Diritto e Fisco | Editoriale

Raccomandazione al lavoro: cosa si rischia?

6 giugno 2018


Raccomandazione al lavoro: cosa si rischia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 giugno 2018



Assunzione o promozione: chiedere una raccomandazione non è reato se si tratta di una semplice preghiera, anche se il posto riguarda una pubblica amministrazione. 

Si sente spesso parlare di assunzioni o promozioni fatte in favore di raccomandati. Ma farsi raccomandare è legale oppure vietato? E chi assume un raccomandato è libero di farlo e di scegliere chi vuole, anche se meno capace rispetto agli altri candidati, oppure può essere denunciato? L’argomento trae spesso in inganno, un po’ per via del naturale (e comprensibile) pregiudizio, un po’ perché si ignora la legge. In un paese come l’Italia, non potevano mancare proprio le sentenze che parlano di raccomandati al lavoro e come comportarsi quando il classico “figlio di papà” salta la fila. Potrà ad esempio sorprendere scoprire che chi paga per avere una “buona parola” e poi non viene soddisfatto non può pretendere la restituzione dei soldi. Urgono quindi chiarimenti: in caso di raccomandazione al lavoro, cosa si rischia? Cercheremo di spiegarlo qui di seguito.

Raccomandazione al lavoro privato

La raccomandazione è vietata solo nei posti pubblici e non in quelli privati. Nel comparto privato, difatti, il datore di lavoro è libero di assumere e promuovere i dipendenti sulla base delle proprie scelte, senza dover dar conto a nessuno. Ciò che però non può fare è pregiudicare i diritti degli altri lavoratori. Ad esempio, non per promuovere una persona si può trasferire o peggio licenziarne un’altra. I motivi di trasferimento in altra sede devono sempre trovare, in comprovate esigenze della produzione, la loro giustificazione. In assenza di ciò, il trasferimento deve ritenersi discriminatorio e quindi illegittimo. Occhio però: chi non si presenta al lavoro solo perché ritiene di essere stato trattato in modo ingiusto può essere licenziato. Difatti, per disobbedire a un ordine del datore di lavoro si deve prima ottenere un provvedimento del giudice che lo annulli. Il che significa avviare una causa contro l’azienda. Solo quando l’ordine è abnorme e lesivo dei diritti fondamentali del lavoratore questi si può opporre prima ancora del provvedimento del tribunale (si pensi al capo che impone il trasferimento a un lavoratore con una grave malattia e già titolare della legge 104; o che chiede a un funzionario di pulire i bagni).

Pagare per ottenere una raccomandazione in un posto di lavoro privato non costituisce un reato; tuttavia l’accordo va considerato contrario al buon costume. Con la conseguenza che, in caso di inadempimento – ossia di mancata assunzione – chi ha dato il denaro non può più chiederlo indietro. A detta della Cassazione [1], la raccomandazione per un posto di lavoro è un patto turpe anche se nessuna norma del codice penale lo vieta. La sanzione quindi è limitata a un profilo civilistico e consiste nella nullità del contratto. Stringere un patto contrario al buon costume ha lo svantaggio di non avere tutele se la prestazione non viene eseguita. Detto in parole povere, se paghi per avere una raccomandazione e poi la raccomandazione non viene data o non sortisce effetti non puoi ottenere indietro i tuoi soldi.

Raccomandazione al lavoro pubblico

Opposto è il discorso quando la raccomandazione viene fornita per un posto pubblico o per una promozione. Ma anche qui non mancano le sorprese. Vediamo qual è la disciplina.

Al pubblico impiego, così come per gli avanzamenti di carriera nella P.A., si può accedere solo mediante concorso. Se si assume in assenza di un bando o se, nonostante il bando, si eseguono “manovre artificiose” pur di far passare il raccomandato di turno, si commette reato. Ma chi è responsabile del reato? Il privato che chiede la raccomandazione (ad esempio il padre che si rivolge al direttore di un’amministrazione per chiedergli di assumere il figlio) oppure il pubblico ufficiale che accetta l’invito rivoltogli e raccomanda il privato? A riguardo c’è una sentenza della Cassazione [2] che potrebbe lasciarti di stucco. Secondo la Cassazione, la raccomandazione è legittima quando non si sostanzia in comportamenti coattivi, in minacce o in latenti insinuazioni nei confronti del pubblico ufficiale, ma lascia quest’ultimo libero di aderire o meno all’invito. Ad esempio, rivolgersi al sindaco di un paese e pregarlo di trovare un posto nei vigili urbani non è illegale; ma far presente che, in caso di mancata assunzione, non gli si darà più il voto o lo si accuserà pubblicamente di una serie di illeciti può integrare profili penali.

Lo stesso dicasi se la raccomandazione proviene da un pubblico ufficiale nei confronti di un altro dipendente pubblico o di un privato: la richiesta di raccomandazione diventa abuso d’ufficio solo se ci sono comportamenti positivi o coattivi che incidono sull’operato altrui.

Per configurare un reato, la raccomandazione deve consistere nell’esercizio del potere pubblico per scopi diversi da quelli che gli sono propri; per cui se non c’è esercizio del potere (come nel caso della semplice richiesta di raccomandazione, senza alcuna minaccia o controprestazione) non siamo nell’ambito del penale e quindi non c’è abuso d’ufficio.

Sicuramente, però, il reato si configura nel momento in cui, dopo la promessa, conseguono i fatti. Chi assume una persona in un pubblico ufficio non rispettando le regole imposte dalla Costituzione, ossia l’obbligo del concorso, non si salva dalla condanna penale.

Quando la raccomandazione è reato?

Secondo una recente sentenza della Cassazione [3], commette concussione il sindaco che costringe ad assumere un raccomandato presso un ente pubblico o qualsiasi altra amministrazione. Il reato di concussione [4] punisce qualsiasi pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che, abusando della propria qualità o dei poteri che gli sono attribuiti dalla legge, costringe un’altra persona a dare o a promettere indebitamente, a lui o a terzi, denaro o altre utilità. La sanzione è la reclusione da 6 a 12 anni.

Il reato di concussione è caratterizzato da un abuso del pubblico agente che agisce con violenza o minaccia, esplicita o implicita, di cagionare un danno illegittimo al soggetto costretto, limitandolo nella propria libertà di determinazione. Ad esempio: «Se non assumi Giovanni poi dovrai fare i conti con me». Il destinatario viene quindi posto di fronte all’alternativa tra il subire un danno o evitarlo adempiendo al comando.

La concussione si distingue dal più lieve reato di induzione indebita [5]: in questo secondo caso il pubblico ufficiale non minaccia un danno in caso di mancata esecuzione del suo comando ma opera solo una  persuasione, una pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di autodeterminazione del destinatario (quest’ultimo, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce con l’obbedire alla richiesta in quanto motivato dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale).

note

[1] Cass. ord. n. 8169/18 del 3.04.2018.

[2] Cass. sent. n. 32035/2014.

[3] Cass. sent. n. 15792/2018.

[4] Art. 317 cod. pen. per come modificato dalla legge n. 190/2012.

[5] Art. 319 quarter cod. pen.

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Sentenza 20 marzo – 10 aprile 2018, n. 15792

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GALLO Domenico Presidente – del 20/03/2018 – Dott. DI PAOLA Sergio – Consigliere –

Dott. MESSINI D’AGOSTINI Piero – Consigliere – Dott. DE SANTIS A.M. – rel. Consigliere –

Dott. PELLEGRINO Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

B.U., n. a (OMISSIS);

avverso la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catanzaro in data 5/10/2016; – visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;

– Udita nell’udienza pubblica del 20/3/2018 la relazione fatta dal Consigliere Dott. Anna Maria

De Santis;

Udita la requisitoria del Sostituto Procuratore Generale, Dott. MARINELLI Felicetta, che ha

concluso per l’annullamento con rinvio alla Corte d’Appello di Salerno;

Udito il difensore della p.c. Avv. Gianluca Garritano che ha depositato conclusioni scritte e nota

spese;

Udito il difensore dell’imputato Avv. Francesco D’Alessandro che si è riportato ai motivi,

chiedendone l’accoglimento.

Svolgimento del processo

1.Con sentenza n. 27392/16 resa in data 19/5/2016 la Corte di Cassazione, Sezione Sesta

Penale, annullava la decisione della Corte d’Appello di Catanzaro del 15/9/2015 che aveva

confermato il giudizio di penale responsabilità del ricorrente in ordine al delitto di concussione

continuata ascrittogli al capo A) della rubrica per aver costretto, nella qualità di sindaco del

Comune di (OMISSIS), D.B.I., amministratore unico della società che gestiva la casa di riposo

G.V., ad assumere alle dipendenze della compagine F.A. quale custode e D.L.S. quale

assistente sociale, minacciando in caso contrario di estrometterlo dalla gestione della struttura

e di ritardare l’emissione dei mandati di pagamento per spettanze già maturate.

La pronunzia rescindente rilevava che dalla sentenza impugnata non emergeva con chiarezza

se le manifestazioni minacciose nei confronti della p.o. fossero temporalmente collocabili nel

corso della campagna elettorale per le elezioni amministrative comunali,quando il ricorrente

non aveva ancora assunto alcuna carica istituzionale, o nel periodo successivo alla sua

elezione; evidenziava, inoltre, che la Corte territoriale aveva omesso di precisare tempi, forme

e note modali della condotta concussiva all’interno di una congrua ed esaustiva ricostruzione

di tale decisiva fase e non aveva sottoposto a vaglio la censura in ordine all’invocata

applicabilità della meno grave fattispecie di cui all’art. 319 quater c.p..

La Corte d’Appello di Catanzaro, giudicando in sede di rinvio, ha confermato il giudizio di

penale responsabilità del B. per il delitto di concussione, determinando la pena in concorso di

attenuanti generiche – già riconosciute in primo grado- in anni due mesi otto di reclusione.

2. Ha proposto ricorso per Cassazione l’imputato a mezzo del difensore, deducendo:

2.1 la violazione di legge e il vizio della motivazione in relazione all’art. 192 c.p.p. laddove è

stata riconosciuta l’attendibilità del narrato della p.o. senza considerare in alcun modo gli

elementi di prova (diretta e indiretta) in insanabile contrasto con la ricostruzione dei fatti

ritenuta in sentenza in relazione al capo A). Secondo il ricorrente, la Corte territoriale è incorsa

in errori valutativi che si traducono in cattivo governo delle norme giuridiche in tema di

apprezzamento della prova con riguardo ad entrambi i profili oggetto d’annullamento. In

dettaglio, la difesa ritiene che la sentenza impugnata sia fondata su un apprezzamento

parziale e scorretto delle prove acquisite, avendo trascurato le deduzioni difensive esposte nei

motivi d’appello, in parte recepite dalla sentenza annullata con la quale il giudice del rinvio non

ha ritenuto di doversi confrontare. Infatti, ha ritenuto l’esistenza di plurimi elementi che

consentono di collocare temporalmente le minacce rivolte dal B. al D.B. in epoca successiva

all’assunzione della qualità di sindaco sebbene la p.o. non sia stata in grado di indicare anche

una sola condotta di minaccia successiva all’insediamento mentre quelle asseritamente

formulate nel corso della campagna elettorale non sono idonee ad integrare la fattispecie di

concussione per difetto della qualifica pubblicistica dell’agente. E’ stato lo stesso D.B. a riferire

con riguardo all’assunzione del F. che l’imputato si limitò ad una telefonata con la quale gli

comunicava che il giovane l’aveva cercato senza riuscire a mettersi in contatto con lui mentre

la D.L. si presentò presso la casa di riposo spendendo il nome del sindaco, senza alcun diretto

intervento del medesimo. Le uniche minacce riferite dalla p.o. risultano temporalmente

collocate nel periodo precedente le elezioni del 2007 e appaiono finalizzate prima ancora che

procacciare assunzioni presso la Socagen ad ottenere il consenso elettorale del D.B..

Inoltre, secondo la prospettazione difensiva la sentenza impugnata ha operato un’indebita

sovrapposizione tra richieste di assunzione e minacce a carattere costrittivo, reiteratamente

confondendo i due profili e ritenendo con un evidente salto logico che dalle minacce formulate

in sede di campagna elettorale possano discendere, quasi come necessaria conseguenza,

analoghe condotte del medesimo tenore anche in epoca successiva. Incongrui risulterebbero

al fine della collocazione temporale delle pretese minacce i riferimenti alle circostanze riferite

alla p.o. dallo S. come pure il fatto che il F. e la D.L. si siano presentati al D.B. asserendo di

essere stati mandati dal Sindaco. Ancor più fragile risulterebbe l’argomento speso dalla Corte

d’Appello in ordine alla maggior credibilità della tesi che vuole la denunzia non frutto di un

intento ritorsivo per l’annunciata intenzione dell’amministrazione comunale di non rinnovare la

concessione alla Socagen ma il portato delle continue intromissioni dell’imputato nella gestione

dell’attività, nonostante le difformi emergenze processuali che la Corte ha incongruamente

svalutato.

Analogamente la sentenza impugnata ha errato nella valutazione della credibilità del

dichiarante con riguardo all’asserita mancanza di puntualità nei pagamenti da parte del

Comune dal momento che le dichiarazioni della p.o. sul punto risultano smentite dai

documenti acquisiti al fascicolo e dall’esito della causa civile che ha rigettato l’azione della

Socagen nei confronti dell’amministrazione comunale, accogliendo la domanda riconvenzionale

della stessa.

Il D.B. risulta ugualmente scarsamente credibile nella ricostruzione della vicenda concernente

l’assunzione del F. (il quale, peraltro, ha sempre negato qualsiasi interessamento dell’imputato

per favorirla) dal momento che alla scadenza del contratto a tempo determinato,

pretesamente stipulato per effetto dell’intervento coercitivo del prevenuto, il D.B. rinnovò il

contratto trasformandolo a tempo indeterminato. Dette circostanze non sono state valutate

dalla Corte territoriale che ha parimenti trascurato la difforme versione dell’incontro presso

l’Hotel (OMISSIS) offerta dal teste P. mentre sono prive di attitudine a riscontrare le

propalazioni delle p.o. le dichiarazioni dei testi R. e Br.. L’arbitraria selezione delle evidenze

disponibili e la mancata scrupolosa verifica della credibilità delle prove dichiarative integrano

ad avviso della difesa un grave vizio motivazionale rilevante sotto i profili dell’erroneità, della

parziale mancanza e della illogicità dell’apparato giustificativo;

2.2 la violazione di legge e il vizio della motivazione in relazione alla ritenuta responsabilità

dell’imputato per il delitto di concussione invece che di induzione indebita. Il ricorrente

lamenta che la Corte d’Appello ha confermato la sussunzione del fatto nel paradigma dell’art.

317 c.p. sulla base di una rappresentazione dei fatti smentita dalle acquisizioni probatorie dal

momento che l’asserita minaccia di ostacolare i pagamenti alla Socagen avrebbe avuto ad

oggetto somme che il D.B. richiedeva al Comune ma non gli erano dovute, come accertato in

sede dibattimentale e nel contenzioso civile tra le parti, circostanze che la Corte ha omesso di

valutare e che inducono a ritenere che – in considerazione delle innumerevoli inadempienze

della società- l’accondiscendenza del D.B. alle richieste di assunzioni debba inquadrarsi in

un’ottica di specifico tornaconto personale volto ad evitare che il Comune iniziasse a

contestare il puntuale adempimento delle obbligazioni contrattuali e a rifiutare i pagamenti.

Motivi della decisione

3. Il primo motivo non merita accoglimento siccome infondato. Devesi in via di premessa

evidenziare che la pronunzia rescindente ha delimitato l’ambito del rinvio alla ricostruzione e collocazione temporale delle condotte minacciose e alla necessità di scandagliare l’eventuale

applicabilità della diversa fattispecie di cui all’art. 319quater c.p.. Siffatta precisa

perimetrazione palesa l’inammissibilità delle censure che concernono l’attendibilità della p.o.,

trattandosi di profilo non censurato nè imprescindibilmente connesso all’accertamento

demandato alla Corte territoriale, che anzi presuppone l’affidabilità del narrato della p.c.,

imponendone la rivalutazione all’esclusivo fine del corretto inquadramento giuridico.

E’ insegnamento pacifico della giurisprudenza di legittimità che anche nel giudizio penale il

giudicato può avere una formazione non simultanea, bensì progressiva quando una sentenza

di annullamento parziale riguardi solo alcuni degli imputati ovvero alcune delle imputazioni

ovvero quando detta pronuncia abbia ad oggetto una o più statuizioni relative ad un solo

imputato e ad un solo capo di imputazione, perchè anche in tal caso il giudizio si esaurisce in

relazione a tutte le disposizioni non annullate (Sez. U. n. 20 del 09/10/1996, Vitale, Rv.

206170).

Se, pertanto, la libertà del giudice di rinvio è completa quando la precedente sentenza di

merito sia stata totalmente messa nel nulla dalla pronuncia della Cassazione, è invece

condizionata quando l’annullamento sia stato parziale, mantenendo pieno effetto ad alcune

statuizioni giacchè in tal caso la sentenza del giudice di rinvio si integra con quelle parti

dell’originaria sentenza che risolvevano questioni di fatto o di diritto che la Corte di Cassazione

ha ritenuto esattamente risolte dal giudice di merito. La libertà di indagine del giudice di rinvio

non può, dunque, che essere interpretata nel senso che tale libertà deve ritenersi piena nei

soli ambiti che non coinvolgono questioni ormai precluse a seguito delle pronunce già

effettuate e ritenute intangibili dalla Corte di Legittimità.

Questa Corte ha, inoltre, precisato che l’art. 624 c.p.p. con l’espressione “parti della sentenza”,

che diventano irrevocabili a seguito del giudizio della Corte di Cassazione di parziale

annullamento con rinvio, ha inteso fare riferimento a qualsiasi statuizione avente

un’autonomia giuridico-concettuale, e, quindi, non solo alle decisioni che concludono il giudizio

in relazione ad un determinato capo di imputazione, ma anche a quelle che, nell’ambito di una

stessa contestazione, individuano aspetti non più suscettibili di riesame, acquistando, anche in

relazione a questi ultimi, la decisione adottata autorità di cosa giudicata (Sez. 1, n. 11041 del

05/10/1995, Barbieri, Rv. 202860). Nel caso di specie, il rinnovato apprezzamento della prova

dichiarativa in conformità alla decisione di primo grado ha un valore meramente ricognitivo e

non è suscettibile di censura alla luce dell’art. 628 c.p.p., comma 2.

4. La Corte territoriale è pervenuta alla conferma del giudizio di penale responsabilità del

ricorrente in esito ad un ampio scrutinio delle circostanze di fatto acquisite in sede

dibattimentale, ritenendo che le minacce a valenza costrittiva poste in essere nei confronti del

D.B. siano iniziate già nel corso della campagna elettorale e proseguite dopo l’elezione a

Sindaco del prevenuto nel maggio 2007, culminando nella diretta presentazione del F. e della

D.L. al D.B. ” a nome del Sindaco” per l’assunzione. La tesi di un’insanabile cesura tra le

condotte minatorie attuate dal B. nei confronti del D.B. in epoca antecedente la rielezione e

l’assunzione dei due lavoratori non è condivisibile alla luce della complessiva ricostruzione della

vicenda operata dalle conformi sentenze di merito. Invero, risulta pacificamente accertato che

il B., già Sindaco dell’omonimo Comune dal giugno 2006 al febbraio 2007 e rieletto a seguito

dello scioglimento del consesso e dell’indizione di nuove elezioni amministrative, nutriva

ragioni di risentimento nei confronti della p.o., responsabile della gestione della Casa di Riposo

(OMISSIS), per motivi politici, non avendo il D.B. appoggiato la sua candidatura già nel 2006,

esponendosi ad iniziative latamente ritorsive, avendo in tal senso la parte civile interpretato gli

stretti controlli amministrativi cui la struttura veniva assoggettata e i ritardi nella

corresponsione dei pagamenti per i servizi prestati. Nel corso della campagna elettorale per il

rinnovo dell’amministrazione a seguito del commissariamento, il sindaco uscente B.,

nuovamente candidato,in almeno due occasioni incontrava, grazie all’intermediazione di

conoscenti, il D.B. sollecitandone l’appoggio politico, pretendendo l’assunzione presso la

struttura di soggetti da lui segnalati e paventando in caso contrario gravi ricadute sulla

gestione della Casa di Riposo. Per tal via conseguiva il consenso del D.B. ad appoggiarlo nella

nuova tornata elettorale e a farsi carico delle segnalazioni di lavoratori da assumere.

4.1 Deve innanzitutto rilevarsi come la ricostruzione dei fatti accreditata dalle sentenze di

merito evidenzi l’assenza di soluzioni di continuità nell’azione del prevenuto tra il primo e il

secondo mandato sicchè il primo giudice segnalava che “la condotta del B. è costantemente

connotata dall’abuso delle qualità e dei poteri connessi alla carica, anche nel breve periodo in

cui giuridicamente non li esercitava”. Alla luce di detto rilievo deve osservarsi che le condotte

poste in essere dal B. nel corso della campagna elettorale del 2007 non erano attribuibili ad un

privato cittadino candidato ad una carica amministrativa sibbene ad un amministratore che a

distanza di poche settimane dallo scioglimento del consiglio comunale si ricandidava alla

massima carica, spendendo nelle sue relazioni con gli oppositori politici qualifiche e poteri che

più non gli competevano ma che erano di fatto esercitati dal momento che nel corso

dell’incontro con il D.B. presso l’Hotel (OMISSIS), intermediato da P.T., egli non esitava a

telefonare alla funzionaria Be.Ag. per sollecitare alcuni pagamenti a favore della Casa di

Riposo.

Non è, dunque, fuor di luogo il richiamo al disposto dell’art. 360 c.p., in base al quale, se la

qualità di pubblico ufficiale è elemento costitutivo di un reato, l’esistenza di questo non è

esclusa dalla cessazione di tale qualità al momento del fatto, disposizione che pone un

principio di carattere generale, da applicarsi in ogni ipotesi in cui sia ravvisabile un rapporto

funzionale tra la – pur cessata – qualità di pubblico ufficiale e la commissione del reato.

La pronunzia rescindente ha al riguardo segnalato che la norma in esame stabilisce un

peculiare criterio di collegamento tra la specificità del bene giuridico tutelato dalle relative

fattispecie incriminatrici e la concreta capacità offensiva di una condotta la cui realizzazione è

in concreto resa possibile dalla natura dell’attività precedentemente esercitata, precisando che

l’ultrattività della qualifica personale si basa su un collegamento di natura funzionale con il

fatto che il legislatore ha in via eccezionale considerato rilevante ma la tassatività della relativa

sequenza temporale impone pur sempre di ritenere che il fatto deve seguire la perdita della

qualità, non precederne l’assunzione. Nella specie, in guisa del tutto peculiare le più evidenti

condotte costrittive risultano intercluse da segmenti temporali che vedono il ricorrente

ricoprire la qualifica di P.u. e anche nel periodo della campagna elettorale del 2007 la condotta

del prevenuto recava l’impronta della carica solo formalmente cessata.

4.2 Ma anche a voler diversamente opinare deve rilevarsi che le minacce profferite nei

confronti del D.B., aventi ad oggetto il preannunziato intralcio nella gestione della casa di

riposo e il ritardo nei pagamenti dovuti, erano dotate di un’efficienza causale destinata a

protrarsi nel tempo, non esaurendo la loro carica intimidatoria al momento della loro

formulazione. La prospettazione di un comportamento emulativo teso ad ostacolare la

gestione dell’attività imprenditoriale della p.c. era, infatti, destinata ad attualizzarsi con la

rielezione del B. e con la richiesta di dar corso alle assunzioni di soggetti dal medesimo

raccomandati.

La giurisprudenza di legittimità ha precisato che la promessa di denaro o di altra utilità è

sufficiente per la consumazione del reato di concussione solo quando il fatto costrittivo sia

unico e relativo ad uno specifico atto e non quando la forza intimidatrice del pubblico ufficiale

tenda non solo ad operare in relazione ad un primo atto, ma anche nel futuro in riferimento ad

una pluralità di atti e di comportamenti fortemente dilazionati nel tempo. In tal caso

l’originaria promessa di future utilità costituisce soltanto una generica adesione ad una

proposta che, per essere operante, ha bisogno del realizzarsi di successive condizioni tra cui la

sussistenza attuale del potere del pubblico ufficiale (Sez. 6, n. 11204 del 10/06/1989, Teardo,

Rv. 181951; n. 2142 del 26/09/2007, Marino e altri, Rv. 238836).

Il condivisibile principio desumibile dalle pronunzie richiamate in ordine ad un fatto costrittivo

che proiettandosi nel futuro riproduca il metus e lo attualizzi in relazione ai singoli episodi di

indebita dazione trova conforto sistematico nell’affermazione secondo cui il delitto di

concussione si perfeziona alternativamente con la promessa o con la dazione indebita per

effetto dell’attività di costrizione o di induzione del pubblico ufficiale o dell’incaricato di

pubblico servizio, sicchè, se tali atti si susseguono, il momento consumativo si cristallizza

nell’ultimo, venendo così a perdere di autonomia l’atto anteriore della promessa e

concretizzandosi l’attività illecita con l’effettiva dazione, secondo un fenomeno assimilabile al

reato progressivo (Sez. 6, n. 45468 del 03/11/2015, Macrì e altro, Rv. 265453).

4.3 Nella specie, pertanto, anche a voler ritenere, secondo gli assunti difensivi, che la carica

minatoria espressa dal ricorrente nei confronti del D.B. si sia limitata alla fase della campagna

elettorale senza rinnovate esplicite manifestazioni in epoca successiva, non è revocabile in

dubbio che la concreta attivazione del sinallagma illecito, che subordinava la garanzia dei

pagamenti e la tranquillità della gestione della casa di riposo all’assunzione dei soggetti

segnalati dal sindaco, è avvenuta solo a seguito della rielezione del B. e faceva leva sulla

concreta, sia pure implicita, rievocazione e attualizzazione della minaccia e sulla conseguente

coartazione della volontà del privato. Che alcuna cesura sia ravvisabile nella condotta del

prevenuto sotto il profilo dell’abuso costrittivo emerge con evidenza dalla ricostruzione

dell’episodio dell’assunzione del F. effettuato dalla p.o. e convalidato dalle dichiarazioni del R.,

giacchè l’omonimo assessore che accompagnò il giovane presso l’abitazione del D.B. si limitò

ad asserire “questa è la persona”, ottenendo dall’interlocutore l’invito a recarsi presso la Casa

di Riposo il giorno successivo per l’assunzione. E nello stesso senso depone la telefonata del B.

al D.B. intesa a rappresentargli che il F. lo aveva cercato senza trovarlo, telefonata che nella

sua apparente asetticità dimostrava il personale interesse del Sindaco all’assunzione e rendeva

concreta ed attuale l’alternativa di ritorsioni in danno della società in caso di diniego.

Pertanto, come correttamente ritenuto dalla Corte territoriale le minacce e le richieste di

assunzioni sono progressive espressioni della condotta abusiva, caratterizzate dalla perdurante

costrizione della libera determinazione del privato che, quantunque iniziata ancor prima della

riassunzione della carica di sindaco da parte del B., è pervenuta a consumazione in epoca

successiva all’elezione con conseguente integrazione dell’illecito ascritto sub A).

5. Ad analoghi esiti reiettivi deve pervenirsi con riguardo alle censure che attingono la

mancata sussunzione del fatto nella fattispecie di induzione indebita.

Il delitto di concussione, di cui all’art. 317 c.p. nel testo modificato dalla L. n. 190 del 2012, è

caratterizzato, dal punto di vista oggettivo, da un abuso costrittivo del pubblico agente che si

attua mediante violenza o minaccia, esplicita o implicita, di un danno “contra ius” da cui deriva

una grave limitazione della libertà di determinazione del destinatario che, senza alcun

vantaggio indebito per sè, viene posto di fronte all’alternativa di subire un danno o di evitarlo

con la dazione o la promessa di una utilità indebita, e si distingue dal delitto di induzione

indebita, previsto dall’art. 319 quater c.p. introdotto dalla medesima L. n. 190, la cui condotta

si configura come persuasione, suggestione, inganno (sempre che quest’ultimo non si risolva

in un’induzione in errore), pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di

autodeterminazione del destinatario il quale, disponendo di più ampi margini decisionali,

finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perchè motivato

dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una

sanzione a suo carico (Sez. U, n. 12228 del 24/10/2013, Maldera e altri, Rv. 258470; Sez. 6,

n. 9429 del 02/03/2016, Gaeta e altro, Rv. 267277).

I caratteri scriminanti del danno antigiuridico e del vantaggio indebito risultano nella specie

correttamente scrutinati dal momento che s’appalesa sicuramente contra jus la richiesta di

assunzione di plurimi soggetti pretesa dall’agente ad onta delle esigenze della società gestrice

della struttura, senza alcuna considerazione dei profili professionali eventualmente necessari e

in dispregio di trasparenti procedure di selezione del personale, al fine di soddisfare in maniera

clientelare le istanze di soggetti elettoralmente vicini al Sindaco. Nè può riconoscersi pregio

all’argomento che adombra un interesse calunnioso del D.B. alla denunzia in considerazione

della propalata volontà dell’amministrazione di non rinnovare alla scadenza il contratto in corso

con la Socagen, trattandosi di un’illazione smentita dagli esiti processuali che confermano,

invece, la situazione di grave sofferenza finanziaria in cui versava la società e l’esistenza di un

contenzioso economico con il Comune, dati che danno conto della penetrante incidenza delle

minacce formulate nei confronti della p.o., la cui portata è insuscettibile di essere

ridimensionata per effetto del postumo riconoscimento delle ragioni dell’amministrazione in

relazione al computo dell’Iva sui corrispettivi maturati.

5.1 La giurisprudenza di questa Corte ha evidenziato in punto di analisi differenziale tra

l’induzione e la costrizione, che qualora rispetto al vantaggio prospettato quale conseguenza

della promessa o della dazione indebita dell’utilità, si accompagni anche un male ingiusto di

portata assolutamente spropositata, la presenza di un utile immediato e contingente per il

destinatario dell’azione illecita risulta priva di rilievo ai fini della possibile distinzione tra

costrizione da concussione ed induzione indebita, in quanto, in tal caso, il beneficio conseguito

o conseguibile risulta integralmente assorbito dalla netta preponderanza del male ingiusto

(Sez. 6, n. 8963 del 12/02/2015, Maiorana, Rv. 262503). Nel caso a giudizio a fronte

dell’abuso costrittivo integrato da reiterate minacce di paralizzare l’attività della Socagen per

ottenere l’assunzione di soggetti graditi al ricorrente, non è dato ravvisare benefici, contingenti

o a lungo termine, per la p.o., costretta ad accedervi per garantire l’operatività della struttura,

avendo il D.B. negato un interesse al rinnovo della concessione, dichiarazione che trova logica

conferma nella scelta di far trasferire la famiglia al nord a seguito di episodi di intimidazione

subiti da ignoti tra l’aprile e il giugno 2007 (pag. 10 sentenza primo grado).

Pertanto, correttamente la Corte territoriale ha confermato la sussunzione del fatto nell’alveo

dell’art. 317 c.p., valorizzando la natura delle minacce, le ricadute coercitive sulla vittima,

l’assenza di profili di indebito vantaggio per la stessa.

6. Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato con condanna del ricorrente al

pagamento delle spese processuali e alla rifusione di quelle sostenute dalla p.c. nell’odierno

grado, liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali

nonchè alla rifusione delle spese in favore della parte civile D.B.I. che liquida in

Euro 3.510,00 oltre rimborso spese forfettario nella misura del 15%, CPA e IVA.

Così deciso in Roma, il 20 marzo 2018.

Depositato in Cancelleria il 10 aprile 2018.

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1 Commento

  1. Assumere una persona con raccomandazione significa voto di scambio e/o tangenti pagate per un posto di lavoro e con ottime probabilità persona x non sa fare il suo lavoro. Ne ho visti molti di incapaci e poche persone preparate, la corruzione è sempre stata alta – italia – e dove ci sono clientele non c’è qualità e spesso fanno la scelta corruttiva.

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