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Editoriali Il nuovo contributo unificato in appello è incostituzionale

Editoriali Pubblicato il 7 gennaio 2013

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> Editoriali Pubblicato il 7 gennaio 2013

Il contributo unificato in appello in caso di inammissibilità o improcedibilità: profili di incostituzionalità.

Agli  operatori del diritto non sarà sfuggita la contraddittorietà del nuovo (ennesimo) filtro “postumo” in appello: la norma, inserita nella recente legge di stabilità [1], prevede che, in caso di integrale soccombenza, l’appellante (anche incidentale) debba versare un ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per la stessa impugnazione principale o incidentale.

Per comprendere concretamente il meccanismo tracciato dal legislatore si rinvia a questo precedente articolo (clicca sul titolo): Appello: come cambia dal 2013 la nuova restrizione col contributo unificato.

Come ormai noto, la legge di stabilità [2] ha aggiunto, al testo unico sulle spese di giustizia [3], la seguente previsione:

«Quando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma 1-bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso».

La nuova previsione, nata con il dichiarato scopo di decongestionare le aule giudiziarie e, in particolare, il frequente ricorso all’appello, rischia di presentare seri profili di incostituzionalità.

Il primo aspetto, che è anche quello che salta subito all’occhio, è l’incoerente utilizzo di uno strumento, di natura tributaria – il contributo unificato – per un fine invece sanzionatorio, che non gli è proprio. Il contributo unificato è una “tassa” in senso stretto: un tributo, cioè, che il soggetto è tenuto a versare in relazione a un’utilità specifica che trae dallo svolgimento di un’attività statale e/o dalla prestazione di un servizio pubblico (attività giurisdizionale o amministrativa) reso a sua richiesta e caratterizzato dalla “divisibilità” (cioè dalla possibilità di essere forniti a un singolo soggetto e non alla collettività contemporaneamente).

In parole più semplici (e probabilmente più volgari), il contributo unificato è un “gettone di ingresso” alla giustizia, parametrato (approssimativamente) ai costi sopportati dallo Stato per tenere in piedi l’apparato burocratico.

La sua natura è peraltro confermata da suo inserimento in un corpo normativo dal nome inequivoco: il testo unico sulle “spese” (e non sulle sanzioni) di giustizia!

Prevedere un secondo pagamento, una volta terminato il giudizio, evidenzia invece un carattere non “remuneratorio” (atteso che il giudizio s’è già svolto), ma piuttosto sanzionatorio. Questo snatura la figura del contributo unificato per una finalità che, come vedremo a breve, appare incostituzionale.

Non solo.

Come tutti sanno, l’inammissibilità e l’improcedibilità sono istituti che ricorrono nella gran parte dei casi per ragioni attinenti al rispetto delle norme di procedura, ossia al rito e non al merito della vicenda. Questo potrebbe significare che, pur essendovi l’astratta possibilità di un esito vittorioso del giudizio – e quindi l’esistenza di un diritto – questioni invece procedurali (per es.: l’assenza di una procura alle lite) potrebbero rendere l’appello inammissibile o improcedibile. Ebbene, la conoscenza delle norme sul rito è questione che riguarda la sfera del difensore e non della parte. La conseguenza è che l’errore del difensore o una non corretta interpretazione della procedura viene equiparata all’azione intrapresa da chi, invece, ha agito pur in assenza del diritto sostanziale (vero obiettivo “punitivo” della riforma).

Dunque, il paradosso è questo: che chi ha agito per la tutela del proprio diritto può essere condannato alla sanzione. Il che è in aperto contrasto con l’art. 24 della Costituzione che stabilisce che la difesa (in giudizio) è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento [4].

I problemi non si limitano qua.

La violazione con l’art. 3 della Costituzione è evidente laddove si consideri la situazione di perfetta uguaglianza tra chi agisce in primo grado e chi invece ricorre in secondo grado. Tuttavia, l’inammissibilità e/o l’improcedibilità dichiarate dal giudice di prime cure non determina alcuna conseguenza “sanzionatoria”, mentre in secondo grado scatta la sanzione in commento. Due situazioni uguali vengono così disciplinate in modo diverso, con ulteriore e conseguente spregio della Costituzione laddove stabilisce il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (il famoso art. 3 [5]).

Un ultimo (e non meno grave) paradosso.

Tutti sanno che il contributo unificato viene parametrato al valore della causa (in appello, già maggiorato del 50%): più è alto il valore del giudizio, più il cittadino deve pagare per accedere alla giustizia. Questa circostanza, però, determina un’ulteriore violazione del principio di uguaglianza (appena citato) in caso di dichiarazione di inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione. Infatti, se è vero che la misura del pagamento del contributo unificato, in caso di rigetto dell’appello, è una sostanziale sanzione, allora si ha che tale sanzione peserà di più su coloro il cui diritto “vale di più” rispetto a coloro il cui diritto ha un parametro economico più basso. E ciò in spregio a qualsiasi principio del nostro ordinamento, per il quale le sanzioni sono rapportate alla gravità della condotta illecita e non ad altri fattori.

Ad ogni modo, non è la prima volta che “diritti dei cittadini” e “imposte” vengono confusi dal nostro legislatore. Ricorderemo tutti come, prima dell’intervento della Corte Costituzionale, la possibilità di proporre appello era stata di fatto limitata dal previo pagamento della tassa di registro.

Ma tant’è: questo è il problema di far scrivere le leggi a chi poi non le vive.

note

[1] Approvata con legge 24.12.2012 n. 228 e pubblicata sulla G.U. n. 302 del 29.12.2012.

[2] In particolare, il comma 17 dell’art. 1.

[3] All’art. 13, inserendo il comma 1-quater.


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1 Commento

  1. Avevo già brevemente commentato, con amarezza, l’entrata in vigore del nuovo balzello, a margine di una nota informativa pubblicata su Linkedinn dalla Collega Anna Andreani., invitando la Classe forense a cominciare a pensare seriamente ad una qualche ipotesi di “ribellione” per via costituzionale, contro tutti questi biechi meccanismi preventivi ritorsivi sostanzialmente limitativi del diritto alla giurisdizione. Riflettevo sulla stessa lunghezza d’onda della nota di cui sopra, ma soprattutto sul fatto che la’accesso alla giustizia debba sempre essere gratuito, perchè il servizio, quale funzione primaria di un moderno Stato democratico e civile, viene anche da noi finanziato con la fiscalità generale! O no? Per cui nessun cittadino può essere punito per chiedere giustizia, in un sistema in cui tanta poca essa è! Lo si fece quando si tratto dell’imposta di registro e…persino delle marche da bollo per poter produrre gli atti! Ed allora rifacciamolo. Caspita!

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