HOME Articoli

Lo sai che? Tasse: la prescrizione non è di 10 anni

Lo sai che? Pubblicato il 13 giugno 2018

Articolo di




> Lo sai che? Pubblicato il 13 giugno 2018

Non sono solo l’Imu, la Tasi e l’imposta sui rifiuti a prescriversi in cinque anni; anche l’Irpef, l’Iva, l’Irap e tutte le altre imposte erariali seguono il termine di prescrizione più breve. Questo perché si tratta di prestazioni periodiche che, dunque, seguono la regola fissata dal codice civile relativa ai pagamenti da effettuarsi ogni anno o per frazioni di anno più brevi. 

Più possibilità, per i contribuenti, di scampare alle cartelle di pagamento; meno tempo per lo Stato per rivendicare gli arretrati. Il filone interpretativo secondo cui la prescrizione delle tasse non è di 10 anni, bensì solo di cinque, si arricchisce di una ulteriore sentenza: questa volta è la Commissione Tributaria Provinciale di Salerno a sposare la tesi più favorevole al debitore [1]. Se quindi hai ricevuto una cartella esattoriale per imposte mai versate e non hai motivi di merito per contestarla puoi sempre sperare nel decorso dei “tempi massimi” ossia, per dirla con parole legali, che il diritto di credito si sia prescritto. Lo Stato infatti può chiederti solo gli arretrati degli ultimi cinque anni. Ma procediamo con ordine e vediamo su quali basi si poggia questa interpretazione e quali sono gli strumenti che ha il contribuente per sottrarsi a un pignoramento per debiti vecchi.

Tasse: quando cadono in prescrizione?

A novembre del 2016, la Cassazione a Sezioni Unite ha fornito un chiarimento [2] che potremmo definire “storico”, non fosse altro perché ha rigettato una contestazione che puntualmente veniva sollevata dall’agente della riscossione tutte le volte in cui i contribuenti impugnavano una cartella esattoriale. Non è vero – è stato detto in tale occasione – che le tasse si prescrivono tutte in 10 anni, ma ciascuna ha il proprio termine di prescrizione, quello previsto dalla legge che la disciplina. E ciò vale anche quando arriva la cartella di pagamento: cartella che, quindi, scade negli stessi tempi dell’imposta di cui richiede il versamento. Quindi esistono le cartelle che si prescrivono in cinque anni (Imu, Tasi, Tari, contributi previdenziali all’Inps e Inail), quelle che si prescrivono in tre anni (bollo auto) e quelle che si prescrivono in dieci anni (canone Rai, imposta di registro, Iva, Irpef e le altre imposte erariali).

Le tasse e le cartelle esattoriali cadono in prescrizione sempre in dieci anni solo in un caso: quando vengono impugnate e il giudice dà torto al contribuente. Difatti, in tale caso, il titolo della pretesa esattoriale non è più la cartella o l’avviso di accertamento, ma la sentenza. E le sentenze, così come tutti gli altri provvedimenti del tribunale, si prescrivono sempre nel termine decennale.

Irpef e Iva: quando si prescrivono?

Se non ci sono dubbi in merito al fatto che il bollo auto si prescrive in tre anni, che la Tasi, la Tari e l’Imu si prescrivono in cinque, così come in cinque anni si prescrivono sanzioni, interessi, multe stradali e contributi previdenziali, le perplessità si sono sempre focalizzate sulle imposte erariali, quelle cioè versate allo Stato: Irpef, Iva, Ires. Per queste, infatti, non esiste una esplicita previsione di legge. Così, secondo l’orientamento fino a qualche tempo fa seguito da quasi tutti i tribunali, si applicherebbe la norma del codice civile [3] che prevede la prescrizione ordinaria di 10 anni. Di recente però si è affacciata una seconda tesi che sta prendendo sempre più piede; secondo questo filone, la prescrizione di Iva e Irpef è di cinque anni; si applicherebbe infatti un’altra disposizione, sempre del codice civile [4], secondo cui  si prescrive in cinque anni tutto ciò che deve pagarsi ogni anno in tempi più brevi. E non c’è dubbio che l’Irpef e l’Iva si debbano versare annualmente. Dunque per le tasse da versare allo Stato la prescrizione non è di 10 anni ma di 5. Il che vale anche quando arriva la cartella. 

La tesi opposta si fonda invece sul fatto che i presupposti delle imposte sui redditi e sull’Iva variano di anno in anno, non sono sempre uguali ma mutano in relazione al reddito dichiarato. Non è quindi come la Tasi e l’Imu che sono fisse, in quanto il presupposto d’imposta – la proprietà della casa – è sempre lo stesso.

Come far valere la prescrizione?

Se anche la prescrizione si verifica in automatico, per il semplice decorso del tempo, per annullare la cartella è necessaria la pronuncia di un giudice o lo sgravio da parte dell’ente titolare del credito. Il che significa che se si lasciano decorrere i 60 giorni per impugnare la richiesta di pagamento, la pretesa diventa definitiva e non c’è più nulla da fare, anche se è intervenuta la prescrizione. Quindi il contribuente che voglia annullare l’atto deve contestarlo per tempo. È sempre possibile chiedere, in via amministrativa e senza scomodare il giudice, la sospensione della cartella di pagamento: se non arriva risposta entro 220 giorni la cartella si considera annullata. Ma attenzione: questo mezzo è concesso a patto di agire entro 60 giorni dall’arrivo della cartella e che la prescrizione si sia formata già prima della sua notifica. In tutti gli altri casi bisognerà invece proporre ricorso alla Commissione Tributaria.

note

[1] Ctp Salerno sent. n. 5858 del 19.12.2017.

[2] Cass. S.U. sent. n. 23397/2016.

[3] Art. 2946 cod. civ.

[4] Art. 2948 cod. civ.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:
Informativa sulla privacy

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI