivi d’appello in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo ed all’effettivo stato di bisogno del coniuge, sui quali avrebbe dovuto rispondere.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato e, a cagione dell’intervenuta prescrizione, la sentenza deve essere annullata senza rinvio, seppure, con riferimento alle statuizioni civili, è necessario annullare con rinvio limitatamente al distinto reato di cui all’art. 570, primo comma, cod. pen., di cui all’imputazione originaria, affinché il giudice civile competente provveda alla verifica circa la sua sussistenza.

2. Giurisprudenza costante di questa Corte, conformemente a quanto dedotto in sede di ricorso, ritiene che la mera inadempienza dell’obbligo imposto dal giudice civile, non sia idoneo ad integrare la fattispecie di cui all’art. 3 I. 8 febbraio 2006, n. 54.

2.1. In tema di reati contro la famiglia, infatti, la violazione degli obblighi di natura economica posti a carico del genitore separato, cui si applica la disposizione dell’art. 12-sexies legge 1 dicembre 1970, n. 898, stante il richiamo operato dalla previsione di cui all’art. 3 legge 8 febbraio 2006, n. 54 (recante disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli), riguarda unicamente l’inadempimento dell’obbligo di mantenimento in favore dei figli (minorenni e maggiorenni), dovendosi escludere l’inadempimento di analogo obbligo posto nei confronti del coniuge separato, cui è applicabile la tutela già predisposta dall’art. 570 cod. pen. (Sez. 6, n. 36263 del 22/09/2011, P.C. in proc. C., Rv. 250879).

2.2. Si è sempre ritenuto che la disposizione in esame, introdotta con la legge 8 febbraio 2006, n. 54 recante – testualmente – “disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli”, norma che genericamente e senza ulteriori specificazioni rinvia alla disciplina dell’art. 12 sexies, l. 1 dicembre 1970, n. 898, si intendesse riferita alle sole disposizioni economiche in materia di separazione inerenti i figli (minorenni o maggiorenni), unico ambito escluso in precedenza dalla tutela penale; significato attribuito alla norma in esame sia per il chiaro testo del titolo della legge ai soli profili connessi alla tutela della disgregazione familiare che vedesse la presenza di figli all’interno della coppia, sia perché tutte le disposizioni introdotte da tale legge disciplinano specificatamente itale aspetto, sia per l’esplicita intenzione del legislatore emergente dall’analisi dei lavori preparatori.

2.3. Da tanto consegue che il primo rilievo contenuto nei motivi di ricorso secondo cui ha errato la Corte distrettuale nel riqualificare la fattispecie contestata al ricorrente ex art. 3 legge 8 febbraio 2006, n. 54, è fondato, pur dovendosi dichiarare ex art. 129, cod. proc. pen. la prescrizione del reato nel frangente intervenuta dopo la decisione.

3. Egualmente fondato risulta anche il secondo motivo che, deducendo l’omessa pronuncia in ordine ai motivi dedotti in quella sede, superati dalla Corte distrettuale assumendosi sussistente una difforme qualificazione del reato originariamente contestato al ricorrente, non può ritenersi superato o assorbito dall’accoglimento del primo.

È, infatti, rimasta impregiudicata la questione collegata alla valutazione circa la sussistenza dei fatti a carico dell’imputato, rendendosi necessaria, in presenza della costituita parte civile, la verifica in ordine al “se” quanto posto in essere dal ricorrente integri o meno la fattispecie di cui all’art. 570, comma primo, cod. pen., questione che, attraverso la diversa qualificazione effettuata in appello, non ha ricevuto risposta, tanto anche al fine di valutare i profili connessi alle statuizioni civili conseguenti al reato a mente dell’art. 185 cod. pen..

3.1. Come anticipato, l’inadempimento all’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato integra l’art. 570 c.p., comma primo, cod. pen. (Sez. 6, n. 36263 del 22/09/2011 cit.), allorché sussista una volontà inadempiente quale negazione del vincolo di assistenza ancora parzialmente in essere, tale da porsi in contrasto con l’ordine e la morale della famiglia.

Da tale caratterizzazione, assente in ipotesi di divorzio ex art. 12 sexies cit., consegue la necessaria maggiore accuratezza della verifica circa le cause dell’inadempimento, non essendo esportabili, per i non sovrapponibili profili, i criteri interpretativi dell’art. 570 c.p., comma secondo, cod. pen..

3.2. Formulata, quindi, l’imputazione ed emessa condanna in primo grado a carico del ricorrente a mente dell’art. 570 cod. pen. a cui era stato contestato di aver serbato una condotta contraria all’ordine ed alla morale della famiglia, sottraendosi agli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge, in quanto non aveva provveduto al mantenimento della moglie separata conformemente a quanto deciso dall’autorità giudiziaria, era necessaria la verifica, come anche dedotto nei motivi di gravame, in ordine alla sussistenza dello stato di bisogno (essendo state evidenziate cospicue possidenze immobiliare della ex moglie), con conseguente necessità di verificare compiutamente se la mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato fosse dovuta alla volontà di disconoscere i vincoli di assistenza materiale e morale, e non, invece, riconducibile alle precarie condizioni economiche dell’obbligato (Sez. 6, n. 52393 del 26/11/2014, S., Rv. 261593).

3.3. Da tanto consegue, in assenza di disposizioni penali da adottarsi conformemente alla dichiarata prescrizione, che tale verifica venga effettuata dal giudice civile competente in grado d’appello.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il reato è estinto per prescrizione.

Annulla la medesima sentenza agli effetti civili e rinvia per nuovo giudizio al giudice civile competente per valore in grado di appello.


Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 3 maggio – 5 giugno 2018, n. 25246

Presidente Di Stefano – Relatore Scalia

Ritenuto in fatto

Il Tribunale di Palermo con sentenza del 27 aprile 2015, assolto l’imputato, T.M. , con la formula perché il fatto non sussiste dal reato di cui all’art. 570, secondo comma, n. 2 cod. pen. al primo ascritto al capo b) della rubrica, per aver egli fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori di età, ha nel resto condannato il prevenuto per le residue imputazioni di violazione degli obblighi di assistenza familiari, di ingiuria e diffamazione ai danni della moglie.

2. La Corte di appello di Palermo con sentenza del 15 marzo 2017, in parziale riforma di quella di primo grado, ha assolto l’imputato dai reati di ingiuria e diffamazione e confermato nel resto il giudizio di penale responsabilità, rideterminando la pena inflitta in un mese di reclusione per l’imputazione di cui all’art. 570, primo comma, cod. pen., contestata al capo a) della rubrica, per avere il prevenuto violato gli obblighi di assistenza relativi alla qualità di coniuge, omettendo di versare alla moglie l’assegno mensile stabilito dal presidente del tribunale di Palermo con ordinanza del 27 gennaio 2012.

Sono state ridotte, nel loro ammontare, le statuizioni civili.

3. Ricorre avverso l’indicata sentenza, nell’interesse dell’imputato, il difensore di fiducia con cinque motivi di annullamento.

4. Per i primi tre motivi si fa valere l’inosservanza della norma penale quanto all’elemento oggettivo e soggettivo della fattispecie di cui all’art. 570, primo comma, cod. pen.

La Corte di appello non avrebbe valutato che al momento della querela, sporta dalla persona offesa e quindi alla data del 27 dicembre 2011, il T. aveva adempiuto agli obblighi economici sullo stesso gravanti, per le sue limitate risorse economiche, in difetto, a quella data, di provvedimenti giurisdizionali che gli imponessero il versamento dell’assegno in favore del coniuge.

Alla presentazione della querela non sarebbe stato compiuto alcun reato e l’adempimento economico fissato solo successivamente in sede di giudizio di separazione con ordinanza presidenziale sarebbe stato revocato dal tribunale civile con la sentenza di separazione personale tra coniugi, nell’apprezzata insussistenza dei presupposti legittimanti il contributo.

L’imputato, addetto in modo discontinuo all’erogazione di carburante presso un distributore, sarebbe stato nell’impossibilità materiale di adempiere all’onere fissato, atteso che tutte le risorse economiche sarebbero state da lui destinate alla famiglia e che la persona offesa, pienamente capace di lavorare, si sarebbe unilateralmente sottratta ad ogni impegno in tal senso, come emerso in sede di giudizio civile.

Nella obiettiva impossibilità del T. di far fronte agli obblighi, sarebbe risultata non integrata la volontà dell’imputato di far mancare i mezzi di sussistenza alla famiglia.

5. Con il quarto ed il quinto motivo si fa valere l’erroneità in cui sarebbero incorsi i giudici dell’impugnata sentenza, obliterando la non abitualità della condotta e l’incensuratezza del prevenuto nel denegare l’applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 131-bis cod. pen.

La Corte territoriale avrebbe mancato di dichiarare la prescrizione maturata a far data dalla presentazione della querela del 27 dicembre 2011, nella natura istantanea e ad effetti permanenti del contestato reato.

Ritenuto in diritto

1. La sentenza impugnata va annullata con rinvio alla Corte di appello di Palermo che viene chiamata a dare applicazione ai principii di seguito indicati.

2. Il reato di cui all’art. 570, primo comma, cod. pen. resta integrato là dove vi sia una violazione dei doveri di assistenza materiale e morale verso il coniuge previsti e disciplinati dal codice civile e destinati a valere anche in caso di separazione.

In caso di separazione personale tra coniugi si assiste infatti ad un mero allentamento del vincolo che lascia permanere, tra gli altri, l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale di cui all’art. 143 cod. civ. sempre che la mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento sia il segno della volontà del soggetto obbligato di disconoscere di quei doveri la portata e non delle sue precarie condizioni economiche che, in quanto destinate ad operare anche in costanza di matrimonio, per ciò stesso escludono la riconducibilità dell’inadempimento alla indicata volontà (Sez. 6, n. 52393 del 26/11/2014, S., Rv. 261593; Sez. 6, n. 47139 del 04/11/2014, I., Rv. 261015).

2.1. Ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 570, primo comma, cod. pen. non è quindi sufficiente che il coniuge serbi una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, ma occorre che dall’indicata modalità derivi quale conseguenza la violazione degli obblighi di assistenza inerenti alla sua qualità, profilo, quest’ultimo, integrato dalla volontà dell’agente di mancare all’osservanza di quegli obblighi.

2.2. Il giudice del merito nel caso in cui sia contestato il reato di cui all’art. 570, primo comma, cod. pen. non deve scrutinare l’esistenza di uno stato di bisogno in capo all’avente diritto e, con corrispettività, di una situazione di impossidenza dell’altro coniuge, ma è chiamato ad accertare se l’inadempimento al mantenimento fissato dal giudice della separazione personale, nella vagliata capacità di reddito dei coniugi (art. 156 cod. civ.), come già a quello a cui ciascun coniuge è tenuto nei confronti dell’altro in costanza di matrimonio, risponda alla volontà del soggetto di violare gli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge o non esprima, piuttosto, una difficoltà di ordine economico alle cui conseguenze si sarebbe trovato esposto l’avente diritto anche in costanza di matrimonio.

2.3. Fermi gli indicati principi, poiché l’assegno riconosciuto in favore del coniuge separato ha la funzione di mantenimento dello stesso tenore della vita coniugale, nell’ipotesi in cui siffatto assegno venga revocato dal giudice civile, l’evidenza, di fatto, deve entrare nell’accertamento cui è chiamato il giudice del merito per verificare se l’obbligato non abbia sofferto variazioni di reddito tali da poter incidere sull’indicato tenore di vita o se il coniuge beneficiario del mantenimento non abbia, sua volta, registrato modifiche in melius del proprio reddito.

2.4. La revoca dell’assegno di mantenimento incide sulla condizione patrimoniale dei coniugi o ne è il portato e quindi rileva ai fini dell’esistenza stessa dell’obbligo di reciproca contribuzione con esclusione dell’antigiuridicità dell’atto e merita come tale valutazione prima ancora che venga in valutazione per detto inadempimento una mancata considerazione dei doveri discendenti dal vincolo matrimoniale.

3. Nel resto l’inosservanza dell’ordinanza presidenziale del 27 gennaio 2012 non vale a rendere penalmente rilevante una condotta integrata solo successivamente all’epoca della sporta querela, e quindi al 27 dicembre 2011, entrando a far parte l’indicato inadempimento in prosecuzione ed aggravamento di condotte permanenti già denunciate all’epoca della sporta querela.

5. La sentenza impugnata va quindi annullata con rinvio alla Corte di appello di Palermo perché in applicazione degli indicati principi provveda, nell’esercizio della discrezionalità che le è propria, a nuovo giudizio.

6. Ogni altra questione resta assorbita nella rilevata sua incapacità di definire diversamente, ed allo stato, il giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di appello di Palermo.

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