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Telefonate mute: è reato?

17 giugno 2018


Telefonate mute: è reato?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 giugno 2018



Reato di molestie: differenze con lo stalking. Quando telefonare e non rispondere fa scattare la condanna penale.

Hai ricevuto una serie di telefonate da un’utenza anonima. In tutti questi casi, l’ignoto soggetto si è limitato a fare il tuo numero di telefono, ad attendere che tu rispondessi e a riattaccare. Le telefonate, tutte di pochi attimi, sono rimaste completamente “mute”. Vorresti fare qualcosa per tutelarti visto che, dall’iniziale curiosità, sei passata a una situazione di timore e di stress. Non puoi neanche bloccare l’utenza di partenza visto che si tratta di un numero non identificato. Potresti limitarti a non rispondere, ma il solo fatto di leggere, sul display del cellulare, la parola “anonimo” e di sentire gli squilli ti turba. Purtroppo non puoi permetterti di cambiare numero per via di una serie di rapporti che confidano su questo tuo contatto. Prima però di andare in polizia vuoi però sapere se fare telefonate mute è reato. In questo articolo ti spiegheremo quando e come denunciare chi si diverte a sentire la tua voce dall’altro capo del telefono. Sia questi un maniaco, uno stalker o un semplice burlone.

L’ossessione spaventa. Non c’è bisogno di vedere i thriller per immaginarlo. Se un comportamento assillante può intimorire o comunque disturbare il titolare di un’utenza telefonica può scattare il procedimento penale e, quindi, la condanna. Non c’è bisogno di rientrare nelle ipotesi dello stalking, ossia dei cosiddetti atti persecutori, i quali richiedono riflessi molto più gravi sulla vittima. Basta la semplice molestia. E questa è integrata anche da telefonate mute. Il semplice fatto di comporre il numero telefonico, attendere che l’altro risponda e poi riattaccare (anche senza versi, gemiti o paroline sussurrate) è vietato. Ed è vietato anche se le chiamate incontrano la segreteria telefonica e lì si fermano, finendo per registrare una moltitudine di click. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. 

«Chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a euro 516». Così recita il codice penale [2] nel prevedere il cosiddetto reato di molestia o disturbo alle persone. Come detto non si tratta di stalking, anche se gli assomiglia. Lo stalking richiede qualcosa in più: non è tanto la reiterazione del comportamento (come ormai noto, molti giudici hanno ammesso lo stalking anche in caso di comportamenti ripetuti in un brevissimo arco di tempo, come una settimana) quanto gli effetti che tale comportamento ha sulla vittima e che deve determinare alternativamente una di queste tre conseguenze: a) il timore per l’incolumità propria o dei propri cari; b) un perdurante stato di ansia e di stress (che va provato, ma non necessariamente con certificati medici); c) un mutamento delle proprie abitudini di vita (basterebbe il semplice fatto di cambiare strada nel tornare dal lavoro o nel guardare dallo spioncino della porta tutte le volte che si sta per uscire di casa). 

Ebbene, queste condizioni non sono richieste dal reato di molestie per il quale basta la condotta descritta dalla norma ossia:

  1. il disturbo arrecato a una persona, a prescindere dal fatto che ciò rechi ansia, timore, paura, stress emotivo, ecc.;
  2. il fatto che tale disturbo sia eseguito o in pubblico o con il telefono;
  3. il disturbo deve avvenire per petulanza o per altro biasimevole motivo. È stato ad esempio esclusa la molestia a carico del papà che chiama ripetutamente l’ex moglie per sapere come stanno i figli ammalati o per poterli vedere ed esercitare il proprio diritto di visita.

Come già detto dalla Cassazione, è responsabile del reato di molestie telefoniche chi compie ripetuti squilli allorchè dalle risultanze dei tabulati telefonici emerga che le telefonate moleste provengono dalla medesima utenza di cellulare intestata all’imputato [3]. A maggior ragione integra il reato di molestie la condotta di chi effettua un numero elevato di telefonate ripetute nel tempo anche in ore notturne sospirando e ansimando in modo da simulare un rapporto sessuale [4].

Il silenzio è inquietante forse più delle parole. Ecco perché la Cassazione ritiene rientrante nel reato di molestie anche le telefonate mute, ossia quelle fatte senza parlare. 

La Suprema Corte affronta poi un altro aspetto: la possibile archiviazione del procedimento penale e conseguente non applicazione della pena per «particolare tenuità del fatto». La richiesta però viene rigettata alla luce di una serie di considerazioni su come si è atteggiato, nel caso concreto, il comportamento: «il numero delle telefonate; le minacce profferite in alcune occasioni; la durata della condotta».

note

[1] Cass. sent. n. 27222/18 del 13.06.2018.

[2] Art. 660 cod. pen.

[3] Cas. sent. n. 9962/2014.

[4] Trib. Perugia, sent. n. 1385/2014.

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 11 maggio – 13 giugno 2018, n. 27222

Presidente Di Tomassi – Relatore Barone

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 14 settembre 2017, il Tribunale di Padova condannava Be. Pi. alla pena di 500 Euro di ammenda per il reato di cui all’art. 660 cod. pen. (con le relative statuizioni civili in favore della parte civile costituita).

Secondo la contestazione l’imputato, col mezzo del proprio telefono cellulare molestava, per biasimevoli motivi, Gi. Ba., «inviandogli [in un arco temporale compreso tra l’I giugno ed il 10 agosto 2013] messaggi minatori ed ingiuriosi alla segreteria telefonica telefonandogli più volte senza parlare».

2. Avverso la sentenza proponeva appello il difensore di fiducia del Be., deducendo quanto segue:

2.1. Nullità dell’avviso ex art. 415-bis cod. proc. pen. e conseguente invalidità derivata degli atti successivi e della sentenza impugnata.

2.2. Carenza degli elementi costitutivi del reato in quanto le condotte in contestazione, costituite da una sola telefonata “parlata” e altre “mute” possono al più integrare gli estremi della minaccia ma non della molestia, difettando i caratteri della petulanza e della insistenza (nessun confronto se non confutativo con la motivazione).

Eccepisce che in ogni caso la mancanza di prova certa della riconducibilità all’imputato della condotta in contestazione (generico non si confronta con la motivazione).

2.3. Erronea esclusione della causa di non punibilità ex art. 131-bis cod. pen..

2.4. Eccessività della pena e delle statuizioni civili, per effetto anche della mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche (qualche dubbio perché sulle generiche nessun riferimento).

Considerato in diritto

1. Il ricorso è complessivamente infondato e deve, pertanto, essere rigettato.

2. La questione relativa alla nullità dell’avviso ex art. 415 bis cod. proc. pen. era stata già proposta nel corso del giudizio di merito e respinta dal tribunale (verbale di udienza del 31 gennaio 2017) in ragione del fatto che la comunicazione della modifica del domicilio dichiarato da parte dell’imputato non era stata formalizzata nelle forme richieste dall’art. 162 cod. proc. pen. e che, al riguardo, nessuna valenza poteva essere riconosciuta alla comunicazione del cambio di residenza che non conteneva alcun riferimento al domicilio dichiarato; priva di rilievo era, altresì, da considerare la rituale indicazione del cambio di domicilio dichiarato, contenuta nella nomina del nuovo difensore di fiducia, essendo questa intervenuta dopo l’avviso ai sensi dell’art. 415 bis cod. proc. pen..

Il ricorrente non contesta in punto di fatto la ricostruzione operata dal tribunale, ma ritiene che la comunicazione del mutamento di residenza, effettuata prima del compimento dell’atto di cui eccepisce la nullità, «palesava espressamente la volontà di ricevere le future notificazioni presso tale nuovo indirizzo».

La difesa richiama un datato indirizzo giurisprudenziale, secondo cui è affetta da nullità la notificazione eseguita presso il difensore dell’imputato a norma dell’art. 161, comma quarto, cod. proc. pen., allorché sia noto, benché non comunicato formalmente, il nuovo domicilio dell’imputato (Sez. 2, n. 25671 del 19/05/2009, Sistro, Rv. 244167; Sez. 2, n. 45565 del 21/10/2009, Esposito, Rv. 245629).

L’assunto è infondato.

La Corte è, invero, ormai stabile nell’affermare l’opposto principio (cui correttamente si è conformato il Tribunale di Padova e al quale il Collegio intende dare seguito) secondo cui non è consentita alcuna deroga all’espressa previsione dell’art. 161, comma 1, cod. proc. pen., che impone l’obbligo di comunicare il mutamento del domicilio dichiarato o eletto stabilendo che, in caso contrario, la notifica sia eseguita mediante consegna al difensore; il diverso recapito o luogo di residenza è irrilevante ex art. 161, cit., ove non abbia formato oggetto di comunicazione, ex art. 162 cod. proc. pen.. (Sez. 5, n. 51613 del 11/10/2017, Pescatore, Rv. 271627; Sez. 5, n. 31641 del 01/06/2016, Leonardi, Rv. 267428; Sez. 5, n. 42399 del 18/09/2009, Dona, Rv. 245819).

3. Il secondo, il terzo e il quarto motivo sono aspecifici in quanto si esauriscono in una rilettura degli elementi di prova alternativa e confutativa di quella contenuta nella sentenza impugnata, senza, tuttavia, evidenziare di quest’ultima profili di illogicità.

Per converso, la decisione del tribunale appare ben argomentata, secondo una coerente e convincente disamina della piattaforma probatoria, dalla quale il giudice ha tratto il proprio convincimento in ordine

– alla sussistenza del reato in contestazione e della sua riconducibilità al Be. «essendovi, al riguardo, la prova documentale della provenienza dall’utenza telefonica di cui il predetto era, all’epoca dei fatti, reale utilizzatore e non essendo emersa alcuna ragione per dubitare delle dichiarazioni della persona offesa (del resto conformi alle risultanze documentali) nel loro complesso e specificatamente laddove ha riferito della telefonata con la quale il Be. si è identificato e scusato»;

– alla esclusione della invocata causa di non punibilità prevista dall’art. 131-bis cod. pen., ostandovi, in tal senso, il numero delle telefonate poste in essere dall’imputato in danno della persona offesa e le minacce profferite in talune di queste, incompatibili con una offesa che possa essere ritenuta tenue;

– alla determinazione della pena, calcolata dal giudice, rifuggendo dall’utilizzo di mere formule di stile, ma richiamando i criteri previsti dall’art. 133 cod. pen. ed in particolare l’entità del fatto rapportato alla durata della condotta ed il comportamento dell’imputato successivo al fatto. Coerente con questa parte del decisum il tribunale ha proceduto, altresì, alla liquidazione del danno subito dalla persona offesa.

Del tutto generica, infine, in quanto meramente assertiva, è da ritenere la doglianza del ricorrente in ordine alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche.

4. Al rigetto del ricorso consegue la condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali, ai sensi dell’art. 616, comma 1, cod. proc. pen..

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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