Diritto e Fisco | Editoriale

Posso dare una sberla a mio figlio?


> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 giugno 2018



I confini tra il ceffone educativo e l’abuso dei mezzi di correzione. Cosa dicono legge e giurisprudenza. Quando uno schiaffo diventa reato.

Espressioni come «mi prudono le mani», «se ti prendo non so cosa ti faccio», «guarda che mi parte l’embolo», «mi stanno arrivando i cinque minuti» o le più drastiche «ti cambio i connotati», o «ti stacco le orecchie» sono, più o meno, all’ordine del giorno nelle case di chi ha un figlio piuttosto vivace. Un bambino di quelli che di notte le pensa e di giorno le fa, che risponde in faccia ai genitori senza troppi complimenti, che non si arrende davanti a un «no», anzi: diventa ancora più spavaldo. È in quel momento che il braccio del genitore si alza, la mano aperta si colloca parallela alla faccia del bambino, prende la rincorsa e «sbam!»: urta con un colpo secco la guancia del figliolo lasciandoci le cinque dita impresse. Il tutto seguito dall’immancabile frase «così impari». Chi ha una certa età sicuramente ricorderà questa scena. E a nessuno di noi veniva in mente di denunciare il genitore per abuso dei mezzi di correzione: ti tenevi la sberla, andavi in camera tua e studiavi un metodo migliore per ottenere il giorno dopo quello che volevi. Oggi, invece, prima di riprendere fisicamente un bambino o ragazzino che sia ti devi chiedere: «Ma posso dare una sberla a mio figlio?»

Dicono che ci si trova sulla cinquantina appartiene alla cosiddetta «generazione del silenzio»: da piccoli si doveva star zitti per non prenderle dai genitori, oggi tocca star zitti perché tanto i figli fanno lo stesso quello che vogliono. E sono diventati intoccabili.

La violenza non ha mai prodotto alcunché di positivo, dicono i genitori che prediligono altri metodi per correggere i ragazzi. Una sberla ogni tanto ci insegnava qualcosa, dicono invece (ovviamente solo oggi) quelli che preferiscono i metodi, per così dire, più «tradizionali». Ma la legge che cosa ne dice in proposito? Posso dare una sberla a mio figlio quando supera ogni limite? E se non gliela do ma scelgo un metodo di correzione più crudele («a letto senza cena per una settimana», «non esci di casa per un mese», giusto per citarne qualcuno) la legge ha qualcosa da dire in proposito? Spulciamo il Codice penale e la giurisprudenza e vediamo.

Dare una sberla a un figlio: che cosa dice la legge?

La legge non mi dice esplicitamente se posso o non posso dare una sberla a mio figlio. Quello che mi dice è che non devo procurargli un danno, cioè una malattia nel corpo o nella mente. Nel dettaglio, chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina nei confronti di una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per la sia educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia (anche nell’esercizio di una professione) rischia fino a 6 mesi di reclusione se procura a quella persona una malattia fisica o psichica. Così dice il Codice penale [1]. Le pene aumentano in caso di lesioni personali o di morte.

Ovviamente, qui si parla di un delitto aggravato dall’evento in cui le conseguenze non sono volute. Ad esempio: do un ceffone a mio figlio, lui cade, picchia la testa contro lo spigolo di un tavolino in marmo e muore per il trauma riportato. Se dimostro che il mio intento era solo quello di dargli un ceffone perché mi ha risposto male, sarò processato per abuso di mezzi di correzione. Se, però, si dimostra che la mia intenzione era quella di procurargli un grave danno fisico, sarò processato per lesioni o per omicidio.

Detto questo, e come abbiamo appena visto, la legge vieta esplicitamente di procurare «una malattia fisica o psichica». Quindi il genitore verrà punito non solo per essere particolarmente manesco ma anche per essere particolarmente crudele senza muovere le mani. Si sa, infatti, che la violenza psicologica può fare, a volte, più male di quella fisica.

Dare una sberla a un figlio: il genitore è legittimato a farlo?

Diciamo, innanzitutto, che un genitore ha il dovere di istruire e di educare un figlio [2] ed esercita su di lui la responsabilità genitoriale [3]. E qui si apre un mondo. Qual è il metodo giusto per «istruire ed educare un figlio» e per esercitare la «responsabilità genitoriale»? Qualcuno ha una ricetta magica valida per ogni situazione, per ogni famiglia? La legge suggerisce gli ingredienti di questa ricetta, ingredienti tra i quali non si trova, ad esempio, il libero arbitrio del padre o della madre nei confronti del figlio: gli strumenti validi per portare a termine il dovere educativo devono essere quelli che non ledano la dignità e l’integrità fisica del minore. Oltrepassare questo limite significa commettere reato di abuso dei mezzi di correzione.

Attenzione, però: questo reato non si configura se il figlio è già maggiorenne, in quanto nel momento in cui il ragazzo compie 18 anni si conclude il diritto-dovere dei genitori di educarlo. Questo dice la legge, anche se il buon senso e quel che si vede spesso in giro suggerirebbero il contrario. Quindi se do una sberla ad un figlio maggiorenne e gli faccio del male, mi può denunciare per lesioni. Se gli dico di non uscire, altrimenti non gli do da mangiare per tre giorni, mi può denunciare per minacce.

Il problema è che sia la legge sia la giurisprudenza non sono riuscite a stabilire con certezza dove si colloca il confine tra un mezzo di correzione lecito e l’abuso di questo mezzo di correzione, cioè quando la sberla a mio figlio è uno scappellotto fine a sé stesso, senza particolari conseguenze se non quelle di avergli insegnato la lezione e quando è un sistema di punizione che sconfina nell’abuso di autorità e che provoca un danno fisico e morale. Quello che la legge punisce è l’uso eccessivo o inopportuno di un mezzo il cui uso può essere considerato legittimo. Facciamo un esempio.

Se dico a mio figlio di rientrare all’1 di notte con il motorino e mi si presenta alle 3, per di più alticcio, posso decidere di dargli una sberla per tre motivi: primo, perché mi ha disubbidito e, quindi, non ha rispettato la mia autorità. Secondo, perché ha bevuto troppo per poter girare in motorino. E terzo perché così, magari, lo sveglio dal torpore dell’alcol senza dover mettere la caffettiera da 6 o infilargli la testa sotto il rubinetto. Diciamo che, come certi vaccini, sarebbe una sberla trivalente.

Ora, un ceffone, in un determinato contesto ed entro certi limiti, cioè senza procurare lesioni, viene di norma considerato un mezzo di correzione accettato. Altro discorso è se lo aspetto dietro la porta di casa con il bastone e gli lascio la schiena come lo spazio tra le due gobbe di un cammello. L’uso del bastone, di per sé, non è ammesso come mezzo di correzione oggi come lo era ai tempi dei nostri nonni, quindi, in questo caso, rischio una denuncia per lesioni.

Dare una sberla a un figlio: che cosa dice la Cassazione?

Bussiamo alle porte della Cassazione per cercare delle risposte al nostro quesito di fondo, cioè se posso dare una sberla a mio figlio. La Suprema Corte sottolinea che se un mezzo di correzione è violento contrasta con il suo scopo di essere un mezzo di educazione, sia perché si oppone alla dignità della persona sia perché si contraddice con la finalità di perseguire lo sviluppo armonico della personalità [4].

I giudici ci dicono anche (e qui troviamo un indizio fondamentale) che «gli atti di minima valenza fisica o morale necessari per rafforzare la proibizione, non arbitraria né ingiusta, di comportamenti oggettivamente pericolosi o dannosi rispecchianti la sottovalutazione del pericolo, la disobbedienza gratuita, oppositiva e insolente sono legittimi» [5]. Tradotto: posso dare una sberla a mio figlio minorenne se lo becco al volante e, per di più, mi dice di farmi gli affari miei, giusto per fargli capire– anche se non ci arriva al momento –  che farmi gli affari suoi è farmi anche gli affari miei.

La Suprema Corte, però, pone dei limiti. Un conto è uno schiaffo «di minima valenza fisica» e un altro è quello che ti manda contro il muro. Una sola sberla, scrive la Cassazione, di violenza tale da procurare una lesione o un pericolo di malattia (ad esempio un’emorragia al naso o un danno ai denti) basta a configurare il reato di abuso [6].

Dare una sberla a un figlio: i mezzi non accettati

In estrema sintesi: i mezzi di correzione (compresa la sberla a un figlio) possono essere interpretati in modo diverso a seconda dell’evoluzione degli usi e dei costumi, oltre al tipo di rapporto che si instaura in famiglia e alle diverse circostanze del caso.

E quali sono oggi i mezzi di correzione non accettati? Non si possono usare, ad esempio:

  • la cinghia (o cintura che dir si voglia);
  • la frusta;
  • la percossa;
  • il pugno;
  • un oggetto contundente lanciato o usato direttamente per colpire (sarebbe, a questo punto, vietato alle mogli usare il mattarello o lanciare i piatti al marito ritardatario, così per dire).

Ci sono anche i mezzi di correzione non violenti ma ugualmente vietati. Si tratta di:

  • ingiurie;
  • minacce di morte;
  • punizioni degradanti o umilianti («ti mando a mangiare dalla ciottola del cane», ad esempio).

La giurisprudenza si è espressa su alcuni mezzi di correzione usati dai genitori e finiti nelle aule dei tribunali. Eccone alcuni esempi.

Si commette abuso di mezzi di correzione quando:

  • si impone alla figlia un taglio di capelli e la si afferra con la forza per farglielo mentre la ragazzina si dimena rischiando la sua incolumità [7];
  • si tiene un figlio minore di 2 anni legato alla tavola durante i pasti e lo si costringe a mangiare anche il cibo rigurgitato [8];
  • si lega un figlio a una sedia con gli occhi bendati per costringerlo al solo ascolto dei cartoni animati [8];
  • si chiude un figlio in un luogo buio per punizione [8];
  • si punisce la cattiva condotta del figlio con continue e lievi percosse o tirate di capelli [9].

Si commette reato di lesioni personali quando si percuote un minore di 14 anni con una bacchetta sulle orecchie o sui glutei provocandogli dei lividi [10].

Si commette reato di maltrattamenti in famiglia quando il genitore umilia o rimprovera continuamente il figlio anche per futili motivi, lo offende, lo minaccia o gli rivolge delle violenze fisiche [11].

Non commette, invece, reato chi trattiene per le braccia il figlio minore per impedirgli di uscire la sera con persone poco raccomandabili [12].

note

[1] Art. 571 cod. pen.

[2] Art. 30 Costituzione.

[3] Art. 316 cod civ.

[4] Cass. sent. n. 25790/2014 del 16.05.2014.

[5] Cass. sent. n. 42648/2007 del 28.06.2007.

[6] Cass. sent. n. 2100/2009 del 15.12.2009.

[7] Cass. sent. n. 11251/2010 del 21.10.2010.

[8] Cass. sent. n. 16491/2005 del 07.02.2005.

[9] Cass. sent. n. 3789/1997 del 07.11.1997.

[10] Cass. sent. n. 44621/2004 del 26.10.2004.

[11] Cass. sent. n. 30436/2015 del 30.06.2015.

[12] Trib. Caltagirone, sent. del 21.02.2005.

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