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La maestra può mettere all’angolo o faccia al muro un bambino?

19 giugno 2018


La maestra può mettere all’angolo o faccia al muro un bambino?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 giugno 2018



Il confine tra l’abuso dei mezzi di correzione e la violenza privata dell’insegnante che infligge punizioni fisiche (comportamento vietato per legge) o umiliazioni oppure offende gli alunni.

Tuo figlio è tornato da scuola piangendo. Con difficoltà sei riuscita a vincere le sue iniziali resistenze e a farti dire cos’è successo. Stando a ciò che ti ha raccontato, avrebbe commesso una monelleria: uno scherzo di cattivo gusto a un compagno che poteva sfociare in un infortunio. Per ciò l’insegnante lo ha sgridato e, per punizione, lo ha messo faccia al muro per il resto dell’ora. Di tanto i compagni ne hanno fatto motivo di dileggio e si sono presi gioco di lui durante tutto il resto della mattinata. Ecco la ragione per cui lo hai trovato in lacrime. Sei dispiaciuta per l’accaduto, ma ritieni anche che la condotta della docente abbia esorbitato i suoi poteri, poteri che non le consentono di infliggere punizioni fisiche o umiliazioni agli alunni. Così, prima di andare a parlare con il preside ed alzare la voce, ti chiedi se la maestra può mettere all’angolo o faccia al muro un bambino. La risposta sta scritta in una serie di sentenze emesse dalla giurisprudenza. Vediamo dunque come si risolve questo tipico caso di vita quotidiana.

Mettere faccia al muro un bambino è reato?

Un tempo si usava il cappello a cono con scritto “somaro” per etichettare l’alunno indisciplinato e mortificarlo davanti ai propri compagni di classe. Oggi un episodio del genere sarebbe probabilmente considerato un reato perché rivolto a umiliare il giovane. L’insegnante non ha più la libertà che un tempo gli veniva accordata dai genitori, anch’essi non così indulgenti come adesso con i propri figli. Ed ecco perché, prima di adottare una punizione, il maestro della scuola elementare o il professore della scuola secondaria ci pensano due volte. Qual è il rischio? La reclusione fino a sei mesi. A tanto ammonta la sanzione per l’abuso dei mezzi di correzione. Ma quando scatta questo reato? La maestra può mettere all’angolo, o faccia al muro, un proprio alunno?

In realtà non esistono precedenti giurisprudenziali di questo tipo (almeno di quelli pubblicati nelle raccolte ufficiali), segno che tale condotta è ancora tollerata dagli stessi genitori e non ha mai dato luogo a controversie di tipo legale. Questo non esclude che, in determinati casi, mettere faccia al muro un bambino può essere reato. Cerchiamo di capire meglio come stanno le cose.

Abuso dei mezzi di correzione a scuola e violenza privata

Andando a leggere le sentenze dei tribunali, scopriamo che il reato di abuso dei mezzi di correzione spesso lascia il posto al più grave reato di violenza privata continuata [1]. In particolare, dice la Cassazione [2], l’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore affidato, anche lì dove fosse sostenuto dall’intenzione di educare, non può rientrare nell’ambito della fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, ma concretizza, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, gli estremi del più grave delitto di maltrattamenti, punti invece con la reclusione fino a quattro anni.

Sicuramente integra i reati di lesioni personali e abuso dei mezzi di correzione la condotta dell’insegnante che colpisce con uno schiaffo e tira i capelli a una propria alunna [3]. Tuttavia l’abuso dei mezzi di correzione non scatta solo quando viene usata la violenza fisica, ma anche quella psicologica. È ad esempio il caso dell’insegnante colpevole di violenze psicologiche o di condotte umilianti, di frasi offensive o altre intimidazioni come il minacciare i bambini dell’arrivo del diavoletto [4], nel costringerli a cantare o a mangiare e nel farli stare con la lingua di fuori. Il reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina è integrato se l’insegnante adotta comportamenti umilianti, denigratori o psicologicamente violenti nei confronti degli alunni, determinando un pericolo per la salute degli allievi. La Suprema Corte ha ritenuto sussistente il reato di abuso dei mezzi di correzione a carico di una insegnante che aveva costretto gli alunni, sotto minaccia di bocciatura e di conseguenze penali in caso di rifiuto, a scrivere una lettera al preside con cui ritrattavano le accuse nei confronti della stessa insegnante [5]. Stesso discorso per la maestra che aveva imposto a un alunno di scrivere per cento volte sul quaderno la frase «sono un deficiente» [6].

Le punizioni scolastiche ancora ammesse

Dicevamo che non sono rinvenibili sentenze che stabiliscono se mettere all’angolo un bambino è vietato o meno. Tuttavia, un precedente del tribunale di Lecce [7] è esemplificativo per comprendere come tali condotte, per quanto possano essere considerate anacronistiche e forse eccessive, non sono comunque illeciti penali (si riporta la sentenza nel box a termine dell’articolo perché tratta l’argomento in modo sistematico e completo). Secondo i giudici pugliesi la condotta di un insegnante mirante al rimprovero aspro dell’alunno in relazione a piccole manchevolezze non costituisce né abuso dei mezzi di correzione, né maltrattamento, ma è espressione di un modo di intendere l’insegnamento e la didattica, non più attuale, ma pur sempre rientrante nel legittimo uso dei mezzi di correzione ed educazione che l’ordinamento riconosce in capo a coloro che hanno il compito, non soltanto di insegnare, ma altresì di educare.

L’abuso dei mezzi di correzione da parte di un insegnante è sicuramente integrato dall’uso di sanzioni corporali, vietato espressamente dalla legge [8], e da qualunque condotta di coartazione fisica o morale che renda dolorose e mortificanti le relazioni tra l’insegnante e la classe attuata consapevolmente, foss’anche per finalità educative astrattamente accettabili.

Più di recente la Cassazione però ha detto [10] che integra il delitto di maltrattamenti e non quello di abuso dei mezzi di correzione la condotta dell’insegnante di scuola elementare il quale sottoponga gli alunni a violenze fisiche e morali (nella specie, costringendoli a restare in piedi, distruggendo i loro giochi, picchiandoli) in quanto le suddette violenze non possono mai rientrare nell’uso legittimo del potere di correzione ed educazione. Sembra però che la reiterazione della condotta sia elemento essenziale per il reato. Sicché un episodio occasionale di un alunno messo per qualche minuto in un angolo non dovrebbe essere considerato reato, a prescindere da come l’interessato avverta la punizione in base alla propria sensibilità.

note

[1] Trib. Catania, sent. del 20.11.2000: «La condotta dell’insegnante (nella specie, di prima classe elementare), il quale per un breve lasso di tempo, prima di essere allontanato dalla scuola, nei confronti degli alunni ritenuti meno dotati o diligenti usi modi vessatori e violenti sia fisicamente che verbalmente (nella specie, epiteti offensivi e percosse) deve qualificarsi non come abuso dei mezzi di correzione, o maltrattamento verso fanciulli, ai sensi degli art. 517 e 572 c.p, ma come violenza privata continuata, ai sensi dell’art. 610 in violazione dell’art. 81 c.p.». Trib. Mascalucia sent. del 20.11.2000: «Commette il reato di violenza privata continuata (art. 81 e 610 c.p.) e non il reato di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, nè il reato di maltrattamenti verso i fanciulli, l’insegnante elementare che sottoponga, seppur per un lasso di tempo relativamente breve, i propri alunni, appena usciti dalla cd. scuola materna, a vessazioni, a violenze fisiche e psichiche, ad ingiurie, a punizioni umilianti e gravide di pericoli».

[2] Cass. sent. n. 11956/2017. Cfr. anche Cass. sent. n. 48703/2016: «L’intento educativo e correttivo non consente la qualificazione degli atti di violenza sistematicamente posti in essere da un’insegnante in danno di alunni minori come abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, dovendosi invece ravvisare la più grave fattispecie di maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli».

[3] Cass. sent. n. 31642/2016.

[4] Cass. sent. n. 9954/2016.

[5] Cass. sent. n. 47543/2015.

[6] Cass. sent. n. 34492/2012.

[7] Trib. Lecce sent. del 13.04.2006. (1-2) Cfr., sul tema, Cass., sez. VI, 7 febbraio 2005, C., in D&G, 2005, n. 20, 74; Cass., sez. VI, 9 gennaio 2004, F., in Riv. pen., 2004, 711; Trib. Palermo 2 dicembre 2003, in questa Rivista, 2004, 1810; Cass., sez. VI, 11 aprile 1996, Carbone, in Foro it., II, 408. Per una fattispecie analoga, v. Cass., sez. VI, 8 ottobre 2002, Celano, in Cass. pen., 2003, 1842, e in D&G, 2003, n. 3, 15. Sull’eccesso di mezzi di correzione violenti, anche se sorretto dall’animus corrigendi, cfr. Cass., sez. VI, 18 marzo 1996, Cambria, in Dir. pen. proc., 1996, 1130.

[8] R.D. 26 aprile 1928 n. 1267.

[9] Cass. sent. n. 8314/1996.

[10] Cass. sent. n. 43673/2002.

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Tribunale Lecce, 13/04/2006, ud. 13/04/2006 

FATTO E DIRITTO

Con decreto di citazione diretta a giudizio del 12.6.2002 il P.M. in sede, all’esito delle indagini preliminari, disponeva il rinvio a giudizio di P. F. per rispondere del reato ascrittogli in rubrica.

All’udienza del 7.5.2003, veniva aperto il dibattimento con rinvio ad altra udienza per le richieste istruttorie. L’udienza del 25.6.2003, veniva rinviata per l’adesione del difensore all’astensione dalle udienze proclamata dall’Unione Camere Penali. All’udienza del 2.7.2003, venivano effettuate le richieste istruttorie e venivano escussi i testi C. C. e D. P. P. U.. All’udienza del 14.4.2004 venivano escussi i testi F. M. e A. F., mentre all’udienza del 9.6.2004 venivano escussi i testi R. P., P. G. ed E. G.. All’udienza del 29.9.2004 venivano escussi i testi S. A., I. C., F. D., F. O., E. R. e P. S.. L’udienza del 23.3.2005 veniva rinviata essendo il giudice prossimo al trasferimento ad altro ufficio.

All’udienza del 27.6.2005, essendo mutata la persona fisica del giudice, veniva disposta la rinnovazione del dibattimento e la difesa non prestava il consenso all’utilizzabilità degli atti mediante semplice lettura. Sicchè le parti riformulavano le richieste di prova richiamando quelle inizialmente formulate all’udienza del 2.7.2003. Si procedeva di seguito a sentire i testi Pa. An., M. E., A. A.. L’udienza del 10.11.2005 veniva rinviata per un impedimento difensivo. All’udienza del 19.1.2006 si procedeva a risentire i testi C. C., D. P. P. U., F. M., A. F., R. P., P. G., E. G., S. A., F. D., F. O., E. R., P. S., I. C.. Venivano, invece, escussi i testi Sa. Gi., G. E.. All’esito si procedeva ad effettuare l’esame dell’imputato. Di seguito, si ascoltavano i testi difensivi B. R., Z. S. e B. A.. L’udienza del 29.3.2006 veniva rinviata per impedimento difensivo. All’udienza del 13.4.2006, si escuteva il teste della difesa Cu.Ca.. Quindi, ai sensi dell’art. 512 c.p.p., si acquisivano le dichiarazioni rese in sede di indagini preliminari da Gi. Pi..

All’esito, dichiarata chiusa l’istruzione dibattimentale, dopo la discussione, le parti concludevano come in epigrafe riportato.

P. F. risulta imputato, in qualità di insegnante di matematica presso la scuola elementare di Boncore di Nardò nel corso dell’anno scolastico 2000-2001, di avere abusato dei mezzi di correzione o di disciplina nei confronti di alcuni suoi alunni delle classi III, IV e V elementare, attraverso alcune condotte violente specificatamente indicate, nonché attraverso l’aspro rimprovero, anche in relazione a piccole manchevolezze, ovvero l’allontanamento arbitrario dalla scuola di un alunno.

Al fine di comprendere l’approccio giuridico che si è avuto rispetto ai fatti processuali, appare opportuna una breve trattazione dell’evoluzione giurisprudenziale in ordine, in generale, al delitto di cui all’art. 571 c.p., e con particolare riferimento alla fattispecie dell’abuso dei mezzi di correzione e disciplina in ambito scolastico.

Il reato di cui all’art. 571 c.p.

Come è noto l’elemento materiale del delitto in esame consiste nell’abuso dei mezzi di correzione e disciplina da parte del titolare del munus disciplinare nei confronti del sottoposto, punibile laddove dal fatto derivi il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente.

La giurisprudenza da sempre si è preoccupata di tratteggiare i caratteri distintivi della fattispecie in esame rispetto ad altre contigue fattispecie, quali i maltrattamenti in famiglia, le percosse o le lesioni, la violenza privata ed altro. In passato, la distinzione si basava sul c.d. animus corrigendi: ogni comportamento da parte del titolare del potere disciplinare, che comportasse l’utilizzo di mezzi prevaricatori o violenti, quantunque particolarmente violenti, poteva integrare gli estremi del delitto de quo se sorretto dall’intento educativo o pedagogico (Cass. 21.11.1935, Rovinati; Cass. 7.7.1938, Ciuffi; ed altre).

Questa interpretazione, pacifica per un lungo periodo, è entrata in crisi negli ultimi decenni, quando, vuoi a seguito delle acquisizioni della moderna pedagogia, che escludono che umiliazioni o sofferenze, psichiche o fisiche, inflitte ad un soggetto minore possano sortire effetti positivi sotto il profilo educativo; vuoi a seguito degli sviluppi legislativi (a cominciare dalla nostra Carta Costituzionale: artt. 2, 3, 30, 32, ad esempio), anche internazionali (la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo del 20.11.1989, ratificata in Italia con la legge 27.5.91, n. 176), il minore è stato sempre più assurto a soggetto titolare di diritti, bisognevole di particolare tutela proprio in considerazione della particolare vulnerabilità della sua posizione dovuta alla sua personalità ancora in fieri.

Tutto ciò non poteva non incidere sulla giurisprudenza che, ritornando sulla questione in esame, aveva modo di mutare atteggiamento, rinnegando il precedente orientamento che attribuiva fattore distintivo all’animus corrigendi, spostando l’attenzione sul piano esclusivamente oggettivo. Innanzitutto, la S.C. affermava che per la configurabilità del reato in esame era necessario, oltre che l’intento correttivo-educativo, che l’azione posta in essere dal soggetto attivo avesse trasceso i limiti dell’uso di un potere correttivo o disciplinare effettivamente spettante al soggetto medesimo (Cass. pen. sez. VI, 15.12.1982, n. 1451), in tale modo spostando l’attenzione sulla verifica anche della corrispondenza dell’azione posta in essere dal reo all’effettivo uso illecito di mezzi correttivi di per sé previsti e leciti (Cass. pen. sez. I, 29.6.1977, Lozupone). Cominciava in tale modo a maturare la distinzione tra uso illecito di mezzi leciti, che poteva dare luogo all’abuso dei mezzi di correzione penalmente rilevante, e uso di mezzi illeciti, eventualmente anche con finalità correttive, che invece non poteva dare luogo a tale reato, bensì a fattispecie diverse ed a volte più gravi, quali quelle previste dagli attt. 572, 581, 582 c.p. ed altro. In buona sostanza cominciava ad affermarsi un orientamento che bandiva la violenza quale metodica attraverso la quale realizzare il c.d. ius corrigendi. Cosicché, la S.C. affermava che: “l’intenzione soggettiva non e’ idonea a far entrare nell’ambito della fattispecie meno grave cio’ che oggettivamente ne e’ escluso, poiche’ il nesso tra mezzo e fine di correzione va valutato sul piano oggettivo, con riferimento al contesto culturale ed al complesso normativo fornito dall’ordinamento giuridico e non gia’ dall’intenzione dell’agente, cosicche’ deve ritenersi che l’uso sistematico della violenza quale ordinario “trattamento” del minore, sia pure sostenuto da animus corrigendi, non possa rientrare nell’ambito dell’art. 571 cod. pen., in considerazione della sicura illiceita’ di tale uso” (Cass., sez. VI, 16.5.1996, n. 4904, ric. Cambria); ed ancora: “il reato di abuso dei mezzi di correzione, di cui all’art. 571 cod. pen., presuppone un uso consentito e legittimo degli stessi, tramutato per eccesso in illecito. Invero, per una corretta differenziazione tra il delitto di maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli e quello di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina deve aversi riguardo principalmente alle modalita’ della condotta, ed in particolare alla qualita’ del preteso mezzo correttivo o disciplinare impiegato. La presenza dell’intenzione di correggere non puo’ di per se’ sola determinare l’ascrivibilita’ del comportamento concreto alla fattispecie di cui all’art. 571 cod. pen. ed escludere il reato di cui all’art. 572 cod. pen., quando il mezzo prescelto sia di tale natura o incidenza da negare in radice, o comunque da rendere inefficace, ogni pretesa di sostegno dello sviluppo della persona bisognevole di correzione. È evidente, invero, che l’esercizio della funzione correttiva con modalita’ particolarmente afflittive o deprimenti della personalita’, nella molteplicita’ delle sue dimensioni, contrasta con la pratica pedagogica e con la finalita’ di promozione dell’uomo ad un grado di maturita’ tale da renderlo capace, nel contesto di solidarieta’ dell’organizzazione sociale e dell’ordinamento statuale, di integrale e libera espressione delle sue capacita’, inclinazioni ed aspirazioni. Quando poi, nel contesto della famiglia, ovvero dei rapporti di autorita’ e di dipendenza, tale abuso si ripeta per l’abituale frequenza nei confronti del medesimo soggetto, l’incompatibilita’ dell’intento educativo resta escluso per principio e radicalmente e si versa in altra ipotesi delittuosa” (Cass., sez. VI, 18.4.1997, PM c. Aprile).

Soltanto nei rapporti più squisitamente familiari la giurisprudenza ha ritenuto di ammettere la violenza, sotto forma di modicissima vis finalizzata a rafforzare una proibizione, non arbitraria né ingiusta, di comportamenti oggettivamente pericolosi o dannosi, rispecchianti l’inconsapevolezza o la sottovalutazione del pericolo, la disobbedienza gratuita oppositiva ed insolente (Cass. pen. sez. VI, 7.11.1997, n. 3789, Paglia, nella quale sono stati fatti rientrare comportamenti concretatisi in schiaffi, tirate di capelli e lievi percosse da parte di genitori nei confronti di figlie nel reato di cui all’art. 571 c.p.; nello stesso senso si confronti di recente Cass. pen. sez. VI, 9.1.2004, n. 4934).

Viceversa, nell’ambito delle relazioni scolastiche insegnante-alunno, la S.C. assumeva orientamenti più rigorosi, affermando, nell’ambito di un giudizio in cui si discuteva del reato di maltrattamenti in famiglia posto in essere da un insegnante nei confronti degli alunni, che: “l’abuso dei mezzi di correzione da parte di un insegnante e’ sicuramente integrato dall’uso di sanzioni corporali, vietato espressamente dal R.D. 26 aprile 1928 n. 1267, e da qualunque condotta di coartazione fisica o morale che renda dolorose e mortificanti le relazioni tra l’insegnante e la classe attuata consapevolmente, foss’anche per finalita’ educative astrattamente accettabili” (Cass. pen. sez. VI, 25.6.1996, n. 8314, Cotoli).

Tale orientamento è stato di recente ribadito dalla giurisprudenza che ha affermato: “integra il delitto di maltrattamenti (art. 572 c.p.) e non quello di abuso dei mezzi di correzione (art. 571 c.p.) la condotta dell’insegnante di scuola elementare il quale sottoponga gli alunni a violenze fisiche e morali (nella specie, costringendoli a restare in piedi, distruggendo i loro giochi, picchiandoli) in quanto le suddette violenze non possono mai rientrare nell’uso legittimo dello ius corrigendi” (Cass. pen. sez. VI, 8.10.2002, n. 43673).

Ciò posto, chiariti gli orientamenti della S.C., si ritiene di aderire a quest’ultimo arresto giurisprudenziale e, quindi, si ritiene che non possa essere considerato mai espressione dello ius corrigendi in ambito scolastico l’uso di comportamenti e mezzi violenti, sia sotto il profilo fisico che psichico, da parte dell’insegnante nei confronti dell’alunno. Pertanto, in presenza di simili atteggiamenti, non può parlarsi di abuso dei mezzi di correzione o disciplina, non potendo gli stessi rivestire la natura di mezzi leciti di correzione o disciplina; al contrario, bisognerà verificare se le predette condotte possano integrare gli estremi di altri reati posti a tutela della persona, quali i maltrattamenti in famiglia, se si tratta di condotte abituali e frequenti, ovvero le percosse o le lesioni o altro, se si tratta di condotte occasionali, isolate o, comunque, singole.

A questo punto, mette conto rilevare che l’imputazione in fatto contestata al P. F. configura in termini di abuso di mezzi di correzione o disciplina tutta una serie di condotte, che il prefato avrebbe astrattamente posto in essere nei confronti di alcuni alunni ben determinati, che vanno dai colpi con gli schiaffi o con una matita alle tirate violente di orecchie e di capelli, allo stringimento robusto dei polsi, fino ai rimproveri aspri in relazione a piccole manchevolezze ed all’allontanamento arbitrario dalla scuola.

Orbene, la prima parte delle condotte su evidenziate configurano astrattamente comportamenti violenti che, come detto, non potrebbero mai costituire mezzo di correzione o disciplina e, dunque, non potrebbero mai dare luogo ad un abuso penalmente rilevante. Rispetto a queste condotte l’interprete è chiamato a verificare se le stese possano assumere altra qualificazione giuridica, e, segnatamente, se le stesse possano configurare ipotesi di maltrattamenti, ovvero singoli casi di percosse o lesioni.

L’eventuale riqualificazione giuridica del fatto sarebbe rispettosa del dettato dell’art. 521, comma 1°, c.p.p. Come è noto, la giurisprudenza da tempo afferma che per aversi mutamento del fatto rilevante ai sensi dell’art. 521 c.p.p. occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, sì da pervenire a un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti di difesa. Ne consegue che l’indagine volta ad accertare la violazione del principio suddetto non va esaurita nel pedissequo e mero confronto puramente letterale tra contestazione e sentenza, perché, vertendosi in materia di garanzie e di difesa, la violazione è del tutto insussistente quando l’imputato, attraverso l’iter del processo, sia venuto a trovarsi nella condizione concreta di difendersi in ordine all’oggetto dell’imputazione (Cass. S.U., 19.6.96, Di Francesco, e da ultimo Cass. 2.12.2004 – 3.1.2005, n. 26).

Ebbene, nel caso di specie, ove si consideri che la contestazione in fatto del reato descrive le condotte indicando specificamente i comportamenti violenti e gli alunni che li avrebbero subiti, appare evidente che la difesa è stata posta immediatamente in grado di difendersi sui fatti per come emergevano dall’istruzione dibattimentale e, dunque, che nessuna violazione del disposto di cui all’art. 521, comma 2°, c.p.p. vi potrebbe essere, dovendosi, al contrario, procedere ad una doverosa riqualificazione giuridica del fatto materiale, così come complessivamente contestato al prevenuto, alla luce dell’orientamento pretorio cui si è ritenuto di aderire.

Invece, rispetto alla seconda parte delle condotte (rimproveri, allontanamenti da scuola..) siccome le stesse possono costituire mezzi leciti di correzione o disciplina, può porsi un problema di verifica in concreto della sussistenza dell’ipotesi di reato di cui all’art. 571 c.p..

Date le coordinate del percorso giuridico seguito, si passerà ora all’esame degli episodi e dei fatti emersi nel corso del processo.

Le dichiarazioni di C. C.

Preliminarmente, mette conto rilevare che il procedimento penale a carico di P. F. si apriva a seguito di un’annotazione di p.g. che l’isp. Pa. An., in servizio presso il Commissariato di P.S. di Galatina, ma residente in località Boncore di Nardò, sentiva il dovere di produrre alla Procura della Repubblica di Lecce in data 10.2.2001 relativamente a presunti maltrattamenti ed abusi effettuati dal citato imputato nei confronti dei suoi alunni presso la scuola elementare di Boncore, così come riferitigli da alcune fonti confidenziali. A seguito di ciò, su delega del P.M., il Commissariato di P.S. di Galatina procedeva ad escutere alcune persone informate sui fatti, fra le quali C. C., all’epoca collaboratrice scolastica presso il plesso scolastico di Boncore, la quale veniva sentita direttamente a casa sua (cfr. deposizione testimoniale dell’isp. Pa. An.).

C. C. è indubbiamente la principale e più diretta fonte di prova a carico del prevenuto. La prefata è stata escussa nel presente procedimento all’udienza del 2.7.2003 ed all’udienza del 19.1.2006 nel giudizio rinnovato.

All’epoca dei fatti, la C. C. prestava servizio in qualità di collaboratrice scolastica presso la scuola elementare della località Boncore di Nardò. Precisamente, la stessa veniva assunta, in data 22.9.2000, con contratto a tempo determinato fino alla nomina definitiva dell’avente diritto, e cessava il suo servizio in data 12.2.2001, come da disposizione acquisita in atti del dirigente scolastico del 14.2.2001. Giova evidenziare, peraltro, che la C. C., in data 13.2.2001, rassegnava, comunque, le proprie dimissioni.

Nel corso delle sue deposizioni testimoniali, la C. C. ha fatto riferimento a tutta una serie di episodi e circostanze che, in parte sarebbero caduti sotto la sua diretta percezione, ma in larghissima parte sarebbero il frutto di sue personali deduzioni sulla base di ciò che dal corridoio percepiva e sentiva avvenire nelle aule scolastiche.

In primo luogo, la C. C. ha riferito di avere assistito da subito a schiaffeggiamenti violenti da parte del P. F. nei confronti dei bambini della scuola. In particolare, la teste ha dichiarato che questi schiaffeggiamenti avvenivano quotidianamente prima che iniziassero le lezioni. Invero, molti bambini venivano lasciati a scuola dai genitori prima che avessero inizio le lezioni. Per cui, in quell’ora che passava prima dell’inizio delle lezioni, i bambini rimanevano nell’atrio a giocare. Immancabilmente interveniva il P. F. a rimproverare seccamente gli alunni, spesso utilizzando anche gli schiaffi. Quindi, i bambini venivano messi in fila ed entravano in classe per l’inizio delle lezioni.

Dopo circa quindici giorni dall’inizio del suo servizio, la C. C. ha dichiarato di avere sentito, mentre era nell’atrio, che dall’aula dove si trovava ad insegnare il P. F. con le porte aperte veniva interrogato un alunno, tale D. R. S., che, nel dopo scuola, si fermava presso il vicino Istituto “Casa del Fanciullo” diretto dal sacerdote don R. P.. Questo bambino veniva schiaffeggiato dal prevenuto ogni volta che non sapeva rispondere ad una domanda, tanto che, all’uscita dalla scuola aveva modo di vedere ancora i segni rossi degli schiaffi sul volto del piccolo D. R. S.. Questo fatto veniva raccontato dalla C. C. a don R. P.. Allo stesso modo, la teste ha riferito di avere rappresentato questi fatti anche al dirigente scolastico dell’epoca, P. G., che da un lato le confermava che il P. F. aveva degli atteggiamenti caratterizzati da nervosismo, dall’altra la tranquillizzava dicendole che se la sarebbe vista lui e la invitava a continuare a svolgere al meglio il suo lavoro.

La C. C. ha poi dichiarato che simili atteggiamenti violenti venivano tenuti dall’imputato anche nei confronti di altri bambini che si fermavano nel dopo scuola presso l’istituto di don R. P., e cioè i fratelli G. T. e F., nonché l’alunna Ca. An., che, invero, veniva più che altro insultata dal P. F. con l’epiteto di “vacca”, poiché era piuttosto cicciottella.

Altri episodi di schiaffeggiamenti riguardavano l’alunno I. L., che, non frequentando l’ora di religione, in quanto testimone di geova, durante la stessa veniva interrogato dal P. F. in un’altra aula, sempre con le porte aperte. In quella stessa circostanza veniva schiaffeggiata pure l’alunna G. I.. Ha precisato la teste che questi episodi non venivano visti da lei, ma semplicemente sentiti mentre era nell’atrio. Inoltre, ha riferito che nel mentre sentiva gli schiaffi che il prevenuto dava ai citati alunni, contattava telefonicamente il dirigente P. G., che le diceva di non intromettersi nell’attività didattica del professore, di continuare a fare la collaboratrice scolastica, e che ci avrebbe pensato lui a chiamare il P. F. in maniera anche da non fargli capire da chi aveva saputo i fatti.

La C. C., proseguendo nella sua deposizione, ha raccontato di avere sentito, sempre dall’atrio, schiaffeggiamenti anche nei confronti dell’alunno E. Ga.. Allo stesso modo sapeva di schiaffetti, non troppo violenti, anche nei confronti dell’alunno D. P. A., figlio del rappresentante di classe dei genitori dell’epoca. Di ciò si confidava con l’insegnante di religione B. A., che le riferiva che anche suo figlio, alunno del maestro P. F., subiva delle tirate di orecchie dal maestro. Inoltre, la B. A. le aveva detto che vi era stata una riunione dei genitori dei bambini nel corso della quale si era parlato dei fatti da lei riferiti.

Per un certo periodo, precisamente dopo che il padre dell’alunno D. P. A. si era andato a lamentare delle percosse con il P. F., quest’ultimo non schiaffeggiava i bambini alla presenza della C. C.. Quindi, al dirigente scolastico P. G. subentrava il preside Gi. Pi.. Nel frattempo, il P. F. aveva ripreso a schiaffeggiare gli alunni e lei sentiva tutto dall’atrio. Riferiva, pertanto, i fatti al nuovo dirigente che le diceva che sarebbe venuto a verificare con gli altri professori in loco.

La C. C., inoltre, ha dichiarato di essere stata istigata a denunciare il P. F. dall’insegnate B. A. e da don R. P.. In particolare, entrambi la sollecitavano a denunziare i fatti perché tanto le avrebbero fatto da coro. Agli schiaffeggiamenti, sia in aula che nell’atrio, assistevano anche le altre insegnanti, essendoci quasi sempre compresenza, ed, in particolare, era noto alla teste che avevano assistito ad episodi di violenza le insegnanti Cu.Ca., B. A.e D. B. D..

Infine, la teste ha riferito di un confronto con il P. F. che sarebbe avvenuto alla presenza del dirigente P. G. presso la dirigenza scolastica in Nardò. In un primo momento, la C. C. ha dichiarato che il confronto avveniva proprio sul tema dei maltrattamenti. Poi, ha precisato che dei maltrattamenti ne aveva parlato con il P. G. prima del confronto, mentre in questa occasione l’argomento non veniva toccato, avendo il confronto ad oggetto uno screzio personale che c’era stato con il P. F.. Al riguardo, la teste ha riferito che una mattina, siccome doveva allontanarsi dal portone di ingresso della scuola, che solitamente rimaneva aperto, chiudeva la porta. In quel momento giungevano dei bambini che rimanevano da soli all’esterno. Il P. F. si accorgeva della situazione e la rimproverava aspramente alla presenza degli altri insegnanti e degli alunni. Sicchè, trovatisi entrambi dinanzi al dirigente scolastico, i due si porgevano reciproche scuse.

Valutazione delle dichiarazioni della C. C. alla luce degli altri elementi di prova

Le dichiarazioni della C. C. sono state in larga parte smentite dagli altri testi, ovvero precisate e rettificate in ordine al concreto verificarsi di determinati episodi.

Innanzitutto, quanto agli aspri rimproveri ed agli schiaffeggiamenti che il maestro P. F. rivolgeva agli alunni quotidianamente nell’atrio prima dell’inizio delle lezioni, non soltanto gli insegnanti escussi (B. A. e Cu.Ca.), ma altresì un altro collaboratore scolastico, Z. S., hanno escluso che ciò sia mai avvenuto sotto i loro occhi. In particolare, quest’ultimo, che era in servizio presso il plesso di Boncore prima della C. C., ha dichiarato che nell’anno in cui aveva prestato servizio evidentemente sentiva urla e schiamazzi dei bambini, ma mai nel senso di urla di sofferenza o rumori di schiaffi. Le insegnanti, inoltre, hanno tracciato un ritratto del P. F. come di un insegnante severo al punto giusto, che pretendeva dai ragazzi il meglio. Nell’ambito di un ambiente scolastico piuttosto disagiato, quale quello della località Boncore, il P. F. era diventato il punto di riferimento dei bambini, essendo anche il reggente del plesso. In ogni caso, sia nei momenti precedenti che durante le lezioni, le insegnanti, che, molto spesso, si trovavano in compresenza con il P. F. in aula, hanno escluso di avere assistito a fatti di schiaffegiamenti o altri atteggiamenti violenti del prevenuto nei confronti degli alunni.

Anche alcuni genitori sentiti hanno confermato questo ritratto. In particolare, il teste A. F., agente di polizia penitenziaria, padre dell’alunno A. A., ha dichiarato che all’epoca si recava ogni settimana a scuola e non notava né bambini percossi né era a conoscenza di simili fatti. Abitando vicino la scuola, sentiva tutti i giorni rumori prodotti dagli alunni che giocavano ed urlavano. Il P. F. riusciva a tenere a bada tutte le classi. Era un professore serio e severo che riusciva a controllare la scolaresca fino ad ottenere quel minimo di attenzione che serviva per l’insegnamento, a volte anche prospettando qualche tirata di orecchie. In ogni caso, il teste ha escluso di avere visto o notato il figlio con l’orecchio rosso.

Quanto all’episodio che avrebbe riguardato il bambino D. R. S., la madre, Sa. Gi., ha escluso sia di avere visto il minore con segni fisici di percosse, sia di avere saputo da terze persone che il prefato era stato percosso dal P. F.. Anche don R. P., che ha confermato di avere parlato con la C. C. per ben due volte, non ha fatto riferimento ad alcuno specifico episodio di violenza sugli alunni da parte dell’imputato rappresentatogli dalla prefata. Invero, la C. C. gli diceva semplicemente che sentiva urlare il maestro P. F. in classe e temeva che gli alunni potessero subire stress da questa situazione. Quanto riferito dalla C. C. veniva rappresentato dal R. P. al dirigente P. G..

Hanno smentito violenze sui propri figli da parte del prevenuto i testi G. E. (madre dei minori G. T. e F.), E. G. (padre del minore E. Ga.), S. A. e I. C. (genitori di I. L.).

Quanto agli incontri con il dirigente P. G., questi ha dichiarato che la C. C. gli chiedeva una volta telefonicamente un appuntamento per parlargli del professore P. F.. Nel corso dell’incontro, avvenuto intorno al mese di dicembre del 2000, la C. C. gli riferiva genericamente che il P. F. maltrattava i bambini. Nonostante le insistenze del P. G., la prefata non specificava in cosa consistessero questi maltrattamenti. Precedentemente, il P. G. era stato sollecitato a verificare anche da parte del sacerdote di Boncore, don R. P.. Ne aveva parlato, pertanto, con il P. F. che aveva negato ogni maltrattamento. In un secondo momento, la C. C. veniva invitata ad un confronto con il P. F., che si trovava occasionalmente presso la dirigenza scolastica. Ma, il dirigente P. G. non faceva neppure in tempo ad introdurre l’argomento che i due si porgevano reciproche scuse stringendosi la mano, tanto che il teste ha dichiarato di avere avuto l’impressione che tra i due vi fossero screzi precedenti di altra natura. Inoltre, il teste P. G. ha riferito che non era a conoscenza di incontri con i genitori degli alunni per parlare specificatamente di questi presunti maltrattamenti; ha precisato, però, che nel corso di una festa organizzata presso il plesso di Boncore aveva cercato di verificare se vi fossero lamentele da parte dei genitori e nessuno si era lamentato.

In ordine alle confidenze che la C. C. avrebbe ricevuto dall’insegnate B. A., quest’ultima, escussa in dibattimento, ha confermato che in una circostanza la C. C. le diceva di avere visto il P. F. che maltrattava gli alunni. Epperò, lei non dava peso alla cosa anche perché in sua presenza non si era mai verificato alcun episodio di maltrattamenti né il figlio, che era alunno dell’imputato, le aveva mai detto nulla del genere. Ha negato la B. A. di avere mai invogliato la C. C. a presentare denunzia, promettendole che le avrebbe coperto le spalle; ha invece confermato di averle detto che se era sicura di ciò che affermava avrebbe fatto bene a parlarne con i genitori. Al riguardo, anche don R. P. ha negato di avere mai invogliato la C. C. a fare denunzia. Ha confermato di averle detto che ne avrebbe parlato con il dirigente scolastico – cosa che effettivamente faceva – ma ha ribadito di non averla istigata a presentare denunzia nei confronti del P. F..

Alla luce degli elementi di prova suddetti, ed altri che si evidenzieranno in prosieguo, occorre procedere a valutare le propalazioni della C. C..

Ritiene il Tribunale che C. C. abbia, forse anche inconsapevolmente, amplificato ed ingigantito fatti e circostanze attribuiti al P. F. che non possono farsi rientrare, sulla base delle altre complessive risultanze probatorie, in episodi abituali e sistematici di maltrattamenti nei confronti degli alunni. Invero, non può negarsi che in alcuni casi l’imputato abbia utilizzato lo schiaffo o la tirata di orecchie a fini educativi, come risulta da alcune testimonianze di genitori escussi in dibattimento e come sostanzialmente ammesso dallo stesso prevenuto nel corso del suo esame; ma ciò non può essere inquadrato giuridicamente in un sistematico ed abituale atteggiamento prevaricatorio del P. F. nei confronti degli alunni, tale da configurare la grave ipotesi di reato di cui all’art. 572 c.p., atteso che, per come suddetto, in presenza di atteggiamenti e condotte gratuitamente violente è da escludersi il reato di cui all’art. 571 c.p.

Al riguardo, preme rilevare che i verosimili rimproveri, anche severi e fermi, che il P. F. usava nei confronti dei bambini prima dell’inizio delle lezioni per indurli all’ordine e ad entrare nelle aule per iniziare la giornata scolastica, rientravano pur sempre nell’ambito dei mezzi di correzione ed educazione. Invero, come hanno evidenziato diversi testi (da don R. P. all’A. F. ed all’insegnante Cu.Ca.), il plesso di Boncore costituiva una scuola particolarmente disagiata, dove c’erano diverse situazioni di disagio da parte di alunni. Era una scuola che abbisognava di un certo ordine e di una certa disciplina, che era stata trascurata per molti anni. Pertanto, l’utilizzo di una didattica improntata alla severità ed al rigore, e quindi a qualche rimprovero effettuato alzando la voce, ovvero prospettando punizioni (tirata di orecchie o schiaffi), appariva necessario al fine di riportare un minimo di ordine e di disciplina, indispensabili per garantire un valido insegnamento.

Tutto ciò non solo non è stato negato dall’imputato, ma al contrario è stato confermato ed ulteriormente chiarito. Invero, il P. F. nel corso del suo esame ha chiarito di essere stato, in un certo senso, costretto ad assumere un atteggiamento, da lui definito, “autorevole” verso i bambini del plesso di Boncore, avendo trovato al suo arrivo una situazione di totale sbandamento. Del resto egli rivestiva anche il ruolo di vicario, sicchè aveva precise responsabilità nella direzione del plesso.

Questo atteggiamento serio e rigoroso, o anche autorevole, per dirla con lo stesso termine utilizzato dal prevenuto, verosimilmente non combaciava con quelle che erano le intime convinzioni sulla didattica, sui metodi di insegnamento e sulla gestione della scuola e della scolaresca che la collaboratrice scolastica C. C. aveva.

Al riguardo, l’episodio narrato sia dalla C. C., sia dall’imputato, circa il rimprovero che quest’ultimo avrebbe rivolto pubblicamente alla prima per avere lasciato la porta di ingresso al plesso chiusa, tanto da impedire l’accesso ad alcuni bambini che abitualmente entravano con un po’ di ritardo rispetto agli altri, appare particolarmente significativo. Invero, la C. C. riteneva che fra i suoi compiti vi fosse il controllo sull’ingresso nella scuola, sicchè, in caso di suo allontanamento dalla porta di ingresso, riteneva di doverla chiudere; al contrario, il P. F. riteneva che il suo ruolo di verifica e controllo sull’accesso alla scuola si esaurisse nel momento in cui entravano nel plesso gli insegnanti, sicchè la porta di ingresso, in presenza dei maestri, doveva rimanere sempre aperta.

Da ciò sono scaturite le incomprensioni e gli equivoci che hanno portato la C. C. a ritenere che le urla e le sgridate in aula, che lei sentiva dall’atrio, del professore P. F. nei confronti degli alunni corrispondessero sistematicamente a schiaffi, tirate di orecchie ed altri maltrattamenti. Probabilmente, la C. C. ha anche avuto modo di assistere a qualche episodio in cui effettivamente il P. F., seppure a fini educativi, dava qualche schiaffo oppure tirava l’orecchio di qualche alunno, alcuni dei quali, per quanto si dirà a breve, fra quelli contestati nell’imputazione, ritiene il Tribunale che si sono concretamente verificati. Tutto ciò ha indotto la teste ad ingigantire i fatti o a male interpretarli, fino a convincersi che si trovava di fronte ad un maestro che utilizzava il maltrattamento fisico come usuale metodo di insegnamento, e ciò la allarmava a tale punto che ne cominciava a parlare in giro, ora con il sacerdote don R. P., ora con l’insegnante B. A., fino a parlarne con il dirigente scolastico. Con tutti, però, la C. C. si mostrava generica nel riferire i fatti di maltrattamento: invero, a don R. P. riferiva che si trattava di urla e gridate, mentre alla B. A. ed al dirigente P. G. raccontava genericamente di maltrattamenti. Ulteriore conferma di ciò la si ricava da quanto riferito dal teste D. P. P. U., all’epoca dei fatti rappresentante di classe dei genitori. Anche il D. P. P. U. veniva avvicinato dalla C. C. che gli diceva di dovergli riferire fatti gravi che si verificavano a scuola. Scendendo nel particolare, la prefata faceva riferimento a violenze, senza ulteriormente specificare. Quando il D. P. P. U. la invitava a parlarne con il preside, la stessa gli diceva che era una cosa sua e che si sarebbe rivolta ad un avvocato per fare una denunzia.

D’altra parte, la C. C. nella maggiore parte dei casi non assisteva visivamente alle violenze, ma riteneva di sentirle, ascoltando dall’atrio le urla e le sgridate del maestro P. F. provenienti dalle aule.

Intanto, questi sospetti che venivano diffusi dalla teste in un piccolo centro quale la località Boncore di Nardò finivano verosimilmente con il creare allarme, anche perché provenivano da soggetto che lavorava all’interno della scuola. Sicchè, alcuni episodi che si erano verificati nel passato o che si verificavano in quei giorni, venivano “letti” alla luce dei sospetti che andavano diffondendosi come episodi di maltrattamento commessi dal P. F. in danni di alcuni alunni. Si allude, ad esempio, all’episodio della caduta del dente di latte dalla bocca dell’alunno I. L., fatto che nell’imputazione viene attribuito ad un violento calcio sferrato al prefato dall’imputato. I genitori del bambino, S. A. e I. C., hanno smentito categoricamente che il dente fosse caduto dalla bocca del bambino per effetto di un calcio sferratogli dal maestro P. F.. Anzi hanno manifestato tutto il loro stupore per il diffondersi di una simile notizia. Peraltro, il dente era caduto in un periodo antecedente all’inizio del servizio della C. C. presso il plesso di Boncore (cfr. dichiarazioni della teste B. R., “storica” collaboratrice scolastica del plesso di Boncore, che ha confermato che il dente cadeva al bambino da solo presso la sua abitazione).

Questi sospetti finivano con il raggiungere anche l’isp. Pa. An., che, peraltro, era anche in amicizia con il marito della C. C. (cfr. deposizione del teste A. F.; circostanza quest’ultima che chiarisce anche il motivo per il quale le s.i.t. della C. C. venivano raccolte dalla P.G. presso la sua abitazione), che redigeva un’annotazione di P.G. evidentemente dai contenuti allarmanti proprio perché recepiva una serie di fatti ingigantiti da erronee valutazioni ed arricchiti da tanti sospetti.

In buona sostanza, gli elementi di prova hanno fatto risaltare la figura di un maestro che intendeva ed interpretava il suo ruolo in maniera autorevole, e cioè con rigore, severità e senso di professionalità e responsabilità. Un insegnante sempre puntuale e sempre presente a scuola, che aveva deciso di rendere il plesso di Boncore, abbandonato da tempo al suo destino di scuola disagiata, un istituto efficiente ed in grado di fornire effettivamente l’istruzione di base ai bambini. Per cambiare rotta era stato necessario assumere metodi di insegnamento improntati a severità e rigore, innanzitutto chiarendo i ruoli di ciascuno: l’insegnante doveva essere posto in grado di fare il suo lavoro e, pertanto, gli alunni dovevano imparare a rispettarlo e, se del caso, ad ubbidirgli; i collaboratori scolastici dovevano occuparsi delle loro specifiche mansioni, senza intrusioni nella didattica e nei metodi di insegnamento adottati dai docenti. Quindi, assumendo concreti atteggiamenti di fermezza, che comportavano urla e sgridate per ottenere ordine, disciplina ed attenzione dagli alunni, nonché rimproveri franchi e pubblici nei confronti dei collaboratori scolastici che, forse, non avevano ben chiari i limiti del proprio ruolo e delle proprie mansioni.

Ritiene il Tribunale che, escludendo quei singoli episodi di percosse effettivamente provati, di cui si dirà a breve, in mancanza di altri elementi di prova, tale condotta del P. F. non costituisca abuso dei mezzi di correzione e meno che mai maltrattamento ai sensi dell’art. 572 c.p. Al contrario, costituisce espressione di un modo di intendere l’insegnamento e la didattica, forse non più attuale, ma pur sempre rientrante nel legittimo uso dei mezzi di correzione ed educazione che l’Ordinamento riconosce in capo a coloro che hanno il non facile compito, non soltanto di insegnare, ma altresì di educare, e cioè di rendere una pianta giovane, fragile ed a volte piena di spine, qual è l’alunno, specie quello di scuola elementare, un albero meraviglioso in grado di produrre splendidi frutti, perché dotato di solide radici.

D’altra parte, l’istruzione dibattimentale non ha evidenziato casi di alunni che subivano negativamente, sotto il profilo psicologico o della personalità, il rigido metodo di insegnamento adottato dal P. F.; al contrario, anche i genitori che in dibattimento hanno riferito fatti penalmente rilevanti a carico dell’imputato hanno ammesso che il metodo adottato era finalizzato ad ottenere che gli alunni studiassero e si impegnassero, cosa che normalmente facevano in quegli anni e che non avevano più fatto con la stessa costanza e con gli stessi risultati nel momento in cui erano passati alla scuola di grado superiore con altri insegnanti. Sicchè, anche sotto il profilo della prova dell’esistenza del pericolo di una malattia nel corpo o nella mente a carico degli alunni deve ritenersi che il dibattimento ha fatto emergere contraddizioni.

Allo stesso modo si ritiene di concludere anche in relazione all’episodio contestato nell’imputazione con riferimento al piccolo B. D., ma invece riferibile al fratello B. An., relativo all’allontanamento dalla scuola dell’alunno perché si era presentato in classe con una canottiera, abbigliamento non consono all’ambiente scolastico.

Questo episodio è stato raccontato in dibattimento dalla madre del minore, A. A.. Secondo il racconto della prefata, il figlio rientrava da solo a casa, che distava dalla scuola circa 3 o 4 chilometri, dicendo che il maestro lo aveva allontanato dalla classe perché vestiva soltanto una canottiera. La teste, che pur riteneva di avere sbagliato nel consentire al figlio di vestirsi in quel modo, ha lamentato il fatto che il bimbo veniva allontanato dalla scuola e mandato a casa da solo nonostante la notevole distanza dell’abitazione dal plesso scolastico.

L’imputato, nel corso del suo esame, ha ricordato perfettamente l’episodio ed ha precisato di non avere detto al minore di tornarsene a casa, ma semplicemente di recarsi nel vicino istituto gestito da don R. P. per cambiarsi la maglietta. In effetti, il minore si fermava nel pomeriggio a studiare dal citato sacerdote, presso l’istituto, dove vi era anche la possibilità di cambiarsi (cfr. deposizioni della teste A. A. e del teste R. P.). Non può escludersi, pertanto, che il minore, di sua iniziativa, abbia deciso di tornarsene a casa, mettendo a rischio la propria incolumità. Viceversa, il comportamento del prevenuto è apparso ancora una volta improntato, da un lato a particolare rigore educativo, dall’altro a leggerezza, nel momento in cui non si curava di fare accompagnare il minore da qualche collaboratore scolastico presso l’istituto “Casa del Fanciullo”, ma si fidava del bambino, mandandolo da solo. Ma ciò non costituisce abuso dei mezzi di correzione o, almeno, non risulta sufficientemente provato il reato nei termini di cui alla condotta descritta nell’imputazione.

I fatti di percosse e lesioni contestati con riferimento a singoli alunni

Escluso, dunque, che i fatti di cui all’imputazione possano essere tout court qualificati giuridicamente in termini di maltrattamenti in famiglia, ed escluso che appaia sufficientemente provato il reato di cui all’art. 571 c.p. con riferimento a tutte le condotte contestate in rubrica, ad eccezione di quelle profilanti ipotesi di percosse o lesioni, si passerà adesso all’esame proprio di queste ultime (tirate di orecchie e di capelli, schiaffi o colpi di matita, stringimento dei polsi; caduta del dente dondolante dalla bocca dell’alunno I. L. per effetto di un calcio) contestate con riferimento a singoli alunni.

Si è già detto che non risultano sufficientemente provati alcuni episodi di schiaffeggiamenti ed altro riferiti dalla C. C.. Si allude agli episodi occorsi, a dire della prefata, agli alunni D. R. S., G. T. e Francesco, I. L., E. Ga., tutti smentiti dai rispettivi genitori escussi in dibattimento.

Allo stesso modo appare incerto che abbia subito schiaffi dal P. F., anche se più tenui, l’alunno D. P. A., figlio del rappresentante di classe dei genitori, D. P. P. U., escusso in dibattimento quale teste. Invero, quest’ultimo, al quale è stato contestato dal P.M. di avere riferito alla P.G. di avere saputo dal figlio di schiaffi ricevuti dal maestro P. F. e di essere andato a parlarne con quest’ultimo, in un primo momento ha dichiarato di non ricordare di avere mai detto quanto gli veniva contestato; successivamente, pur non ricordando, ha affermato che, siccome le frasi che gli erano state contestate erano riportate a verbale, le aveva all’epoca sicuramente riferite, precisando, però, che egli all’epoca non prestava particolare credito al figlio, da lui ritenuto un tantino bugiardo, e che se era andato a parlarne con il P. F. era sicuramente per sapere cosa avesse fatto il figlio, atteso che egli aveva espressamente autorizzato il prevenuto a dargli pure qualche schiaffo se si comportava male. Alla luce di ciò, deve ritenersi insufficiente o contraddittoria la prova in ordine alla sussistenza del fatto.

Anche con riferimento al minore P. A. entrambi i genitori (P. S. ed E. R.) hanno escluso qualsiasi percossa in danno del figlio da parte del P. F., e ciò nonostante che la teste M. E., madre del minore F. S., abbia riferito di avere sentito lamentele in ordine ai comportamenti violenti del prevenuto proprio dalla mamma del bambino citato.

Inoltre, la teste M. E., madre del minore F. S., pur dichiarando di avere visto il professore P. F. mentre dava uno scappellotto in gita scolastica ad un alunno, e pur affermando di avere ricevuto lamentele da parte di altri genitori circa il comportamento violento dell’imputato, ha escluso, nonostante le contestazioni del P.M., che il figlio le avesse mai riferito di avere ricevuto schiaffi dal prevenuto.

Infine, con riferimento all’alunno A. A. (e non F. come riportato nell’imputazione) il padre A. F. ha dichiarato che il figlio gli diceva, qualche volta, che doveva farsi i compiti altrimenti il maestro P. F. gli avrebbe tirato le orecchie. Epperò, non gli era mai capitato di trovarlo dopo la scuola con le orecchie rosse, sicchè non poteva escludere che il minore si fosse inventato tutto ovvero che il prevenuto si fosse limitato ad intimorire il figlio per farlo studiare. In ogni caso, secondo il teste, se il P. F. avesse tirato le orecchie al figlio per indurlo a studiare, avrebbe fatto anche bene.

Quanto all’episodio del dente caduto dalla bocca del minore I. L., si è già avuto modo di chiarire quanto fossero insufficienti gli elementi di prova a carico del P. F..

Orbene, in tutti questi casi, la prova della sussistenza dei reati di percosse e lesioni astrattamente contestabili al P. F. appare insufficiente o contraddittoria.

Al contrario, in relazione ad altri episodi, i genitori degli alunni, escussi in dibattimento, hanno confermato di avere ricevuto dai figli confidenze circa schiaffi, tirate di orecchie o altre percosse ricevute dall’imputato, riscontrando in taluni casi anche obbiettivamente le tracce delle percosse.

Preliminarmente, giova rilevare che, quanto all’utilizzabilità delle deposizioni de relato dei genitori rispetto alle confidenze ricevute dai figli, la S.C. è solita affermare, condivisibilmente, che “la testimonianza indiretta è inutilizzabile solo nei casi previsti dalla legge, cioè la mancata indicazione della fonte primaria o l’omessa citazione del soggetto indicato dal testimone quale fonte di riferimento, sempre che vi sia stata richiesta in tal senso e che non sia sopravvenuta l’impossibilità del relativo esame. (Cass. pen. Sez. IV, 4.10.2004, n. 46556; in senso conforme in precedenza: Cass. 15.12.1998, Leone; Cass. pen. Sez. V, 4.2.1993, n. 3908; Cass. pen. Sez. I, 1.10.1990, n. 3084). Siccè, essendo stata indicata ogni volta la fonte della confidenza ricevuta e non essendo stata mai richiesta l’audizione del minore, teste diretto, in dibattimento, la testimonianza dei genitori escussi è pienamente utilizzabile e valutabile al fine del decidere.

La teste A. A., madre del minore B. D., ha dichiarato che il figlio le riferiva di avere subito diverse volte tirate di orecchie dal maestro, che la teste ha riconosciuto in aula per l’imputato P. F.. In una circostanza il minore tornava a casa da scuola con ancora ben visibili sul volto le cinque dita della mano, dicendo di avere ricevuto un forte schiaffo sempre dallo stesso maestro. Dopo alcune contestazioni da parte del P.M., la teste ha ricordato di essere andata a parlare con il P. F., lamentando che il figlio veniva sempre percosso, anche se a volte non era lui a fomentare i litigi con i compagni di classe. La A. A. in quella circostanza diceva al prevenuto che sarebbe andata a denunziare la cosa al Tribunale per i minorenni di Lecce, ed il P. F., che negava di avere percosso il figlio, le rispondeva testualmente: “puoi scire donca vuei” (cioè: puoi andare dove vuoi). La teste ha, altresì, chiarito che il figlio era piuttosto vivace, litigava spesso con i compagni di classe e non andava bene a scuola.

Orbene, i fatti riferiti dalla A. A. configurano indubbiamente episodi di percosse. Come è noto, secondo la giurisprudenza della S.C., si ha percossa ogni volta che viene posta in essere un’azione violenta in grado di produrre nel soggetto passivo una sensazione fisica di dolore, senza conseguenze morbose di alcun genere e cioè senza conseguenze patologiche costituenti malattia (Cass. pen. sez. I, 11.6.1985, Bellomo).

In ambito scolastico, anche a fronte di un bambino particolarmente vivace ed indisciplinato, che non mostra interesse per l’apprendimento, non possono essere tollerate o ammesse le percosse, sia pure finalizzate da intenti educativi o correttivi. Sotto questo profilo, il comportamento del P. F. non è giustificabile, anzi va deprecato. Non può essere punito, invece, atteso che non risulta in atti che alcuna delle persone legittimate a farlo, in particolare i genitori dell’alunno, avessero mai presentato la querela, condizione di procedibilità necessaria per la punibilità del reato. Ne consegue che P. F. deve essere prosciolto dal reato di cui all’art. 581 c.p., come giuridicamente riqualificata l’originaria imputazione, per mancanza di querela.

Allo stesso modo, la teste F. D., madre della minore G. I., ha riferito che una volta la bambina le disse di avere ricevuto uno schiaffo dal maestro P. F., il quale, dopo averglielo dato, le diceva di non prendersela perché era una carezza. Inoltre, ha confermato quanto riferito alla P.G. in sede di indagini, e cioè che una volta, quando lei si trovava a Genova per motivi personali e la figlia era rimasta con la nonna, la minore di ritorno da scuola aveva riferito proprio alla nonna, che a sua volta, al rientro lo aveva detto alla F., che era mortificata perché il maestro P. F. le aveva dato uno schiaffo per non avere saputo recitare le tabelline.

Anche in relazione a questi episodi narrati dalla F. valgono le considerazioni di cui sopra: trattasi di episodi di percosse astrattamente punibili, ma in concreto non perseguibili per mancanza di querela.

La teste F. O., madre del minore R. M., ha dichiarato di avere sentito il figlio, che non andava bene a scuola, più volte dire che doveva studiare, altrimenti il maestro P. F. gli avrebbe tirato le orecchie. In una circostanza effettivamente lo vedeva tornare da scuola con le orecchie rosse perché gliele aveva tirate il P. F.. Inoltre, qualche volta il figlio le diceva di essere stato colpito con la matita sulle mani sempre dal prevenuto. Orbene, anche questi episodi costituiscono percosse, assolutamente ingiustificabili in ambiente scolastico, anche se, per ipotesi, come nel caso di specie, tollerate finanche dai genitori. Invero, la F. ha cercato di minimizzare e giustificare i fatti, tenuto conto della situazione di disagio e difficoltà in cui si cercava di fare scuola a Boncore.

Anche in questo caso, però, la mancanza di querela impedisce qualsiasi pronuncia di penale responsabilità in capo al prevenuto.

La teste F. M., madre della minore P. M. C., ha riferito che la figlia mostrava particolare ansia quando doveva studiare la matematica. La stessa le raccontava di essere particolarmente preoccupata dal maestro P. F., che, in alcune circostanze le stringeva i polsi. La F. avrebbe voluto parlarne con il P. F., ma poi, iniziata l’indagine, non aveva più modo di farlo. Pur precisando che era la figlia che le rappresentava che l’imputato le stringeva i polsi, la teste ha riferito che la piccola P. M. C. si mostrava particolarmente ansiosa quando il giorno dopo avrebbe avuto la lezione di matematica. Orbene, ritiene il giudice che non sussistono motivi per dubitare dell’attendibilità di quanto riferito dalla minore alla madre, anche in considerazione dello stato di ansia in cui la stessa verteva allorquando aveva la lezione di matematica. Ancora una volta, si profilano ipotesi di percosse, non giustificabili, ma, nello stesso tempo, non punibili per mancanza di querela.

In conclusione, relativamente agli episodi di percosse indicati va dichiarato il non doversi procedere nei confronti del prevenuto per mancanza di querela.

La particolarità delle questioni in fatto ed in diritto trattate ha consigliato la fruizione di giorni novanta per la stesura della motivazione.

PQM

P.Q.M.

visti gli artt. 521, 1° comma, 529 e 530 cpv. c.p.p.

assolve P. F. dal reato di cui agli artt. 81, 571, comma 2°, c.p. perché il fatto non sussiste;

assolve P. F. dal reato di cui agli artt. 81, 581 c.p., così riqualificata giuridicamente l’originaria imputazione, con riferimento alle percosse (tirate di orecchie e schiaffi e altro) rese agli alunni P. A., F. S., D. P. A., A. F., D. R. S., G. A., G. F., E. Ga. perché il fatto non sussiste;

assolve P. F. dal reato di cui agli artt. 61 n. 11) e 582 c.p., così giuridicamente riqualificata l’originaria imputazione, con riferimento alle lesioni cagionate all’alunno I. L. perché il fatto non sussiste;

dichiara non doversi procedere nei confornti di P. F. in ordine al reato di cui agli artt. 81, 581 c.p., così riqualificata l’originaria imputazione, con riferimento alle percosse rese agli alunni B. D., G. I., P. M. C. e R. M. per mancanza di querela.

Motivazione in giorni novanta.

Nardò, 13.4.2006

IL GIUDICE

Giuseppe BIONDI

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