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Fondo patrimoniale con figli minori: gli errori da evitare

7 giugno 2018


Fondo patrimoniale con figli minori: gli errori da evitare

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 giugno 2018



Tra azione revocatoria e azione di simulazione la casa inserita nel fondo patrimoniale può essere facilmente pignorata.

Il fondo patrimoniale non tutela più come una volta, ma è sempre un ostacolo ulteriore che può disincentivare il creditore. È probabilmente questa la ragione per cui molte famiglie continuano a scegliere questa tutela per mettere al riparo gli immobili familiari dai rischi del futuro (leggi: debiti, fisco, ecc.). Il punto però è che il fondo crea un vincolo non solo per i creditori che – almeno in linea di principio – non possono pignorarlo, ma anche per i coniugi i quali, in presenza di figli minori, dovrebbero sempre chiedere il permesso al giudice tutelare prima di poter vendere l’immobile. Un limite del genere si può aggirare inserendo una clausola nell’atto costitutivo che lascia liberi i coniugi di revocare liberamente il fondo senza ricorrere al tribunale. Ma a quale prezzo? Un importante chiarimento è stato fornito dalla Cassazione in una recente sentenza [1]. Ecco dunque gli errori da evitare se vuoi costituire un fondo patrimoniale con figli minori.

Fondo patrimoniale: a cosa serve?

Come abbiamo già spiegato, in modo più approfondito, nella nostra guida dedicata al Fondo patrimoniale, questo strumento consente alle coppie sposate o alle coppie omosessuali che abbiano stipulato un’unione civile di vincolare uno o più immobili di proprietà di uno dei coniugi, di entrambi o addirittura di terzi, destinandone i frutti ai bisogni della famiglia. La conseguenza è che, ad esempio, gli affitti e tutti gli utili che dovessero derivare da tale bene saranno destinati a soddisfare i bisogni dei componenti del nucleo familiare (in verità nessuno controlla che ciò avvenga davvero, né sono previste sanzioni in caso contrario). 

Nel fondo patrimoniale si possono inserire immobili, auto, moto, titoli di credito. La scelta non è definitiva o irrevocabile: è sempre possibile, infatti, in un momento successivo, inserire ulteriori beni o toglierne altri. Insomma, è uno strumento “elastico”.

Il fondo si costituisce con atto notarile ed ha effetti nei confronti dei terzi nel momento in cui viene annotato a margine dell’atto di matrimonio. Esso va poi trascritto nei pubblici registri immobiliari.

Ma qual è l’utilità del fondo patrimoniale? Eccola: tutti i beni inseriti nel fondo patrimoniale non possono essere pignorati. Vuol dire che i creditori non possono toccarli. Ma questa regola è molto smussata e, come vedremo a breve, ha ormai una portata talmente ridotta da essere stata completamente svuotata di significato. Vediamo perché.

Il fondo patrimoniale serve davvero?

Abbiamo appena detto che il fondo patrimoniale impedisce il pignoramento dei beni in esso inseriti. Ma ci sono innanzitutto due eccezioni:

  • il pignoramento è possibile per debiti successivi all’annotazione del fondo che sono stati contratti per bisogni della famiglia: ad esempio le spese per l’istruzione dei figli, l’acquisto di una casa come residenza familiare, le spese di condominio (che, essendo strettamente collegata alla casa, sono anch’esse da considerarsi essenziali), ecc. Quindi, tanto per fare un esempio, se Mario compra una casa e la inserisce nel fondo patrimoniale, ma poi non paga le rate alla banca o le quote condominiali o una finanziaria contratta per acquistare un’auto che gli serve per andare a lavorare, il fondo patrimoniale è ugualmente attaccabile e pignorabile;
  • per i debiti anteriori all’annotazione del fondo patrimoniale il creditore può sempre agire, entro cinque anni dall’annotazione del fondo patrimoniale, per farlo revocare e dichiarare inefficace. È la cosiddetta azione revocatoria che può essere esercitata tutte le volte in cui si dimostra che, a seguito della costituzione del fondo, il debitore si è spogliato dei suoi beni di maggior valore per fregare i creditori. Facciamo un altro esempio. Mario contrae un debito con una finanziaria di 50mila euro e, dopo 10 giorni, inserisce la sua unica casa nel fondo patrimoniale. Dopo un anno smette di pagare le rate e la finanziaria decide di far revocare il fondo per pignorare i beni in esso inseriti. Lo può fare innanzitutto perché è ancora nei termini (non sono decorsi cinque anni) e, in secondo luogo, perché Mario non ha altri beni da pignorare se non proprio la casa inserita nel fondo. Non importa che il fondo sia stato costituito quando questi era ancora in regola con i pagamenti: rileva la data di nascita del debito che, in questo caso, è anteriore al fondo.

Come poi abbiamo spiegato nell’articolo Abolito di fatto il fondo patrimoniale, ci sono altri due elementi che rendono questo strumento ormai obsoleto:

  • con riferimento ai debiti anteriori alla costituzione del fondo patrimoniale, una recente legge [2] ha stabilito che i beni inseriti nel fondo stesso possono essere pignorati anche senza la revocatoria se il pignoramento viene iscritto nei pubblici registri immobiliari entro un anno dalla sua costituzione. In pratica, questo significa che nel primo anno, il fondo è completamente “precario”, facilmente aggregabile;
  • con riferimento invece ai debiti successivi alla costituzione, la giurisprudenza ha chiarito che rientrano tra quelli “contratti per le esigenze familiari” – e che quindi consentono il pignoramento della casa nel fondo – anche i debiti derivanti dall’attività commerciale o professionale dei coniugi, ivi compresi quelli di natura fiscale. E ciò perché il lavoro è sempre rivolto ai bisogni della famiglia. Risultato: gran parte delle obbligazioni che normalmente vengono contratte sono del tutto insensibili alla presenza del fondo e tale strumento si rivela inadeguato a proteggere i beni. Alla fine dei conti, non si può pignorare i beni del fondo solo per debiti di natura speculativa e voluttuaria.

Non è tutto. I creditori che riescono a dimostrare che il fondo patrimoniale è in realtà simulato, possono agire sempre per la sua revoca (con la cosiddetta azione di simulazione) senza il limite dei cinque anni previsto invece per l’azione revocatoria. Devono però dimostrare che, a fronte dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale, l’intenzione effettiva delle parti era quella di non costituirlo affatto. Ma come si fa? Lo spiegheremo a brevissimo.

Fondo patrimoniale con figli minori

Abbiamo detto che il fondo patrimoniale può essere in qualsiasi momento revocato o modificato. Se però la coppia ha figli minori, tali atti devono ottenere prima l’autorizzazione del giudice tutelare. Così, ad esempio, se marito e moglie hanno deciso di costituire un fondo patrimoniale e poi lo vogliono revocare per vendere la casa, in presenza di bambini ancora piccoli devono prima comunicarlo al tribunale che dovrà fornire il nulla osta e verosimilmente vincolerà il ricavato dalla vendita ad altri bisogni familiari (ad esempio l’acquisto di un’altra casa o, in parte, un deposito per i figli). Questo limite però può essere aggirato inserendo, nell’atto notarile che costituisce il fondo, una esplicita clausola in cui i coniugi si danno reciprocamente atto della possibilità di svincolare gli immobili dal fondo senza dover prima chiedere l’autorizzazione al giudice. In questo modo possono agire in libertà. Ma qui sta il tranello. Secondo la sentenza della Cassazione che abbiamo citato in apertura, la clausola di un fondo patrimoniale con cui i coniugi, in presenza di figli minori, si riservano di alienare, ipotecare, dare in pegno o vincolare l’unico bene destinato ai bisogni della famiglia senza l’autorizzazione del tribunale può essere indice di simulazione assoluta. Il che significa che si sta dando ai creditori la “prova provata” che il fondo è stato istituito solo come apparenza, ma senza nessuna reale intenzione di farlo. È questa la prova che serve ai creditori per agire con l’azione di simulazione far dichiarare inesistente il fondo, senza il limite dei cinque anni previsto invece per l’azione revocatoria.

I giudici conoscono la metafora del «tengo famiglia» e mostrano un po’ di allergia a questa retorica. È quantomeno curioso che i coniugi si ricordino della famiglia a distanza di anni dal matrimonio e giusto quando la loro posizione debitoria è in sofferenza. Pertanto, in assenza di qualsivoglia programma destinatorio, il fondo patrimoniale, nella maggior parte dei casi, si dimostra una mera tecnica difensiva a buon mercato. Ecco perché leggi e tribunali lo ritengono così facilmente attaccabile: sia entro un anno dalla sua costituzione senza bisogno di cause; sia nei cinque anni con l’azione revocatoria; senza alcun termine con l’azione di simulazione e, infine, per i debiti successivi alla sua costituzione, tutte le volte in cui dette obbligazioni attengono a bisogni della famiglia inteso in senso molto lato (ivi compresi quelli da lavoro).

note

[1] Cass. ord. n. 4196/2018.

[2] Art. 2929 bis cod. civ. introd. dall’art. 12 DL 83/2015.

Corte di Cassazione, Sezione 1 civile Ordinanza 21 febbraio 2018, n. 4196

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – rel. Consigliere Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere

Dott. DI MARZIO Paolo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16225/2015 proposto da:

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS);

– intimata –

avverso la sentenza n. 1051/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 16/02/2015;

 udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 27/10/2017 dal cons. LAMORGESE ANTONIO PIETRO;

lette le conclusioni scritte del P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI FRANCESCA, che ha chiesto alla Corte di Cassazione, riunita in camera di consiglio, la cassazione della sentenza n. 1051/15 della Corte di Appello di Roma e la condanna del ricorrente (OMISSIS) per responsabilita’ aggravata.

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Roma, con sentenza del 6 febbraio 2015 per quanto ancora interessa – ha rigettato il gravame di (OMISSIS) avverso la sentenza impugnata che aveva dichiarato la sua paternita’ nei confronti del figlio minore (OMISSIS), nato il (OMISSIS), dall’unione con (OMISSIS) e lo aveva condannato a corrispondere un contributo di mantenimento di Euro 400,00 mensili e a rimborsare alla (OMISSIS) la somma di Euro 15.000,00 per le spese sostenute pro-quota dalla nascita del figlio alla data della sentenza.

Avverso questa sentenza il (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione; la (OMISSIS) non ha svolto attivita’ difensiva.

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con un unico motivo il ricorrente ha denunciato violazione e falsa applicazione dell’articolo 155 c.c., comma 6, in ordine all’entita’ del contributo di mantenimento posto a suo carico, imputando alla Corte di merito di avere sostenuto che egli non aveva prodotto le dichiarazioni dei redditi e, pur tuttavia, di non avere disposto accertamenti della polizia tributaria sui propri redditi e beni, a tutela dell’interesse dello stesso minore.

Il ricorso e’ inammissibile. La doglianza di avere omesso di disporre indagini patrimoniali e sul tenore di vita delle parti, anche tramite polizia tributaria, si risolve nella critica della scelta dei mezzi istruttori operata per l’accertamento dei fatti rilevanti per la decisione, che e’ rimessa all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito (Cass. n. 21603/2013) ed e’ censurabile, in sede di legittimita’, nei ristretti limiti di cui al novellato articolo 360 c.p.c., n. 5, cioe’ nel caso – che nella fattispecie non ricorre – di radicale carenza della motivazione o nel suo estrinsecarsi in argomentazioni inidonee a rivelare la ratio decidendi (Cass., sez. un., n. 8053/2014).

Il PG ha denunciato l’ingiustizia della sentenza nella parte concernente la quantificazione del rimborso dovuto, in misura ritenuta troppo esigua e sulla base di una impropria valutazione di equita’; quindi, ha formulato, in sede di discussione orale, un improprio e, quindi, inammissibile motivo di ricorso per la cassazione della sentenza impugnata, sulla base di ragioni opposte a quelle formulate dal ricorrente.

Inammissibile e’ anche la sollecitazione del PG a condannare il ricorrente per la proposizione del ricorso per cassazione con mala fede o colpa grave. Infatti, se e’ vero che, a norma dell’articolo 96 c.p.c., comma 3 il giudice puo’ pronunciare e liquidare il danno in via equitativa anche d’ufficio, in tanto cio’ e’ possibile in quanto siano configurabili un danno e il nesso di causalita’ con la lite, entrambi presupposti della fattispecie normativa dell’articolo 96 c.p.c. Tale disposizione prevede una sanzione a beneficio e nell’interesse di chi abbia subito un danno, in quanto si sia costituito nel processo e quindi sia rimasto vittima della lite temeraria promossa dall’altro, ma non nell’interesse della parte che, come nel caso della (OMISSIS), nel giudizio di cassazione non abbia svolto alcuna attivita’ difensiva.

Il ricorso e’ inammissibile.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalita’ e gli altri dati identificativi.

 

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