Diritto e Fisco | Editoriale

Concorso docenti 2012: il pomo della discordia

8 gennaio 2013


Concorso docenti 2012: il pomo della discordia

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 gennaio 2013



Tra ricorsi e diffide, procede l’attività del “concorsone” per reclutare nuovi insegnanti.

Il Ministro uscente Francesco Profumo lo ha definito il più grande concorso degli ultimi tempi, superando, in termini numerici ed organizzativi, quelli banditi in tutti gli Stati europei.

Ma era proprio necessario bandire un concorso per reclutare 11.892 insegnanti per il prossimo biennio scolastico?

Un numero esorbitante di aspiranti docenti, dalle scuole materne sino a quelle superiori, sono stati impegnati il 17 e il 18 dicembre 2012 nella prima fase del concorso: una prova preselettiva con 50 domande a risposta multipla per sondare, non le competenze disciplinari, ma le capacità logico deduttive, le competenze informatiche e di lingua dei futuri docenti. Ed ora, tra un ricorso e l’altro, si attende di sapere quando, e soprattutto secondo quali modalità, la prova scritta avrà luogo.

A ricorrere sono stati inizialmente i candidati ammessi con riserva, non essendo in possesso dei requisiti d’accesso richiesti nel bando di partecipazione (aperto ad una tipologia specifica di candidati) e, dopo le prove preselettive (che hanno decurtato circa il 65% degli aspiranti insegnanti), il ricorso è stato inoltrato da coloro che reclamano a gran voce di abbassare la soglia del punteggio da 35 a 30/50, l’equivalente di 6/10, il punteggio minimo richiesto per il passaggio da una prova all’altra.

Il “concorso della discordia” lascia perplessi certamente molti, sicuramente non tutti: dai sindacati ai docenti precari che servono la scuola italiana da anni senza mai vedere stabilizzata, giuridicamente ed economicamente, la loro posizione.

Se dunque esistono “cattedre” da mettere a bando, laddove le GaE (graduatorie ad esaurimento) ancora non sono smaltite, se l’innalzamento dell’età pensionabile dei docenti già di ruolo viene spostata in avanti, è lecito chiedersi se non sia questo concorso uno specchietto per le allodole. Perché – se esiste la possibilità di occupare stabilmente dei posti di lavoro – si è ritenuto opportuno selezionare, in parte, personale già ampiamente selezionato?

D’altronde al Ministero, quando alla fine degli anni ‘90 venne bandita la SSIS (scuola di specializzazione insegnamento secondario) in risposta agli accordi europei stipulati a Lisbona come evoluzione della formazione della professione docente in Europa, si riteneva che questa fosse la migliore forma di reclutamento del futuro personale docente. Si investì su un’alta percentuale di giovani laureati, molti dei quali, ancora oggi, giacciono nelle GaE in attesa del fatidico posto fisso.

Ma pur ritenendo il precariato un fenomeno dell’era moderna che riguarda non più giovani, ma uomini e donne in età ormai adulta, il docente precario ha sempre continuato a prestare servizio in luoghi e scuole diverse, dimostrando altresì malleabilità nell’adattarsi a contesti sempre nuovi, ambienti socio-culturali differenti, a trattare didatticamente “fette” di programmi ministeriali diversi, a seconda di quale momento dell’anno scolastico il precario si inserisca per sostituire il collega di ruolo.

Il docente precario non è un docente di serie B, né rimane sempre in panchina, bensì si allena con costanza e determinazione, perché quando viene chiamato a scendere “in campo” – per usare un espressione esaustiva e comune nel linguaggio contemporaneo – deve dare il meglio di sé.

Ma evidentemente la preparazione così intesa non è stata sufficiente: l’idoneità all’insegnamento acquista dopo i concorsi del 1990 e del 1999, il superamento delle prove d’ingresso alle SSIS (vertenti sui programmi ministeriali del ’99), il superamento di un esame finale, dopo 1.200 ore di lezioni frontali, di cui 400 di tirocinio con la guida di un docente di ruolo all’interno di una scuola, dopo l’indizione dei TFA (tirocinio formativo attivo – corso post universitario abilitante all’insegnamento) ecco ripartire gli aspiranti docenti di nuovo dal via.

Perché, dunque, non pianificare un accesso programmato sulla base dei posti effettivamente disponibili, regione per regione, smaltendo il personale già ampiamente formato? Se l’Italia vuole guardare all’Europa, allora lo faccia in termini di correttezza nei confronti del lavoratore: le normative a tutela del lavoratore precario esistono, basta solo avere la volontà di applicarle.

Di MANUELA MAGNELLI

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