Diritto e Fisco | Editoriale

Fare solo il nome e non il cognome di una persona: che si rischia?

14 giugno 2018


Fare solo il nome e non il cognome di una persona: che si rischia?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 giugno 2018



Divulgare il nome altrui per danneggiare o diffamare o per trarne profitto può essere reato solo a condizione che l’identità della vittima sia facilmente intuibile e chi ascolta possa risalire ad essa.

Immaginiamo una persona che parli male di un’altra in pubblico; temendo ritorsioni, si limitata però a riferirne solo il nome e non il cognome. Così dice: «Giovanni è un disonesto». L’interessato lo viene a sapere e intende sporgere una querela per diffamazione. Il responsabile dell’azione si giustifica sostenendo di essersi limitato a riportare il nome di battesimo e che pertanto la presunta vittima non poteva essere identificata. Diversamente, tutti i Giovanni che vivono nella stessa città potrebbero sentirsi lesi nella loro reputazione e chiedergli un risarcimento: una cosa impossibile. Il “vero” Giovanni, invece, sostiene il contrario: la sua identità era facilmente individuabile dal contesto del discorso e dalle sue relazioni con la parte. Chiunque avrebbe potuto capire che si trattava di lui. Dunque il reato scatta lo stesso. Chi dei due ha ragione? Che si rischia a fare solo il nome e non il cognome di una persona?

La risposta è stata fornita dalla Cassazione qualche giorno fa [1] anche se il caso si riferisce a un diverso tipo di reato (nel caso di specie si trattava di «indebita divulgazione delle generalità di una persona offesa da un reato sessuale» fatta da un legale nei confronti della cliente). Tuttavia il ragionamento dei giudici ben si adatta anche ad altre situazioni come appunto alla diffamazione o magari all’illecito trattamento dei dati personali altrui (si pensi, ad esempio, a un uomo che rivela le abitudini sessuali dell’ex partner solo per infangarne la reputazione).

Ciò che rileva per far scattare il reato non è tanto l’aver fatto il nome o il cognome della vittima o anche l’aver usato uno pseudonimo, ma il fatto che l’identità di questa possa facilmente essere scoperta. In altre parole, chi ascolta il discorso deve facilmente capire di chi si tratta o poter risalire alla sua identità. Si può quindi commettere il reato anche senza fare nome e cognome. Ad esempio, se si dice «La vincitrice del concorso ha passato l’esame solo grazie alle sue relazioni con alcuni membri della commissione» certamente è facile capire di chi si tratti pur non avendone menzionato l’identità anagrafica.

Allo stesso modo, la frase «Il sig. Mario è un disonesto perché froda sempre il condominio» non rende difficile comprendere di chi si parli se, nello stesso palazzo, c’è una sola persona con questo nome o, anche in presenza di altre, solo una è al centro di contestazioni.

Viceversa, se il pubblico che ascolta la frase incriminata non è nelle condizioni di identificare il soggetto di cui si parla, non si può parlare di alcun reato e la sola rivelazione del nome di battesimo non può rientrare nel concetto di divulgazione o diffamazione.

Insomma, è necessario investigare bene non tanto sui rapporti tra il presunto colpevole e la presunta vittima, quanto sul fatto che tali rapporti fossero noti a chi il primo si è rivolto. Dire a un perfetto sconosciuto: il mio vicino di casa è un corrotto non ha alcuna valenza diffamatoria se questi non ha idea neanche di quale sia l’abitazione di cui si parla.

È stata la stessa Cassazione [2] a dire che l’individuazione della vittima del reato di diffamazione a mezzo stampa, in mancanza di indicazione specifica e nominativa ovvero di riferimenti inequivoci a fatti e circostanze di notoria conoscenza, attribuibili ad un determinato soggetto, deve essere deducibile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita.

note

[1] Cass. sent. n. 25610/2018.

[2] Cass. sent. n. 51096/2014.

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