Diritto e Fisco | Editoriale

Posso oppormi al divorzio?

6 giugno 2018


Posso oppormi al divorzio?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 giugno 2018



Ci si può rifiutare di firmare le carte della separazione o del divorzio se la moglie o il marito vuole ugualmente procedere?

Immaginiamo che un coniuge voglia separarsi dall’altro ma questi non ne vuole sapere di firmare le carte e intende ostacolargli la strada. Oppure che marito e moglie abbiano già ottenuto la separazione ma, giunti al momento di prepararsi per il divorzio, uno dei due si tiri indietro, magari perché nel frattempo c’è stata una riconciliazione. Cosa succede in queste ipotesi? Non sempre separazione e divorzio sono un percorso scelto consensualmente o, comunque, con la reciproca consapevolezza che non ci sono più margini per una riappacificazione. A volte capita di subire la scelta dell’altro coniuge di interrompere il matrimonio pur non avendo alcuna colpa e senza aver mai violato i doveri del matrimonio. È naturale in questi casi chiedersi: posso oppormi al divorzio? Di tanto ci occuperemo in questo articolo. La risposta è diversa a seconda che l’opposizione riguarda la scelta di separarsi o di divorziare. Vediamo quindi le due ipotesi separatamente.

Quando ci si può separare?

Immaginiamo che un giorno, sul più bello, la moglie dica al marito: «Non ti amo più: voglio separarmi». Lui, che non aveva mai intuito il malessere della donna, le chiede cosa ha fatto di male, ma lei non sa spiegarglielo. Attribuisce il suo calo di desiderio e di affetto a un clima statico e pesante che si respira in famiglia e che non le dà la possibilità di muoversi, farsi un viaggio con le amiche o comunque di frequentare chi vuole. Mentre l’uomo tenta di capire e di ragionare per farle cambiare idea, la moglie sta già parlando di assegno di divisione della casa, dell’arredo e di un assegno di mantenimento che lui le dovrà versare. Al che, il marito decide fermamente di opporsi e di non firmare le carte della separazione. Può farlo? Può opporsi alla decisione della moglie e paralizzarla o, quantomeno, contrastarla? Le cose stanno così.

Ciascuno dei due coniugi può chiedere al giudice di pronunciare la separazione se la convivenza è divenuta “intollerabile”. L’intollerabilità non significa necessariamente un clima conflittuale tra i due coniugi ma anche una situazione di disaffezione e di incapacità a vivere sotto lo stesso tetto con la medesima persona. Insomma, le cause che possono giustificare una richiesta di separazione non devono essere necessariamente “oggettive” e riguardare entrambi i coniugi ma possono anche essere “soggettive” e toccare solo la sfera personale e affettiva di uno dei due. Siamo proprio di fronte a una sorta di diritto di “ripensamento” che può essere esercitato in qualsiasi momento, senza termini di scadenza e senza che il giudice possa sindacare sui motivi che lo hanno determinato. Detto senza peli sulla lingua: il marito o la moglie può andare dal giudice e dire «voglio separarmi perché non riesco più a vivere con lui/lei» per ottenere la separazione.

Se poi le motivazioni dovessero trovare fondamento in una altrui colpa, ossia in una violazione dei tre doveri fondamentali del matrimonio (ossia: 1) fedeltà; 2) obbligo di convivenza; c) assistenza morale e materiale) si avrà una separazione con addebito e il coniuge colpevole non potrà ricevere l’assegno di mantenimento.

E se non volessi separarmi?

Ci si può separare in due modi:

  • attraverso la cosiddetta separazione consensuale, con cui i coniugi firmano un accordo e lo portano al giudice che lo ratifica (la stessa procedura però può essere presentata anche in Comune o formalizzata dagli avvocati con la negoziazione assistita). Da questo momento decorrono sei mesi per poter divorziare;
  • attraverso la separazione giudiziale: in questo caso, i coniugi non raggiungono l’accordo e pertanto si faranno causa davanti al giudice, ciascuno per sostenere e difendere i propri diritti.

Se un coniuge non firma le carte della separazione ha, come unico risultato, di impedire la separazione consensuale, ma l’altro potrà sempre agire con la separazione giudiziale, anche contro il suo consenso. Risultato: il giudice dichiarerà ugualmente la separazione, nonostante l’opposizione di uno dei due coniugi.

In definitiva, condizione per la separazione è l’intollerabilità della convivenza, ma tale situazione può riguardare anche un solo coniuge, sicché questi ha diritto a rivolgersi al tribunale per chiedere la separazione nonostante l’altro non voglia firmare un accordo e quindi procedere con la separazione consensuale. Si avrà allora una richiesta di separazione giudiziale. Il giudice non può negare la separazione se uno dei due vuol separarsi e l’altro no. Con la conseguenza che il processo andrà avanti anche senza la parte che ha rifiutato l’accordo (alla quale comunque è sempre data la possibilità di costituirsi e difendersi in qualsiasi momento del giudizio, anche se già iniziato).

Non ha quindi alcun senso opporsi alla domanda di separazione, perché questo comportamento non ostacola il normale svolgimento del processo: anzi c’è anche il rischio di essere condannati alle spese processuali. Con o senza l’altrui collaborazione, la separazione verrà ugualmente pronunciata.

Resta sempre la possibilità di fare una marcia indietro: una separazione iniziata come giudiziale può successivamente trasformarsi in consensuale, così interrompendo la causa e procedendo alla stipula di un accordo.

Ci si può opporre al divorzio?

Se la separazione viene concessa solo sulla base di una valutazione soggettiva di uno dei due coniugi (o di entrambi), per il divorzio è necessario accertare il ricorrere di una condizione oggettiva: il decorso di un termine prestabilito dalla separazione senza che, nel frattempo, i coniugi si siano riconciliati. In particolare il divorzio può essere richiesto se:

  • in caso di separazione consensuale, sono passati sei mesi dalla convalida dell’accordo dei coniugi;
  • in caso di separazione giudiziale, è passato un anno dalla prima udienza presidenziale che ha deciso i provvedimenti provvisori in attesa della sentenza definitiva.

Quindi, a differenza di quanto avviene con la separazione, nel caso di divorzio diventa necessaria una verifica effettiva della sussistenza delle condizioni richieste dalla legge (appunto il decorso dei predetti termini), senza le quali il giudice non può dichiarare definitivamente cessato il matrimonio. Se c’è stata una riconciliazione che ha interrotto tali termini, è possibile opporsi al divorzio.

In cosa consiste la riconciliazione?

La riconciliazione può avere luogo:

  • durante la causa di separazione: in tal caso può risultare dal verbale di riconciliazione oppure se non è indicata nel verbale si desume dall’estinzione del procedimento per mancato compimento delle attività processuali;
  • dopo l’emanazione della sentenza di separazione (o dopo l’omologazione dell’accordo di separazione).

La riconciliazione può essere di due tipi:

  • tacita ossia con un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione (si pensi ai due coniugi che tornano a vivere sotto lo stesso tetto e intrattengono rapporti affettivi). Per accertare l’avvenuta riconciliazione i coniugi devono avere tenuto un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione. Si deve dare rilievo alla concretezza degli atti, dei gesti e dei comportamenti dei coniugi, valutati nella loro effettiva capacità di dimostrare la loro disponibilità a riprendere la convivenza e a costituire una rinnovata comunione;
  • espressa: dichiarando in un accordo scritto di volere riprendere la normale vita matrimoniale e ripristinarne tutti i doveri.

Ai fini della riconciliazione tacita è necessaria una ripresa concreta e durevole della convivenza coniugale e della comunione spirituale e materiale fra i coniugi: non è sufficiente una temporanea ripresa della coabitazione, magari solo per “fare un tentativo”, o un ripristino delle relazioni. Non rilevano neanche i saltuari ritorni del marito nella casa ove vive la moglie o la ripresa sperimentale della convivenza. Anche i saltuari rapporti sessuali e, addirittura la nascita stessa di un figlio, sono insufficienti. È necessario ricostituire l’unione coniugale e all’accordo deve conseguire il ripristino di fatto della vita familiare.

Solo se si è verificata la riconciliazione è possibile opporsi al divorzio: lo si potrà fare anche nella causa, dando prova degli elementi esteriori, oggettivi e diretti inequivocabilmente alla seria e comune volontà di ripristinare la comunione di vita.

La riconciliazione comporta l’interruzione del termine, richiesto a partire dalla separazione, entro cui è possibile divorziare. Essa ripristina la comunione tra i coniugi.  

Se la riconciliazione fallisce, le parti non possono valersi della precedente sentenza di separazione per divorziare ma devono riproporre la causa di separazione. In questa il giudice non è tenuto a riconfermare le condizioni economiche e personali decise in precedenza e, pertanto, potrebbe anche mutare la misura dell’assegno di mantenimento. Il tribunale dovrà quindi riesaminare di nuovo tutta la questione.


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