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Si può passare l’assegno di invalidità in pensione di vecchiaia?

9 giugno 2018


Si può passare l’assegno di invalidità in pensione di vecchiaia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 giugno 2018



Ho un assegno di invalidità e tra due mesi compio 62 anni e 38 anni di contributi. Il totale sarebbe 100. Posso passare l’assegno di invalidità in pensione di vecchiaia?

Per il momento la quota 100 è solamente una proposta di legge; peraltro, allo stato, sarebbe prevista un’età minima di 64 anni, quindi avrebbe dovuto attendere ancora un paio d’anni.

Nel caso di specie non sarebbe applicabile nemmeno la cosiddetta quota 41, che consente di andare in pensione ai lavoratori precoci, cioè a coloro che possiedono almeno 12 mesi di contributi da effettivo lavoro accreditati prima del 19° anno di età. Non basta, poi, essere lavoratori precoci, ma si deve risultare iscritti alla previdenza obbligatoria prima del 1996 e appartenere a una delle seguenti categorie: disoccupati (che abbiano cessato di percepire da almeno 3 mesi il trattamento di disoccupazione), caregiver (che assistono da almeno 6 mesi un familiare convivente entro il 2°grado con handicap grave), invalidi dal 74%, addetti ai lavori usuranti o gravosi.

Restano quindi altre due soluzioni, e cioè la pensione anticipata e la pensione di vecchiaia:

–  la pensione anticipata si può ottenere con 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne e con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini (dal 2019, saranno necessari, rispettivamente, 42 anni e 3 mesi di contributi e 43 anni e 3 mesi);

–  per la pensione di vecchiaia, invece, sono necessari 66 anni e 7 mesi di età, 67 anni dal 2019, e 20 anni di contributi.

Nel caso specifico, la pensione più vicina è quella di vecchiaia, che consentirebbe al lettore il pensionamento tra circa 5 anni (cioè, al raggiungimento dei 67 anni), a meno che prima di questa data non riesca a raggiungere i 43 anni e tre mesi di contributi (pensione anticipata), ovviamente se sta ancora lavorando.

Per quanto riguarda l’assegno di invalidità, la legge 12 giugno 1984, n. 222, prevede che, al compimento dell’età stabilita per il diritto a pensione di vecchiaia, l’assegno ordinario di invalidità si trasformi, in presenza dei requisiti di assicurazione e contribuzione, in pensione di vecchiaia. In altre parole, l’assegno di invalidità al compimento dell’età pensionabile si trasforma in pensione di vecchiaia se l’interessato ha cessato l’attività lavorativa e sia in possesso dei requisiti contributivi previsti per il trattamento pensionistico di vecchiaia (67 anni dal 2019 e almeno 20 anni di contributi).

La trasformazione, però, fa riferimento alla rilevanza dei contributi figurativi percepiti con l’assegno ordinario di invalidità, nel senso che, raggiunta l’età pensionabile, questi contributi si uniscono a quelli effettivamente versati al fine del raggiungimento della soglia minima di rilevanza (20 anni).

Però, poiché il lettore ha già 38 anni di contributi, al raggiungimento dei requisiti pensionistici semplicemente perderà l’assegno ordinario di invalidità, che verrà sostituito dalla pensione.

L’assegno sarebbe stato utile al lettore se non avesse raggiunto la soglia contributiva minima (20 anni): in tal caso, raggiunta l’età pensionabile, avrebbe potuto sommare i contributi configurativi a quelli effettivamente versati per raggiungere la soglia di rilevanza. Ad esempio, se al compimento dei 67 anni egli avesse avuto solamente 15 anni di contributi, i contributi figurativi l’avrebbero aiutato a raggiungere i 20 anni necessari per la pensione.

Il lettore, però, è abbondantemente oltre, avendo già oggi 38 anni di contributi: questo significa che la trasformazione dell’assegno ordinario di invalidità in pensione non gli servirà a nulla in quanto, al raggiungimento dell’età pensionabile, avrebbe già i contributi necessari (ripeto, il minimo è 20 anni).

Ricapitolando. I periodi di godimento dell’assegno nei quali non sia stata prestata attività lavorativa, si considerano utili ai fini del perfezionamento del diritto alla pensione di vecchiaia ma non sono calcolabili ai fini della determinazione della misura della pensione stessa. Ad esempio, se il lettore ha ricevuto l’assegno di invalidità con 15 anni di contributi e per 10 anni lo ha riscosso senza aver mai prestato attività lavorativa, ai fini del diritto alla pensione di vecchiaia l’Inps gli accrediterà 25 anni di anzianità contributiva e ciò gli consente di guadagnare la pensione una volta raggiunti i 66 anni e 7 mesi di età (67 dal 2019). La prestazione però, per determinarne la rata, sarà calcolata esclusivamente sui 15 anni effettivamente versati, senza tenere conto dei 10 anni “fittizi”.

Discorso diverso per la pensione di inabilità. A differenza dell’assegno ordinario di invalidità, la trasformazione in prestazione di vecchiaia non avviene in maniera automatica. Perché ciò abbia luogo è necessario che il soggetto interessato formuli apposita domanda all’ente previdenziale il quale, valutata l’esistenza dei requisiti di età e contributivi, dovrà attribuire la prestazione richiesta con la decorrenza prevista dalla stessa.

A differenza dell’assegno di invalidità, ai fini del calcolo del requisito contributivo per la pensione, in ipotesi di trasformazione, non possono essere considerati come contributi figurativi i periodi di godimento della pensione di inabilità.

In entrambi i casi si ricorda che, a seguito di quanto stabilito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Cass. Civ. SS. UU. 9492/2004) la trasformazione può avvenire solo per ottenere le prestazioni di vecchiaia e non è, pertanto, ammessa per conseguire la pensione anticipata. Dunque ove il lavoratore raggiunga i 42 anni e 10 mesi (43 anni e 3 mesi dal 2019) di contributi non può conseguire la trasformazione dell’assegno ordinario di invalidità o della pensione di inabilità in pensione anticipata.

L’età per la trasformazione in pensione di vecchiaia, è utile ricordarlo, può essere anticipata, per i soli lavoratori dipendenti del settore privato.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva

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