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CCF: incrementa il debito pubblico?

15 giugno 2018


CCF: incrementa il debito pubblico?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 15 giugno 2018



Il CCF è introducibile nel nostro ordinamento senza alcuna restrizione da un punto di vista giuridico. La sua introduzione potrebbe anche essere slegata da un intervento legislativo specifico, in attuazione della mera potestà sovrana dello Stato di emettere qualunque tipo di prestiti interni,anche se appare più opportuno che questa emissione avvenga nell’ambito di una legge-quadro che ne fissi i caratteri generali. I CCF dal punto di vista giuridico-contabile sono un debito o una semplice passività secondo la legislazione italiana ed europea? Questo per capire se si può introdurlo o meno, dal momento che i CCF non sono moneta e quindi non è incompatibile con il ruolo della BCE).

Secondo la prospettazione dei suoi fautori, il Certificato di credito fiscale (Ccf) è un titolo emesso dallo stato che, al momento della scadenza (due anni), può essere utilizzato dal prenditore per pagare obbligazioni di carattere finanziario nei confronti del medesimo soggetto statuale, aventi identico ammontare del valore riportato sul titolo.

Il Ccf potrebbe altresì essere astrattamente utilizzato anche per acquisti di beni e servizi, dunque nell’ambito di transazioni tra privati. Tuttavia, in tale ipotesi il certificato non potrebbe essere qualificato come moneta avente corso legale, come sono invece gli euro emessi dalla Banca centrale europea. Dunque, la sua circolazione in qualità di quasi-moneta sarebbe possibile soltanto in un mercato secondario liquido, retto dalla fiducia di tutti gli operatori che ne fanno parte circa il fatto che essi vengano accettati come mezzi di pagamento.

Per quanto concerne i profili di legittimità dei Ccf – tema strettamente connesso a quello della loro qualificazione o meno come fonte di debito – va osservato che se, da un lato, ogni stato ha il diritto,in astratto, di introdurre nuove forme di prestito, nel caso dell’Italia va tenuto conto, d’altro canto,

dei vincoli costituzionali e, in particolare, di quello posto dall’art. 81 comma 3 della Costituzione, il quale prevede l’obbligo, per le leggi che introducono nuovi o maggiori oneri, di provvedere ai mezzi per farvi fronte.

Dunque, di per sé i certificati in questione non sarebbero incompatibili con la nostra carta costituzionale, ma ciò soltanto nella misura in cui la loro emissione e soprattutto la loro estinzione mediante l’utilizzo come credito d’imposta siano sorrette dalle necessarie coperture finanziarie.

Tale obbligo di copertura è tanto più cogente ove si considerino i Ccf fonte del debito pubblico.

La questione è attualmente controversa.

Gli argomenti addotti a sostegno della non riconducibilità dei Ccf alla nozione di debito pubblico sono sostanzialmente i seguenti:

1) i Certificati di credito fiscale non comportano, al momento della loro emissione, esborsi di denaro, cioè deficit di bilancio, da parte dello stato;

2) i Ccf non sono a rischio default;

3) in base alle regole di contabilità nazionale di Eurostat l’emissione dei Cct non è qualificabile come debito;

4) essi non sono rimborsabili in euro.

Tali affermazioni non corrispondono alla realtà o comunque non sono rilevanti, per i seguenti motivi:

1) il mancato incremento del disavanzo di bilancio non significa necessariamente che non aumenti il debito pubblico. Ciò perché anche laddove, in ipotesi, il deficit di bilancio fosse pari a zero, lo stato potrebbe accollarsi delle passività, proprio come accadrebbe al momento

dell’emissione dei Ccf i quali, comportando l’obbligo per l’emittente statale di riconoscere al portatore una determinata somma alla scadenza, costituiscono senza dubbio una passività e le passività, come si vedrà in seguito, refluiscono nel debito pubblico;

2) i Ccf sono suscettibili di default, in quanto nessuno impedisce all’emittente di ripudiarli, in tutto o in parte;

3) le regole di contabilità nazionale ESA2010 distinguono tra sconti fiscali payable e non payable. I primi devono essere contabilizzati come debito all’atto della loro maturazione

mentre i secondi vanno contabilizzati, all’atto della loro utilizzazione, come riduzione di tasse. Dunque, i crediti sono considerati payable non quando risultino pagabili in euro, bensì quando siano pagabili per intero. Di conseguenza, anche nell’ipotesi che il contribuente,possessore di uno o più Ccf, non debba pagare tasse alla scadenza dei certificati – con conseguente non utilizzazione degli stessi – ciò non gli impedirebbe di trasferirli ad altri soggetti, titolari invece di debiti nei confronti dell’erario. In tal caso, il credito – e il relativo titolo – è sicuramente payable, ossia da contabilizzare come debito;

4) che i Ccf non siano rimborsabili in euro ma rappresentino invece una forma di pagamento delle tasse, non significa che non vadano calcolati come debito. Infatti, si tratta in ogni caso di passività. Sono, cioè, sovrapponibili ai Bot, in quanto anch’essi incorporano l’obbligazione dello stato a corrispondere una somma al portatore, nello specifico come

restituzione di tasse pagate. Trattandosi di una passività, essa si traduce in debito pubblico.

In effetti, e il rilievo è determinante, la distinzione tra passività e debito, se può avere un senso nella contabilità privata ne ha molto meno – o non ne ha alcuno – nell’ambito della contabilità pubblica. E infatti, il Protocollo del Trattato sull’Unione europea prevede che

<<il debito pubblico è pari al valore nominale di tutte le passività lorde consolidate delle amministrazioni pubbliche>>.

Dunque, i Ccf determinerebbero un incremento del debito pubblico.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Massimo Coppin


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