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Infortunio sul lavoro per colpa del dipendente: c’è risarcimento?

18 giugno 2018


Infortunio sul lavoro per colpa del dipendente: c’è risarcimento?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 giugno 2018



L’azienda deve pagare il risarcimento dei danni al lavoratore che si è fatto male durante il servizio anche se ha violato l’ordine di servizio.

L’azienda deve risarcire i lavoratori che si fanno male nel normale svolgimento delle mansioni lavorative. E su questo non ci piove. Ma cosa succede se l’infortunio dipende da una leggerezza commessa dal lavoratore? Immaginiamo un dipendente che, pur sapendo di doversi attenere scrupolosamente alle istruzioni nell’utilizzo di un macchinario – istruzioni fornite dal datore per iscritto e da tutti conoscibili tramite il regolamento aziendale – si distrae; o al caso di quello che, per fare più velocemente e finire prima le mansioni, non osserva le dovute cautele. L’errore gli costa un serio infortunio che lo costringe a stare a casa per oltre un mese. In caso di infortunio sul lavoro per colpa del dipendente c’è risarcimento? La questione è stata decisa dalla Cassazione con un’ordinanza di poche ore fa [1].

Cos’è un infortunio sul lavoro?

Quando si parla di infortunio sul lavoro si intende ogni lesione del lavoratore determinata, «in occasione di lavoro», da una causa violenta da cui può derivare un’inabilità al lavoro permanente (assoluta o parziale) o temporanea assoluta (comporta l’astensione dal lavoro per più di 3 giorni).

Quando si parla invece di occasione di lavoro si intende dire che, per ottenere il risarcimento, è necessario che il lavoro abbia determinato il rischio dell’infortunio, anche se questo è avvenuto al di fuori dell’orario lavorativo (come ad esempio nel caso dell’infortunio in itinere, quello cioè nel normale percorso casa-lavoro).

Quanti tipi di rischi esistono sul lavoro?

Per stabilire se l’infortunio è dipeso o meno dal rapporto di lavoro si usa fare le seguenti distinzioni:

  • rischio tipico: è quello proprio delle mansioni cui è adibito il dipendente;
  • rischio ambientale: è quello riguardante soggetti che, pur non essendo addetti a lavorazioni pericolose, svolgono in modo costante attività lavorativa in connessione ambientale con la lavorazione protetta;
  • rischio improprio: è quello avvenuto durante un’attività preparatoria o, comunque, strumentale allo svolgimento delle mansioni;
  • rischio generico aggravato: è quello che non dipende dalle condizioni specifiche del lavoro ma in presenza di determinate circostanze, idonee a causare al lavoratore un aggravamento del rischio, nel senso di renderlo più intenso e frequente.

Quando il datore non è tenuto a risarcire il dipendente per infortunio sul lavoro?

Non basta che il dipendente abbia commesso un errore per escludere il suo diritto al risarcimento del danno per l’infortunio occorso durante il lavoro. È anche necessario qualcosa in più: che la sua condotta, volontaria e arbitraria, sia stata anche eccezionale, abnorme ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive ricevute; oppure illogica ed estranea alle finalità produttive; oppure diretta a soddisfare un impulso meramente personale del lavoratore; oppure comportante un rischio diverso da quello cui il lavoratore sarebbe assoggettato. È ciò che viene chiamato rischio elettivo. Il rischio elettivo si ha quando la condotta del dipendente non è solo colpevole ma non è neanche minimamente prevedibile dal datore. È qualcosa che esorbita ogni canone di ragionevolezza.

In tutti gli altri casi il dipendente ha diritto al risarcimento e alla rendita Inail.

Se la colpa dell’infortunio è del lavoratore

Spesso i giudici hanno riconosciuto il diritto al risarcimento del dipendente per l’infortunio dipeso da una sua leggerezza o per il fatto di non aver rispettato l’ordine di servizio. Ed è proprio ciò che ha affermato la Cassazione questa mattina: il datore ben può essere condannato per l’incidente sul lavoro anche se il dipendente ha violato un ordine del proprio datore di lavoro. E ciò perché l’azienda deve mettere in campo un’attività di prevenzione in grado di scongiurare pure i sinistri cagionati da comportamenti colposi dei lavoratori. Anche se l’infortunato entra in azione prima del previsto e resta travolto, dunque, è sempre l’impresa a dover dimostrare di aver adottato cautele preventive di salvaguardia: diversamente non evita di risarcire i danni.

Il datore deve dimostrare di aver adottato cautele preventive di salvaguardia anche rispetto a comportamenti colpevoli e prevedibili dei lavoratori, quelli cioè che possono essere anticipati. Fra l’altro – stabilisce sempre la Cassazione [2] – l’azienda è corresponsabile dell’infortunio occorso al lavoratore se non vigila sull’uso effettivo dei dispositivi di protezione forniti. La condotta imprudente del dipendente non elimina, infatti, l’obbligo di sorveglianza del datore di lavoro sulla concreta adozione delle misure protettive nel corso dell’attività. Nel caso di specie, il datore di lavoro aveva omesso di verificare che il proprio dipendente facesse uso, al momento del sinistro, della imbragatura per l’aggancio della cintura di sicurezza, pur essendo adibito a lavorazione su ponteggi. Ad avviso dei giudici l’infortunato aveva posto in essere una condotta imprudente, anche se non qualificabile come abnorme, avendo trascurato, nello spostarsi da un piano all’altro del ponteggio, di richiudere la botola dietro di sé mediante l’apposito coperchio. Allo stesso modo è responsabile il datore di lavoro dell’infortunio del dipendente appena assunto se non gli ha impartito le giuste direttive [3].

Solo le azioni del lavoratore che non possono essere ragionevolmente previste né sono previste dalla prassi aziendale liberano il datore dal risarcimento.

Sempre la Cassazione [4] ha detto che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, anche qualora esso sia ascrivibile non solo ad una disattenzione, ma anche a sua imperizia, negligenza e imprudenza. È invece esonerato da ogni responsabilità solo nel caso in cui «il comportamento del lavoratore assuma caratteri di abnormità, inopinabilità e esorbitanza, necessariamente riferiti al procedimento lavorativo tipico e alle direttive ricevute, in modo da porsi quale causa esclusiva dell’evento». Dunque, qualora non ricorrano i caratteri appena detti nel comportamento del lavoratore, unico responsabile dell’infortunio è l’imprenditore, il quale ha l’onere di proteggere l’incolumità del lavoratore nonostante la sua imprudenza o negligenza.

note

[1] Cass. ord. n. 16026/18 del 18.06.2018.

[2] Cass. sent. n. 204/2018.

[3] Cass. ord. n. 30437/17.

[4] Cass. sent. n. 16047/18.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 12 aprile – 18 giugno 2018, n. 16047

Presidente Nobile – Relatore Patti

Fatti di causa

Con sentenza in data 27 maggio 2013, la Corte d’appello di Bologna rideterminava, escluso il concorso di colpa del lavoratore, il risarcimento del danno differenziale non patrimoniale di F.B. nella somma di Euro 21.764,13: così parzialmente riformando la sentenza di primo grado, che aveva invece condannato la datrice Edil De. Ma. s.n.c. e in solido i soci illimitatamente responsabili D.R.V. e L.P.L. al pagamento, in favore del lavoratore al medesimo titolo, della somma di Euro 10.152,57, sull’accertato presupposto del concorso di colpa anche di quest’ultimo nella causazione dell’infortunio occorsogli sul lavoro.

A motivo della decisione, la Corte territoriale escludeva il concorso per la ravvisata responsabilità esclusiva della società datrice nella caduta del pilone di ferro, poggiato su una parete sovrastante, sulla schiena del dipendente intento a lavorare alla realizzazione di una scala lungo lo scavo eseguito, non essendo stata provata la consapevolezza del medesimo di un tale pericolo così prossimo, né tanto meno la responsabilità del posizionamento precario del pilone.

Essa negava pure la correttezza del criterio di detrazione dell’indennizzo Inail dal danno biologico (da inabilità temporanea e permanente) e da quello patrimoniale in via cumulativa, anziché per poste omogenee: così pervenendo alla liquidazione suindicata, sulla base anche di una condivisa utilizzazione delle tabelle elaborate dal Tribunale di Milano, quale parametro equitativo per la determinazione del danno morale.

Avverso tale sentenza Edil De. Ma. s.n.c. di D.R.V. e L.P.L. e questi quali all’epoca soci illimitatamente responsabili (ora invece D.R.V. e A.G. ), con atto notificato il 25 novembre 2013, ricorrevano per cassazione con due motivi, cui resisteva il lavoratore con controricorso e memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo, i ricorrenti deducono insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, ai fini dell’esclusione del concorso di colpa del lavoratore nella causazione dell’infortunio sul lavoro subito, quali l’archiviazione del procedimento penale a carico dei titolari della società datrice, la mancanza di imputazioni, in sede né penale né amministrativa, a carico dei medesimi dal Servizio di Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro e la valutazione del Tribunale in ordine alla ravvisata negazione del vincolo eziologico tra misure di protezione eventualmente adottabili (realizzazione di parapetto a protezione di cadute degli operatori nello scavo, ancoraggio del ponteggio a parti stabili dell’edificio, collegamento a terra delle masse metalliche della betoniera e della sega circolare) e infortunio.

2. Con il secondo, i ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione degli artt. 2087, 1227 c.c., 41, secondo comma c.p., per l’abnormità del comportamento tenuto dal lavoratore, interruttivo del nesso di causalità tra l’omessa adozione delle misure di protezione necessarie alla piena tutela dell’integrità fisica del lavoratore e l’infortunio dal medesimo subito, consistente nel lavorare sotto una parete sulla quale sia precariamente appoggiato un pilone di ferro.

3. Il primo motivo, relativo ad insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, è inammissibile.

3.1. Il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione è, infatti, irrilevante nell’odierno paradigma del novellato testo dell’art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c., perché esso ha ad oggetto non più un vizio motivo, afferente alla valutazione di fatti, quanto piuttosto “l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio” (con evidente esclusione di un tale carattere dalla pluralità degli elementi enumerati, neppure integranti fatti, quanto piuttosto valutazioni, sicché nessuno di essi risulti ex se davvero decisivo: Cass. 5 luglio 2016, n. 13676) “oggetto di discussione tra le parti”: dovendo il ricorrente indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”; fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice (come appunto nel caso di specie, per la valutazione, ancorché non condivisa, delle risultanze istruttorie): con la conseguente preclusione nel giudizio di cassazione dell’accertamento dei fatti ovvero della loro valutazione a fini istruttori (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 10 febbraio 2015, n. 2498; Cass. 21 ottobre 2015, n. 21439).

E ciò chiaramente osta ad una valutazione della motivazione alla stregua dei parametri di insufficienza o contraddittorietà, salvo che essa non risulti apparente né perplessa o obiettivamente incomprensibile: come non si verifica nel caso di specie, avendo la Corte territoriale dato critico e argomentato conto dell’accertamento in fatto operato (al p.to 4 di pgg. 3 e 4 della sentenza).

4. Il secondo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione degli artt. 2087, 1227 c.c., 41, secondo comma c.p., per l’abnormità del comportamento tenuto dal lavoratore, interruttivo del nesso di causalità tra l’omessa adozione delle misure di protezione necessarie e l’infortunio, è infondato.

4.1. A norma dell’art. 2087 c.c., il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, anche qualora esso sia ascrivibile non soltanto ad una disattenzione, ma anche ad imperizia, negligenza e imprudenza sue (Cass. 10 settembre 2009, n. 19494). Il primo è, infatti, totalmente esonerato da ogni responsabilità solo quando il comportamento del lavoratore assuma caratteri di abnormità, inopinabilità ed esorbitanza, necessariamente riferiti al procedimento lavorativo “tipico” ed alle direttive ricevute, in modo da porsi quale causa esclusiva dell’evento (Cass. 17 febbraio 2009, n. 3786; Cass. 13 gennaio 2017, n. 798): così integrando il cd. “rischio elettivo”, ossia una condotta personalissima del lavoratore, avulsa dall’esercizio della prestazione lavorativa o anche ad essa riconducibile, ma esercitata e intrapresa volontariamente in base a ragioni e motivazioni del tutto personali, al di fuori dell’attività lavorativa e prescindendo da essa, come tale idonea ad interrompere il nesso eziologico tra prestazione ed attività assicurata (Cass. 5 settembre 2014, n. 18786; Cass. 26 aprile 2017, n. 10319).

4.2. Qualora detti caratteri non ricorrano invece nel comportamento del lavoratore, l’imprenditore è integralmente responsabile dell’infortunio che dipenda dalla inosservanza delle norme antinfortunistiche, poiché la violazione dell’obbligo di sicurezza integra l’unico fattore causale dell’evento: non rilevando in alcun grado il concorso di colpa del lavoratore, posto che il datore di lavoro è tenuto a proteggerne l’incolumità nonostante la sua imprudenza e negligenza (Cass. 25 febbraio 2011, n. 4656; Cass. 4 dicembre 2013, n. 27127).

4.3. Ed infatti, le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, tese ad impedire l’insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso: con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente (Cass. 14 marzo 2006, n. 5493; Cass. 10 settembre 2009, n. 19494).

4.4. Ebbene, nel caso di specie, la prova del fatto (discutibilmente) prospettato come abnorme, ossia della consapevolezza del lavoratore “della condizione precaria del pilone e quindi del pericolo che ciò creava” (così nella parte finale del terz’ultimo capoverso di pg. 3 della sentenza), è stata addirittura esclusa con un accertamento in fatto adeguatamente motivato (al citato p.to 4 della sentenza), pertanto insindacabile in sede di legittimità.

5. Dalle superiori argomentazioni discende coerente il rigetto del ricorso, con la regolazione delle spese del giudizio secondo il regime di soccombenza e distrazione in favore del difensore antistatario, secondo la sua richiesta.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parti ricorrenti alla rifusione, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali 15% e accessori di legge, con distrazione al difensore antistatario.

Ai sensi dell’art. 13 comma lquater del d.p.r. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis, dello stesso art. 13.


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1 Commento

  1. sono una dipendente di un ente pubblico, devo dire che la mia vita lavorativa è stata un continuo lottare. Ho lottato contro il fumo negli ambienti del luogo di lavoro in seguito al quale mi sono ammalata di “bronchite asmatica con reattività al fumo passivo” da diagnosi del medico reparto pneumologia del vicino Ospedale . Ho subito vessazioni da parte dei colleghi , IL RESPONSABILE MI HA DI PERFINO MESSO LE MANI ADDOSSO PER PICCHIARMI MOTIVO ?Mi aveva accusata di aver nascosto una pratica o che non l’avevo istruita nn lo sapeva nemmeno lui .in causa alcuni miei colleghi dissero in poche parole che io non ero in grado di istruire la pratica .gli stessi hanno ricevuto il decreto e altro .Della denuncia che avevo fatto al responsabile nemmeno l’ombra. Nel frattempo i miei colleghi erano autorizzati a pestarmi e ad escogitare di tutto per potermi vessare tanto il responsabile poiché mi aveva cambiato mansione ( DEMANSIANDOMI)e ufficio anche la scrivania doveva essere cambiata,infatti la mia scrivania era di alluminio con il piede che andava per conto suo perché rotto .In questa Tensione continua ero costretta a lavorare.. Nel frattempo mi ero ammalata anche di depressione ,per cui tra il gesto violento del responsabile e la depressione accumulai diversi giorni di malattia. il comportamento dei colleghi nn cambiava ,alla vista del responsabile mi veniva un tremore addosso. Un giorno una collega mi fece vedere che non esistevo nell’organigramma degli uffici . Il giorno dopo andai in ufficio con un’angoscia tanto che quando andai per alzarmi inciampai vicino a quel piede rotto e volai per la stanza mi portarono all’ospedale con l’ambulanza che poi nn venne specificato nel reperto delle dimissioni dall’ospedale….. .Riportai diversi danni ho fatto una causa perché l’ufficio al personale nn aveva inviato la certificazione all’Inail la sentenza è uscita ad agosto , con le spese a carico mio e la dicitura che nn sono stata attenta. QESTA E’ LA GIUSTIZIA……

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