Diritto e Fisco | Editoriale

Dipendente costretto a restituire parte di stipendio: come difendersi?

7 giugno 2018


Dipendente costretto a restituire parte di stipendio: come difendersi?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 giugno 2018



Restituire parte dello stipendio in nero sotto minaccia di licenziamento è reato di estorsione.

Sei stato chiamato per un’assunzione. Ti è stato anticipato a voce quale sarà il tuo futuro stipendio. Lo hai accettato senza indugi. Senonché, poco prima della firma del contratto, il tuo futuro capo ti ha chiarito, senza peli sulla lingua, come funzionano le cose: ti verrà versata sul conto corrente una busta paga più alta, pari a quanto ti spetterebbe per legge secondo i contratti collettivi; ma poiché la società non può permettersi costi così elevati, gliene dovrai restituire una parte in nero pari all’eccedenza rispetto a quanto concordato. Solo così potrai mantenere il tuo posto. Se questi accordi non dovessero starti bene, potrai alzare i tacchi e andartene. Afferrato il discorso e stretto dalla necessità di lavorare, hai accettato. Nei mesi successivi il datore ha mantenuto fede alle proprie promesse: ti ha sempre versato puntualmente lo stipendio e ti ha chiesto solo quella parte in più rispetto agli accordi iniziali. Un giorno però gli fai sapere che, per necessità economiche sopravvenute, non hai la possibilità di restituirgli il contante. Lui si adira e promette di sciogliere il contratto di lavoro. Cosa puoi fare? Se il dipendente è costretto a restituire parte dello stipendio come si difende? La soluzione proviene da una sentenza di questa mattina della Cassazione [1].

Pagare uno stipendio inferiore rispetto alla busta paga: è legale?

Sicuramente pagare uno stipendio inferiore rispetto al dovuto è illegale e non c’è bisogno dell’avvocato che lo confermi. È illecito anche se c’è il preventivo accordo tra le parti: se cioè il dipendente accetta la proposta del datore di lavoro di erogargli solo una parte del dovuto può, in un secondo momento, agire contro di lui senza rischiare alcuna conseguenza sul piano personale. Dunque, i rischi di pagare uno stipendio più basso del dovuto ricadono tutti sull’azienda. Ma di che tipo di rischi si tratta? Qui sta il punto e il confine tra l’illecito civile e il penale è facile da spiegare ma molto sottile da individuare nella realtà. Vediamo perché.

Restituzione dello stipendio in nero sotto minaccia: è reato

Secondo la Corte, quando il pagamento di uno stipendio inferiore rispetto al dovuto viene imposto paventando, in alternativa, la possibilità di un licenziamento siamo dinanzi a una minaccia che fa scattare il reato di estorsione. Per cui il dipendente che teme di perdere il posto se non restituisce parte dello stipendio bonificatogli sul conto può, per difendersi, denunciare il datore di lavoro che lo ha messo sotto ricatto. Un ricatto che, per ovvie ragioni, ha visto un iniziale consenso per poter lavorare. Ma proprio per questa necessità il consenso è viziato e quindi non ha alcun valore.

Restituzione dello stipendio in nero senza minaccia: diritto alle differenze retributive

Se invece l’imprenditore non esercita alcun tipo di pressione sul lavoratore e non lo pone dinanzi all’alternativa tra l’accettazione del patto illecito e il licenziamento, allora non siamo più dinanzi a un reato ma a un illecito civile (mancato pagamento dello stipendio) e amministrativo (omesso versamento dei contributi). Il dipendente può agire in due modi diversi: facendo causa in tribunale e chiedendo la restituzione delle differenze retributive oppure recandosi all’Ufficio Territoriale del Lavoro per tentare una conciliazione innanzi all’Ispettore. Di tanto parleremo a breve.

La sottile differenza tra civile e penale

Detta così, la differenza tra reato di estorsione e semplice inadempimento dell’azienda è facile da intuire ma, nel concreto, non è così. Difatti, spesso la minaccia del licenziamento viene solo ventilata, fatta intendere in modo velato e non con espressioni esplicite e compromettenti. A volte la ritorsione viene attuata con il mobbing, con il cambiamento di mansioni o di ufficio, il trasferimento o la negazione delle ferie nel periodo richiesto dal dipendente. È chiaro che questi comportamenti, quando reiterati, daranno luogo alla possibilità di agire per altre forme di illecito.

Dipendente costretto a restituire parte di stipendio: come difendersi?

Come abbiamo detto, il dipendente ha tre armi:

  • andare dai carabinieri, alla polizia o alla procura della repubblica e depositare una denuncia per il reato di estorsione: ma ciò solo se c’è stata una minaccia  – esplicita o velata – di licenziamento o di altre ritorsioni;
  • andare all’Ufficio Territoriale del Lavoro e chiedere una conciliazione monocratica innanzi all’Ispettore. Questi convocherà l’azienda e tenterà di mettere d’accordo le parti per il pagamento degli arretrati. Se l’accordo dovesse saltare, verranno avviati i controlli in azienda e poi comminate le sanzioni amministrative (salate);
  • fare una causa in tribunale entro cinque anni dalla cessazione del rapporto di lavoro e chiedere le differenze retributive. Il dipendente dovrà dimostrare il fatto di aver restituito parte dello stipendio in nero e a tal fine le sue dichiarazioni non potranno valere come prova. Dovrà allora chiedere la testimonianza di qualche collega, cosa non sempre facile da ottenere. In ogni caso è possibile registrare le conversazioni avvenute sul posto di lavoro e utilizzarle davanti al giudice quando ciò serve per difendere i propri diritti. Si tratta infatti di un comportamento pienamente lecito secondo la Cassazione, proprio perché rivolto a tutelare i propri diritti davanti a un tribunale (se così non fosse, le registrazioni sul luogo di lavoro sono da considerare illegali).

note

[1] Cass. sent. n. 25979/18 del 7.06.2018.


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1 Commento

  1. Purtroppo dipende tutto dal giudice…io con registrazioni depositate come prova su tre giudici cambiati in una causa lunga quasi 8 anni nessuno ha voluto mai prenderle in considerazione e acquisirle come prova.La verità è che le leggi sono una grandissima presa in giro, quelli che comandano sono i giudici.

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