Diritto e Fisco | Editoriale

Sciopero: quando è reato?

7 luglio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 luglio 2018



Lo sciopero è sempre legittimo? Come funziona lo sciopero nei servizi pubblici essenziali? Cos’è lo sciopero politico?

Oggi tutti sanno che ogni lavoratore può scioperare in presenza di giusti motivi. Lo sciopero è pacificamente riconosciuto come un vero e proprio dei lavoratori, i quali, in segno di protesta, possono incrociare le braccia senza andare incontro a conseguenze spiacevoli per la loro occupazione. È la stessa Costituzione italiana a prevedere il diritto di sciopero, rimandando però alle leggi speciali per la disciplina concreta.

Proprio la legge, però, contempla dei casi in cui lo sciopero non è ammesso o, addirittura, costituisce reato. Con questo articolo vedremo cos’è lo sciopero e quando è reato.

Sciopero: cos’è?

Lo sciopero è un’astensione collettiva dal lavoro da parte dei dipendenti; se l’astensione proviene dai datori, allora si parla di serrata. Lo sciopero è normalmente proclamato dai sindacati, cioè dalle organizzazioni che rappresentano i lavoratori.

Molto spesso lo sciopero è indetto in segno di protesta per le condizioni in cui i dipendenti sono costretti ad espletare il loro lavoro: esempio classico è lo sciopero che esprime il malcontento per il salario troppo basso, oppure per il trattamento troppo severo, per l’orario di lavoro eccessivo, ecc.

A ben vedere, a scioperare non sono solo i lavoratori dipendenti (operai, impiegati, ecc.), ma anche i lavoratori autonomi: si pensi, ad esempio, alle astensioni di magistrati e avvocati. Il tratto comune, però, è sempre quello della protesta verso una condizione che si ritiene insopportabile.

Sciopero: cosa dice la legge?

In passato, durante il regime fascista, lo sciopero era visto come un movimento sedizioso, idoneo a turbare l’ordine pubblico. Per questo motivo esso era vietato dalla legge. Con l’entrata in vigore della Costituzione che, come detto, qualifica lo sciopero come un vero e proprio diritto [1], gran parte delle leggi che si ponevano in contrasto e che, quindi, limitavano l’esercizio dello sciopero sono venute meno.

Ciò non significa, però, che lo sciopero possa essere indetto da qualsiasi categoria di lavoratori senza limiti di sorta. Caso emblematico è quello dei servizi pubblici essenziali, come i trasporti pubblici, le farmacie, i presidi ospedalieri, le forze dell’ordine. In queste ipotesi, lo sciopero può essere esercitato solamente entro determinati limiti, in modo tale da garantire comunque un servizio minimo per i casi di necessità e di urgenza.

Sciopero nei servizi pubblici essenziali: come funziona?

La legge [2] prevede una particolare modalità di esercizio del diritto di sciopero ogni volta che esso riguardi i cosiddetti servizi pubblici essenziali, cioè quei servizi che sono volti al godimento di diritti fondamentali (quali quello alla salute, al trasporto, alla sicurezza, all’istruzione) a prescindere dalla natura giuridica del rapporto di lavoro (pubblica o privata, dipendente o autonoma).

Dello sciopero riguardante uno dei servizi pubblici essenziali così individuati deve essere dato un preavviso di almeno dieci giorni, indicando durata, modalità e motivazione dell’astensione. Lo sciopero deve essere esercitato nei limiti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale o, nei casi di lavoratori autonomi, professionisti e piccoli imprenditori, dai codici di autoregolamentazione di categoria, in modo tale da garantire sempre un servizio minimo.

Sciopero: è reato?

Abbiamo detto che l’entrata in vigore della Costituzione ha fatto venir meno quasi tutti i divieti che in precedenza vigevano in materia di sciopero. Questo vuol dire che alcuni sono rimasti intatti.

Innanzitutto, riagganciandoci a quanto appena detto in tema di sciopero e di servizi pubblici essenziali, il codice penale punisce con la reclusione da sei mesi a un anno chi, esercitando imprese di servizi pubblici o di pubblica necessità, interrompe il servizio, ovvero sospende il lavoro nei suoi stabilimenti, uffici o aziende, in modo da turbare la regolarità del servizio [3]. La disposizione riguarda solamente i datori di lavoro e, quindi, punisce le serrate ingiustificate.

Un altro articolo del codice penale, invece, afferma che chiunque, al di fuori dei casi previsti dalla legge, provoca un’interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità, è punito con la reclusione fino a un anno. I capi promotori od organizzatori sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni [4].

Il codice penale, a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale [5], punisce lo sciopero politico che sia diretta a sovvertire l’ordinamento costituzionale ovvero ad impedire o ostacolare il libero esercizio dei poteri legittimi nei quali si esprime la sovranità popolare [6]. Allo stesso modo, è punito con la reclusione fino a due anni lo sciopero o la serrata che, costringendo l’autorità a dare o ad omettere un provvedimento o influendo sulle deliberazioni di essa, sia diretto a sovvertire l’ordinamento costituzionale ovvero ad impedire o ostacolare il libero esercizio dei poteri legittimi nei quali si esprime la sovranità popolare [7].

Sciopero: quando è reato?

Tirando le somme di quanto detto sinora, possiamo dire che lo sciopero in Italia costituisce ancora reato se è diretto ad attaccare i valori democratici della Repubblica italiana, ad esempio ostacolando l’esercizio delle funzioni degli organi costituzionali (governo, Parlamento, ecc.) oppure impedendo l’esercizio delle libertà tipiche di una democrazia (ad esempio, il diritto di voto). Si parla in questi casi di sciopero politico.

Costituisce altresì reato l’interruzione ingiustificata, cioè compiuta al di fuori dei limiti di legge, dei servizi pubblici essenziali, sia che l’ostruzione provenga “dall’alto”, cioè dai dirigenti o dai datori di lavoro, sia che venga realizzata da altri soggetti (lavoratori dipendenti ma anche terzi estranei).

note

[1] Art. 40 Cost.

[2] L. n. 146/1990.

[3] Art. 331 cod. pen.

[4] Art. 340 cod. pen.

[5] Corte Cost., sent. n. 290/1974.

[6] Art. 503 cod. pen.

[7] Art. 504 cod. pen.

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