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Se il marito fallisce l’ex moglie perde la casa assegnata?

18 giugno 2018


Se il marito fallisce l’ex moglie perde la casa assegnata?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 giugno 2018



Si può evitare il pignoramento della casa con la separazione? L’azione revocatoria sull’assegnazione dell’immobile all’ex coniuge. 

Se marito e moglie si separano e lui le lascia la casa di proprietà come contributo per il mantenimento, ma dopo qualche anno fallisce o comunque subisce un pignoramento, cosa possono fare i creditori? Il dubbio che spesso le coppie separate o divorziate si pongono è se l’azione esecutiva dei creditori si può spingere anche all’immobile all’interno del quale l’ex moglie ha iniziato a vivere. Un problema non di poco conto, considerato che la donna non c’entra quasi mai nulla coi debiti dell’uomo.  Insomma, se il marito fallisce l’ex moglie perde la casa assegnata?

Non sono poche le separazioni finte, fatte cioè al solo scopo di spostare la proprietà del tetto coniugale da un coniuge a un altro in modo da impedire ipoteche e pignoramenti. Ma per i giudici non è impossibile scoprire gli intenti fraudolenti ai danni dei creditori. Tant’è che, specie di questi tempi, si moltiplicano le sentenze che revocano l’assegnazione della casa familiare all’ex moglie fatta all’esito di una separazione consensuale. La revocatoria, che può essere esercitata solo entro massimo cinque anni dall’atto (in questo caso la separazione), colpisce ovviamente l’assegnazione dell’immobile – benché “ratificata” dal giudice – e non certo la separazione. A fare il punto della situazione è una interessante ordinanza della Cassazione pubblicata questa mattina [1]. Vediamo cosa è stato detto in questa occasione.

L’azione revocatoria: come funziona?

Tutti gli «atti in frode ai creditori» possono essere revocati entro cinque anni dal loro compimento. Sono tali le vendite e le donazioni che diminuiscono considerevolmente il patrimonio del debitore. Lo scopo è chiaro: evitare che quest’ultimo possa spogliarsi dei propri beni (intestandoli a familiari o a soggetti di comodo) solo al fine di impedirne il pignoramento. L’azione revocatoria – tale è il nome che la legge ha scelto per questo tipo di causa – può essere avviata anche se il debitore ha contestato in processo il credito azionato nei suoi confronti. Quindi, tanto per fare un esempio, non serve opporsi al decreto ingiuntivo della banca solo per allungare i tempi e fare in modo che maturino i cinque anni oltre i quali la revocatoria non può essere più esperita. Difatti, l’istituto mutuante può ugualmente esercitare la revocatoria prima della fine della causa di opposizione.

Se si tratta di donazioni, la revocatoria è molto semplice: è sufficiente dimostrare che il donante è rimasto senza beni sufficienti a consentire il pignoramento ai creditori. Invece, per le vendite bisogna anche provare che l’acquirente fosse a conoscenza della situazione debitoria del venditore (cosa tutt’altro che facile se si tratta di un estraneo).

La falsa separazione

Anche se, di questi tempi, i matrimoni finiscono con una certa facilità, alcuni di questi cessano per ragioni diverse dal disaccordo tra i coniugi. Si tratta delle false separazioni, quelle cioè fatte di comune accordo solo per dividere i beni e far sì che i creditori dell’uno non possano pignorare gli immobili intestati all’altro. Capita così sempre più di frequente, che quando il marito ha contratto numerosi debiti, finga con la moglie di volersi separare: i due vanno in tribunale, firmano un atto di separazione in cui l’uomo attribuisce alla donna l’uso della propria casa a condizione che quest’ultima rinunci al mantenimento o comunque dietro una sostanziosa riduzione (cautela necessaria a evitare che, in caso di successivi – e questa volta reali – dissapori, la moglie non usi la sentenza a proprio favore). Una volta trascritta la sentenza che approva la separazione consensuale, questa è opponibile ai creditori del marito che, pertanto, almeno in teoria, non potranno più pignorare la casa né sfrattare l’ex (o presunta “ex”) moglie.

Ma – dicevamo in partenza – la Cassazione non è nata ieri. E si accorge del trucchetto anche da elementi indiziari come, ad esempio, il fatto che la coppia non abbia figli: inutile, infatti, in tale ipotesi, assegnarle l’immobile.

Leggi Separazione dal coniuge per evitare il pignoramento.

Così anche la sentenza odierna della Corte: il diritto di abitazione concesso al coniuge separato non sfugge alla revocatoria.

Se, per di più, il marito fallisce, il giudice delegato può autorizzare la revocatoria fallimentare entro massimo un anno (non cinque come invece per la revocatoria ordinaria): sicché l’ex moglie perde la casa assegnata.

La prova dell’intento fraudolento

Chiaramente, per poter revocare il trasferimento dell’immobile è necessario insinuare il fondato sospetto che tutto sia falso. Ma come? È ad esempio il caso in cui, nell’accordo, manchi l’indicazione della natura compensativa del trasferimento o la necessità di un riequilibrio patrimoniale tra le parti attraverso prestazioni aggiuntive oltre all’assegno di mantenimento.

Atti a titolo gratuito – conclude la sentenza – non sono solo quelli posti in essere per spirito di liberalità, che è requisito necessario della donazione, ma anche gli atti caratterizzati semplicemente da una prestazione in assenza di corrispettivo; cosicché, l’attribuzione patrimoniale effettuata da un coniuge, poi fallito, a favore dell’altro coniuge in vista della loro separazione, va qualificata come atto a titolo gratuito ove non abbia la funzione di integrare o sostituire quanto dovuto per il mantenimento suo o dei figli.

note

[1] Cass. ord. n. 16079/18 del 18.06.2018.

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