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Tumore, spetta l’assegno di invalidità?

13 giugno 2018


Tumore, spetta l’assegno di invalidità?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 giugno 2018



No all’assegno ordinario di invalidità alla persona che ha subìto l’asportazione di un tumore maligno. Per la Cassazione ha ragione l’Inps secondo cui il ricorrente poteva svolgere attività confacenti alle sue attitudini.

Alla parola tumore non si accompagna sempre l’assegno di invalidità. Anche se il cancro è maligno e per asportarlo è stato necessario un intervento chirurgico. C’è bisogno invece del rispetto delle condizioni (più rigorose) previste dalla legge che richiede una riduzione della capacità di lavoro ad almeno un terzo. Peraltro se sono decorsi diversi anni dall’operazione è più probabile che il male non si ripresenti e che il dipendente possa tornare a svolgere la sua regolare attività, senza subirne alcun effetto invalidante. È questo il parere fornito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di rispondere al quesito: in caso di tumore, spetta l’assegno di invalidità?

Assegno ordinario di invalidità: condizioni e requisiti

Come noto l’assegno ordinario di invalidità erogato dall’Inps presuppone la dichiarazione di “invalido”. Per legge [2], l’invalido è colui la cui capacità di lavoro, «in occupazioni confacenti alle sue attitudini», è ridotta in modo permanente a meno di un terzo, a causa di infermità o difetto fisico o mentale. 

Il diritto all’assegno spetta anche in quei casi in cui la riduzione della capacità lavorativa sia preesistente al rapporto di lavoro, purché vi sia stato successivo aggravamento o siano sopraggiunte nuove infermità.  

L’assegno di invalidità spetta solo a chi non possiede un reddito proprio pari ad almeno due volte la pensione sociale. Per i soggetti sposati e non separati legalmente, l’integrazione non spetta qualora il reddito, cumulato con quello del coniuge, sia superiore a tre volte l’importo della pensione sociale stessa. Dal computo dei redditi predetti è escluso il reddito della casa di abitazione. 

L’assegno di invalidità è compatibile con lo svolgimento o la prosecuzione di attività lavorativa (a differenza della pensione di inabilità che invece ne richiede la cessazione totale).

L’assegno ordinario di invalidità erogato dall’Inps spetta ai lavoratori:

  • dipendenti;
  • autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti, coloni e mezzadri);
  • iscritti alla gestione separata.

Può richiedere l’assegno di invalidità chi:

  1. a causa di una infermità o un difetto fisico o mentale, abbia la capacità lavorativa ridotta a meno di un terzo
  2. ha maturato almeno 260 contributi settimanali (cinque anni di contribuzione e assicurazione) di cui 156 (tre anni di contribuzione e assicurazione) nel quinquennio precedente la data di presentazione della domanda.

Il concetto di invalidità e l’accertamento di un tumore

Secondo quanto chiarito dalla Cassazione, ai fini del riconoscimento dell’assegno ordinario di invalidità, la sussistenza del requisito previsto dalla legge relativo alla riduzione di almeno due terzi (ossia a meno di un terzo) della capacità di lavoro dell’assicurato in occupazioni confacenti alle sue attitudini deve essere verificata in riferimento non solo alle attività lavorative sostanzialmente identiche a quelle precedentemente svolte dal malato (e nel corso delle quali si è manifestato il quadro patologico invalidante) ma anche a tutte quelle occupazioni che, pur diverse, non presentano una rilevante diversità rispetto al lavoro precedente: a tutte quelle cioè che costituiscono una naturale estrinsecazione delle attitudini dell’assicurato medesimo, tenuto conto di età, sesso, formazione professionale e di ogni altra circostanza emergente nella concreta fattispecie, che faccia ragionevolmente presumere l’adattabilità professionale al nuovo lavoro, senza esporre l’assicurato ad ulteriore danno per la salute [3].

In pratica, per poter ottenere l’assegno di invalidità non è sufficiente dimostrare di non poter eseguire le mansioni svolte prima dell’insorgenza o dell’aggravamento della malattia, ma anche tutte quelle “similari” che corrispondono comunque alle capacità professionali dell’assicurato. Il che significa che ottenere l’assegno è più difficile. 

Il giudizio non può limitarsi a una valutazione di tipo sanitario senza considerare le possibilità per l’assicurato, di svolgere attività confacenti alle sue attitudini, avuto riguardo alla personalità professionale e dunque alle sue esperienze di lavoro e capacità di adattamento.

Ne consegue che se il dipendente può essere comunque assorbito in altri settori dell’azienda, senza che perciò il suo bagaglio professionale venga sminuito, la prestazione dell’Inps non spetta.

Tumore e assegno di invalidità: precedenti sentenze

In materia di accertamento dei presupposti del diritto alla pensione di invalidità civile, la tabella indicativa delle percentuali di invalidità per le minorazioni e malattie invalidanti approvata con il decreto ministeriale del 5 febbraio 1992 prevede che le neoplasie a prognosi infausta o probabilmente sfavorevole nonostante asportazione chirurgica comportano un coefficiente fisso di invalidità del 100%; pertanto l’assegno di invalidità deve riconoscersi se la malattia neoplastica e il suo successivo e reiterato ripetersi fa temere una progressiva diffusione del tumore [4].

Viceversa non si può mantenere il beneficio quando sono passati alcuni anni (nella fattispecie cinque) dall’esportazione del tumore. L’esperienza insegna, infatti, che oltre certi limiti temporali le probabilità della ricomparsa della neoplasia (quella originaria) sono esigue e continuano a ridursi, con il passare degli anni, a percentuali statistiche che si confondono con quelle proprie della popolazione normale [5].

Sempre la Cassazione [6] ha detto che, nel caso in cui si debba valutare, in relazione alla disciplina sulla pensione di inabilità e l’assegno di invalidità, l’eventuale incidenza invalidante di una malattia tumorale, è necessario, in considerazione anche dell’evoluzione verificatasi nella diagnosi e nella cura di tali malattie, un’adeguata considerazione di tutti gli elementi che possano avere direttamente o indirettamente concreto rilievo rispetto ai requisiti delle prestazioni richieste, quali il prevedibile andamento della malattia, la probabilità di guarigione o di esito infausto, i riflessi psicologici, la natura delle cure necessarie, l’incidenza sulla efficienza del soggetto della situazione in atto e in evoluzione nonché delle cure, e, viceversa, l’eventuale incidenza negativa dell’attività lavorativa sull’andamento della malattia e sulla possibilità di sottoporsi alle cure necessarie. Nella specie il giudice di secondo grado aveva dichiarato il diritto all’assegno di invalidità sulla base del rilievo che l’assicurata, sottoposta a due interventi chirurgici per asportazione di tumore al seno, non poteva ritenersi guarita ed esente da rischio di metastasi, dato che non risultavano essere stati esplorati i linfonodi regionali né eseguiti i recettori ormonali; la Suprema Corte ha invece annullato la sentenza impugnata, perché non era stato chiarito se le indagini in questione, o altre equivalenti, potevano tuttora essere effettuate, e non erano stati compiuti gli accertamenti e le valutazioni di cui al riportato principio. Sempre con riferimento al tumore al seno, la Pretura di Modena [7] ha detto che la mastectomia precoce per neoplasia mammaria, seguita da un lungo periodo (quattro anni) senza riscontro di evolutività, comporta una invalidità che può essere rilevante ma temporanea e quindi priva del carattere della permanenza, necessario perché si abbia diritto alla tutela previdenziale.

 

Per il riconoscimento dell’ordinario assegno di invalidità lavorativa è obbligo del Giudice accertare, avvalendosi anche di una consulenza tecnica d’ufficio, la riduzione della capacità lavorativa dell’assicurato in occupazioni confacenti alle proprie attitudini, facendo riferimento alla possibilità di attività lavorative proficue. Tale situazione non ricorre automaticamente nei confronti di tutti coloro che hanno avuto un tumore.

note

[1] Cass. sent. n. 15303/2018. 

[2] Art. 1 legge n. 222/1984.

[3] Cass. sent. n. 10424/2015, n. 5964/2011, n. 15265/2007

[4] Cass. sent. n. 11564/1998.

[5] Pret. Modena, sent. del 1.08.1984. 

[6] Cass. sent. n. 4293/2001.

[7] Pret. Modena, sent. del 22.10.1983.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 15 marzo – 12 giugno 2018, n. 15303

Presidente D’Antonio – Relatore Mancino

Fatto e diritto

Rilevato che: 1. con sentenza in data 4 settembre 2012 la Corte di appello di Bari, rigettando il gravame dell’INPS, confermava la sentenza di primo grado, che aveva riconosciuto all’assistito il diritto all’assegno ordinario di invalidità; 2. per la Corte di merito, in adesione alle conclusioni rassegnate dagli ausiliari officiati in giudizio, la patologia tumorale maligna della quale era affetto l’attuale intimato doveva ritenersi invalidante nella misura di legge nonostante l’avvenuta asportazione del tumore maligno; 3. per la cassazione della sentenza propone ricorso l’INPS; 4. l’intimato ha resistito con controricorso; Considerato che: 5. la parte ricorrente affida l’impugnazione ad un articolato motivo di censura con il quale deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto (legge n. 222 del 1984, art. 1) e vizio di motivazione, per avere il Giudice del gravame, in adesione alla consulenza tecnica d’ufficio, emesso un giudizio del tutto avulso dall’accertamento della riduzione della capacità lavorativa dell’assicurato in occupazioni confacenti alle attitudini, ed anche in riferimento all’attività svolta dall’assistito, impiegato assicurativo, con conseguente mancanza di riferimento alla possibilità di attività lavorative proficue; 6. ritiene il Collegio si debba accogliere il ricorso; 7. costituisce principio consolidato, affermato da questa Corte, che ai fini del riconoscimento dell’assegno ordinario di invalidità, la sussistenza del requisito posto dalla legge 12 giugno 1984, n. 222, art. 1, concernente la riduzione a meno di un terzo della capacità di lavoro dell’assicurato in occupazioni confacenti alle sue attitudini, deve essere verificata in riferimento non solo alle attività lavorative sostanzialmente identiche a quelle precedentemente svolte dall’assicurato (e nel corso delle quali si è manifestato il quadro patologico invalidante), ma anche a tutte quelle occupazioni che, pur diverse, non presentano una rilevante divaricazione rispetto al lavoro precedente, in quanto costituiscono una naturale estrinsecazione delle attitudini dell’assicurato medesimo, tenuto conto di età, sesso, formazione professionale e di ogni altra circostanza emergente nella concreta fattispecie, che faccia ragionevolmente presumere l’adattabilità professionale al nuovo lavoro, senza esporre l’assicurato ad ulteriore danno per la salute (v., fra le altre, Cass. 20 maggio 2015, n. 10424; Cass. 14 marzo 2011, n.5964; Cass. 6 luglio 2007, n. 15265); 8. la Corte di appello è incorsa nella denunciata violazione di legge non avendo tenuto conto, nella valutazione della capacità lavorativa dell’assicurato, dell’attività dallo stesso svolta di impiegato; 9. il giudizio, espresso sinteticamente, si è limitato ad un apprezzamento di tipo sanitario non incentrato altresì sulla possibilità, per l’assicurato di svolgere attività confacenti alle sue attitudini, avuto riguardo alla personalità professionale (impiegato) e, dunque, alle sue esperienze di lavoro e capacità di adattamento; 10. il ricorso va, pertanto accolto e, per essere necessari ulteriori accertamenti in fatto, la sentenza va cassata con rinvio della causa alla medesima Corte d’appello, in diversa composizione, perché proceda a nuovo esame della controversia alla luce del principio sopra espresso ed anche alla regolazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla stessa Corte d’appello, in diversa composizione.

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