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Editoriali Se il coniuge porta via da casa oggetti: che fare?

Editoriali Pubblicato il 10 giugno 2018

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> Editoriali Pubblicato il 10 giugno 2018

Si può denunciare il marito o la moglie per furto o appropriazione indebita se abusivamente si porta con sé oggetti e arredo?

Tra te e tua moglie le cose non vanno più bene ormai da diverso tempo. Vi lasciate, poi vi riprendete, poi vi lasciate di nuovo. Vi siete persino separati davanti al giudice, per poi tornare a vivere sotto lo stesso tetto per qualche mese e constatare, all’ennesimo violento litigio, che il matrimonio non fa per voi. In tutto questo, è successo qualcosa di grave. Tua moglie si è impossessata delle chiavi della vostra casa al mare e non te le ha volute più ridare. In più hai saputo che ha iniziato a spogliarla degli arredi di maggior valore. Così, nell’infinita spirale di vendette e ritorsioni che si sono ormai innescate tra voi, hai deciso di querelarla per furto. A suo dire, non puoi farlo poiché, non essendo ancora intervenuto il divorzio, i beni sono anche suoi e può disporne per come vuole. Chi dei due ha ragione? Che fare se il coniuge porta via da casa oggetti preziosi? La questione è stata più volte al vaglio della Cassazione che, da ultimo, ha deciso con una sentenza [1] particolarmente interessante per ciò che andremo a spiegare qui di seguito. Per ciò, prenditi cinque minuti del tuo tempo perché l’insegnamento potrebbe un giorno tornarti utile.

Rubare o truffare moglie o marito: si commette reato?

Rubare o truffare una persona qualsiasi è reato. Non ci vuole l’avvocato per dirlo. Ma se a commettere uno di questi reati è un coniuge ai danni dell’altro non si può procedere penalmente. Questo perché il codice penale [2] esclude la punibilità per i reati contro il patrimonio del coniuge. Dunque, non si può querelare moglie o marito per furto, appropriazione indebita o truffa.

Condizione per applicare questa norma è che la coppia sia ancora sposata.

Se la coppia è in comunione dei beni e uno dei due coniugi si accorge che l’altro depaupera il conto corrente o vende i beni di famiglia senza autorizzazione può tutt’al più tutelarsi solo in via civile e chiedere al giudice che lo condanni a reintegrare la comunione del proprio 50% sottratto illegittimamente. Ma non è possibile alcuna querela.

Se la coppia è separata è possibile sporgere querela per furto?

Diverso è il discorso se la coppia è già in crisi. Se infatti è intervenuta una sentenza di separazione, il coniuge che scopre l’altro a sottrarre oggetti da casa – siano essi di valore o meno – può querelarlo per appropriazione indebita. In questo caso, infatti, non scatta più la “causa di non punibilità” di cui abbiamo parlato in apertura.

Del resto, con la sentenza di separazione cessa anche la comunione e i beni vengono divisi. Sicché appropriarsi degli oggetti appartenenti all’altro (sia pure solo al 50%) costituisce reato.

Se la coppia si lascia e si rimette insieme c’è reato?

Le cose si complicano quando la coppia, dopo essersi separata, si rappacifica, sia pure per poco tempo. In tali casi si verifica quella che il codice civile chiama riconciliazione. Cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta. La riconciliazione si verifica quando marito e moglie, dopo essersi separati, decidono di tornare sui propri passi e far cessare gli effetti della separazione stessa. In questo caso cessano gli effetti della separazione e la coppia non può più divorziare, neanche se decorrono i 12 o i 6 mesi previsti dalla legge (rispettivamente a seguito di separazione giudiziale o consensuale). Per poter divorziare è necessario separarsi nuovamente con una ulteriore procedura (consensuale o giudiziale).

I coniugi possono riconciliarsi sia tacitamente, mantenendo un comportamento non equivoco incompatibile con lo stato di separazione; sia con un accordo scritto ove dichiarano di volere riprendere la normale vita matrimoniale e ripristinarne tutti i doveri.

Qui bisogna prestare massima attenzione. Il chiarimento – invero assai importante -fornito dalla Cassazione nella sentenza in commento sta nel fatto di aver spiegato che la riconciliazione ha effetti retroattivi: vuol dire che essa toglie valore alla separazione sin dall’origine, come se questa non fosse mai avvenuta. In pratica è come se i coniugi fossero rimasti sempre sposati. Quindi nessun furto, appropriazione indebita o truffa avvenuta tra loro in questo arco di tempo può essere denunciato alle autorità e punito. Se infatti la coppia si è riconciliata dopo la separazione, anche se solo con un comportamento concludente (quindi senza accordi scritti), è ormai impossibile sporgere querela in quanto – come abbiamo appena detto – la separazione ha perso tutti i suoi effetti sin dall’origine, in via retroattiva, ed è quindi come se la coppia non si fosse mai lasciata.

Quindi, in teoria, il comportamento della moglie che si appropria delle chiavi della casa estiva o della mobilia o di altri beni del marito è reato di appropriazione indebita solo se la coppia si è già separata al momento del comportamento. Se però, in un momento successivo, è intervenuta una riconciliazione il reato non è più punibile. Pertanto, se il coniuge porta via da casa oggetti l’unica cosa che si può fare è un’azione civile di risarcimento del danno e, se la coppia è sposata in regime di comunione dei beni, chiedere che questa ripristini la parte di comunione depauperata.

note

[1] Cass. sent. n. 26020/18 del 7.06.2018.

[2] Art. 649 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 19 aprile – 7 giugno 2018, n. 26020

Presidente Fumo – Relatore Morosini

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Palermo ha confermato, anche agli effetti civili, la condanna di G.S. per i reati di violenza privata e appropriazione indebita commessi in un periodo compreso tra i mesi di agosto e ottobre 2010, in danno del marito separato D.B.V. .

Secondo la ricostruzione dei giudici di merito l’imputata si è indebitamente appropriata delle chiavi dell’abitazione estiva, impedendo al marito di recuperare beni di sua proprietà (capo B) e, in occasione di un litigio relativo alla medesima vicenda, ha aggredito il marito, gettando via il telefono cellulare con cui la vittima stava tentando di fotografare la scena (capo A).

2. Avverso la sentenza ricorre l’imputata, per il tramite del difensore, articolando due motivi.

2.1 Con il primo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione, in ordine alla ritenuta attendibilità della persona offesa, nonché al mancato riconoscimento della causa di non punibilità di cui all’art. 649 cod. pen. in relazione al reato di appropriazione indebita.

Sotto questo secondo profilo la ricorrente sostiene che, alla data dei fatti, i coniugi non erano più separati come risulterebbe dalla sentenza della Corte di appello di Palermo in data 17 dicembre 2014 che ha dichiarato cessati gli effetti della separazione consensuale per effetto della riconciliazione intervenuta tra i coniugi.

2.2 Con il secondo motivo lamenta i medesimi vizi in ordine al diniego delle circostanze attenuanti generiche e al trattamento sanzionatorio, ritenuto immotivatamente eccessivo.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato nei limiti di seguito precisati, mentre è inammissibile nel resto.

1. Il primo motivo è fondato nei termini che seguono.

1.1 A mente dell’art. 649 cod. pen. non è punibile chi ha commesso un reato contro il patrimonio in danno del coniuge non legalmente separato.

Nella specie la sentenza impugnata ha negato l’applicabilità della norma, rilevando che:

– i coniugi G. – D.B. si erano consensualmente separati il 14 novembre 2007 dinanzi al Tribunale di Palermo che omologava la separazione con decreto del 25 febbraio 2008;

– in seguito il D.B. promuoveva azione civile per il riconoscimento della riconciliazione tra coniugi e la Corte di appello di Palermo dichiarava l’intervenuta riconciliazione;

– la sentenza di riconciliazione era del 2014, mentre i fatti oggetto del giudizio risalivano al 2010, sicché la causa di non punibilità era inoperante in ragione della natura non retroattiva della pronuncia civile.

1.2 La decisione è errata.

Secondo quanto stabilito dall’art. 157 cod. civ. i coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della sentenza di separazione, senza che sia necessario l’intervento del giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione.

La sentenza ricognitiva della intervenuta riconciliazione determina la cessazione degli effetti della precedente separazione, con caducazione del provvedimento di omologazione, non con effetto ex nunc, come erroneamente ritenuto dai giudici di merito, ma a far data dal ripristino della convivenza spirituale e materiale propria della vita coniugale (Sez. 3 civ., 26 agosto 2013 n. 19541).

Nella specie, dalla sentenza impugnata e da quella di riconciliazione prodotta nei giudizi di merito e in allegato al ricorso, risulta che:

– la riconciliazione tra i coniugi, dichiarata dalla Corte di Appello di Palermo con sentenza del 17 dicembre 2014, è avvenuta già dal 2008;

– a partire da quel momento sono cessati gli effetti della separazione (Sez. 3 civ., 26 agosto 2013 n. 19541 sopra cit.);

– la condotta di cui all’art. 646 cod. pen. risale al 2010; nella qual data i coniugi non erano più separati proprio in ragione della precedente riconciliazione.

La ricorrente non è punibile per il reato di cui all’art. 646 cod. pen. poiché ha commesso il fatto in danno del coniuge che, in quel momento, non era più legalmente separato, in quanto il decreto di omologa della separazione era stato posto nel nulla dalla riconciliazione avvenuta in precedenza.

2. È inammissibile la residua doglianza, espressa con il primo motivo, sotto il profilo della attendibilità della persona offesa.

Si tratta di censura reiterativa del motivo di appello, che ha ricevuto congrua risposta da parte della sentenza di appello (pagine 3 e 4) con le cui argomentazioni la ricorrente non si confronta.

3. Per ragioni analoghe è inammissibile il secondo motivo di ricorso, che sottopone alla Corte di legittimità la questione sul diniego delle attenuanti generiche e l’eccessività della pena nei medesimi termini già scrutinati in secondo grado (pagine 4 – 6 della sentenza impugnata), senza precisare le ragioni di censura mosse al giudice di appello.

4. Discende l’annullamento della sentenza impugnata limitatamente alla imputazione di cui al capo B). Deve essere eliminata la relativa pena, che i giudici di merito hanno determinato in mesi tre di reclusione (cfr. pagina 7 sentenza di primo grado).

Il ricorso va dichiarato inammissibile nel resto.

5. L’inerenza della vicenda a rapporti familiari impone, in caso di diffusione della presente sentenza, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla imputazione di cui al capo B) per essere l’imputata non punibile ai sensi dell’art. 649 cod. pen. ed elimina la relativa pena calcolata in continuazione di mesi tre di reclusione; dichiara nel resto inammissibile il ricorso.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03.


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