Diritto e Fisco | Articoli

Mettersi in malattia per depressione: si può uscire di casa?

18 giugno 2018


Mettersi in malattia per depressione: si può uscire di casa?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 giugno 2018



Per il licenziamento per giusta causa è necessario che l’attività svolta durante la malattia sia incompatibile con il certificato medico o che ritardi la pronta guarigione.

Il malato di depressione che, grazie al certificato medico, è riuscito ad ottenere la giustificazione per non recarsi al lavoro, può svolgere altre attività durante il periodo di assenza, ma soprattutto può allontanarsi da casa, fatta salva la presenza presso la dimora durante gli orari imposti dalla legge per la visita fiscale. Il tutto, ovviamente, purché l’attività parallela sia compatibile con la patologia lamentata. È questo l’orientamento della giurisprudenza che si è più volte espressa in tema di compatibilità tra la malattia e le “uscite” del dipendente. Ad esempio, è stato ritenuto lecito il comportamento di un pilota di aerei che, durante il periodo di assenza dal lavoro per una sindrome ansiosa, ha pensato bene di dedicarsi alla propria passione di pianista, esibendosi in concerto in diverse città d’Italia come membro di un’orchestra [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo se chi si mette in malattia per depressione può uscire di casa.

Cosa può fare un dipendente assente dal lavoro per malattia? In generale, qualsiasi attività che non sia incompatibile con la patologia certificata dal medico. Diversamente, due sono le cose: o il medico ha certificato il falso oppure il dipendente sta ritardando la guarigione, con ciò ponendo un comportamento che viola i suoi doveri contrattuali (egli infatti è tenuto a una pronta – ma non frettolosa – convalescenza, in modo da privare l’azienda, per il minor tempo possibile, della propria opera). Dunque, fatto salvo il divieto di allontanarsi da casa durante gli orari della reperibilità necessari alla visita fiscale, nella restante parte della giornata il lavoratore può fare passeggiate, svolgere sport o intrattenere relazioni sociali, finanche eseguire un secondo lavoro (purché non in concorrenza con il primo) a patto che tale attività sia ritenuta in concreto compatibile con il suo stato di malattia. Diversamente può scattare il licenziamento in tronco, quello cioè per «giusta causa» che non richiede neanche l’ordinario periodo preavviso.

La valutazione circa la compatibilità tra la patologia certificata e l’attività parallela va fatta caso per caso. Ad esempio, proprio in tema di depressione, la Cassazione [2] ha confermato il licenziamento di un lavoratore che, durante il periodo di malattia, stava svolgendo una diversa attività lavorativa, quella di vigilanza contro i furti e di assistenza ai clienti, impedendo così una pronta guarigione e una rapida ripresa lavorativa. Nel caso di specie, i giudici hanno ritenuto che l’attività lavorativa in questione risultasse in contrasto con la depressione, in quanto l’attività di sorveglianza “anti-taccheggio” comporta una costante focalizzazione dell’attenzione e di contatti anche antagonistici con persone non conosciute.

In buona sostanza, per stabilire se chi si mette in malattia per depressione può uscire di casa è necessario verificare, non tanto la gravità della malattia, quanto ciò che si fa durante l’assenza dal lavoro. In caso di contestazione da parte dell’azienda, il lavoratore dovrà provare che il lavoro svolto è compatibile con la malattia, oppure addirittura agevoli il recupero dello stato di salute.

È certo che lo stato di depressione comporta una perdita della concentrazione e una difficoltà a relazionarsi con le persone. Dunque, il dipendente assente per malattia psicologica certificata dal medico può certamente uscire di casa (non si è mica in presenza di una influenza o di un impedimento alla deambulazione) e, anzi, in determinati casi è addirittura consigliabile. Ma sarà certo sospetto il suo comportamento se svolge, in questo frangente di tempo, attività lavorativa parallela e con mansioni sostanzialmente identiche a quelle eseguite per conto del “primo” datore di lavoro.

Alla luce di ciò la Cassazione ha ritenuto illegittimo il licenziamento del dipendente affetto da un serio disturbo d’ansia che, durante l’assenza dal lavoro, si dedica a un hobby come le sporadiche attività di pianista.

Secondo la Cassazione l’ansia, il disturbo dell’adattamento, la depressione sono patologie di tipo psichiatrico che, di sicuro, possono incidere sulla capacità lavorativa, ma questo non toglie che non possano impedire di svolgere altre attività più “leggere” come una passeggiata o un sostegno fisico a un parente che gestisce una propria attività. Quindi ben venga anche un “secondo lavoro” se quest’ultimo – a differenza del primo – è compatibile con la patologia mentale [3]. Leggi Malattia psichica e depressione: il dipendente può uscire di casa?

Ci si è chiesti se lo stato depressivo possa essere compatibile con la guida dell’auto e l’uso della patente. La risposta è affermativa, almeno in astratto, salvo dimostrazione di specifiche incapacità. A riguardo citiamo un precedente giurisprudenziale che si è occupato proprio di questo tema [4]: «la circostanza, ammessa dal ricorrente, dell’essersi rivolto responsabilmente ad una struttura pubblica (C.I.M.) per la cura del proprio stato ansioso – depressivo, non può avere alcuna valenza di presunzione, neanche in astratto, in ordine al possibile venir meno dei requisiti psico – fisici necessari al mantenimento del titolo di guida, soprattutto laddove ci siano certificazioni dell’ASL che escludano la sussistenza di controindicazioni per l’uso della patente da parte del ricorrente stesso».

note

[1] Cass. sent. n. 14826/2018 del 7.06.2018.

[2] Cass. sent. n. 21093/2014.

[3] Cass. sent. n. 3041/17 del 19.12.2017.

[4] Tar Roma, sent. n. 9628/2017.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 6 febbraio – 7 giugno 2018, n. 14826

Presidente Bronzini – Relatore Balestrieri

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Milano respingeva il ricorso con cui R. C. aveva chiesto dichiararsi la illegittimità del licenziamento intimatogli dalla Alitalia-Compagnia Aerea Italiana s.p.a. 1’8.7.11 per aver partecipato, come pianista solista, ad un concerto in data 22.3.11, mentre era assente dal lavoro per malattia, chiedendo l’applicazione delle tutele previste dall’art. 18 L. n. 300/70.

Avverso tale sentenza proponeva appello il lavoratore, lamentandone l’erroneità in quanto il giudice ritenne, senza l’acquisizione di alcun parere tecnico di un medico specialista, che la malattia, iniziata per una banale sindrome influenzale, si fosse aggravata per lo stress conseguente all’attività concertistica da egli svolta nel periodo di sospensione della prestazione e che per tale ragione era ravvisabile un comportamento colpevole che integrava la giusta causa di licenziamento.

Resisteva la società Alitalia chiedendo il rigetto del gravame.

La Corte d’appello di Milano, ritenutane la necessità, disponeva c.t.u. medico legale diretta ad accertare se la partecipazione di C. come pianista solista al concerto del 22.3.11 presso il Teatro dell’Opera di Novara avesse determinato l’inidoneità alla prestazione per motivi di salute, rilevata dall’Istituto medico-legale dell’aeronautica militare per la durata di 60 giorni, o comunque avesse contribuito (ed in tal caso in quale misura) a determinarla; se la partecipazione, sempre come pianista, ai concerti del 2.4.11 presso il Teatro dell’Opera di Roma come solista e del 28\29.4.11 presso l’Auditorium di Milano con l’orchestra, avesse determinato la prosecuzione del giudizio di inidoneità alla prestazione lavorativa per ulteriori 30 giorni in quanto aggravava le condizioni patologiche e non consentì una tempestiva guarigione.

All’esito, la corte meneghina, con sentenza depositata il 2.10.15, in riforma della sentenza impugnata, dichiarava l’illegittimità del licenziamento, ordinando alla società la reintegra del C. nel suo posto di lavoro, e condannandola al risarcimento del danno nella misura indicata in dispositivo, oltre accessori, dedotto l’aliunde perceptum, parimenti quantificato in sentenza.

Per la cassazione di tale pronuncia propone ricorso la Compagnia Aerea Italiana, affidato a cinque motivi.

Resiste il C. con controricorso, poi illustrato con memoria.

Motivi della decisione

1.-Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e\o falsa applicazione dell’art. 1362 c.c..

Lamenta che nella lettera di contestazione era stato addebitato al C.: lo svolgimento di attività lavorativa durante l’asserito stato di malattia e successivamente di inidoneità lavorativa; la violazione dei doveri di correttezza e buona fede per aver compromesso e\o aggravato, e\o ritardato la guarigione; l’inesistenza della malattia lamentata e dunque l’illegittima mancata prestazione lavorativa.

Che la corte distrettuale interpretò in modo riduttivo la lettera di contestazione, limitando l’addebito alla violazione degli obblighi di correttezza e diligenza nell’esecuzione del contratto.

Il motivo è inammissibile in quanto coinvolge l’attività interpretativa di un documento, che implica valutazioni di fatto che la Corte di Cassazione – così come avviene per ogni operazione ermeneutica – ha il potere di controllare soltanto sotto il profilo della giuridica correttezza del relativo procedimento e della logicità del suo esito (Cass. sez.un. 25.2.11 n. 4617; Cass. 9 settembre 2008 n. 22893; Cass. l0 febbraio 2007 n. 2217; Cass. 22 febbraio 2005 n. 3538).

La sentenza impugnata, del resto, ha ampiamente e congruamente esaminato, anche attraverso l’ausilio di c.t.u. medico legale, sia lo svolgimento dell’attività di pianista svolta dal lavoratore durante lo stato di malattia, ed i suoi risvolti sul rapporto lavorativo con la società, sia la sussistenza della malattia denunciata, sia l’inidoneità di tale attività ad aggravare la patologia o ritardarne la guarigione.

2.- Con secondo motivo la CAI denuncia l’omesso esame della compatibilità della malattia denunciata dal C. con l’attività di pianista e la sua incompatibilità con l’attività lavorativa.

Il motivo è inammissibile alla luce del novellato n. 5 dell’art. 360, comma l, c.p.c., essendo diretto ad una diversa valutazione dei fatti rispetto a quella accertata dalla sentenza impugnata, come detto avvalsasi a tal fine anche di c.t.u. medico legale. La Corte di merito ha peraltro accertato che le sporadiche attività di pianista svolte erano assolutamente compatibili con la malattia denunciata e non avevano aggravato quest’ultima.

Deve allora rimarcarsi che “..Il nuovo testo del n. 5) dell’art. 360 cod. proc. civ. introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). L’omesso esame di elementi istruttori non integra di per sé vizio di omesso esame di un fatto decisivo, se il fatto storico rilevante in causa sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, benché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. La parte ricorrente dovrà indicare – nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma l, n. 6) e

all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4), – il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui ne risulti l’esistenza, il “come” e il “quando” (nel quadro processuale) tale fatto sia stato oggetto di discussione tra le parti, e la “decisività” del fatto stesso” (Cass. sez.un. 22 settembre 2014 n. 19881).

Il motivo non rispetta il dettato di cui al novellato n. 5 dell’art. 360, comma 1, c.p.c., limitandosi in sostanza a richiedere un mero ed inammissibile riesame delle circostanze di causa, ampiamente valutate dalla Corte di merito.

3.- Con terzo motivo la CAIdenuncia ancora l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, e cioè l’avvenuta contestazione, da parte della società, delle certificazioni mediche prodotte dal lavoratore per giustificare la sua assenza dal lavoro.

Osserva la Corte che anche a voler prescindere dalla considerazione che l’avvenuta contestazione, o meno, dei certificati medici non costituisce un fatto decisivo inferendo semmai in ordine alla violazione di norme di diritto, il motivo è infondato in quanto la sentenza impugnata ha evidenziato che lo stato di malattia era stato certificato anche dall’Istituto medico legale dell’Aeronautica ove era attestata una inidoneità al volo per 60 giorni per un serio disturbo d’ansia reattivo.

Del resto la ricorrente non spiega perché la sola contestazione dei certificati medici inviati, ed esaminati dalla Corte di merito, comporterebbe l’irrilevanza degli stessi, a fronte degli accertamenti svolti sia dall’Istituto medico legale dell’Aeronautica, ove sono descritte le malattie denunciate dal febbraio al marzo 2011, sia dal c.t.u.

Per il resto la censura coinvolge inammissibilmente accertamenti di fatto ed apprezzamenti degli stessi compiuti dal giudice di merito.

4.- Con il quarto motivo la società ricorrente denuncia la violazione e\o falsa applicazione degli artt. 1175, 1375, 2104, 2105 e 2110 c.c. con riferimento a quanto previsto dall’art. 18 L. n. 300\70, ed in subordine dall’art. 3 L. n. 604\66.

Lamenta che la sentenza impugnata valutò erroneamente gli obblighi di diligenza, correttezza e buona fede in capo al lavoratore, intesi a non gravare ulteriormente il datore di lavoro esponendone il patrimonio e l’organizzazione ad un pregiudizio derivante da scarsa attenzione alla propria salute ed ai relativi doveri di cura e non ritardata guarigione. Il motivo è inammissibile, mirando nella sostanza ad un diverso apprezzamento delle circostanze di causa, rispetto a quanto accertato dalla sentenza impugnata, in base al novellato n. 5 dell’art. 360 c.p.c. cit., che ha peraltro ritenuto, in base alle risultanze istruttorie (certificati medici, attestati dell’Istituto medico legale dell’Aeronautica, c.t.u.), che il C. non aveva violato alcun obbligo di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto, anche considerato che il C. “non avrebbe potuto riprendere servizio dovendo attendere l’esito della visita di idoneità al volo, negata per una condizione obiettiva risalente alla malattia originaria che certamente non era compatibile, stante l’assunzione dal 7.3.11 di benzodiazepine (farmaci ipnoinducenti) con l’attività di pilota”.

5.- Col quinto motivo la CAIdenuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. in ordine alla carenza di prova dell’idoneità delle attività lavorative (pianista) svolte dal C. a pregiudicarne il pieno e tempestivo recupero delle energie psicofisiche.

Lamenta in sostanza che, giusta il canone civilistico invocato in materia di onere della prova, il lavoratore avrebbe dovuto provare la compatibilità di tali attività (di pianista) con la malattia denunciata al datore di lavoro.

Anche tale motivo è inammissibile, mirando ad una diversa ricostruzione ed apprezzamento dei fatti, ampiamente esaminati dalla sentenza impugnata, che ha accertato che tali (sporadiche, quattro) attività di concertista, non erano incompatibili con l’infermità denunciata.

6.- Il ricorso deve essere pertanto rigettato.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in €.200,00 per esborsi, €.5.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e c.p.a. Ai sensi dell’art. 13, comma l quater, del d.P.R. n. 115\02, nel testo risultante dalla L. 24.12.12 n. 228, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma lbis dello stesso art. 13.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

2 Commenti

  1. sono d’accordo e contento che ogni tanto prevalga un po’ di buon senso da parte del magistrato…..

  2. Mia moglie soffre di depressione da ormai 12 anni ; nonostante questo
    lavora in un’azienda da ormai 25 anni con contratto part time
    verticale settore chimico.

    Il tutto è certificato da specialisti e visite effettuate negli anni .

    Ultimamente sembra aggravata e si reca spesso dal suo dottore per
    chiedere l’assenza di malattia dal lavoro , chiedo gentilmente :

    1) Essendo part time , i giorni di malattia che può usufruire , sono
    la metà descritti nel contratto nazionale dei chimici ? Cioè come
    riposto sotto da contratto:

    mesi 8 per gli aventi anzianità di servizio fino a 3 anni;
    mesi 10 per gli aventi anzianità di servizio fino a 6 anni;
    mesi 12 per gli aventi anzianità di servizio oltre i 6 anni.

    Avendo 25 anni di anzianità : 6 mesi di malattia ? Ovvero 180 giorni
    totali (compresi festivi? ) nell’arco di 3 anni ?

    2) essendo una patologia “particolare ” , aveva letto che c’erano
    delle leggi che la tutelava in caso si trovasse male con la mansione
    attuale ; cioè il datore di lavoro può cambiare la mansione senza
    penalizzarla ( cambio di livello , premi produzione ecc ) ?

    Grazie e Buona Serata

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI