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Gratuito patrocinio: l’accompagnamento si calcola?

12 Giu 2018


Gratuito patrocinio: l’accompagnamento si calcola?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Giu 2018



Ai fini dell’ammissione al gratuito patrocinio, l’indennità di accompagnamento fa reddito? 

Chi non ha un reddito sufficiente a mantenersi, inferiore a circa mille euro al mese, ha diritto a ottenere un avvocato gratis sia per avviare una causa che per difendersi da quella intentatagli da altri. La regola vale nei processi civili, penali, amministrativi e tributari. Si chiama gratuito patrocinio e copre non solo la parcella del proprio legale ma anche le spese collegate al giudizio: bolli, marche, tributi, notifiche, diritti di cancelleria, consulente tecnico, ecc. Per essere ammessi al gratuito patrocinio non bisogna superare una soglia di reddito aggiornata periodicamente dal Ministero della Giustizia e oggi pari a 11.493,82 euro all’anno. Quali sono tuttavia i redditi che vanno tenuti in considerazione per valutare l’eventuale superamento di tale soglia? Il problema si pone, soprattutto, per coloro che ricevono pensioni e sussidi di invalidità. Di recente, la Cassazione ha chiarito se, ai fini del gratuito patrocinino, l’indennità di accompagnamento si calcola, ossia se fa reddito. Ecco cosa è stato detto in proposito [1].

C’è una questione che trae spesso in inganno chi accede al gratuito patrocinio e di cui è bene parlare subito per evitare un indiscriminato ricorso a tale istituto. Il gratuito patrocinio non può consentire a chiunque di ricorrere al giudice solo perché le spese legali sono “coperte” dallo Stato; ciò finirebbe altrimenti per esporre i cittadini al rischio di pretese ingiustificate, intentate magari solo per dispetto. Così la giurisprudenza ha più volte chiarito che, in caso di sconfitta, la parte ammessa al gratuito patrocinio deve comunque rimborsare le spese processuali all’avversario (sempre se previsto dalla sentenza). In questo modo, si invita indirettamente alla prudenza anche chi non deve pagare l’avvocato.

Detto ciò vediamo quali redditi vanno calcolati ai fini della verifica del superamento del tetto prefissato dalla legge ai fini del gratuito patrocinio.

Bisogna innanzitutto tenere in conto il reddito di chi chiede il beneficio.

Per calcolare il reddito si tiene conto anche dei redditi che per legge sono esenti dall’Irpef o che sono soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o ad imposta sostitutiva.

A ciò va poi sommato anche quello di familiari conviventi (coniugi, figli, genitori) salvo che la causa non sia diretta proprio nei confronti di uno di questi; in tale ipotesi, i redditi non si sommano (si pensi a una causa di separazione tra marito e moglie).

Chi è fiscalmente a carico di un’altra persona (ad esempio un genitore) ma non convive con questa non deve sommare il proprio reddito a quello del familiare per poter accedere al gratuito patrocinio; si tiene in tal caso conto solo del reddito dell’interessato al beneficio.

Vediamo ora se le pensioni e i sussidi concorrono a formare il reddito da calcolare per la verifica del diritto al patrocinio a spese dello Stato. La questione è estremamente delicata perché una non corretta conoscenza della legge può configurare una responsabilità penale per le false dichiarazioni di chi ha omesso di indicare un reddito rilevante.

In passato la Cassazione ha sostenuto che [2] l’assegno sociale (cosiddetta pensione sociale), lungi dal rappresentare un contributo occasionale, costituisce un vero e proprio trattamento stabile e continuativo, immutabile, che deve pertanto essere inserito nella dichiarazione dei redditi da presentare al fine di essere ammessi al patrocinio a spese dello Stato (riconosciuta, nella specie, la responsabilità dell’imputato per il reato di cui all’art. 95 del d.P.R. n. 115/02, per aver reso dichiarazione reddituale non corrispondente al vero).

Per l’ammissione al gratuito patrocinio devono essere indicati anche gli elementi reddituali non continuativi ed occasionali, quali il sussidio per le condizioni di difficoltà economica familiare e le somme ricevute a titolo di risarcimento danni, che concorrono a determinare il limite di reddito previsto per l’ammissione al beneficio in questione [3].

Veniamo ora al caso di un soggetto che percepisce l’indennità di accompagnamento: questo assegno mensile “fa reddito” e quindi va considerato nella soglia? La risposta è negativa. Come è stato già in passato chiarito dalla giurisprudenza [4], in tema di gratuito patrocinio, ai fini della determinazione del reddito rilevante per l’ammissione al beneficio, non può tenersi conto di quanto percepito a titolo di indennità di accompagnamento a favore degli invalidi totali in quanto tale sussidio, destinato a fare fronte ad impegni di spesa indispensabili per consentire alla persona disabile condizioni di vita compatibili con la dignità umana, non rientra nella nozione di reddito [5]. Cosicché la omessa dichiarazione di dette indennità nell’autocertificazione avente ad oggetto il reddito percepito non può integrare alcun reato.

Insomma, l’assegno di accompagnamento non fa reddito e non va calcolato per stabilire se il cittadino che chiede il gratuito patrocinio supera o meno il tetto di 11.493,82 euro all’anno.

note

[1] Cass. sent. n. 26302/18 dell’8.06.2018.

[2] Cass. sent. n. 38980/2014.

[3] Cass. sent. n. 34864/2017, n. 6383/1991, n. 5003/1992; Corte dei Conti, sez. III, 31.3.1994 n. 71141; 12.8.1992 n. 68357; T.A.R. Trento 27.5.1993 n. 179

[4] Cass. sent. n. 31591/2002.

[5] Di cui all’art. 3 comma 3 l. 30 luglio 1990, n. 217.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 13 aprile – 8 giugno 2018, n. 26302

Presidente Ciampi – Relatore Bruno

Ritenuto in fatto

1. Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, decidendo in sede di opposizione, con ordinanza emessa in data 26/9/2017, ha rigettato il ricorso proposto da C.E. , avverso il provvedimento di diniego di ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione il C. , a mezzo di difensore, ai sensi dell’art. 99, comma 4, d.P.R. 115/2002.

L’atto di impugnazione consta di tre motivi che, ai sensi dell’art. 173, disp. att. cod. proc. pen., possono essere riassunti come segue.

2.1 Primo motivo: la difesa lamenta che il giudice avrebbe omesso di esaminare un fatto decisivo per il giudizio, trascurando di valutare il ricorso nella parte in cui il richiedente si duole del rigetto della propria istanza, sull’argomentazione della semplice iscrizione nel registro degli indagati per il reato di cui all’art. 74 d.P.R. 309/90, che non è rilevante ai fini del diniego del patrocinio a spese dello Stato. Su tale aspetto, il giudice del provvedimento impugnato non si è pronunciato. Ha di contro rigettato l’opposizione in quanto ha rilevato che, dalla documentazione allegata all’istanza, risulta la percezione di una indennità di accompagnamento, non considerata ai fini della determinazione del reddito del nucleo familiare che, incidendo su tale reddito, verosimilmente comporterebbe il superamento dei limiti di legge. Tali argomentazioni, tuttavia, non avrebbero attinenza con quanto era stato stabilito dai primo giudice. Pertanto, il giudice, in sede di opposizione, ha rigettato l’opposizione per motivi difformi da quelli che avevano formato oggetto di valutazione del primo giudice.

2.2. Secondo motivo: violazione e falsa applicazione degli artt. 76, comma 3 e 79, d.P.R. 115/2002; art. 24, legge 8 novembre 2000 n. 32; art. 3, comma 3, legge 30 luglio 1990 n. 217 in relazione all’art. 360, n.3 cod. proc. civ. Secondo la difesa il giudice sarebbe incorso in violazione di legge laddove ha considerato valutabile ai fini della determinazione del reddito l’indennità di accompagnamento.

Ai sensi dell’art. 76, comma 3, d.P.R. 115/2002, ai fini della determinazione dei limiti di reddito si tiene conto anche dei redditi che per legge sono esenti dall’imposta sul reddito delle persone fisiche o che sono soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, ovvero ad imposta sostitutiva.

Sarebbe da valutare caso per caso la rilevanza dei singoli cespiti reddituali ai fini del superamento della soglia di ammissione al gratuito patrocinio. In proposito, proprio con riferimento all’indennità di accompagnamento la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha stabilito che si tratta di emolumenti non valutabili ai fini della determinazione del reddito (Sez. 3, n. 31591 del 01/07/2002, Rv. 222311).

2.3 Violazione e falsa applicazione degli artt. 76 e 79 d.P.R. n. 115 del 2002, in relazione all’art. 360 n.3 cod. proc. civ.; erronea applicazione della norma di cui all’art. 79, lett. c) d.P.R. 115/2002 in ordine alle conseguenze derivanti dalla mancata allegazione della dichiarazione sostitutiva di certificazione in ordine ai redditi prodotti dall’istante nella domanda di ammissione al beneficio. La difesa rappresenta che il giudice avrebbe dovuto acquisire o richiedere all’istante la documentazione riguardante l’indennità di accompagnamento al fine di stabilire la sua consistenza, essendosi espresso in termini di verosimiglianza.

3. Il Procuratore Generale con requisitoria scritta ha chiesto il rigetto del ricorso.

Considerato in diritto

1. Fondato risulta il motivo di ricorso afferente alla valutazione, ai fini della determinazione del reddito del richiedente, della indennità di accompagnamento, che riveste carattere assorbente rispetto alle ulteriori doglianze difensive.

In ordine a tale aspetto, orientamento consolidato della giurisprudenza di questa Corte ha affermato che in materia di gratuito patrocinio, ai fini della determinazione del reddito rilevante per l’ammissione al beneficio, non può tenersi conto di quanto percepito a titolo di indennità di accompagnamento a favore degli invalidi totali (così Sez. 4, n. 24842 del 04/02/2015, Rv. 263720). Si è invero precisato che tale indennità ha natura di sussidio destinato a fare fronte agli impegni di spesa indispensabili per consentire alla persona disabile, condizioni di vita compatibili con la dignità umana. Per tale ragione essa non rientra nella nozione di reddito, di cui all’art. 76 d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115.

2. Si impone pertanto l’annullamento del provvedimento impugnato, con rinvio al Tribunale di Roma per nuovo esame.

P.Q.M.

Annulla il provvedimento impugnato e rinvia, per nuovo esame, al Tribunale di Roma.


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