Diritto e Fisco | Editoriale

Multa: dipendente e socio non rischiano i punti della patente

11 giugno 2018


Multa: dipendente e socio non rischiano i punti della patente

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 giugno 2018



Omessa comunicazione dei dati della patente per l’auto aziendale: se giustificata da un motivo documentato non si rischia più la seconda contravvenzione né la decurtazione dei punti.

Se hai preso una multa mentre guidavi l’auto aziendale e ora temi che il datore di lavoro possa comunicare i dati della tua patente ai fini della detrazione dei punti, ora puoi chiedergli di non farlo. Difatti, la giurisprudenza della Cassazione ha finalmente ritenuto giustificabile non ricordare l’identità dell’effettivo conducente se l’uso della macchina è condiviso da più persone. Il caso tipico è quello dell’auto di proprietà della società usata da soci e dipendenti, ma lo stesso discorso può farsi anche all’interno delle famiglie quando lo stesso mezzo è adoperato tanto dai genitori quanto dai figli (anzi, è proprio questo il caso su cui si è espressa la Corte Suprema e che ha dato vita alla nuova interpretazione). L’ordinanza è stata pubblicata qualche settimana fa [1] e, come immaginabile, ha creato una vera e propria rivoluzione: un capovolgimento interpretativo rispetto al passato, ma certamente più in linea con i principi del nostro ordinamento. Cerchiamo dunque di capire perché, in caso di multa, il dipendente e il socio non rischiano i punti della patente.

Che rischio se non comunico i dati della patente

Il codice della strada stabilisce che, tutte le volte in cui la multa viene comunicata a casa dell’automobilista con la tradizionale raccomandata (quindi, in caso di mancata contestazione immediata), insieme all’indicazione dell’importo da pagare a titolo di contravvenzione, nel verbale è contenuto anche l’invito a fornire i dati dell’effettivo conducente perché solo a questi potrà essere applicata la sanzione accessoria della sottrazione dei punti. Chi, «senza giustificato motivo» omette di fornire tali dati è soggetto a un’ulteriore sanzione da 284 a 1.133 euro. Quindi, in buona sostanza, le possibili strade che si prefigurano al proprietario dell’auto sono le seguenti:

  • pagare la multa e comunicare i dati del conducente: in tal caso, i punti saranno sottratti solo a quest’ultimo e non al proprietario. Se il conducente è lo stesso proprietario, questi dovrà inviare i propri dati (il semplice fatto di pagare non lo esonera dall’obbligo della comunicazione). Secondo alcuni giudici, chi fa ricorso contro la multa non ha l’obbligo di comunicare i dati del conducente; secondo altri invece la comunicazione va comunque fornita (salvo poi decurtare i punti alla fine del giudizio). In particolare, secondo quest’ultimo orientamento seguito anche dalla Cassazione, ricorrere contro un verbale o pagare la sanzione non sospende né elimina l’obbligo di rispondere all’invito di collaborare rispetto al nome di chi era alla guida. Quest’indirizzo confligge però con le indicazioni del ministero dell’Interno, secondo il quale il ricorso è giustificato motivo per non rispondere, purché si comunichi entro 60 giorni di averlo presentato [3];
  • pagare la multa e non comunicare i dati del conducente: in tal caso la polizia non può sottrarre a nessuno i punti dalla patente, neanche al proprietario, ma quest’ultimo riceverà una seconda contravvenzione (da 284 a 1.133 euro). Sicuramente, preferire la seconda multa rispetto alla comunicazione dei dati della patente, solo per non perdere i punti, è una scelta economicamente sbagliata, atteso che costano meno i corsi privati di recupero dei punti.

E se non ricordo a chi ho prestato la mia auto?

La dizione della legge esclude la seconda multa nei confronti di chi non comunica l’identità dell’effettivo conducente se c’è un «giustificato motivo documentato». Ma sino ad oggi la Cassazione ha ignorato questa possibilità, ritenendo responsabile il proprietario dell’auto tutte le volte in cui non è in grado di ricordare a chi ha prestato la propria auto. Quindi, venivano accomunate, ai fini del trattamento sanzionatorio, tanto le ipotesi in cui il titolare del mezzo si disinteressava completamente della comunicazione alla polizia, tanto quelle in cui invece, rispondendo all’invito (e quindi ottemperando all’obbligo), comunicava di non essere in grado di ricordare.

Questa interpretazione, a nostro avviso, è illegittima per una serie di ragioni:

  • la responsabilità oggettiva del proprietario dell’auto per l’uso che gli altri fanno del proprio mezzo è prevista solo dal codice civile per i danni procurati a terzi [4] e non riguarda (né può riguardare) l’ambito amministrativo per il quale, al contrario, vale il principio di responsabilità personale (proprio come nel caso della violazione delle norme penali);
  • imporre di ricordare chi è l’effettivo conducente costringerebbe il proprietario dell’auto a tenere un registro sull’uso della stessa che nessuna legge, invece, prevede (al contrario dei mezzi di trasporto merci);
  • imporre di ricordare, inoltre, finisce per essere incostituzionale, pregiudicando le famiglie dove più persone usano lo stesso veicolo (e quindi più povere) rispetto a quelle dove ogni componente ne ha uno proprio (e quindi più ricche); oppure pone in una situazione di svantaggio le persone più anziane (con maggiori difficoltà a ricordare) rispetto a quelle giovani.

Ecco perché, a nostro avviso, la norma del codice della strada va così interpretata: 

  • la seconda multa scatta solo se non si risponde affatto all’invito della polizia; 
  • ma chi risponde, spiegando quali sono i giustificati motivi per cui non è in grado di ricordare l’identità dell’effettivo conducente non può né subire la seconda contravvenzione né il taglio dei punti.

Questa interpretazione, più volte da noi rappresentata in diversi articoli di questo giornale, è stata finalmente accolta dalla Cassazione. Trattandosi però, almeno per il momento, di una sola pronuncia, sarà bene andarci coi “piedi di piombo”. 

Cosa rischia il dipendente che prende una multa con l’auto aziendale

Il caso deciso dalla Cassazione si riferisce a una signora che, essendo intestataria di un’auto usata anche dal marito e dai figli, ha comunicato di non poter ricordare chi fosse alla guida della stessa. Poiché la giustificazione è apparsa fondata, i giudici le hanno dato ragione e annullato la seconda contravvenzione per omessa comunicazione. Dal 18 aprile 2018, quindi, la giurisprudenza sembra aver finalmente capito che la norma consente di non applicare l’ulteriore sanzione per i casi in cui vi sia un «giustificato e documentato motivo»: la giustificazione di “non ricordare” va valutata caso per caso e può essere valida anche in situazioni in cui sinora si riteneva che non lo fosse. In pratica, questo non vuol dire che si può evitare di rispondere all’invito della polizia, ma che, pur rispondendo, si potrà dire di non ricordare spiegandone le ragioni. Il che sarà una scusante.

Questo orientamento è una svolta non solo per le famiglie ma anche per le società quando il veicolo aziendale viene usato dai soci o dai dipendenti e questi sono più di uno. In pratica, se prima il lavoratore era tenuto sia a pagare la multa (perché il datore la scaricava su di questi) e a subìre la decurtazione dei punti, da oggi si potrà evitare la sanzione accessoria.

Attenzione: per rendere plausibile la giustificazione sarà opportuno accompagnarla ad una documentazione come, ad esempio, i documenti che attestano la presenza di dipendenti o di una pluralità di soci.

Vietato ripensarci dopo il primo invio

Secondo la Cassazione [5] chi compila il modulo dichiarando di non poter risalire all’effettivo conducente al momento dell’infrazione e poi riceve il secondo verbale non può ricorrere contro quest’ultimo sostenendo di aver scritto sul modulo i propri dati anagrafici e allegato copia autentica della patente. Né può poi sostenere che l’indicazione dei propri dati equivalga a prendersi la responsabilità dell’infrazione e la dichiarazione di non sapere sia solo espressione di rammarico.

Niente comunicazione se la multa arriva tardi

Ricordiamo che il verbale con la contravvenzione deve essere notificato entro 90 giorni dal giorno dell’infrazione. Se arriva dopo questo termine, non solo la sanzione è illegittima e non va pagata, ma viene meno anche l’obbligo di comunicare i dati dell’effettivo conducente [6].

Altra difesa per il dipendente che riceve la multa

Il Codice della strada dispone che chi riceve il verbale debba indicare le generalità e il numero della patente della persona cui ha affidato il mezzo. Ma se non ha i dati della licenza di guida non è punibile: sussiste infatti un «giustificato e documentato motivo» che consente l’omessa comunicazione. La giustificazione manca solo per le aziende che per la loro attività (come noleggio e autotrasporto con cronotachigrafo) hanno l’obbligo di legge di registrare sempre il nome del conducente.

Quando la società decide di pagare la multa e indica un trasgressore, questi è comunque libero di presentare ricorso per evitare la decurtazione dei punti: secondo infatti la Corte Costituzionale e di Cassazione [7] è possibile, in questi casi, derogare al principio secondo cui il pagamento esclude che ci possa essere un’opposizione al verbale.


note

[1] Cass. ord. n. 9555/2018.

[2] Art. 126bis, co. 2, cod. strada.

[3] Ministero dell’Interno, circolari 300/A/3971/11/109/16 e 300/A/7157/11/109/16.

[4] Art. 2051 cod. civ.

[5] Cass. sent. n. 29593/2017.

[6] Cass. sent. n. 11185/2011.

[7] C. Cost. sent. n. 471/2005 e Cass. sent. n. 3948/2008.


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